Il credito come diritto negato:
diritti e divieti di accesso al credito

di Francesco Bicciato

1. I divieti di accesso: le cause

A livello internazionale due sono le cause principali dell'esclusione al credito delle fasce più marginali della popolazione: la finanziarizzazione dell'economia che trasferisce sul piano speculativo il valore del denaro e le politiche economiche di aggiustamento strutturale che escludono i poveri da qualsiasi livello di negoziazione sganciandoli dalle transazioni in valuta forte e che pesano sia sul debito pubblico che su quello privato.

1.1 Sud est asiatico
Nel 1998 le crisi economico-finanziarie iniziate l'anno precedente sono continuate aggravandosi.
Le conseguenze hanno avuto dimensioni planetarie e si sono manifestate con particolare gravità in quei paesi in cui il sistema finanziario presentava caratteristiche di fragilità e precarietà, che tuttavia non hanno impedito la forte crescita negli anni passati, né hanno impensierito le autorità competenti, nazionali e internazionali. Anzi queste hanno permesso o incoraggiato manovre speculative anche azzardate le cui conseguenze hanno distrutto quantità ingenti di risorse e condotto i paesi più esposti all'inflazione e alla recessione con gravi conseguenze politiche e sociali.

La crisi è esplosa nel sud est asiatico nel momento in cui la crescita irrefrenabile delle tigri è crollata in una catastrofe finanziaria di cui ancora oggi non si vede chiaramente una via d'uscita.
L'inizio della crisi viene fatto risalire simbolicamente al 2 luglio 1997, quando il governo tailandese fu costretto a lasciar fluttuare il bath. Questa decisione innescò una spirale di svalutazioni e crolli di borsa che determinò la fine di un periodo di relativa stabilità del tasso di cambio con il dollaro USA, che aveva accompagnato la crescita degli ultimi 10 anni (1).
La crisi, che da valutaria è diventata economica e finanziaria, ha messo in luce le inefficienze e la corruzione che si nascondevano dietro il "miracolo asiatico", ovvero le ingerenze politiche nel settore finanziario, l'esposizione del sistema bancario, l'indebitamento delle imprese, la crescita basata sul credito.
Nel 1998 le previsioni di alcuni osservatori che vedevano la crisi asiatica come l'occasione per riprendere la crescita eliminando le storture che ne avevano causato il crollo sono state smentite. La crisi si è rivelata molto più grave del previsto, con caratteristiche di strutturalità e conseguenze economiche e sociali gravi: fallimenti di imprese, disoccupazione e iperinflazione. Le responsabilità di questa situazione sono da attribuire ai governi e ai responsabili delle politiche economiche e finanziarie di questi paesi, ma anche ai governi occidentali, in particolare gli Stati Uniti che hanno spinto per la liberalizzazione finanziaria e la libera circolazione dei capitali (2) e soprattutto alle banche internazionali che irresponsabilmente hanno continuato a concedere finanziamenti anche quando gli effetti devastanti della bolla speculativa erano facilmente intuibili (3).

Il rapporto della Lehman Brother, grande banca d'affari statunitense, pubblicato in ottobre, ha evidenziato come le banche asiatiche siano gravate da 1180 miliardi di dollari di "bad debts", "crediti sporchi", di difficile riscossione.
La crisi del sistema giapponese è particolarmente grave se si considera il peso che questo paese ha nel sud est asiatico (4). Il sistema bancario si è dimostrato gravemente irresponsabile: i 600 miliardi di dollari di crediti inesigibili costituiscono un peso che frena il rilancio dell'economia giapponese e degli altri paesi del sud est asiatico ad essa strettamente collegati.
L'Indonesia è stato il paese che si è trovato nella situazione più preoccupante, a serio rischio d'insolvenza (grave l'esposizione nei confronti delle banche giapponesi) e dell'anarchia (tumulti in piazza), con una moneta sottoposta a una svalutazione incontrollabile.

Il ruolo del Fondo monetario internazionale nella gestione della crisi è stato quantomeno criticabile: 18 miliardi di dollari per la Thailandia, 43 miliardi per l'Indonesia, 58 miliardi di dollari per la Corea del Sud. Non solo gli interventi attuati non hanno creato le premesse per un risanamento, ma probabilmente hanno contribuito ad esacerbare la crisi.

1.2 Russia
Alla fine degli anni '90 l'economia russa ha cominciato a risentire degli effetti della crisi internazionale che sono stati particolarmente devastanti a causa dell'apertura dei movimenti di capitale verso l'estero in presenza di mercati finanziari non ancora sviluppati e con una cattiva gestione del debito interno.
Il mercato azionario è circoscritto ad alcuni oligarchi russi e alle grandi banche d'investimento occidentali, mentre l'economia è di fatto demonetizzata: le stime danno più del 50% delle transazioni tra imprese in forma di baratto. Anche le banche sono controllate da pochi oligarchi, i cittadini non hanno fiducia e preferiscono non depositare il risparmio. L'effetto della crisi in Russia è stato un aumento del 18% delle persone sotto la soglia della povertà rispetto alla fine del 1996, pari al 30% della popolazione (5).

1.3 Brasile
Con un effetto domino facilmente prevedibile, in breve tempo la crisi asiatica e quella russa si sono propagate in Sud America colpendo duramente il Brasile, che pur con i suoi abissali squilibri è la maggiore potenza economica della regione (il PIL è superiore a 800 miliardi di dollari, quasi la metà dell'intero PIL sudamericano). Nel solo mese di agosto la borsa di San Paolo ha perduto il 39% del suo valore, pari a 25 miliardi di dollari, più dei proventi della maggiore operazione di privatizzazione nella storia dell'America Latina. La banca centrale per sostenere il Real ha dovuto bruciare oltre 18 miliardi di dollari in meno di 2 mesi. Il pericolo di fughe di capitali e di speculazioni ha costretto le autorità a un innalzamento dei tassi d'interesse dal 29 al 49 per cento. Il tasso di crescita reale dell'economia nel 1998 è di poco superiore allo zero e si prevedono valori ancora inferiori per il 1999 (6).
Gestito dai maggiori esperti di finanza teorica e pratica e con l'ausilio di raffinati modelli matematici per calcolare con precisione i margini di rischio il Long Term Capital Management (Ltcm), un hedge found americano, doveva essere il fondo della prudenza. E' bastato che il 21 agosto la crisi russa facesse saltare i parametri statici di volatilità perché si verificasse il tracollo del fondo. L'evento era giudicato impossibile. La Ltcm è così precipitata in una spirale di perdite enormi a causa di posizioni elevatissime rispetto al livello di copertura, bruciando in poche settimane un capitale stimato in 4 miliardi di dollari (7). Dall'inizio dell'anno il deterioramento dei mercati finanziari internazionali aveva già portato le attività del fondo a una svalutazione di quasi il 50%. Ma c'è da notare che delle perdite subite dal fondo nel mese di agosto, ben l'82% è venuto da paesi del G-7. Alla base della crisi non ci sarebbero quindi scommesse azzardate sui paesi emergenti. Il disastro finanziario è stato evitato solo grazie a un piano di salvataggio che ha coinvolto 46 istituzioni finanziarie con un prestito sindacato di 900 milioni di dollari.

2. I divieti di accesso : gli effetti

2.1 Al nord

... chi non può accedere (gli interdits (8))
In Gran Bretagna il 26% della popolazione non ha ancora accesso ai servizi finanziari di base (9), cioè non hanno libretto di assegni o conto corrente bancario. In Francia all'inizio degli anni 90 meno di un milione di persone erano considerate non affidabili (10)dal sistema bancario, a tutto il 1997 questo numero è cresciuto a più di 2 milioni di persone, questa cifra, rapportata alle 22 milioni di famiglie presenti sul territorio francese, finisce per rappresentare un fenomeno di esclusione sociale (11).

... e chi ha ecceduto (i surendettés (12))
Questo è il problema delle famiglie che hanno registrato un eccessivo indebitamento (soprattutto per crediti al consumo). Nel 1987 il tasso di indebitamento delle famiglie era in Francia del 33%, Inghilterra 66% e USA 64%. Dopo più di dieci anni questo dato è fortemente aumentato tanto da far pensare che sia possibile vivere facendo continuamente ricorso all'indebitamento. Nel 1990 è stata creata in Francia una commissione che si occupa di riformulare i piani di rientro dei soggetti troppo indebitati. Dal 1990 al 1994 più di 365.000 domande sono state inoltrate alla commissione e nel solo anno 1996 sono state presentate 94.000 richieste. Da una analisi di questi dossier emerge che gli indebitati hanno ben 5 tipi di debiti differenti, la maggior parte dei quali non è stata concessa da banche, ma da società specializzate nei crediti al consumo. Il rapporto fra cliente e istituto di credito è sempre più standardizzato e chi eroga il finanziamento molto spesso non conosce la reale situazione in cui vive il richiedente. Il debitore si trova così di fronte ad una offerta illimitata di credito al quale molte volte accede per ripagare altri debiti in scadenza.

La tendenza del sistema bancario è quella di selezionare e curare solo le pratiche più redditizie, escludendo quindi i clienti meno proficui, come le micro-imprese, le iniziative più innovative e con forti contenuti sociali.
Solo una parte marginale del pubblico sembra accorgersi di questa evoluzione, e addirittura succede che sono gli stessi risparmiatori (o gli istituti pubblici) ad accreditare tali comportamenti. A questo proposito può essere utile citare il caso della fusione dei due più importanti istituti di credito svizzeri.
Il primo a felicitarsi seguito della fusione fra SBS (Societé de Banque Suisse) e UBS (Union des Banques Suisses), nel dicembre 1997, fu il fondo d'investimento dei dipendenti pubblici del Cantone di Ginevra. "I nostri interessi saranno difesi meglio, perché i nostri capitali, per i nostri pensionati, saranno gestiti in modo più redditizio" ...E tanto peggio per i 13.000 posti di lavoro persi a causa di questa mega-fusione!

La nuova follia della bolla finanziaria: bisogna ottenere dei rendimenti finanziari molto superiori ai rendimenti dell'economia, quella vera, quella che crea ricchezza e occupazione. Tutto questo perché la concorrenza fra i fondi di gestione è feroce e ci sono i politici, i gestori di fondi e le classi medie dei paesi ricchi che arbitrano ogni giorno. Nessuno però si occupa di valutare l'impatto sociale e ambientale delle imprese in cui i fondi sono investiti.

2.2 Al sud
Gli ultimi rapporti sullo sviluppo umano di UNDP parlano di 900 milioni di persone che soffrono la fame e la malnutrizione cronica, mentre l'OCSE pone l'accento sul fatto che il fenomeno più rilevante degli ultimi 10-15 anni sia stato proprio l'aumento delle diseguaglianze: 1400 milioni di poveri nel sud del mondo vivono con meno di un dollaro al giorno e se nel 1960 il 20% più ricco della popolazione disponeva di un reddito 30 volte superiore a quello del 20% più povero, nel 1985 questo reddito diventa di 80 volte superiore. La diseguaglianza inoltre, è ben espressa dal fatto che i tre uomini più ricchi del mondo hanno beni che superano la somma dei PIL dei 48 paesi meno sviluppati.
Allo stato attuale, vi sono 800 milioni di disoccupati e sottoccupati e quasi 200 milioni di persone hanno una speranza di vita inferiore ai 60 anni. I bambini lavoratori nel mondo sono circa 250 milioni (oltre il 60% in Asia) ed uno su quattro lavora nove ore al giorno per sei giorni alla settimana (Istituto Maritain, 1998).
In particolare, per ciò che riguarda il credito il 20% più ricco della popolazione mondiale ottiene il 95% del credito complessivamente erogato nel mondo e detiene l'80,6% del risparmio, mentre il 20% più povero conta solo sull''1% del risparmio e sullo 0,2% del credito commerciale (UNDP, 1996).
Il dato nuovo e forse ancor più allarmante riguarda la situazione nei paesi industrializzati che mette in evidenza la mondializzazione della crisi.
Negli Stati Uniti "tra l'87 e l'89 il livello inferiore della scala dei redditi e cioè il 20 % che forma i più poveri della popolazione, ha avuto un'incidenza sulla propria parte di reddito nazionale dal 5,7% al 4,3%, diminuire cioè del 25%, mentre quella del livello superiore è aumentata del 13% (per un valore del 49,8% nel 1989 contro il 44 % del 1987)" (Guida all'informazione sociale, 1996).
In Europa, la Commissione europea ha stimato nel 1985 la presenza di 50 milioni di poveri pari al 15,4% della popolazione complessiva. I confini della povertà accettati sono del 50% della spesa media pro-capite tenendo conto però delle economie di scala all'aumentare della dimensione della famiglia.
L'Italia è nella media comunitaria con un 15,5% di poveri (7.000.000), soprattutto anziani, inoltre è povero un bambino su 7 (Commissione Indagine Povertà ed emarginazione 1993-4).
La distribuzione della povertà è come sempre più marcata al sud dove vive oltre il 66,6% delle famiglie più povere (Istat). Altro elemento importante è la scarsa protezione sociale delle fasce svantaggiate: in Europa, l'Italia si situa tra gli ultimi posti con oltre l'83% dei disoccupati non indennizzati (Eurostat). Una recente ricerca dell'Istat rileva un lieve miglioramento delle statistiche sulla povertà anche se i dati restano assai preoccupanti. Le nuove rilevazioni parlano di 2.558.000 famiglie povere, pari all'11,8% del totale, per un totale di 7.423.000 individui, permanendo gravissima la situazione nel Mezzogiorno dove il 23,2%, per un totale di 5.032.000 di individui, si trova in condizioni di povertà

3. I diritti di accesso al credito: finanza etica e microfinanza

3.1 Al nord
Tentativi di risposta all'ineguaglianza sociale e all'accesso al credito vengono dal mondo del non-profit o Terzo Settore.
Terzo Settore, Terzo Sistema o Settore non-profit sono termini equivalenti che configurano quel comparto dell'economia che non appartiene né al primo settore (il privato for profit) né al secondo settore (il pubblico).
Il non-profit in Italia conta con oltre 221.412 organizzazioni e occupa circa 630.000 persone (13).
3.500.000 volontari, 73.000 miliardi di entrate, 69.000 miliardi di uscite, 28.000 obiettori, oltre 5000 coop.sociali.
Di fronte ad un crescente sviluppo dell'imprenditorialità sociale era necessario creare una leva finanziaria adeguata ai fabbisogni del Terzo Settore.
Occorreva pertanto identificare gli strumenti finanziari più idonei alle caratteristiche delle imprese sociali: da trent'anni ormai in molti paesi europei si erano insediate numerose banche alternative, mentre in Italia dall'inizio degli anni '70 prendevano avvio le prime Mutue Autogestione (MAG) attive nel campo della cooperazione e dell'economia sociale, in Italia e attraverso programmi di microcredito nei paesi in via di sviluppo (14).
A livello internazionale, la finanza etica si è rivolta ad opere ed attività con forte contenuto etico (cooperazione con i Paesi in Via di Sviluppo, protezione delle categorie deboli, commercio equo e solidale, attività solidaristico/sociali). Negli ultimi anni sono nate numerose reti come INAISE (Associazione Internazionale degli Investitori nell'Economia Sociale), a cui aderiscono 43 organizzazioni provenienti da 18 paesi e di cui fanno parte già affermati istituti di credito alternativo europei tra cui la tedesca Oekobank, l'olandese Triodos, la francese ADIE, la MAG 2 di Milano, il consorzio finanziario ETIMOS e, dall'8 Marzo 1999, la Banca Popolare Etica.
Contrariamente a ciò che nel mondo della finanza tradizionale spesso si sospetta il sistema della finanza etica si è finora dimostrato efficiente: ciò è confermato sia dal bassissimo tasso di crediti in sofferenza attorno al 2% contro quello medio bancario che arriva al 8-10%.
Ma ciò che qualifica particolarmente la finanza etica è la propria valenza culturale associata alla capacità di dare un concreto impulso alla crescita economica dell'impresa sociale.
Lo sviluppo dell'economia sociale e della finanza etica offrono prospettive che fino a pochi anni fa non erano prevedibili. Esse nascono proprio in un delicato momento in cui al peggiorare degli indici di povertà non vi è una risposta istituzionale adeguata né a scala locale né internazionale. Il mercato può produrre esclusione, ma ha il vantaggio di offrire delle scelte al consumatore ed al risparmiatore critico. Non rimane che mettere gli imprenditori sociali nelle condizioni di accedere con più facilità al mercato del credito etico e di distribuire i propri prodotti sfruttando i nuovi canali e le opportunità che il terzo settore è in grado di offrire. Inoltre, aldilà dei volumi commerciali e finanziari trattati, evidentemente molto bassi rispetto a quelli della finanza tradizionale, non è da trascurare l'effetto "contagio" che queste nuove forme di economia possono produrre sul mondo for profit.

3.2. Al sud
Il credito è uno strumento che appartiene all'economia di mercato ma non sempre il mercato garantisce adeguati diritti di accesso.
A questo proposito Amartya Sen (1994) analizzando il fenomeno delle differenze economiche anche in contesti ricchi, si chiede a che tipo di eguaglianza si dovrebbe puntare e in particolare all'eguaglianza di che cosa?".
Egli sottolinea l'importanza della prospettiva da cui si analizza la questione: " come un libertario - argomenta l'autore- è particolarmente attento all'eguaglianza dei diritti così gli egualitaristi più attenti agli aspetti economici si pongono il problema di una migliore perequazione nella distribuzione del reddito".
Senza la pretesa di esaurire in poche pagine l'impegnativa questione del rapporto tra eguaglianza economica e diritti sociali formuliamo qualche considerazione sull'accesso al mercato dei beni e del credito ovvero alla eguaglianza di accesso al mercato, come un diritto fondamentale dell'individuo. L'assunto di fondo è che i diritti civili non possono essere separati da quelli economici e che la diseguaglianza rispetto ai primi spesso dipende dalla scarsa tutela dei secondi.
Nei paesi industrializzati così come in molti paesi in via di sviluppo o nell'economie di transizione dell'est europeo l'eguaglianza di accesso non sembra essere adeguatamente garantita. A ben vedere né la centralizzazione economica dell'ex blocco comunista, né l'approccio neo liberista fondato sulla funzione quasi taumaturgica del mercato nei confronti dei fallimenti dello Stato hanno assicurato un reale processo di democrazia economica. Tuttavia, il dato da cui dobbiamo partire è che si sta assistendo ad una pervasiva crisi dello stato sociale e che l'economia di mercato governa la maggior parte dei paesi del pianeta: come afferma Alain Touraine (1995) "ci piaccia o no in questi ultimi vent'anni il motore dei processi di trasformazione è il mercato mondiale e in particolare il capitale finanziario che sta soppiantando progressivamente il ruolo dello Stato" (1995) .
Sull'incapacità del mercato di garantire un welfare diffuso e non settoriale si è ampiamente dibattuto. Le market failures risultano spesso altrettanto pervasive che quelle dello Stato soprattutto a causa delle imperfezioni informative e della presenza di monopoli.
Sono molti i critici del mercato: Stiglitz (1993) afferma che è piuttosto in circostanze eccezionali che il mercato si dimostra efficiente e Bhaduri (1992) sottolinea come il mercato funzioni "come un sistema elettorale non democratico in cui la decisione relativa a quali merci produrre è assunta sulla base del potere d'acquisto: i ricchi hanno a disposizione più voti rispetto ai poveri".
V'è dunque ancora un problema di diseguaglianza in entrata: il mercato non è accessibile a tutti in egual misura, emblematico il problema di accesso al credito da parte di soggetti economicamente più deboli spesso esclusi per la mancanza di garanzie reali.
Il dibattito sull'inadeguatezza del mercato nel riequilibrare le diseguaglianze socio-economiche si è spesso ridotto alla questione di "quanto stato" dovesse essere presente nella gestione delle risorse economiche
In realtà il problema sta piuttosto in una riformulazione dei rapporti tra stakeholders rispetto all'accesso al mercato dei beni e del credito che, se allargato a nuovi attori sociali può portare ad un livello di welfare più diffuso.
Il credito deve diventare in questo senso un diritto umano inalienabile al pari di altri diritti fondamentali.

 

Note
(1) Markus Cieleback, Intereconomics, sep/oct 1998. (torna su)

(2) All'inizio e alla metà degli anni novanta i mercati emergenti furono inondati di capitali. Solo nel 1996 affluirono 96 miliardi di dollari in cinque paesi: Indonesia, Malesia, Filippine, Corea del Sud e Thailandia. L'anno successivo uscirono capitali per 12 miliardi di dollari. Si scatenò così una tempesta finanziaria. (torna su)
(3) Nicol degli Innocenti, Il sole 24 ore, 11/1/98, 2/7/98. Carlo Mario Guerci, Il sole 24 ore, 11/7/98. Kristof, Sanger, Wudunn, The New York Times, in Internazionale n. 276, 26/3/1999. (torna su)
(4) Il 50% circa degli scambi commercilai dei paesi del sud est asiatico è rivolto al Giappone; il PIL complessivo della regione è formato per i due terzi dal Giappone. (torna su)
(5) Kristof, Sanger, Wudunn, The New York Times, in Internazionale n. 276, 26/3/1999. (torna su)
(6) Roberto Da Rin, il sole 24 ore, 15/9/98. Serge Halimi, Le Monde Diplomatique, n. 10 ott. 1998. (torna su)
(7) Il sole 24 ore, 23/10/98. (torna su)
(8) Traduzione letteral:e gli interdetti. (torna su)
(9) In base alla seconda direttiva europea sul sistema bancario, questi servizi vengono riconosciuti come una componente della cittadinanza europea. (torna su)
(10) La definizione francese per questa categoria di soggetti è appunto "interdits bancaires" (torna su)
(11) La stessa autorità di regolamentazione bancaria francese (il Consiglio Nazionale del Credito) constata che questo incremento degli esclusi dall'attività bancaria incide soprattutto sulle categorie più svantaggiate e fragili, con risorse limitate a disposizione che difficilmente avranno possibilità di risollevarsi senza un aiuto esterno. (torna su)
(12) Traduzione letterale: i sovraindebitati. (torna su)
(13) Si calcola che in Europa nel 2000 un lavoratore su quattro verrà occupato nel non-profit. (torna su)
(14) Da ricordare in particolare il Microcredit Summit, promosso dalla Banca Mondiale a cui partecipano quasi tutte le organizzazioni impegnate nella microfinanza con l'obiettivo di erogare entro 5 anni microprestiti a 100 milioni di famiglie nei PVS. (torna su)