I POVERI E IL MERCATO
Il Rapporto Social Watch 2003

di Sabina Siniscalchi

 

Il Social Watch è un network di oltre 200 tra ONG e reti di ONG di 50 paesi del mondo, del Nord e del Sud, la direzione internazionale si trova a Montevideo.

La coalizione Social Watch è nata nel 1996 subito dopo il Vertice sullo Sviluppo Sociale di Copenaghen, con uno scopo preciso: attraverso la pubblicazione di un Rapporto annuale, tenere sotto osservazione, e far conoscere all'opinione pubblica, il comportamento dei governi in materia di lotta alla povertà, alla disoccupazione e all'esclusione sociale: le tre questioni chiave del Social Summit. Questo obiettivo viene raggiunto attraverso il monitoraggio e la misurazione del rispetto degli impegni presi a Copenaghen da oltre 130 Capi di Stato e di Governo e riassunti nei 10 punti della Dichiarazione finale:

1) ci impegniamo a creare un ambiente economico, politico, sociale, culturale e legale che permetta a tutte le persone di raggiungere lo sviluppo sociale.
2) Ci impegniamo a sradicare la povertà attraverso azioni efficaci a livello nazionale e la cooperazione internazionale
3) Ci impegniamo a promuovere la piena occupazione (e a far sì che tutti gli uomini e le donne raggiungano la sicurezza economica attraverso un impegno produttivo)
4) Ci impegniamo a promuovere società stabili, sicure e giuste fondate sulla protezione di tutti i diritti umani, sulla tolleranza, la solidarietà, la sicurezza, la partecipazione di tutte le persone, inclusi gli svantaggiati e i gruppi vulnerabili
5) Ci impegniamo a promuovere l'uguaglianza tra uomini e donne
6) Ci impegniamo a raggiungere l'accesso universale ad un'istruzione primaria di qualità
7) Ad accelerare lo sviluppo dell'Africa e dei PMA
8) Che i programmi di aggiustamento strutturale includano obiettivi di sviluppo sociale
9) Ci impegniamo ad aumentare le risorse
10) e a migliorare il quadro della cooperazione internazionale attraverso l'ONU e le altre istituzioni multilaterali

Molti di questi impegni sono stati riconfermati durante l'Assemblea del Millennio del settembre 2002 e oggi sono oggetto della Campagna lanciata dal segretario generale dell'ONU sui Millennium Development Goals: gli obiettivi da raggiungere entro il 2015.

Il Social Watch prende in esame 13 impegni, utilizzando una variabile quantitativamente misurabile: ad esempio considera la percentuale del bambini che raggiungono il quinto anno di scuola, o il tasso di mortalità infantile fra i bambini al di sotto di 1 anno, o ancora l'assunzione giornaliera di calorie; la percentuale della popolazione con accesso ai servizi sanitari...e così via. Rispetto a questi 13 obiettivi suindicati il Social Watch misura il progresso o il regresso a partire dal 1990 per 187 paesi.

Non sempre è possibile raccogliere tutte le informazioni sui singoli Paesi, inoltre i dati raccolti spesso sono di vecchia data. In generale, come molti di noi sanno, questo è un limite che non consente di disegnare un quadro completo della situazione e di conseguenza di calibrare politiche pubbliche efficaci.

L'uso di cifre e di tabelle è sicuramente un modo semplificato per descrivere realtà complesse, tuttavia, come dimostrano i Giochi Olimpici, le comparazioni a livello mondiale sono uno stimolo potente. Inoltre riferire a livello internazionale su ciò che avviene a livello nazionale accresce la trasparenza e la responsabilità delle istituzioni.

Il Social Watch ha anche l'ambizione di "misurare" la volontà politica e, in una tabella apposita, mostra le tendenze nel campo dell'aiuto pubblico allo sviluppo; le disparità nella distribuzione del reddito, gli aumenti o le diminuzioni della spesa pubblica per sanità, istruzione, difesa, servizio del debito; la ratifica delle principali Convenzioni e Trattati internazionali in materia di disarmo, diritti umani, diritti dei lavoratori, ambiente. In questo modo si monitora il rispetto di quegli accordi mondiali che (assieme alla Carta dell'ONU e alla Dichiarazione universale sui diritti umani) rappresentano l'architettura del diritto internazionale e il fondamento giuridico della governance del mondo.

Infine il Rapporto propone 50 capitoli nazionali che presentano le analisi e le preoccupazioni della società civile locale: sono prodotti da coalizioni indipendenti dei cittadini e sono il risultato di mesi di ricerca, consultazioni e dibattiti. Gli autori vengono da background differenti: alcuni impegnati nella difesa dei diritti umani, altri organizzano i poveri a livello comunitario, alcuni sono sindacati che rappresentano milioni di lavoratori, altri si concentrano sulle questioni di genere. La pubblicazione dei capitoli nazionali vuole essere un contributo alla costruzione della democrazia e della partecipazione all'interno dei paesi considerati e in molti casi ha rafforzato la posizione della società civile nei confronti del proprio governo.

Ebbene, nel suo rapporto 2003 che è stato presentato al World Social Forum di Porto Alegre, il Social Watch denuncia che almeno un terzo dei paesi considerati non raggiungerà gli obiettivi del Millennio e che, in numerosi casi, ci sono peggioramenti rispetto al 1990.
Anche nei paesi che avevano già raggiunto gli obiettivi si registrano arretramenti.

Questa situazione sarà ulteriormente aggravata dagli effetti della guerra contro l'Iraq, sia perchè questa nuova guerra è stata scatenata in palese violazione del diritto internazionale aprendo la strada a forme di dominio unilaterale, sia perchè stornerà altre risorse dallo sviluppo sociale.
Stiamo ancora aspettando i dividenda di pace che dovevano liberarsi con la fine della Guerra Fredda ed ora un nuovo conflitto, il 43esimo che viene combattuto nel mondo, sottrarrà risorse economiche, umane e attenzione politica alla battaglia contro la povertà.
Nella Conferenza mondiale di Monterrey del marzo 2002 dedicata a "Finanza per lo sviluppo", (i cui esiti sono stati deludenti soprattutto a causa dell'ostracismo di Stati Uniti e della contraddittoria posizione dell'Unione Europea), il Governo americano ha promesso di aumentare i suoi aiuti ai paesi poveri di 5 miliardi di dollari l'anno, nel contempo, lanciando la più grande campagna di riarmo dai tempi del Vietnam, ha programmato di aumentare le spese militari di 120 miliardi di dollari all'anno per i prossimi cinque anni (portando il bilancio alla difesa nel 2007 a 451 miliardi di dollari).

E' difficile essere positivi e ottimisti oggi, dopo che i Governi di paesi democratici e progrediti si sono dimostrati sordi agli appelli di 110 milioni di persone che il 15 febbraio scorso hanno marciato nelle capitali del mondo per dire "no" a una nuova guerra.
Noi di Social Watch eravamo tra quei dimostranti perchè crediamo che sviluppo e pace siano un binomio inscindibile e che la pace si costruisce non con le bombe, ma con la garanzia dei diritti umani per tutti e con la riduzione degli squilibri economici tra popoli e tra cittadini.

Social Watch Italia ricalca la composizione della coalizione internazionale ed è formata da due ONG di cooperazione (Mani Tese e Movimondo) e da due grandi associazioni nazionali (Arci e Acli); anche se operiamo nei due emisferi del pianeta il Sud e il Nord siamo accomunati dalla stessa visione: favorire l'inclusione dei gruppi sociali svantaggiati, promuovere la giustizia sociale, all'interno dei paesi e a livello internazionale, diffondere il valore della solidarietà come fondamento della comunità umana.

E', questa, la prima grande intuizione del Social Watch: aver messo insieme organizzazioni che hanno compiti diversi, ma gli stessi progetti e gli stessi ideali, perchè i problemi dell'umanità: la povertà e l'esclusione sociale, ma anche la disoccupazione, la violazione dei diritti, la distruzione delle risorse naturali, le disparità di genere, sono comuni a tutti i paesi del mondo e riguardano tutti i cittadini.

Un'altra intuizione che Social Watch ha avuto, facendosi interprete di un sentimento che si è andato sempre più diffondendo nella società civile è stato che la globalizzazione ha enormi costi sociali:
l' integrazione, fatta spesso a tappe forzate, delle economie nazionali in un mercato globale, privo di regole e di controlli ha favorito i ricchi, ha accentuato le disuguaglianze, ha accresciuto l'esclusione.
Alle vecchie ineguaglianze che derivavano dal possesso della terra, dai mezzi di produzione, dal livello di istruzione, se ne sono aggiunte di nuove, generate proprio da un accesso squilibrato alle opportunità offerte dalla tecnologia, quella stessa tecnologia che ha favorito la globalizzazione economica. Un esempio forse banale: tutti siamo entusiasti di fronte alle grandi potenzialità che derivano dall'uso di Internet, dalla possibilità per medici dei paesi poveri ricevere informazioni da ospedali di paesi ricchi però forse è importante ricordare che oggi l'80% degli utenti Internet sono nei paesi industrializzati e questo semplicemente perché se i costo di un personal computer corrisponde allo stipendio mensile di un italiano ci vogliono 5 anni di lavoro per un abitante del Bangladesh per poterlo comperare.

Un altro aspetto dell'analisi del Social Watch è la denuncia delle contraddizioni del sistema economico internazionale.
Nel Rapporto 2003 si mette in luce come i flussi finanziari siano dal Sud a Nord, vi si afferma che l'economia internazionale segue un metodo contrario a quello di Robin Hood; ruba ai poveri per dare ai ricchi.
Questa sottrazione di risorse economiche ai PVS è provocata da
- un mercato distorto dal protezionismo dei Paesi industrializzati che spendono 350 miliardi di dollari per sussidiare i loro produttori agricoli, mentre i produttori del Sud del mondo sono colpiti da pesante diminuzione dei prezzi delle loro merci. Si calcola che i PVS perdano guadagni da esportazioni per un valore di 700 miliardi di $ l'anno a causa del protezionismo dei Paesi industrializzati. Ogni mucca europea costa ogni giorno 2,2$ in sussidi, quasi tre miliardi di persone nel mondo sono costrette a vivere con meno di questa cifra.
- la mancata soluzione del problema del debito: i paesi indebitati continuano a spendere in servizio del debito più di quello che investono in spese sociali: il Mali nel 2000 ha speso 88 milioni di dollari in servizio del debito, e 54 milioni di $ per la sanità: un paese dove un bambino su quattro non raggiunge il quinto anno di vita. Ogni giorno i paesi indebitati pagano ai paesi creditori 128 milioni di $.
- le speculazioni finanziarie e la fuga di capitali che sottraggono risorse agli investimenti produttivi e all'economia reale. In Indonesia durante la crisi del 1997, 15 milioni di persone sono state spinte sotto la soglia della povertà
- una cooperazione allo sviluppo inadeguata e mal distribuita che oggi tocca il minimo storico: 51,3 miliardi di dollari, lo 0,22 del PNL dei donatori. Senza contare che solo un quinto di questo aiuto va ai Paesi Meno Avanzati.

Siamo dunque di fronte a un ambiente internazionale del tutto sfavorevole allo sviluppo sociale, in aperta contraddizione con il primo punto della Dichiarazione di Copenaghen, e all'enunciato del Goal n. 8 : "costruire una partnership per lo sviluppo stabilendo target comuni in materia di aiuto, commercio e debito, accesso alla tecnologia"
In questo contesto ogni misura di risanamento dei bilanci pubblici, ogni taglio alla spesa sociale, viene pagato dai poveri e si traduce in un peggioramento delle loro condizioni di vita.
Le Istituzioni Finanziarie Internazionali continuano a proporre e a imporre un modello che mette al centro gli interessi economici, prevedendo al massimo reti di salvezza per i gruppi sociali più deboli.
Si punta alla produzione della ricchezza, ma non si affronta mai il problema di come ridistribuirla, di come garantire a tutti le stesse opportunità.
Social Watch chiede invece di mettere i diritti umani indivisibili al centro dell'agenda politica nazionale e internazionale.

Il Rapporto 2003 denuncia in particolare il rischio che deriva dal GATs, il negoziato sul commercio del servizi in corso nell'ambito dell'Organizzazione Mondiale del Commercio.
Ciò che, semplicemente chiediamo è che vengano valutati i rischi sociali del passaggio dei servizi essenziali (istruzione sanità elettricità, acqua) dalle mani dello Stato a quelle dei privati. Non vogliamo che si ripeta l'errore fatto con le politiche di aggiustamento (proposte ostinatamente negli anni Ottanta) che non hanno mai preso in considerazione gli obiettivi sociali.
Anche in questo caso il nostro approccio si differenzia da quelle delle Istituzioni finanziarie internazionali e delle grandi banche: per noi i servizi essenziali non sono una merce, sono un diritto universale che deve essere garantito a tutti e non concesso in misura delle disponibilità economiche.
I servizi essenziali sono il fondamento del contratto sociale tra Stato e cittadini. E non è solo la società civile a pensarla così: nel 2002 il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti economici, sociale e culturali ha dichiarato che l'acqua potabile è un diritto universale e non un prodotto economico.
Eppure durante tutti gli anni Novanta, la Banca Mondiale ha condizionato la concessione di prestiti alla privatizzazione dell'acqua, questo ha causato un improvviso rialzo dei prezzi al consumo e ha contribuito a una crisi sociale pesantissima.
Dai rapporti nazionali del Social Watch 2003, tutti incentrati su questa questione, si apprende che in molti casi la privatizzazione di servizi essenziali è avvenuta senza la consultazione dei cittadini e senza l'approvazione dei Parlamenti, in condizioni di assenza di democrazia, aprendo la strada alla corruzione.
Affermare che la partecipazione del settore privato nei servizi produce esclusione sociale è un'esagerazione, ma non è esagerato dire che questa riforma non porta ai benefici previsti e ha conseguenze negative sui poveri.

In 8 anni il Social Watch non solo è cresciuto guadagnandosi la stima delle istituzioni internazionali e nazionali, l'apprezzamento di quella parte del mondo politico e anche del settore privato più attenta ai problemi sociali, ma è diventato uno strumento cruciale per le organizzazioni della società civile.
Le ONG non si riconoscono più in un clichè che le vuole soccorritrici dei deboli, erogatrici di servizi a buon mercato; ormai sono diventate veri e propri soggetti politici, interlocutori delle istituzioni, depositarie di conoscenze ed esperienze utili a migliorare il mondo.
Il movimento, che a livello mondiale critica gli effetti negativi e le contraddizioni della globalizzazione, è ormai in grado di promuovere azioni di pressione unitarie e trasversali ai diversi paesi e alle diverse appartenenze.
Nel contempo, questo movimento sta dimostrando la propria indipendenza da qualsiasi schieramento politico, riuscendo a riunire milioni di persone, in rappresentanza di migliaia di associazioni e gruppi, non soltanto in opposizione ai vertici mondiali governativi, ma anche in iniziative autonome come il Forum Sociale di Porto Alegre.
Le componenti più tenaci e propositive di questo movimento sono proprio le organizzazioni della società civile che da anni si impegnano per far fronte ai problemi sociali più diversi: dalla povertà alla distruzione delle risorse naturali, dalla violazione dei dritti umani all'esclusione delle minoranze.
Dunque, la protesta contro un mondo che non funziona si coniuga con la proposta e l'azione per un mondo diverso.

Il nuovo movimento mondiale riesce a coagulare, attorno agli stessi obiettivi politici, gruppi sociali che operano in paesi e in settori diversi: significativa a questo proposito è la frase iniziale della dichiarazione di Porto Alegre del 2002: "Siamo diversi donne e uomini, adulti e giovani, popoli indigeni, contadini e urbani, lavoratori e disoccupati, senza casa, anziani, studenti, persone di ogni credo, colore, orientamento sessuale. L'espressione di questa diversità è la nostra forza e la base della nostra unità. Siamo un movimento di solidarietà globale, unito nella nostra determinazione di lottare contro la concentrazione della ricchezza, la proliferazione della povertà e delle ineguaglianze e la distruzione della nostra terra. Stiamo costruendo alternative".
Ogni iniziativa politica, ogni Campagna è ormai considerata terreno d'impegno comune ed è sostenuta dalle diverse espressioni del movimento, è successo con Jubilee 2000, la Campagna per chiedere, in coincidenza con il Giubileo, la cancellazione del debito dei paesi più poveri.
E' accaduto per l'azione che ha rivendicato il diritto dei paesi con gravi emergenze sanitarie a produrre e distribuire farmaci essenziali, senza subire ricorsi da parte delle multinazionali farmaceutiche davanti all'Organizzazione Mondiale del Commercio.
E prima ancora con l'approvazione del Trattato per la messa al bando delle mine che è stato il frutto della Campagna Mondiale, insignita del Premio Nobel per la Pace nel 1997.
Succederà con la mobilitazione dal titolo "Our world is not for sale" in vista dell'incontro del WTO del prossimo settembre a Cancun.
Ogni volta che una di queste iniziative è andata a buon fine, trasformandosi in norma internazionale e in impegno delle Istituzioni, non si è trattato semplicemente di un successo per il movimento, ma di una vittoria per l'umanità intera.