di Achille Ardigò
1) Richiesto di una relazione su un tema dal titolo così ricco e complesso,
credo necessario, anche se col rischio di una eccessiva schematizzazione, anticipare
una linea di risposta orientata a distinguere tendenze fin quasi a disgiungerle,
più che a comporle.
Il volontariato in Italia oggi - questa la mia prima risposta - si pluralizza
se non anche si polarizza tra tendenze in apparenza tra loro centrifughe.
Due tendenze emergono tra le altre:
- una parte cospicua del volontariato e delle organizzazioni di non-profit sembra
incline a ridimensionarsi, di preferenza dentro identità locali e nel
privato;
- un'altra parte, certo ancora minoritaria ma in crescita, si è aperta,
si sta aprendo, dopo la cosiddetta "battaglia di Seattle" della fine
di novembre '99, specie in alcune regioni, verso movimenti di opinione che vorrei
designare come di volontariato di advocacy internazionale, con forte impegno
comunicativo anche mediante reti di siti web di Internet.
Tale seconda, emergente, tendenza critica è stato esercitata, nel mondo
occidentale, nei confronti di convegni internazionali di vertice (a Seattle,
Davos, Londra, Genova, Washington e in minor misura a Bologna) promossi da autorità
politiche statali insieme con centri di business multinazionali. Con tali meeting
di vertice, i proponenti hanno inteso prendere decisioni sulla globalizzazione
specie di mercato o tramite nuove tecnologie, senza riconoscere la partecipazione
di forze sociali, in primis di volontari e di Ong, queste ultime mosse a contestare
i vertici per primari obiettivi di perequazione sociale nel mondo (ove crescono
ricchezza e miseria), di sviluppo sostenibile e di difesa delle identità
valoriali e culturali dei popoli.
La novità della svolta espressa anche in Italia dal volontariato di advocacy
internazionale è tanto più significativa se si pensa alla precedente
forte tendenza , in Italia dagli anni 90, di tradurre/ridurre il volontariato,
o almeno quello definito come aggiornato, moderno, tutto dentro il non-profit
e questo tutto confluente dentro il mercato.
L'altra novità del volontariato di advocacy internazionale (per una globalizzazione
orizzontale contro quella verticale) è il diffuso ricorso a strumentazioni
comunicative aggiornate, anche se povere, tramite siti web di Internet, espressi
da un gran numero di organizzazioni non governative ONG) riconosciute e spesso
convenzionate con agenzie dell'ONU e dei welfare state nazionali o sopranazionali.
Sappiamo bene che tale innovazione (il volontariato di advocacy internazionale)
è ancora espressa da una minoranza per quanto agguerrita, .Trattasi di
una minoranza di volontari che però ha dato notevole prova di sé,
e dei suoi legami di solidarismo internazionale, alla fine di aprile 2000, col
World Social Forum di Padova, patrocinato dal maggior sito web italiano di volontariato
di advocacy ("Unimondo"), e con Civitas, sempre a Padova, dal raddoppiato
salone di mostre delle opere delle organizzazioni volontarie e non-profit.
2) A fronte di tale minoranza emergente, una serie di dati statistici sulle organizzazioni di volontariato iscritte nei registri regionali sembra, per contro, indicare,, anche se in modo generalmente indiziario, indizi di ridimensionamento, non vorrei dire di declino , di tante organizzazioni volontarie su identità locali. Alcuni di tali dati vengono dalla pur circoscritta indagine ISTAT 1999 per confronti tra il 1995 e il 1997 . Vediamoli: Tra il 1995 e il 1997 calano del 4,8% le organizzazioni di volontariato che aderiscono a federazioni (nazionali o interregionali). Sempre in quell'intervallo di tempo, le organizzazioni con più di 60 volontari sono calate dal 19,7% (1995) al 16,4% (1997). Per contro, le organizzazioni con meno di 11 volontari crescono dal 18,2% al 21,9%. Tra i volontari più attivi calano i giovani fino a 20 anni, aumentano le donne, crescono gli occupati adulti. Va citato anche un dato ambiguo, che l'ISTAT ha rilevato solo al 1997: il 53,5% delle organizzazioni iscritte ai registri regionali ha dichiarato di avere finanziamenti esclusivamente o prevalentemente privati; rispettivamente del 19,8% e del 33,7%.
3) Si è tentati di connettere i segni indiziari di ridimensionamento
su identità locali delle organizzazioni di volontariato iscritte ecc.,
col richiamo a due tendenze macrosociali:
- da un lato, una certa riduzione del ruolo dello Stato sociale il quale, invece,
con le sue aperture al volontariato, non solo di spesa, aveva caratterizzato
la prima stagione di questo terzo settore, quella segnata dalla legge quadro
del 1991 sul volontariato come dono personale, e dalle due successive leggi:
sulla cooperazione sociale e a tutela dell'handicap;
- dall'altro lato, v'è da segnare il mancato decollo, che invece si prevedeva
potente a favore del volontariato, di molte fondazioni bancarie ed ex bancarie,
da tempo refrattarie a divenire i grandi sponsor dell'autonomo volontariato.
Da ricordare che non poche attese, anche confortate da leggi, prevedevano di
supplire al calo dei finanziamenti al terzo settore da parte dello Stato sociale
col maggior concorso delle fondazioni bancarie ed ex.
Infine, non mancano incertezze, (alla data della presente relazione) circa l'approvazione
da parte del Senato della legge nazionale sull'assistenza (approvata alla Camera)
e con ciò sorgono dubbi sul possibile contributo degli IPAB sempre in
direzione del volontariato.
E' come se una grande massa di patrimoni pubblici - ma non ministeriali né
regionali - si parla di 80 mila miliardi di lire di patrimoni delle fondazioni
bancarie ed ex, e di più 50 mila miliardi di lire di patrimoni delle
IPAB (che dovrebbero entrare nella riforma dell'assistenza) stia di continuo
in bilico tra speranze e delusioni dei volontariati. Delusioni che crescono,
ma non si deve demordere, con le dichiarazioni di presidenti di alcune delle
maggiori fondazioni ancora una volta vogliosi di sottrarsi agli oneri e ai doveri
della cosiddetta "legge Amato" come prima all'art. 15 delle
legge quadro sul volontariato. In tale bilico tra speranze e delusioni stanno
anche alcuni "centri di servizi" operosi i cui contributi a combattere
i rischi di ridimensionamento localistico potevano e possono essere decisivi.
Altri commentatori hanno di recente aggiunto, con preoccupazione, alcuni segni
di ridimensionamento di tipo qualitativo, culturale: quali "l'astensionismo
dei giovani e, per quelli votanti alle elezioni, il loro spostamento a destra
e il loro sottrarsi quasi ad ogni richiamo della politica istituzionale di centro-sinistra".
Alcune interpretazioni, pure alla recente assemblea straordinaria CNV (cfr.
l'intervento tra gli altri di Marilena Piazzoni della comunità
di S.Egidio), sono giunte ad evocare la crisi dei valori del pensiero umanistico
e solidale, indicati anche da alcuni.
Altri hanno messo in rilievo la tendenza che varie organizzazioni di volontariato
si siano indotte al restringersi nelle identità locali e nel privato
pure pei rischi alla propria autonomia, connessi al crescere del rapporto collaborativo,
per contratti e convenzioni con strutture di Stato sociale, centrale o locale.
Si è avvertita anche una crisi di capacità di sperimentazione.
4) Non posso negare la forte plausibilità dei fenomeni, non certo espansivi
del solidarismo spontaneo. E tuttavia, sono portato ad essere più attento
al positivo nell'interpretare il presente e il recente passato e meno dubbioso
nei confronti del futuro.
Quanto al presente e al recente passato, colgo due eventi positivi. Anche per
merito di due protagonisti d'eccezione: l'on. Maria Eletta Martini e il ministro
Livia Turco, il mondo del volontariato è riuscito a non farsi assorbire
tutto entro lo spostamento (la subalternità) verso il mercato, con le
ambiguità tra non-profit e for profit. Una parte importante del mondo
del volontariato è uscita di recente a recuperare la peculiarità
del compito originale del volontariato come dono personale, come impegno gratuito,
come funzione primaria di coesione sociale. E ciò anche là dove
altri amici, tra cui in primis, per il rilevante apporto intellettuale, il prof.
Stefano Zamagni, ma anche sindacalisti e studiosi della sinistra ex marxista,
avevano ritenuto di qualificare il volontariato moderno solo come economia civile
o sociale, solo come non-profit....
In positivo dopo la conclusione della Conferenza del volontariato di Foligno,
(1998), il tema del volontariato come dono, il tema cruciale della legge quadro
del 1991, è tornato a costituire oggetto di considerazione, di riflessione
e di dibattiti a favore, tra i volontari. Il tutto all'insegna delle riflessioni
di sociologi come Dahrendorf ed Habermas per i quali la coesione sociale è
indispensabile alla stessa creatività economica e tuttavia, il capitalismo
più forte non fa che distruggere le basi sociali del consenso.
5) Anche per effetto positivo dell'insorgere del volontariato di advocacy internazionale,
un nuovo binomio si apre alle speranze del futuro; oltre la tradizionale querelle
tra volontariato come dono personale, da un lato e organizzazione del non-profit
come sola organizzazione economico-sociale o civile, dall'altro lato.
Tra quanti sono sensibili all' advocacy, per contestare e controllare logiche
solo economicistiche di accumulazione di mercato, attraverso dominanti giochi
in borsa od obiettivi meramente di profitto, si va aprendo l'interesse a cogliere
ciò che si configura, nella new economy, come comunicazioni virtuali
e come primato delle idee che possono orientare allo sviluppo compatibile, in
vista di spazi nuovi di innovazione non capitalistica del commercio. Mi riferisco
alle lezioni apprese sulla modernizzazione per mezzo di web e di e-services
che volontari di advocacy internazionale cominciano ad applicare al "commercio
equo e solidale", alla finanza etica anche delle sole donne, all'attivazione
di professionalità superiori per scopi anche rischiosi come quelli dei
medici e di fisioterapisti "senza frontiere". Chi ha detto che le
critiche alla globalizzazione economica senza adeguati controlli politici ed
umani non possano andare d'accordo con aperture alla new economy, in prospettiva
ad una new economy solidale che faccia tesoro dei progressi nei web e negli
e-services?
6) Con l'attenzione al nuovo positivo che avanza e che indurrà a cambiamenti
anche le altre linee d'azione nel vasto mondo dei volontariati (intesi in senso
lato), sarei a proporre a mo' di conclusione, e per l'avvio di una discussione,
a partire da quattro tipi ideali. Nella speranza che almeno ci salvino dai rischi
di ipersemplificazione e di autoreferenzialità del recente passato.
I quattro tipi ideali che vedo differenziarsi nel vasto mondo all'inizio definito
solo come volontariato sono i seguenti:
a) il volontariato come dono personale o di piccoli gruppi di persone e di famiglie,
non registrati ai registri regionali, portatori di coesione minuta e di senso
interpersonale ai bisognosi di aiuto, di solito non ricercanti inserimenti in
enti locali o in strutture esterne per contratti e convenzioni e perciò
non ricercati da enti locali e strutture esterne. Anche nell'assistenza domiciliare
ad anziani non autosufficienti la distinzione è stata empiricamente accertata
di recente;
b) il terzo settore come di organizzazioni cosiddette non-profit - ma è
sempre più difficile separare non-profit da for profit a tal punto che
non conviene a nessuno, tra i volontari in senso lato, esercitare tali controlli
. Può forse bastare la genesi dell'organizzazione sia da associazioni
di volontariato, o da cooperazioni sociali specie se di tipo b) che consolidano
il loro ruolo di cooperazione con enti pubblici o fondazioni nello spirito del
servizio alla causa della solidarietà. I controlli fiscali di non-profit
e di for profit possono essere lasciati a chi dovrà gestire i controlli
previsti dalla difficile legge detta degli ONLUS, a chi ha stipulato contratti
e convenzioni e all'opinione pubblica. Anche il termine di impresa sociale va
un po' illanguidito nelle prassi non ipocrite, poiché non c'è
impresa che non debba essere valutata anche in termini di bilancio economico,
quale che sia la funzione sociale che essa svolge. Di conseguenza, è
giusto che il terzo settore come qui inteso abbia dei propri forum più
o meno permanenti, ma essi non possono presumere di inglobare in sé,
se non per transitori accordi, il primo e gli ultimi due tipi ideali presentati
in questa tassonomia;
c) il volontariato di advocacy internazionale che si confronti con i due obiettivi
di "umanizzare l'economia e globalizzare la solidarietà ",
dando voce a chi non ha voce, nei confronti della globalizzazione verticale
egemone e ciò per la difesa e la introduzione di regole morali e sociali
per la giustizia, lo sviluppo compatibile, la difesa delle identità culturali
dei popoli; in difesa dei minori, delle donne, dei poveri del terzo e quarto
mondo, ma con attenzione di puntare al vertice e non solo o tanto alle periferie
della globalizzazione;
d) verso una new economy solidale, che unisca la modernizzazione in Internet
nelle reti come nell'e-services, alle forme del commercio equo e solidale, alle
banche del tempo, alle finanze etiche, alle professioni di più urgente
e arduo compito in casi di calamità naturali o di guerre.
Dovrebbe essere consentito di separare i forum permanenti del terzo settore
dai forum sociali anche internazionali centrati su tematiche dei due ultimi
tipi. Perché nessun legittimo interesse di impresa cooperativa o di servizio
sociale può dissociarsi dall'impegno critico verso processi di globalizzazione
che ignorino la solidarietà e la dignità umana.