MILLENIUM DEVELOPMENT GOALS

Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio

"Il nostro compito è guardare il mondo e vederlo intero. Occorre vivere più semplicemente per permettere agli altri semplicemente di vivere"
E.F. Schumacher

"Un viaggio di mille chilometri comincia sempre con un singolo passo"
Lap-Tse

Il nostro è un pianeta di profonde contraddizioni: disponiamo di ricchezze materiali senza precedenti, impensabili solo qualche generazione fa e, allo stesso tempo, viviamo in un mondo segnato da privazioni, miseria ed oppressione. Per affrontare questi problemi "dobbiamo imparare a vedere la libertà individuale come impegno sociale" (Amartya Sen). Quale impegno richiedono oggi le urgenze del pianeta?

Gli Obiettivi di sviluppo del millennio sono stati adottati all'unanimità a settembre 2000 alle Nazioni Unite da 189 capi di Stato e di governi. Costituiscono un patto a livello planetario fra Paesi ricchi e Paesi impoveriti fondato sul reciproco impegno a fare ciò che è necessario per costruire un mondo più sicuro, più prospero e più equo per tutti.

Si tratta di obiettivi indispensabili: eliminare la povertà estrema e la fame; eliminare le disparità fra i sessi; combattere il degrado ambientale; assicurare a tutti l'accesso all'educazione, alle cure sanitarie e all'acqua entro il 2015.

Per realizzarli è necessario pensare lo sviluppo mettendo al centro le persone: a livello locale, nazionale e planetario, facendo pressione sui leader politici dei Paesi ricchi e dei Paesi impoveriti perché mantengano gli impegni presi. Sono obiettivi ambiziosi e al contempo praticabili, alla nostra portata ed è importante che vengano considerati come parti che si rafforzano a vicenda all'interno di un disegno coerente.

Primo Obiettivo: 1. Eliminare la Povertà

"Se una società libera non riesce ad aiutare i tanti che sono poveri, non potrà neppure salvare i pochi che sono ricchi"
John F. Kennedy

La povertà viene spesso rappresentata o addirittura intesa come scarsità di reddito. Si tratta di una visione riduttiva. In realtà, la povertà ci interroga sulla nostra idea di giustizia sociale, sulla libertà di poter vivere coerentemente con i propri valori e sulla capacitazione di ogni persona a tale realizzazione di sé e delle comunità in cui opera.

Nelle statistiche internazionali ci si riferisce al basso reddito perché è spesso una delle principali cause di povertà, ma quest'ultima va più compiutamente intesa come una condizione degli esseri umani caratterizzata da una continuata o cronica deprivazione di risorse, capacità, scelte, sicurezza e potere necessari al godimento di adeguati standard di vita e di diritti civili, culturali, economici, politici e sociali necessari alla dignità umana.

A che punto siamo?

Oltre 1,2 miliardi di persone, un quinto della popolazione mondiale, sopravvive con meno di un euro al giorno. Cosa significa? Per esempio che mentre la metà della popolazione mondiale si sta concentrando nelle città, un terzo delle popolazioni urbane vivono in condizioni precarie, in abitazioni non collegate all'impianto fognario, alla rete di distribuzione idrica e dell'energia elettrica. Negli anni Novanta la percentuale di popolazione in condizioni di estrema povertà è scesa dal 30% al 23%. L'aumento della popolazione significa, però, che il numero totale è sceso di soli 123 milioni di persone, un decimo rispetto al totale da raggiungere per eliminare la povertà.

La maggior parte di queste persone vive nelle regioni meridionali e orientali dell'Asia, dove, tuttavia, negli anni Novanta la Cina è riuscita ad alleviare le condizioni di povertà del 12% della sua popolazione (50 milioni di persone), mentre nel resto del mondo, in America Latina e nei Caraibi, negli Stati Arabi, in Europa Centrale e Orientale, aumentava di 28 milioni il numero di persone in condizioni di estrema povertà, di fatto 54 Paesi sono oggi più poveri di quanto non lo fossero nel 1990.

Aldilà dei dati macro-economici, la povertà va capita e affrontata all'interno dei singoli Paesi e contesti: in Italia vive sotto la linea della povertà il 12% della popolazione, 7.828.000 persone, un numero che, rimasto stabile negli ultimi anni, con i tre quarti delle famiglie più povere concentrate nel mezzogiorno, segnala la carenza di politiche mirate a rimuovere le cause del disagio.

Primo Obiettivo: 2. Eliminare la Fame

"Com'è possibile parlare di guerra, povertà e ingiustizie quando le persone che le soffrono non possono parlare?"
Isabel Allende

"Quando offro cibo al povero mi chiamano santo. Quando chiedo perché il povero non ha cibo mi chiamano comunista"
Don Helder Camara, Arcivescovo cattolico brasiliano

A che punto siamo?

Il numero di persone che soffrono la fame è diminuito di quasi 20 milioni nel corso degli anni '90. Tuttavia, se si esclude la Cina, tale numero è, purtroppo, aumentato. La più alta concentrazione di persone affamate è in Asia meridionale e nell'Africa sub-sahariana dove oltre il 30% dei bambini sotto i cinque anni sono sottoalimentati.

I dati del 2000 denunciano la sottoalimentazione di 448 milioni di bambini sotto i cinque anni. La sfida cui si trova di fronte l'Asia meridionale è quella di riuscire a migliorare la distribuzione del cibo di cui dispone a volontà. In Africa sub-sahariana si tratta anche di ri-orientare, diversificare e incrementare la produttività agricola.

Si tratta, soprattutto, di restituire alle popolazioni strategie di sicurezza alimentare limitando l'ingerenza delle multinazionali del cibo per puntare a diversificare adeguatamente le fonti di approvvigionamento dell'alimentazione, ben sapendo che il 95% del fabbisogno alimentare complessivo dipende da sole 30 specie diverse di piante e che più del 60% delle calorie di origine vegetale sono ricavate da tre soli cereali: frumento, riso e mais: solo uscendo da un modello di sviluppo agricolo industrialista si possono ristabilire condizioni di sovranità alimentare locale fondate su un'agricoltura contadina del lavoro, dell'uso non distruttivo delle risorse naturali, dei cicli corti.

Molte persone affamate sono senza terra o non si sono viste riconoscere garanzie sui terreni che lavorano. Sono necessarie riforme agrarie per consentire un accesso sicuro alla terra alle popolazioni rurali povere. In Africa sub-sahariana e in Asia meridionale le donne producono buona parte del cibo e, tuttavia, non si vedono riconosciuto un accesso sicuro alla terra.

Altro nodo è costituito dalle tariffe sulle importazioni che proteggono i mercati dei Paesi ricchi mentre i sussidi alle esportazioni agricole di questi Paesi riducono ulteriormente gli incentivi ad investire nell'agricoltura da parte dei contadini dei Paesi impoveriti, un fatto che contribuirebbe a politiche di sicurezza alimentare maggiormente sostenibili.

Le enormi cifre investite in sussidi nei Paesi ricchi (anche se possono risultare immediatamente utili ai Paesi che sono importatori netti di prodotti alimentari) riducono gli incentivi ad investire in strategie di sicurezza alimentare a lungo termine e fanno calare i prezzi sul mercato mondiale: Unione Europea e Nord America destinano ai sussidi 330 miliardi di euro all'anno, una mucca dell'Unione Europea riceve oltre due euro di sussidi al giorno, un'entrata maggiore di quella di metà della popolazione mondiale.

Secondo Obiettivo: Assicurare l'Istruzione Elementare Universale

"L'educazione può rappresentare la differenza fra una vita di povertà e stenti e il potenziale per una vita piena e sicura; fra un bambino che muore per una malattia prevenibile e famiglie che crescono in ambienti sani; fra paesi feriti dalla povertà e dai conflitti e l'accesso ad uno sviluppo sostenibile e sicuro"
Nelson Mandela e Gra?a Machel

"Solo chi è educato è libero"
Epitteto (55 dC - 135 dC), Discorsi

"Prevenire i conflitti è il lavoro della politica; creare la pace è il lavoro dell'educazione"
Maria Montessori

"Ci vuole tutto un villaggio per crescere un bambino"
Proverbio ashanti (Africa Occidentale)

"La storia dell'umanità sta diventando sempre più una gara fra l'educazione e la catastrofe"
H.G.Wells

Rimediare agli attuali deficit nell'istruzione primaria quale diritto universale rappresenterebbe un impegno finanziario pari a metà del bilancio italiano annuale per la difesa, a un centesimo delle spese militari nel mondo. Se è indispensabile misurare su tale obiettivo l'effettiva volontà dei governi, è altrettanto importante non ridurre l'educazione al semplice accesso a strutture di base. Riuniti a Jomtien (Thailandia) nel 1990, e dieci anni dopo a Dakar (Senegal), rappresentanti dei governi di tutto il mondo si sono già impegnati a garantire educazione per tutti entro il 2000 e, fallito l'obiettivo, entro il 2015.

Il nuovo protagonismo in questo settore della Banca Mondiale e i tentativi di governi OCSE di inserire l'istruzione fra i "servizi" da "liberalizzare" ( anche in seno all'Organizzazione Mondiale del Commercio tramite l'accordo GATS) hanno contribuito a un'interpretazione segmentata e riduzionista della scuola: finalizzata alla formazione delle "risorse umane" e riconducibile ad un mercato mondiale dei saperi.

In questo quadro, l'educazione per tutti viene letta solo come accesso all'istruzione primaria, ad assicurare edifici e libri di testo, mentre si assiste globalmente a una contrazione del diritto all'educazione, a un disinvestimento rispetto alla formazione degli insegnanti e alle sinergie fra scuola e educazione informale.

Kailash Satyarthi, coordinatore indiano della Marcia Mondiale contro il lavoro minorile, l'organizzazione che ha già "riscattato" 65.00 bambini, afferma senza parafrasi: " La nostra sfida è come condividere sapere generatore di cambiamento, capace di trasformazione. La sfida è come riuscire a mettere in discussione l'apartheid dei saperi generato dall'attuale modello dominante capitalista di istruzione. Che facciamo per quei 130 milioni di bambini che non entrano mai a scuola? Per i 150 milioni che non terminano la quinta elementare? Per gli 880 milioni di adulti analfabeti, di cui due terzi donne, un numero in costante crescita negli ultimi dodici anni?

Bisogna rifiutare l'educazione emergenza, ridotta ad informazione per un'opzione chiara a favore di processi educativi di qualità che insegnino a camminare insieme per una conoscenza di tutti, da tutti, per tutti. Non è la povertà che genera analfabetismo, ma il contrario. Ricordiamoci che bastano undici miliardi di dollari per assicurare a tutti l'istruzione primaria, quattro giorni di spese militari!"

A che punto siamo?

Come stanno le cose per l'obiettivo minimo del diritto all'istruzione primaria? Se l'80% dei bambini dei Paesi impoveriti sono iscritti a scuola, 130 milioni di bambini nel mondo continuano a non avere accesso alla scuola elementare e le iscrizioni sono dolorosamente basse nell'Africa sub-sahariana (57%) e in Asia meridionale (84%). In Africa, anche una volta iscritto, solo un bambino su tre termina la scuola elementare. Nel mondo, un adulto su sei è analfabeta. Permangono inoltre marcate differenze di genere: tre quinti dei bambini che non frequentano la scuola sono bambine e due terzi degli 876 milioni di adulti analfabeti sono donne.

La mancanza di educazione priva una persona di una vita piena. Priva inoltre la società di basi per lo sviluppo sostenibile, dal momento che l'educazione ha un ruolo critico al fine di migliorare la salute, l'alimentazione, l'accesso al lavoro. L'obiettivo educativo è quindi cruciale per poter raggiungere gli altri obiettivi. Nella maggior parte dei Paesi impoveriti gli investimenti educativi sono fortemente iniqui: al 20% più povero della popolazione viene destinato molto meno del 20% di quanto il settore pubblico spenda in questo ambito, mentre il 20% più ricco riceve molto di più.

Alla scuola elementare vengono destinati minori finanziamenti per alunno rispetto a quanto viene investito nelle scuole secondarie e nell'istruzione superiore. Anche questa tendenza discrimina le persone povere perché sono proprio queste persone a beneficiare maggiormente dei servizi pubblici di scuola elementare.
A scoraggiare l'iscrizione a scuola, soprattutto da parte dei nuclei più poveri, sono anche i contributi richiesti alle famiglie in forma di quote e per pagare le uniformi degli alunni. L'eliminazione delle quote e delle uniformi ha provocato un deciso aumento delle iscrizioni a scuola in Kenya, Malawi e Uganda.

Un sistema equo stimola migliori risultati: sono i Paesi che offrono maggiore sostegno finanziario alle famiglie più povere e che investono di più nella scuola elementare ad ottenere i migliori risultati scolastici. I Paesi che hanno eliminato le diseguaglianze di genere in ambito educativo forniscono esempi rispetto a come si possano incoraggiare i genitori a mandare a scuola le proprie figlie: si tratta di lavorare perché le scuole si trovino più vicine alle case di chi le frequenta, di ridurre quote e contributi straordinari, di pensare l'orario scolastico in modo da venire incontro alle esigenze delle famiglie e di assumere insegnanti donne (dando quindi ai genitori un maggior senso di sicurezza). I Paesi che mostrano i migliori risultati nell'eliminazione delle diseguaglianze di genere hanno una percentuale decisamente maggiore di insegnanti donne rispetto alle medie regionali.

Nonostante i progressi in questo campo, ancora oggi nei Paesi più poveri un bambino su cinque, pur in età per la scuola elementare, non frequenta la scuola. Assistiamo, tuttavia, ad eccezioni rispetto a questa tendenza: il Bangladesh ha aumentato la percentuale netta di iscrizioni dal 69% dell'anno scolastico 1990-1991 all'84% dell'anno scolastico 2000-2001. I Paesi dell'America Latina e dei Caraibi sono vicini al raggiungimento dell'iscrizione di tutti i bambini: oggi il 97% dei bambini sono iscritti a scuola.

Tuttavia, nell'Africa sub-sahariana, circa il 40% dei bambini che dovrebbero frequentare la scuola elementare non sono iscritti, anche se si sono registrati progressi nell'ultimo decennio in Paesi quali Benin, Costa d'Avorio, Gambia, Malawi, Mali, Ruanda, Senegal e Togo. La situazione rimane problematica in Botswana, Burkina Faso, Repubblica Democratica del Congo, Namibia e Tanzania dove i tassi di iscrizione hanno registrato un declino negli anni Novanta. Anche in Asia orientale e nel Pacifico la percentuale di bambini che frequentano la scuola è diminuita nell'ultimo decennio, in particolare per quel che riguarda la Cina e le Filippine.

Terzo Obiettivo: Promuovere la Parità fra i Sessi

"Come donna non ho paese. Come donna il mio paese è il mondo intero"
Virginia Woolf

"Mi riempie di gioia ogni volta che una donna esce dall'ombra"
Mariama B?

"Non esiste privazione più grave di quella che vieta a una persona di metter mano al problema che la riguarda"
Mamousse Diagne


Le donne hanno un'influenza enorme sul benessere delle proprie famiglie e delle società. Tuttavia, il loro potenziale non si realizza pienamente a causa di norme sociali che le discriminano e di ostacoli giuridici. Anche se lo status delle donne è migliorato negli ultimi decenni, le diseguaglianze di genere sono ancora diffuse.

I diritti delle donne vengono violati in tre aree principali:

Lo strumento internazionale di riferimento per il rispetto dei diritti delle donne è la Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW) del 1979, ratificata da tutti gli stati ad eccezione di Afghanistan, Sao Tomé e Principe e Stati Uniti d'America. L'attuazione di questo accordo internazionale ha consentito miglioramenti e modifiche costituzionali in Paesi come Colombia, Sudafrica e Uganda e ha portato a nuove leggi, per esempio in Cina, Costa Rica e Giappone. La Convenzione ha inoltre aperto la strada per affermare che i diritti delle donne sono parte integrante e indivisibile dei diritti umani universali (Dichiarazione ONU, Vienna, 1993) ed ha introdotto un protocollo opzionale (1994) per la richiesta di riparazioni per la violazione dei diritti sanciti dalla Convenzione.

Promuovere pari opportunità e empowerment per le donne in tutti i suoi aspetti, compresa la possibilità di agire collettivamente e reclamare maggiori diritti, è un obiettivo fondamentale della Dichiarazione del Millennio, anche se l'eliminazione delle disuguaglianze nelle scuole elementari e secondarie è l'unica meta esplicitata. D'altronde, è evidente il legame positivo fra educazione, condizioni di salute, opportunità di partecipazione alla vita. economica.

Sono le donne a svolgere le funzioni fondamentali di cura nella maggior parte delle società. La loro educazione contribuisce quindi alla salute e all'educazione delle prossime generazioni e questo è tanto più vero quando l'opinione delle donne conta nel prendere le decisioni familiari. I dati mostrano che le ragazze che ricevono un'istruzione, nel tempo, hanno meno figli e che questi sono più sani, accelerando quindi la transizione verso tassi di natalità più contenuti.

Quarto Obiettivo: Diminuire la Mortalità Infantile

"Se diecimila persone tirano tutte insieme allo stesso bersaglio nello stesso momento non c'è bersaglio che non verrà colpito"
Proverbio cinese

"Salvare un bambino è salvare il mondo"
Fiodor Dostoievski

I diritti umani riconosciuti nella Dichiarazione Universale del 1948 si applicano a tutti, compresi i bambini. Di fronte alle gravi violazioni nel mondo di questi diritti che colpiscono l'infanzia permane la necessità di strumenti e politiche specifiche. Oltre 20 Paesi incorporano oggi i diritti dell'infanzia nelle proprie carte costituzionali, dal Brasile all'Ecuador, dall'Etiopia al Sudafrica.

Il principale strumento internazionale di riferimento in questo ambito è la Convenzione per i diritti dell'infanzia, adottata all'unanimità dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1989, ratificato da tutti i Paesi, eccetto Somalia e Stati Uniti d'America. Molti Stati hanno nominato un garante per l'infanzia, dalla Norvegia alla Russia, dal Costa Rica all'Australia. In alcuni casi si attuano provvedimenti legislativi e di bilancio per identificare più chiaramente quanto viene destinato annualmente all'infanzia. Se è essenziale rispettare il diritto a crescere in ambienti sicuri, all'educazione, a poter esprimere le proprie opinioni, il primo diritto violato rimane, ancora, quello alla vita.

A che punto siamo?

Ogni anno oltre 10 milioni di bambini muoiono di malattie che si possono prevenire e curare, per disidratazione, per fame: 30.000 bambini ogni giorno. Se nei Paesi ricchi la mortalità infantile è oggi del 18 per mille, nei Paesi impoveriti rimane del 95 per mille. In un Paese in stato di emergenza come la Sierra Leone il 18% dei bambini non arriveranno al loro primo compleanno.

Nei tre decenni che vanno dal 1960 al 1990, è stato possibile quasi dimezzare la mortalità infantile. Negli anni Novanta i progressi sono continuati. Nei paesi in via di sviluppo si è ridotto dell'11% il tasso di mortalità dei bambini sotto i cinque anni. In America Latina e nei Caraibi e negli Stati arabi questa riduzione è stata circa del 30%. In Asia meridionale di circa il 25%.

Tuttavia, negli stessi anni, la situazione è migliorata molto poco in Africa sub-sahariana dove il tasso di mortalità infantile è il più alto al mondo. Per riuscire a raggiungere l'obiettivo stabilito per il 2015, l'Africa sub-sahariana dovrebbe passare dal tasso attuale di 171 bambini morti ogni mille nati a 59.

Quinto Obiettivo: Migliorare la Salute Materna

Se negli ultimi due decenni molti altri indicatori di salute sono migliorati, pochi risultati sono stati raggiunti, invece, per diminuire il numero di decessi legati a complicazioni insorte con la gravidanza o il parto.

A che punto siamo?

Ogni minuto che passa, da qualche parte una donna muore per cause legate alla gravidanza o al parto. Sono 1400 donne ogni giorno, oltre 500.000 ogni anno.
Per ogni donna che muore, secondo le regioni, sono da 30 a 100 le donne che sopravvivono pur dovendo affrontare severe infermità, disabilità e danni fisici legati a complicazioni legate alla gravidanza e al parto,

Una ogni sedici: è la percentuale di donne africane che muoiono a causa di complicazioni insorte con la gravidanza o il parto.
Una su 3.700: è la percentuale di donne nordamericane che muoiono a causa di complicazioni insorte con la gravidanza o il parto.

Ogni anno, oltre un milione di bambini restano orfani di madre per queste cause. Questi bambini muiono prima del secondo anno di vita con una frequenza da tre a dieci volte superiore ai bambini che hanno entrambi i genitori. Circa la metà dei neonati che muoiono ogni anno, 3,4 milioni su un totale di 8 milioni, non hanno avuto adeguata assistenza al parto e cure materne.

Le cause dei decessi legati a complicazioni insorte con la gravidanza o il parto:

Circa il 15% delle donne incinte in TUTTE le popolazioni sono soggette a complicazioni che possono risultare fatali - si tratta di 20 milioni di donne, ogni anno.

Oltre l'80% di decessi legati a complicazioni insorte con la gravidanza o il parto nel mondo sono dovuti a cinque cause dirette: emorragia, sepsi, aborti in condizioni precarie, ostruzioni e eclampsia.

Circa il 5% delle donne incinte - 7 milioni di donne - sono costrette a ricorrere a un intervento chirurgico, nella maggioranza dei casi un taglio cesareo, ma molte non possono accedere a cure ostetriche di pronto intervento. Questa mancanza di servizi ostetrici è la causa di dolorose disabilità che colpiscono da 500.000 a un milione di donne ogni anno.

Solo il 58% delle donne nei paesi in via di sviluppo vengono assistite al parto da un dottore o da un'ostetrica e solo il 40% partoriscono in un ospedale o in un centro di salute.

La maggior parte dei decessi legati a complicazioni insorte con la gravidanza o il parto, il 61% avvengono durante il parto o nel periodo immediatamente seguente. 3,4 milioni di morti di neonati avvengono durante la prima settimana di vita.

Ogni anno, oltre mezzo milione di donne muore per cause legate alla gravidanza o al parto e queste morti avvengono in Africa sub-sahariana con una frequenza 100 volte superiore a quanto non avvenga nei Paesi ricchi dell'OCSE.

La maggior parte delle donne che muoiono per cause legate alla gravidanza o al parto vivono nei Paesi impoveriti. Per far sì che i parti possano essere più sicuri bisogna essere in grado di offrire alle donne l'assistenza di ostetriche o personale qualificato. L'accesso delle donne a tali servizi è essenziale se si vogliono ridurre i tassi di mortalità legata al parto.
Nel mondo, solo il 62% dei parti viene assistito da personale qualificato. Questa percentuale è sensibilmente inferiore in Africa orientale (33,9%), Asia centrale e meridionale (37,5%) e Africa occidentale (39,6%) mentre in America Latina e nei Caraibi si è già arrivati all'81,3%.

Sesto Obiettivo: 1. Combattere L'HIV/AIDS

"Oggi in Africa l'AIDS si prende più vite di quanto non facciano tutte insieme le guerre, la fame, le alluvioni e la piaga di malattie mortali quali la malaria"
Nelson Mandela

Negli ultimi vent'anni, l'HIV/AIDS è stato l'evento che ha avuto l'impatto più devastante sulle politiche di sviluppo. i primi casi sono stati identificati nei primi anni Ottanta. Già nel 1990 erano state infettate circa 10 milioni di persone. Questa malattia ha già ucciso 22 milioni di persone e ha lasciato orfani 13 milioni di bambini.

La sindrome da HIV è direttamente legata alle condizioni sociali ed economiche in cui vivono le persone: per prevenirla e curarla servono sì farmaci, ma anche la promozione e la tutela di diritti quali quello all'autodeterminazione, alla non discriminazione, alla salute intesa come benessere fisico e psicologico.

A che punto siamo?

Oggi, nel mondo, circa 42 milioni di persone hanno contratto l'HIV/AIDS: 39 milioni vivono nei Paesi impoveriti. L'HIV/AIDS è oggi particolarmente devastante in Paesi dell'Africa dove ha infettato 1 adulto su 3 come in Botswana, Lesotho, Swaziland e Zimbabwe, o 1 su 5 in Namibia, Sudafrica e Zambia. In 19 altri Paesi la percentuale è di 1 ogni 20.

Questa malattia non toglie solo vite, ma colpisce duramente la capacità lavorativa di un Paese debilitando e uccidendo spesso adulti nel pieno delle proprie forze. Solo nel 1998 lo Zambia ha perso a causa dell'HIV/AIDS 1.300 insegnanti, due terzi di quanti vengono formati come insegnanti ogni anno. I Paesi africani più gravemente colpiti rischiano di perdere entro il 2020 oltre un quarto della propria forza lavoro. L'Uganda appare, per ora, l'unico Paese dell'Africa sub-sahariana che sembra in grado di invertire la tendenza dell'epidemia, una volta raggiunte dimensioni di crisi.

Le stime delle Nazioni Unite indicano in almeno 10 miliardi di euro il fondo necessario a impostare politiche efficaci per la prevenzione e la lotta all'HIV/AIDS. Siamo nell'ordine di un centesimo di quanto si spenda in armamenti, eppure i Paesi ricchi stentano a mettere insieme questa cifra. Alcuni Paesi impoveriti tentano di arginare almeno a livello legislativo gli effetti devastanti dell'alto prezzo dei medicinali per curare l'AIDS escludendo intenzionalmente i prodotti farmaceutici dalla protezione dei brevetti sui prodotti, un modo per incoraggiare le capacità produttive locali di farmaci e renderli disponibili a prezzi inferiori.

La volontà di fronteggiare l'AIDS si sta misurando anche sul rispetto di queste politiche locali minacciate dall'aggressività delle multinazionali e da chi in seno all'Organizzazione Mondiale del Commercio vorrebbero includere i brevetti di prodotto negli accordi TRIPS sulla proprietà intellettuale, permettendo proprio il controllo del mercato da parte di poche aziende multinazionali.

Sesto Obiettivo: 2. Combattere la Tubercolosi e la Malaria

"La salute degli abitanti della Terra è inscindibile da quella del pianeta stesso"
Lester Brown e Eduard Wolf

La tubercolosi resta (insieme all'AIDS) il primo agente infettivo che uccide gli adulti: causa fino a 2 milioni di morti l'anno. La malaria non è meno pericolosa: oggi uccide un milione di persone ogni anno e i morti rischiano di raddoppiare nei prossimi vent'anni. Di fronte a queste gravi emergenze la logica del profitto mostra tutta la sua indifferenza: nell'ultimo decennio solo uno su cento dei nuovi farmaci prodotti è finalizzato alle malattie che affliggono i Paesi impoveriti, a fronte di una stragrande maggioranza di farmaci pensati per patologie, spesso nemmeno di tipo sanitaria, che preoccupano i superconsumatori dei Paesi ricchi.

A che punto siamo?

Nei Paesi impoveriti sono soprattutto le aree rurali ad essere colpite o a mancare di adeguati servizi sanitari. Meno della metà dei bambini che vivono in zone rurali ricevono assistenza medica per le infezioni respiratorie acute, una delle principali malattie potenzialmente mortali che colpiscono i bambini.

Molte morti potrebbero essere evitate se si agisse in tempo e con misure preventive. Retine anti-zanzare, antibiotici a prezzi ragionevoli, personale medico qualificato e misure elementari di igiene e di educazione alla salute non sono misure ad alto contenuto tecnologico. Tuttavia, come accade per le carenze in ambito educativo, queste soluzioni rimangono ancora fuori dalla portata di milioni di persone povere.

Settimo Obiettivo: 1. Assicurare la Sostenibilità Ambientale

"L'uomo si forma attraverso decisioni che danno forma al suo ambiente"
Rene Dubos

"La considerazione della natura come una risorsa che acquista valore solo se sfruttata per la crescita economica ha occupato un posto centrale nel progetto sviluppista ed è stata centrale anche nella crisi del progetto stesso"
Vandana Shiva, India

Assicurare la sostenibilità ambientale comporta il raggiungimento di forme di sviluppo sostenibile e l'abilità di preservare per le generazioni future la capacità ri-produttiva degli ecosistemi naturali.
Si tratta di impegnarsi in una varietà di politiche in grado di invertire la tendenza rispetto ai danni ambientali che si producono e di migliorare il management degli ecosistemi.

Da un lato, si tratta di far fronte alla scarsità di risorse naturali cui hanno accesso popolazioni povere; dall'altro, di rimediare ai danni ambientali causati dagli intensi consumi delle popolazioni ricche. Molti problemi ambientali sono originati dai modelli di produzione e consumo, soprattutto nei Paesi ricchi. Per esempio, questi Paesi bruciano, come accade in Italia, molti combustibili fossili ed esauriscono le zone di pesca, con danni ingenti all'ambiente a livello planetario.

Settimo Obiettivo: 2. Assicurare l'Acqua a Tutti

"L'acqua non ha sapore, non ha colore, non ha odore; non può essere definita: è arte che dà piacere mentre conserva il suo mistero. Non si dica che è necessaria alla vita, ma piuttosto che è la vita stessa"
Antoine de Saint-Exupery (1900-1944), da Vento, sabbia e stelle, 1939

Il diritto all'acqua è elemento chiave dell'etica e del funzionamento di una società: non si può paragonare ad alcuna altra risorsa ed è quindi fondamentale riconoscere l'acqua come patrimonio dell'umanità, vincolando ogni società a garantire a tutti l'accesso secondo principi di corresponsabilità e sussidiarietà.

A che punto siamo?

Il consumo di acqua è raddoppiato fra il 1960 e il 2000, seguendo il ritmo di crescita della popolazione mondiale, ma con evidenti squilibri: in Medio Oriente e in Asia Centrale una persona consuma in media 1.000 metri cubi di acqua ogni anno (includendo l'acqua utilizzata per le attività agricole e industriali), mentre in Nord America questa cifra sale a 1.600 metri cubi.

Oltre 1,2 miliardi di persone - una persona su cinque - non ha accesso ad acqua potabile. 2,4 miliardi non dispongono di servizi fognari e sanitari adeguati. Il 65% della popolazione che non dispone di allacciamenti ad acquedotti. L'80% di coloro che non dispongono di servizi fognari e sanitari adeguati è concentrato in Asia; il 28% senz'acqua potabile e il 13% senza servizi di base in Africa. Non si tratta di servizi accessori, ma di questioni di vita o di morte e avere accesso all'acqua non si traduce in migliori condizioni di salute se non si accompagna a misure igieniche e servizi di base indispensabili.

Settimo Obiettivo: 3. Assicurare a Tutti Fogne e Impianti Sanitari

"La maggior parte degli interventi sociali a favore dei 'poveri' mirano a consolidare le fondamenta economiche della società dei 'non poveri'"
Majid Rahnema

A che punto siamo?

Negli anni Novanta si sono fatti passi avanti: 438 milioni di persone nei Paesi impoveriti hanno avuto accesso all'acqua e circa 542 milioni di persone in aree urbane hanno acquisito servizi fognari e sanitari adeguati. Tuttavia, la rapida crescita della popolazione ha significato che il numero di persone che si stabiliscono nei centri urbani senza allacciamenti ad acquedotti è aumentato di 62 milioni. Se per servizi adeguati intendiamo che gli scarichi dei bagni siano collegati al sistema fognario la situazione rimane altamente preoccupante in tutti i Paesi impoveriti, anche nelle grandi città.

La copertura quanto a servizi fognari e sanitari di base è inferiore in tutto il mondo a quella idrica. Le conseguenze sono drammatiche: negli anni Novanta il numero di bambini uccisi dalla diarrea è stato superiore a quello delle persone uccise in tutti i conflitti armati a partire dalla seconda guerra mondiale. La metà dei letti di ospedale ospitano pazienti affetti da malattie legate alle cattive condizioni igieniche dell'acqua. E' evidente come la prevenzione di tali malattie permetterebbe fra l'altro di liberare risorse per altri settori sanitari.

La maggior parte delle persone colpite da queste malattie vivono nelle zone rurali e nelle periferie urbane. A livello regionale i due casi limite sono l'Asia meridionale, dove solo il 37% delle persone dispone di servizi fognari e sanitari di base e l'Africa sub-sahariana dove solo il 57% delle persone ha accesso all'acqua potabile, una media che in realtà nasconde enormi differenze fra aree urbane e rurali.

Settimo Obiettivo: 4. Combattere il Degrado e l'Erosione dei Suoli

"All'inizio credevo di lottare per salvare gli alberi del caucciù, quindi ho capito che stavo lottando per salvare la foresta amazzonica. Ora vedo che sto lottando per l'umanità"
Chico Mendes, Brasile

Siamo di fronte ad una geografia punteggiata di squilibri nei consumi, nei danni ambientali e nell'impatto dell'uomo sull'ambiente. I Paesi ricchi sono i responsabili della maggior parte dell'inquinamento che colpisce l'ambiente e dello sfruttamento delle risorse del pianeta.

Nel 1950 circolavano 53 milioni di automobili. Oggi ne produciamo 40 milioni ogni anno, ne circolano 500 milioni. Di questo passo saranno oltre il doppio fra dieci anni.
Il modello consumistico si è letteralmente fatto strada in tutto il mondo, ma sono i Paesi complessivamente più ricchi a presentare primati inquietanti: il 20% della popolazione del "Nord" consuma l'86% delle risorse, produce il 95% dei rifiuti tossici e il 65% dei gas che contribuiscono all'effetto serra e al riscaldamento del pianeta.
455 chilogrammi di rifiuti: è la montagna di rifiuti prodotta ogni anno (in media) da ogni italiano.

Il degrado dei suoli colpisce quasi 2 miliardi di ettari, con un impatto sulla vita di un miliardo di persone costrette a vivere in territori aridi.
Circa il 70% delle zone per la pesca commerciale sono sfruttate completamente o addirittura in modo eccessivo.
Un terzo della popolazione dei Paesi impoveriti, 1,7 miliardi di persone vivono in Paesi con problemi nell'approvvigionamento idrico.

Ottavo Obiettivo: Sviluppare un Partenariato Globale per lo Sviluppo (un Patto Equo)

"Devi essere il cambiamento che speri di vedere nel mondo"
Mahatma Gandhi

Gli Obiettivi di sviluppo del millennio riconoscono esplicitamente si possa eliminare la povertà solo attraverso un "partenariato globale per lo sviluppo", che veda tutti i Paesi reciprocamente impegnati rispetto a responsabilità specifiche. I leader dei Paesi in via di sviluppo si sono impegnati a orientare le proprie nazioni verso gli obiettivi di sviluppo rafforzando il buon governo, le istituzioni e le politiche. I leader dei Paesi sviluppati si sono impegnati ad incrementare gli aiuti allo sviluppo, ad una più efficace cancellazione del debito e a garantire un maggiore accesso ai mercati e alle tecnologie ai Paesi in via di sviluppo. Questi impegni non vincolano ancora i governi dei Paesi sviluppati a rispettare scadenze e a raggiungere specifici obiettivi rispetto agli impegni presi.

Mentre per i primi sette obiettivi esistono scadenze e azioni quantificabili e verificabili, lo sviluppo di un serio partenariato su questi temi rappresenta una condizione necessaria per raggiungere e dare sostenibilità agli obiettivi precedenti, ma non prevede ancora meccanismi di monitoraggio e scadenze per verificare l'effettivo rispetto da parte dei Paesi ricchi dell'impegno preso per il raggiungimento degli Obiettivi di sviluppo del millennio. Per correggere quest'asimmetria appaiono essenziali alcune azioni fondate su intese a livello internazionale, quali:

Il cuore di questi interventi di sviluppo è rappresentato da tre temi che richiedono urgenti azioni di giustizia: gli aiuti allo sviluppo, la cancellazione del debito dei Paesi impoveriti, il commercio internazionale.

Gli Aiuti allo Sviluppo

"La voracità, la velocità, l'insensatezza del mondo dei ricchi ha già messo in crisi lo stato di salute del mondo. Abbiamo cinquanta anni per cambiare sistema: se non invertiamo la nostra rotta le generazioni future sono condannate."
Alex Zanotelli


Mai come oggi le nazioni che possono sostenere finanziariamente la cooperazione internazionale sono state così ricche. I mezzi che abbiamo a disposizione sono raddoppiati negli ultimi quarant'anni. Nondimeno, destiniamo a chi si trova in condizioni di bisogno meno di quanto facessimo all'inizio degli anni Sessanta.

Basterebbe lo 0,5% del prodotto interno lordo dei 22 paesi più ricchi, circa 100 miliardi di euro l'anno per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del millennio come solennemente promesso già nel 2000 da 189 capi di Stato e Governi alle Nazioni Unite. Questa storica dichiarazione ha già provocato alcuni segnali positivi ed impegni per ulteriori 12 miliardi di dollari l'anno entro il 2006, ma molto rimane da fare.

In fondo, si tratta solo di onorare l'impegno preso oltre trent'anni fa di destinare lo 0,7% del proprio prodotto interno lordo alla cooperazione internazionale. Invece, gli attuali impegni sono inferiori di quasi due terzi a questa soglia minima di solidarietà fra gli esseri umani. L'attuale paradosso è che 26, dei 31 Paesi più indigenti ricevono oggi solo il 7,6% del totale degli aiuti internazionali: meno di quanto ricevevano nel 1990 (11,9%).

Fin dai primi anni Novanta e in modo emblematico in occasione del Summit mondiale di Copenhagen nel 1995, i sostenitori di uno sviluppo sostenibile e attento alle persone chiedono che le politiche sociali, i servizi di base quali l'istruzione, la sanità, l'acqua, possano ricevere almeno il 20% degli investimenti pubblici. In media, si registra ancora solo un investimento del 13,8% delle risorse disponibili.

E L'Italia?

Una questione di quantità...

L'Italia si segnala come il Paese dei paradossi:

... e di qualità

E' soprattutto la destinazione degli aiuti italiani ad inquietare:

E' urgente un'inversione di tendenza.

Cancellare il Debito

"Perché una lampada possa continuare a far luce non dobbiamo smettere di rifornirla d'olio"
Madre Teresa

La spirale del debito che colpisce le economie dei Paesi impoveriti ha origine con l'aumentata liquidità a disposizione delle banche soprattutto dopo l'aumento dei prezzi del petrolio nel 1973, gli incentivi ai Paesi impoveriti ad accedere a cospicui crediti, condizioni di restituzione che si sono rivelate progressivamente un capestro, sorvegliate dal Fondo Monetario Internazionale a scapito di qualsiasi condizione minima di investimenti nei servizi sociali essenziali.

Ogni mese i Paesi impoveriti versano alle banche dei Paesi ricchi circa 12 miliardi di euro, quanto basterebbe a creare le condizioni per garantire a tutti l'istruzione elementare. L'UNICEF stima che tramite le politiche di "aggiustamento strutturale" per garantire la restituzione degli interessi sui debiti si provochi ogni anno la morte di 500.000 bambini. Solo una progressiva cancellazione dei debiti contratti dai Paesi impoveriti può restituire condizioni di sviluppo sociale.

Si stanno ottenendo i primi risultati. Le iniziative di cancellazione del debito di Paesi impoveriti hanno interessato 26 Paesi per oltre 60 miliardi di euro. L'elemento più importante è la destinazione delle risorse finanziarie che finalmente possono essere trattenute in questi paesi per programmi in ambito educativo (40%) e sanitario (25%). Mali, Mozambico e Senegal, per fare un esempio, ritengono di poter destinare finalmente risorse significative alla lotta all'HIV/AIDS, mentre in Uganda si è quasi raggiunto il traguardo dell'iscrizione alla scuola elementare di tutti i bambini.

Il punto fondamentale è proprio questo: la cancellazione del debito risulta un fondamentale passo avanti solo se si accompagna ad adeguate politiche di sviluppo sociale. Inoltre, è vitale che il ritmo e la portata degli impegni di cancellazione dei debiti dei paesi impoveriti possa essere incrementato: rispetto a quanto stimato inizialmente servono iniziative concrete per almeno altri 50 miliardi di euro, molto di più degli attuali piani di ridimensionamento del debito.

In quest'ambito l'Italia potrebbe assumere un ruolo guida grazie alla legge 209 del 25 luglio 2000 che presta particolare attenzione alla situazione dei popoli nei paesi debitori, e quindi alla priorità da dare ai bisogni e ai diritti fondamentali delle persone piuttosto che agli interessi economici, cercando di andare oltre la cancellazione a favore di rapporti chiari e trasparenti di cooperazione allo sviluppo col governo e la società civile beneficiari.

Purtroppo va registrata una tendenza al ritorno alle priorità del profitto anche in questo ambito: già alla fine del 2002 la legge finanziaria ha eliminato dalla legge 209 i vincoli quantitativi (arrivare a cancellare 6 miliardi di euro) e temporali (entro tre anni) a favore di un uso improprio della cancellazione del debito quale sostituto degli impegni della cooperazione allo sviluppo. Una posizione che non rende giustizia agli impegni legislativi presi appena tre anni prima.

Verso Altre Relazioni Commerciali

"E' la giustizia, non la carità che manca nel mondo"
Mary Wollstonecraft, 1792

Basterebbe un aumento dell'1% della percentuale di esportazioni a livello mondiale da parte di Africa, Asia e America Latina per consentire a 128 milioni di persone di uscire dalla spirale della povertà. Per limitarci all'Africa, ciò significherebbe entrate per 70 miliardi di euro, cinque volte gli "aiuti" internazionali che vengono oggi concessi al continente.

Invece di favorire tale processo di autonomia, i Paesi ricchi ostacolano le esportazioni dei Paesi di Africa, Asia e America Latina con dazi che raggiungono il 129% del prezzo dello zucchero (negli Stati Uniti) e addirittura il 162% del prezzo del grano (nell'Unione Europea). I Paesi impoveriti perdono ogni anno a causa di queste barriere doganali oltre 100 miliardi di euro, il doppio di ciò che viene destinato ai tre continenti tramite gli aiuti allo sviluppo.

Le politiche commerciali dei Paesi ricchi colpiscono in modo particolare proprio i prodotti vitali per i Paesi impoveriti, soprattutto i prodotti agricoli e quelli dell'industria tessile. A questo si aggiunge una politica di sussidi da parte di Stati Uniti ed Unione Europea che spendono a tal fine un miliardo di euro ogni giorno, producendo un surplus che viene spesso "scaricato" a prezzi concorrenziali sui mercati più poveri. Queste politiche di sussidi e di dumping di prodotti assistiti, danneggiano i produttori dei Paesi impoveriti riducendone le entrate di almeno 20 miliardi di euro l'anno.

Di fronte a questi palesi ingiustizie è urgente avviare processi negoziali per eliminare i sussidi che sostengono le esportazioni agricole, un risultato ottenibile entro il 2010, e contestualmente eliminare per quella data dazi e quote su tutti i prodotti chiave dei Paesi impoveriti, in particolare quelli agricoli e tessili.

Per approfondire