di Sabina Siniscalchi
Il Social Watch è un network di oltre 200 tra ONG e reti di ONG di 50 paesi del mondo, del Nord e del Sud, la direzione internazionale si trova a Montevideo.
La coalizione Social Watch è nata nel 1996 subito dopo il Vertice sullo Sviluppo Sociale di Copenaghen, con uno scopo preciso: attraverso la pubblicazione di un Rapporto annuale, tenere sotto osservazione, e far conoscere all'opinione pubblica, il comportamento dei governi in materia di lotta alla povertà, alla disoccupazione e all'esclusione sociale: le tre questioni chiave del Social Summit. Questo obiettivo viene raggiunto attraverso il monitoraggio e la misurazione del rispetto degli impegni presi a Copenaghen da oltre 130 Capi di Stato e di Governo e riassunti nei 10 punti della Dichiarazione finale:
1) ci impegniamo a creare un ambiente economico, politico, sociale, culturale
e legale che permetta a tutte le persone di raggiungere lo sviluppo sociale.
2) Ci impegniamo a sradicare la povertà attraverso azioni efficaci a
livello nazionale e la cooperazione internazionale
3) Ci impegniamo a promuovere la piena occupazione (e a far sì che tutti
gli uomini e le donne raggiungano la sicurezza economica attraverso un impegno
produttivo)
4) Ci impegniamo a promuovere società stabili, sicure e giuste fondate
sulla protezione di tutti i diritti umani, sulla tolleranza, la solidarietà,
la sicurezza, la partecipazione di tutte le persone, inclusi gli svantaggiati
e i gruppi vulnerabili
5) Ci impegniamo a promuovere l'uguaglianza tra uomini e donne
6) Ci impegniamo a raggiungere l'accesso universale ad un'istruzione
primaria di qualità
7) Ad accelerare lo sviluppo dell'Africa e dei PMA
8) Che i programmi di aggiustamento strutturale includano obiettivi di sviluppo
sociale
9) Ci impegniamo ad aumentare le risorse
10) e a migliorare il quadro della cooperazione internazionale attraverso l'ONU
e le altre istituzioni multilaterali
Molti di questi impegni sono stati riconfermati durante l'Assemblea del Millennio del settembre 2002 e oggi sono oggetto della Campagna lanciata dal segretario generale dell'ONU sui Millennium Development Goals: gli obiettivi da raggiungere entro il 2015.
Il Social Watch prende in esame 13 impegni, utilizzando una variabile quantitativamente misurabile: ad esempio considera la percentuale del bambini che raggiungono il quinto anno di scuola, o il tasso di mortalità infantile fra i bambini al di sotto di 1 anno, o ancora l'assunzione giornaliera di calorie; la percentuale della popolazione con accesso ai servizi sanitari...e così via. Rispetto a questi 13 obiettivi suindicati il Social Watch misura il progresso o il regresso a partire dal 1990 per 187 paesi.
Non sempre è possibile raccogliere tutte le informazioni sui singoli Paesi, inoltre i dati raccolti spesso sono di vecchia data. In generale, come molti di noi sanno, questo è un limite che non consente di disegnare un quadro completo della situazione e di conseguenza di calibrare politiche pubbliche efficaci.
L'uso di cifre e di tabelle è sicuramente un modo semplificato per descrivere realtà complesse, tuttavia, come dimostrano i Giochi Olimpici, le comparazioni a livello mondiale sono uno stimolo potente. Inoltre riferire a livello internazionale su ciò che avviene a livello nazionale accresce la trasparenza e la responsabilità delle istituzioni.
Il Social Watch ha anche l'ambizione di "misurare" la volontà politica e, in una tabella apposita, mostra le tendenze nel campo dell'aiuto pubblico allo sviluppo; le disparità nella distribuzione del reddito, gli aumenti o le diminuzioni della spesa pubblica per sanità, istruzione, difesa, servizio del debito; la ratifica delle principali Convenzioni e Trattati internazionali in materia di disarmo, diritti umani, diritti dei lavoratori, ambiente. In questo modo si monitora il rispetto di quegli accordi mondiali che (assieme alla Carta dell'ONU e alla Dichiarazione universale sui diritti umani) rappresentano l'architettura del diritto internazionale e il fondamento giuridico della governance del mondo.
Infine il Rapporto propone 50 capitoli nazionali che presentano le analisi e le preoccupazioni della società civile locale: sono prodotti da coalizioni indipendenti dei cittadini e sono il risultato di mesi di ricerca, consultazioni e dibattiti. Gli autori vengono da background differenti: alcuni impegnati nella difesa dei diritti umani, altri organizzano i poveri a livello comunitario, alcuni sono sindacati che rappresentano milioni di lavoratori, altri si concentrano sulle questioni di genere. La pubblicazione dei capitoli nazionali vuole essere un contributo alla costruzione della democrazia e della partecipazione all'interno dei paesi considerati e in molti casi ha rafforzato la posizione della società civile nei confronti del proprio governo.
Ebbene, nel suo rapporto 2003 che è stato presentato al World Social
Forum di Porto Alegre, il Social Watch denuncia che almeno un terzo dei paesi
considerati non raggiungerà gli obiettivi del Millennio e che, in numerosi
casi, ci sono peggioramenti rispetto al 1990.
Anche nei paesi che avevano già raggiunto gli obiettivi si registrano
arretramenti.
Questa situazione sarà ulteriormente aggravata dagli effetti della guerra
contro l'Iraq, sia perchè questa nuova guerra è stata scatenata
in palese violazione del diritto internazionale aprendo la strada a forme di
dominio unilaterale, sia perchè stornerà altre risorse dallo sviluppo
sociale.
Stiamo ancora aspettando i dividenda di pace che dovevano liberarsi con la fine
della Guerra Fredda ed ora un nuovo conflitto, il 43esimo che viene combattuto
nel mondo, sottrarrà risorse economiche, umane e attenzione politica
alla battaglia contro la povertà.
Nella Conferenza mondiale di Monterrey del marzo 2002 dedicata a "Finanza
per lo sviluppo", (i cui esiti sono stati deludenti soprattutto a causa
dell'ostracismo di Stati Uniti e della contraddittoria posizione dell'Unione
Europea), il Governo americano ha promesso di aumentare i suoi aiuti ai paesi
poveri di 5 miliardi di dollari l'anno, nel contempo, lanciando la più
grande campagna di riarmo dai tempi del Vietnam, ha programmato di aumentare
le spese militari di 120 miliardi di dollari all'anno per i prossimi cinque
anni (portando il bilancio alla difesa nel 2007 a 451 miliardi di dollari).
E' difficile essere positivi e ottimisti oggi, dopo che i Governi di
paesi democratici e progrediti si sono dimostrati sordi agli appelli di 110
milioni di persone che il 15 febbraio scorso hanno marciato nelle capitali del
mondo per dire "no" a una nuova guerra.
Noi di Social Watch eravamo tra quei dimostranti perchè crediamo che
sviluppo e pace siano un binomio inscindibile e che la pace si costruisce non
con le bombe, ma con la garanzia dei diritti umani per tutti e con la riduzione
degli squilibri economici tra popoli e tra cittadini.
Social Watch Italia ricalca la composizione della coalizione internazionale ed è formata da due ONG di cooperazione (Mani Tese e Movimondo) e da due grandi associazioni nazionali (Arci e Acli); anche se operiamo nei due emisferi del pianeta il Sud e il Nord siamo accomunati dalla stessa visione: favorire l'inclusione dei gruppi sociali svantaggiati, promuovere la giustizia sociale, all'interno dei paesi e a livello internazionale, diffondere il valore della solidarietà come fondamento della comunità umana.
E', questa, la prima grande intuizione del Social Watch: aver messo insieme organizzazioni che hanno compiti diversi, ma gli stessi progetti e gli stessi ideali, perchè i problemi dell'umanità: la povertà e l'esclusione sociale, ma anche la disoccupazione, la violazione dei diritti, la distruzione delle risorse naturali, le disparità di genere, sono comuni a tutti i paesi del mondo e riguardano tutti i cittadini.
Un'altra intuizione che Social Watch ha avuto, facendosi interprete di
un sentimento che si è andato sempre più diffondendo nella società
civile è stato che la globalizzazione ha enormi costi sociali:
l' integrazione, fatta spesso a tappe forzate, delle economie nazionali
in un mercato globale, privo di regole e di controlli ha favorito i ricchi,
ha accentuato le disuguaglianze, ha accresciuto l'esclusione.
Alle vecchie ineguaglianze che derivavano dal possesso della terra, dai mezzi
di produzione, dal livello di istruzione, se ne sono aggiunte di nuove, generate
proprio da un accesso squilibrato alle opportunità offerte dalla tecnologia,
quella stessa tecnologia che ha favorito la globalizzazione economica. Un esempio
forse banale: tutti siamo entusiasti di fronte alle grandi potenzialità
che derivano dall'uso di Internet, dalla possibilità per medici
dei paesi poveri ricevere informazioni da ospedali di paesi ricchi però
forse è importante ricordare che oggi l'80% degli utenti Internet
sono nei paesi industrializzati e questo semplicemente perché se i costo
di un personal computer corrisponde allo stipendio mensile di un italiano ci
vogliono 5 anni di lavoro per un abitante del Bangladesh per poterlo comperare.
Un altro aspetto dell'analisi del Social Watch è la denuncia delle
contraddizioni del sistema economico internazionale.
Nel Rapporto 2003 si mette in luce come i flussi finanziari siano dal Sud a
Nord, vi si afferma che l'economia internazionale segue un metodo contrario
a quello di Robin Hood; ruba ai poveri per dare ai ricchi.
Questa sottrazione di risorse economiche ai PVS è provocata da
- un mercato distorto dal protezionismo dei Paesi industrializzati che spendono
350 miliardi di dollari per sussidiare i loro produttori agricoli, mentre i
produttori del Sud del mondo sono colpiti da pesante diminuzione dei prezzi
delle loro merci. Si calcola che i PVS perdano guadagni da esportazioni per
un valore di 700 miliardi di $ l'anno a causa del protezionismo dei Paesi
industrializzati. Ogni mucca europea costa ogni giorno 2,2$ in sussidi, quasi
tre miliardi di persone nel mondo sono costrette a vivere con meno di questa
cifra.
- la mancata soluzione del problema del debito: i paesi indebitati continuano
a spendere in servizio del debito più di quello che investono in spese
sociali: il Mali nel 2000 ha speso 88 milioni di dollari in servizio del debito,
e 54 milioni di $ per la sanità: un paese dove un bambino su quattro
non raggiunge il quinto anno di vita. Ogni giorno i paesi indebitati pagano
ai paesi creditori 128 milioni di $.
- le speculazioni finanziarie e la fuga di capitali che sottraggono risorse
agli investimenti produttivi e all'economia reale. In Indonesia durante
la crisi del 1997, 15 milioni di persone sono state spinte sotto la soglia della
povertà
- una cooperazione allo sviluppo inadeguata e mal distribuita che oggi tocca
il minimo storico: 51,3 miliardi di dollari, lo 0,22 del PNL dei donatori. Senza
contare che solo un quinto di questo aiuto va ai Paesi Meno Avanzati.
Siamo dunque di fronte a un ambiente internazionale del tutto sfavorevole allo
sviluppo sociale, in aperta contraddizione con il primo punto della Dichiarazione
di Copenaghen, e all'enunciato del Goal n. 8 : "costruire una partnership
per lo sviluppo stabilendo target comuni in materia di aiuto, commercio e debito,
accesso alla tecnologia"
In questo contesto ogni misura di risanamento dei bilanci pubblici, ogni taglio
alla spesa sociale, viene pagato dai poveri e si traduce in un peggioramento
delle loro condizioni di vita.
Le Istituzioni Finanziarie Internazionali continuano a proporre e a imporre
un modello che mette al centro gli interessi economici, prevedendo al massimo
reti di salvezza per i gruppi sociali più deboli.
Si punta alla produzione della ricchezza, ma non si affronta mai il problema
di come ridistribuirla, di come garantire a tutti le stesse opportunità.
Social Watch chiede invece di mettere i diritti umani indivisibili al centro
dell'agenda politica nazionale e internazionale.
Il Rapporto 2003 denuncia in particolare il rischio che deriva dal GATs, il
negoziato sul commercio del servizi in corso nell'ambito dell'Organizzazione
Mondiale del Commercio.
Ciò che, semplicemente chiediamo è che vengano valutati i rischi
sociali del passaggio dei servizi essenziali (istruzione sanità elettricità,
acqua) dalle mani dello Stato a quelle dei privati. Non vogliamo che si ripeta
l'errore fatto con le politiche di aggiustamento (proposte ostinatamente
negli anni Ottanta) che non hanno mai preso in considerazione gli obiettivi
sociali.
Anche in questo caso il nostro approccio si differenzia da quelle delle Istituzioni
finanziarie internazionali e delle grandi banche: per noi i servizi essenziali
non sono una merce, sono un diritto universale che deve essere garantito a tutti
e non concesso in misura delle disponibilità economiche.
I servizi essenziali sono il fondamento del contratto sociale tra Stato e cittadini.
E non è solo la società civile a pensarla così: nel 2002
il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti economici, sociale e culturali
ha dichiarato che l'acqua potabile è un diritto universale e non
un prodotto economico.
Eppure durante tutti gli anni Novanta, la Banca Mondiale ha condizionato la
concessione di prestiti alla privatizzazione dell'acqua, questo ha causato
un improvviso rialzo dei prezzi al consumo e ha contribuito a una crisi sociale
pesantissima.
Dai rapporti nazionali del Social Watch 2003, tutti incentrati su questa questione,
si apprende che in molti casi la privatizzazione di servizi essenziali è
avvenuta senza la consultazione dei cittadini e senza l'approvazione dei
Parlamenti, in condizioni di assenza di democrazia, aprendo la strada alla corruzione.
Affermare che la partecipazione del settore privato nei servizi produce esclusione
sociale è un'esagerazione, ma non è esagerato dire che questa
riforma non porta ai benefici previsti e ha conseguenze negative sui poveri.
In 8 anni il Social Watch non solo è cresciuto guadagnandosi la stima
delle istituzioni internazionali e nazionali, l'apprezzamento di quella
parte del mondo politico e anche del settore privato più attenta ai problemi
sociali, ma è diventato uno strumento cruciale per le organizzazioni
della società civile.
Le ONG non si riconoscono più in un clichè che le vuole soccorritrici
dei deboli, erogatrici di servizi a buon mercato; ormai sono diventate veri
e propri soggetti politici, interlocutori delle istituzioni, depositarie di
conoscenze ed esperienze utili a migliorare il mondo.
Il movimento, che a livello mondiale critica gli effetti negativi e le contraddizioni
della globalizzazione, è ormai in grado di promuovere azioni di pressione
unitarie e trasversali ai diversi paesi e alle diverse appartenenze.
Nel contempo, questo movimento sta dimostrando la propria indipendenza da qualsiasi
schieramento politico, riuscendo a riunire milioni di persone, in rappresentanza
di migliaia di associazioni e gruppi, non soltanto in opposizione ai vertici
mondiali governativi, ma anche in iniziative autonome come il Forum Sociale
di Porto Alegre.
Le componenti più tenaci e propositive di questo movimento sono proprio
le organizzazioni della società civile che da anni si impegnano per far
fronte ai problemi sociali più diversi: dalla povertà alla distruzione
delle risorse naturali, dalla violazione dei dritti umani all'esclusione
delle minoranze.
Dunque, la protesta contro un mondo che non funziona si coniuga con la proposta
e l'azione per un mondo diverso.
Il nuovo movimento mondiale riesce a coagulare, attorno agli stessi obiettivi
politici, gruppi sociali che operano in paesi e in settori diversi: significativa
a questo proposito è la frase iniziale della dichiarazione di Porto Alegre
del 2002: "Siamo diversi donne e uomini, adulti e giovani, popoli indigeni,
contadini e urbani, lavoratori e disoccupati, senza casa, anziani, studenti,
persone di ogni credo, colore, orientamento sessuale. L'espressione di
questa diversità è la nostra forza e la base della nostra unità.
Siamo un movimento di solidarietà globale, unito nella nostra determinazione
di lottare contro la concentrazione della ricchezza, la proliferazione della
povertà e delle ineguaglianze e la distruzione della nostra terra. Stiamo
costruendo alternative".
Ogni iniziativa politica, ogni Campagna è ormai considerata terreno d'impegno
comune ed è sostenuta dalle diverse espressioni del movimento, è
successo con Jubilee 2000, la Campagna per chiedere, in coincidenza con il Giubileo,
la cancellazione del debito dei paesi più poveri.
E' accaduto per l'azione che ha rivendicato il diritto dei paesi
con gravi emergenze sanitarie a produrre e distribuire farmaci essenziali, senza
subire ricorsi da parte delle multinazionali farmaceutiche davanti all'Organizzazione
Mondiale del Commercio.
E prima ancora con l'approvazione del Trattato per la messa al bando delle
mine che è stato il frutto della Campagna Mondiale, insignita del Premio
Nobel per la Pace nel 1997.
Succederà con la mobilitazione dal titolo "Our world is not for
sale" in vista dell'incontro del WTO del prossimo settembre a Cancun.
Ogni volta che una di queste iniziative è andata a buon fine, trasformandosi
in norma internazionale e in impegno delle Istituzioni, non si è trattato
semplicemente di un successo per il movimento, ma di una vittoria per l'umanità
intera.