di Eveline Herfkens
1,2 miliardi di persone sopravvivono oggi con meno di un euro al giorno, 75 milioni di bambine e 40 milioni di bambini non hanno accesso all'istruzione elementare, quasi 40 milioni di bambine e bambini sono affetti dal virus HIV/AIDS.
Di fronte alla grave ed urgente situazione di squilibrio a livello internazionale, gli Obiettivi di sviluppo del Millennio sono stati adottati all'unanimità a settembre 2000 alle Nazioni Unite da 189 capi di Stato e Governi. Il Summit del Millennio ha così definito un patto globale basato sull'impegno e la responsabilità reciproca tra paesi ricchi e poveri per costruire un mondo più sicuro, più prospero ed equo per tutti.
Obiettivi ed azioni identificate sono tecnicamente ed economicamente realizzabili e mettono in luce che ciò che manca per eliminare la povertà e le disuguaglianze è la volontà politica, la capacità di mettere tali azioni al centro dell'agenda di impegni nazionali e internazionali. Per sollecitare tale volontà, il Summit del Millennnio ha identificato una scadenza precisa e otto obiettivi principali: i nodi di un patto per costruire un mondo più giusto entro il 2015.
1. Eliminare la povertà estrema e la fame: per il 2015 è possibile e doveroso dimezzare la percentuale di persone che vivono con meno di un euro al giorno e quella di chi soffre la fame.
2. Assicurare l'istruzione elementare universale, garantendo per il 2015 che le bambine e i bambini di tutto il mondo siano nelle condizioni di poter accedere e completare le scuole elementari.
3. Promuovere la parità fra i sessi attraverso l'eliminazione delle disuguaglianze ancora presenti nell'accesso all'istruzione elementare e media entro il 2005 e per tutti i livelli di istruzione entro il 2015.
4. Diminuire la mortalità infantile, in modo da riuscire a limitare per il 2015 di almeno due terzi, rispetto alle ultime statistiche, il tasso di mortalità dei bambini al di sotto dei cinque anni.
5. Migliorare la salute materna, riducendo entro il 2015 di due terzi il tasso di mortalità materna.
6. Combattere l'HIV/AIDS: la sfida è fermare e invertire entro il 2015 la diffusione del virus HIV/AIDS.
7. Assicurare la sostenibilità ambientale. Si tratta di invertire l'attuale tendenza al depauperamento delle risorse naturali. Ciò richiede l'integrazione dei principi dello sviluppo sostenibile nelle politiche e negli interventi di ciascuno Stato.
8. Sviluppare un partenariato globale per lo sviluppo, lavorando ad un sistema finanziario e commerciale internazionale aperto, equo, fondato su regole condivise che evitino le discriminazioni.
Il cuore di questi interventi di sviluppo è rappresentato da tre temi che richiedono urgenti azioni di giustizia: gli aiuti allo sviluppo, la cancellazione del debito dei Paesi impoveriti, il commercio internazionale.
Mai come oggi le nazioni che possono sostenere finanziariamente la cooperazione internazionale sono state così ricche. I mezzi che abbiamo a disposizione sono raddoppiati negli ultimi quarant'anni. Nondimeno, destiniamo a chi si trova in condizioni di bisogno meno di quanto facessimo all'inizio degli anni Sessanta.
Basterebbe lo 0,5% del prodotto interno lordo dei 22 paesi più ricchi, circa 100 miliardi di euro l'anno per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del millennio come solennemente promesso già nel 2000 da 189 capi di Stato e Governi alle Nazioni Unite. Questa storica dichiarazione ha già provocato alcuni segnali positivi ed impegni per ulteriori 12 miliardi di dollari l'anno entro il 2006, ma molto rimane da fare.
In fondo, si tratta solo di onorare l'impegno preso oltre trent'anni fa di destinare lo 0,7% del proprio prodotto interno lordo alla cooperazione internazionale. Invece, gli attuali impegni sono inferiori di quasi due terzi a questa soglia minima di solidarietà fra gli esseri umani. L'attuale paradosso è che 26, dei 31 Paesi più indigenti ricevono oggi solo il 7,6% del totale degli aiuti internazionali: meno di quanto ricevevano nel 1990 (11,9%).
L'aspetto che più sta a cuore agli organismi di base, messo in rilievo in occasione del Summit mondiale di Copenhagen nel 1995, è che le politiche sociali, i servizi di base quali l'istruzione, la sanità, l'acqua, possano ricevere almeno il 20% degli investimenti pubblici. In media, si registra ancora solo un investimento del 13,8% delle risorse disponibili.
In questo contesto l'Italia si segnala come il Paese dei paradossi. Il 92% della popolazione si dice disposto ad aumentare dell'1% le proprie tasse per aiutare i paesi impoveriti, mentre il governo italiano destina appena lo 0,13% del proprio bilancio alla cooperazione internazionale, penultimo per dimensione del proprio impegno fra i 22 paesi più ricchi.
Se le dichiarazioni pubbliche del governo italiano hanno più volte ribadito l'intenzione di portare all'1% del prodotto interno lordo gli aiuti allo sviluppo, di fatto il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria stilato nel 2003 mostra di voler raggiungere un magro 0,35% e solo nel 2006. Ma è soprattutto la destinazione di tali aiuti ad inquietare: meno dello 0,1% in istruzione di base, solo lo 0,8% in progetti sanitari ed addirittura vincolando 220 milioni di euro in aiuti all'acquisto di beni e servizi italiani, proprio mentre uno studio della Banca Mondiale mostra come questo genere di vincoli renda meno efficaci gli aiuti. E' urgente un'inversione di tendenza.
Si stanno ottenendo i primi risultati. Le iniziative di cancellazione del debito di Paesi impoveriti hanno interessato 26 Paesi per oltre 60 miliardi di euro. L'elemento più importante è la destinazione delle risorse finanziarie che finalmente possono essere trattenute in questi paesi per programmi in ambito educativo (40%) e sanitario (25%). Mali, Mozambico e Senegal, per fare un esempio, ritengono di poter destinare finalmente risorse significative alla lotta all'HIV/AIDS.
Il punto fondamentale è proprio questo: la cancellazione del debito risulta un fondamentale passo avanti solo se si accompagna ad adeguate politiche di sviluppo sociale. Inoltre, è vitale che il ritmo e la portata degli impegni di cancellazione dei debiti dei paesi impoveriti possa essere incrementato: rispetto a quanto stimato inizialmente servono iniziative concrete per almeno altri 50 miliardi di euro, molto di più degli attuali piani di ridimensionamento del debito.
In quest'ambito l'Italia potrebbe assumere un ruolo guida grazie alla legge 209 del 25 luglio 2000 che presta particolare attenzione alla situazione dei popoli nei paesi debitori, e quindi alla priorità da dare ai bisogni e ai diritti fondamentali delle persone piuttosto che agli interessi economici, cercando di andare oltre la cancellazione a favore di rapporti chiari e trasparenti di cooperazione allo sviluppo col governo e la società civile beneficiari. Purtroppo va registrata una tendenza al ritorno alle priorità del profitto anche in questo ambito: già alla fine del 2002 la legge finanziaria ha eliminato dalla legge 209 i vincoli quantitativi (arrivare a cancellare 6 miliardi di euro) e temporali (entro tre anni) a favore di un uso improprio della cancellazione del debito quale sostituto degli impegni della cooperazione allo sviluppo. Una posizione che non rende giustizia agli impegni legislativi presi appena tre anni prima.
Basterebbe un aumento dell'1% della percentuale di esportazioni a livello mondiale da parte di Africa, Asia e America Latina per consentire a 128 milioni di persone di uscire dalla spirale della povertà. Per limitarci all'Africa, ciò significherebbe entrate per 70 miliardi di euro, cinque volte gli "aiuti" internazionali che vengono oggi concessi al continente.
Invece di favorire tale processo di autonomia, i Paesi ricchi ostacolano le esportazioni dei Paesi di Africa, Asia e America Latina con dazi che raggiungono il 129% del prezzo dello zucchero (negli Stati Uniti) e addirittura il 162% del prezzo del grano (nell'Unione Europea). I Paesi impoveriti perdono ogni anno a causa di queste barriere doganali oltre 100 miliardi di euro, il doppio di ciò che viene destinato ai tre continenti tramite gli aiuti allo sviluppo.
Le politiche commerciali dei Paesi ricchi colpiscono in modo particolare proprio i prodotti vitali per i Paesi impoveriti, soprattutto i prodotti agricoli e quelli dell'industria tessile. A questo si aggiunge una politica di sussidi da parte di Stati Uniti ed Unione Europea che ha raggiunto paradossi eclatanti: in media, una mucca dell'Unione Europea riceve oltre due euro di sussidi al giorno, un'entrata maggiore di quella di metà della popolazione mondiale. I Paesi ricchi spendono un miliardo di euro di sussidi ogni giorno, producendo un surplus che viene spesso "scaricato" a prezzi concorrenziali sui mercati più poveri. Queste politiche di sussidi e di dumping di prodotti assistiti, danneggiano i produttori dei Paesi impoveriti riducendone le entrate di almeno 20 miliardi di euro l'anno.
Di fronte a questi palesi ingiustizie è urgente avviare processi negoziali per eliminare i sussidi che sostengono le esportazioni agricole, un risultato ottenibile entro il 2010, e contestualmente eliminare per quella data dazi e quote su tutti i prodotti chiave dei Paesi impoveriti, in particolare quelli agricoli e tessili.
Mentre per i primi sette obiettivi esistono scadenze e azioni quantificabili e verificabili, lo sviluppo di un serio partenariato su questi temi rappresenta una condizione necessaria per raggiungere e dare sostenibilità agli obiettivi precedenti, ma non prevede ancora meccanismi di monitoraggio e scadenze per verificare l'effettivo rispetto da parte dei Paesi ricchi dell'impegno preso per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del Millennio. Per correggere quest'asimmetria appaiono essenziali alcune azioni fondate su intese a livello internazionale, quali: