Idee e proposte per coltivare l'identità terrestre:
un'agenda educativa

di Alessio Surian

 

Tre sono i principali motori innestati dalla globalizzazione economica negli ultimi decenni sulle condizioni già inique del commercio internazionale. La liberalizzazione dei movimenti di capitale facilitata dalle nuove tecnologie; la privatizzazione generalizzata dei vari settori economici secondo il principio, sempre meno evidente, che le forze private presenti sui mercati permettano una migliore ripartizione delle risorse disponibili; la deregolamentazione, l'idea che i poteri pubblici non debbano avere che ruoli marginali rispetto alle attività economiche. Sono questi i propulsori della competizione esasperata come regola dei rapporti economici e sociali. Possiamo farci governare dalla fede nella concorrenza a tutti i costi? Nel 1995 un gruppo di autorevoli studiosi presieduti da Riccardo Petrella (Il Gruppo di Lisbona) denunciava gli effetti nocivi della concorrenza eccessiva, fra cui l'aumento delle disparità fra e all'interno dei paesi. La competizione è fondamentalmente incapace di conciliare giustizia sociale, efficacia economica, sostenibilità ambientale, democrazia politica e diversità culturale. A tale idea di competizione vanno quindi posti limiti e va avviata una riflessione per nuove forme di cooperazione a livello locale ed internazionale. Su questi temi si è impegnata la Fondazione Fontana, dal 2000, all'interno della manifestazione nazionale del volontariato e del no-profit, Civitas, promuovendo le conferenze, le campagne ed i laboratori World Social Forum e quindi (per evitare sovrapposizioni con la manifestazione di Porto Alegre e indicare la propositività dei contributi selezionati) World Social Agenda, in collaborazione con numerosi partner, Ethike e Banca Etica sul versante organizzativo, oltre a piattaforme italiane come Rete Lilliput, Tavola della Pace e Sbilanciamoci.

Belinda Coote apriva qualche anno fa un testo su "la trappola del commercio", "The Trade Trap" (Oxfam 1992), con questo breve e purtroppo veritiero racconto:
"In un anno, Kabula, una giovane contadina della Tanzania occidentale, guadagna dalla raccolta del cotone poco più di quanto le servirebbe per comprarsi un kanga, il vestito tradizionale indossato da donne e uomini nel suo paese. Tuttavia, in ogni singolo raccolto produce tanto cotone da poter tessere 720 kanga". Perché allora Kabula accetta simili condizioni di lavoro? Ascoltiamolo da lei: "Il cotone è l'unica coltura per il commercio che viene fatta crescere in questa regione e abbiamo bisogno dei ricavati da questa coltivazione per poter pagare le tasse, comprare i libri per i miei fratelli e mia sorella che vanno ancora a scuola e per comprare cose essenziali come il sale, le scarpe, i vestiti". Kabula, conclude l'autrice, è rimasta impigliata nella trappola del commercio. Deve produrre cotone per poter disporre di denaro, ma il prezzo che le viene pagato è così basso da confinarla in una vita di povertà. Il cotone non è il solo prodotto ad aver sofferto dei prezzi al ribasso imposti dal mercato internazionale. In tutto il Sud del mondo persone come Kabula si trovano alle prese con il circolo vizioso dei prezzi bassi che spingono alla sovrapproduzione e generano impoverimento.

Per chi ha a cuore una prospettiva di solidarietà internazionale, i cambiamenti e le accelerazioni monetariste, liberiste, a favore delle privatizzazioni segnalano un nuovo contesto per il dialogo Nord-Sud, nella consapevolezza che i processi di esclusione socio-economica disegnano ormai scenari simili tanto nel Nord quanto nel Sud del mondo, con un Sud maggiormente impoverito e meno protetto rispetto alle logiche del profitto delle imprese multinazionali. Il dato su cui riflettere sono, però, soprattutto le somiglianze, a partire dall'amara constatazione che si sta rovesciando la logica espressa a suo tempo da Aristotele nell' "Etica Nicomachea" secondo cui la ricchezza non è un fine in sé, ma dovrebbe essere un semplice strumento al servizio di altri fini. Oggi il pensiero competitivo dominante sembra ergere un mercato teso a massimizzare il profitto a meccanismo regolatore anche delle politiche degli Stati.

Come ricorda in uno scritto recente Zygmunt Bauman, "più di ogni altra cosa, 'globalizzazione' significa che la rete di dipendenze va rapidamente acquisendo una dimensione planetaria, un processo cui non sta corrispondendo un'uguale espansione di organi di controllo politici efficaci e la nascita di qualcosa di comparabile a una cultura genuinamente globale. Strettamente connessa all'irregolare sviluppo dell'economia, della politica e della cultura (un tempo coordinate nell'ambito dello Stato nazionale) è la separazione tra potere e politica: il potere, in quanto incarnazione della circolazione mondiale di capitali e informazioni, diventa sempre più extraterritoriale". Di fronte a questa poco rassicurante tendenza, chi si occupa di educazione è chiamato a ripensare percorsi educativi che incoraggino a riflettere tanto su "a cosa" dare valore, così sul "come" dare valore. Si tratta di riprendere una riflessione etica che produca antidoti alla tendenza a ridurre indistintamente creature, oggetti ed azioni a produzioni di utilità: cercare alternative ad un utilitarismo che è anche volontà di potenza, quando non di sopraffazione.

Per poter acquisire consapevolezza riguardo alle prevaricazioni ed alle ingiustizie legate ai rapporti economici non è sufficiente uno sguardo al presente e all'ambito locale. I contributi, i documenti e le attività educative e didattiche qui raccolte invitano ad esplorare i rapporti internazionali avendo come orizzonte quello della giustizia sociale e della costruzione di relazioni di solidarietà.

Le responsabilità richiamate da questi contributi investono direttamente anche il mondo dell'educazione. Come sottolinea la Commissione Internazionale sull'Educazione per il Ventunesimo Secolo nel rapporto "Nell'educazione un tesoro":

"le pressioni della competizione hanno indotto molti di coloro che si trovano in posizioni di responsabilità a perdere di vista la loro missione, che è quella di fornire a ciascun essere umano i mezzi per trarre pieno vantaggio da ogni opportunità (…) Il modo spesso compiaciuto con cui gli stili di vita e i modelli di consumo delle società opulente vengono presentati dai mass media provocano rancore e frustrazione tra i più poveri, se non una vera e propria ostilità e un senso di rifiuto. E' sempre più difficile per i paesi ricchi chiudere gli occhi di fronte al pressante bisogno di solidarietà internazionale che consenta di garantire il comune futuro attraverso una progressiva costruzione di un mondo più giusto".

Anche per questi motivi è necessario rimettere al centro dell'educazione la tensione ad imparare a vivere insieme, a cooperare, a progettare in comune: un'educazione che sappia prestare attenzione ai diritti sia della persona, sia della comunità locale ed internazionale dovrebbe quindi considerare fra i suoi fondamenti la capacità di "vivere insieme, sviluppando la comprensione degli altri e della loro storia, delle loro tradizioni e dei loro valori spirituali, e creando su questa base un nuovo spirito che, guidato dal riconoscimento della nostra crescente interdipendenza e da una comune analisi dei rischi e delle sfide del futuro, possa indurre l'umanità ad attuare progetti comuni e ad affrontare i conflitti in maniera intelligente e pacifica. Utopia potrebbe pensare qualcuno; ma si tratta di un'utopia necessaria, anzi vitale, se vogliamo sfuggire a un pericoloso ciclo alimentato dal cinismo o dalla rassegnazione".