La necessità e i limiti della democrazia municipale

di Paolo Cacciari (*)

 

Il movimento dei "social forum" è espressione - prima di tutto - di una fitta rete di gruppi di azione diretta che hanno nel locale e nelle forme del rapporto interpersonale le loro caratteristiche. I forum sociali locali costituiscono il momento della relazione interna e verso l'esterno. Per questo sono votati a confrontarsi prima o poi con la più grande realtà sociale e politica esistente nel loro campo d'azione, il "municipio". Molte esperienze di incontro/scontro sono già state fatte in questi anni, anche prima di Genova e di Seattle. Alcune avevano nome "Cantieri Sociali". Ritengo, quindi, che possa essere molto utile un confronto largo tra le varie esperienze così come proposto dai forum e dai municipi romani. La "Carta del nuovo municipio" scritta da Alberto Magnaghi, Giorgio Ferraresi, Giancarlo Paba e altri potrà essere un'ottima base propositiva.

Se ho capito bene, si chiede al movimento di incidere di più nelle dinamiche costitutive, sia quelle sociali e territoriali che quelle politico-istituzionali delle città, dei paesi, dei "territori" che così disordinatamente prendono forma attorno a noi. E' stato giustamente detto che il processo di trasformazione della società o saprà coinvolgere ogni molecola, cominciando dalle nostre, o non sarà. In mezzo, a fare da colante tra le predicazioni globali e il solidarismo caritatevole, c'è la fattualità della trasformazione. C'è insomma la scoperta della azione politica collettiva che modifica le procedure decisionali, sposta le risorse, ricontratta in continuazione gli obiettivi. I forum sociali non possono, se vogliono rimanere coerenti a se stessi, disinteressarsi e delegare ad altri fuori da sé l'azione politica. Il progetto democratico di cui sono portatori richiede l'apertura di una interlocuzione più diretta, trasparente, verificabile tra società e poteri costituiti.

Concordo profondamente con quanti affermano che l'intero processo di trasformazione dovrà avere il locale come punto di vista strategico, privilegiato, perché è l'unico capace di misurare le coerenze tra modelli economici e risultati pratici sociali ed ambientali.

Le politiche territoriali che seguono la globalizzazione neoliberista sono un massacro dei luoghi, provocano la cancellazione delle differenze e della complessità, producono - come ha scritto più volte Magnaghi - "topofagia", spazi privi di identità, relazioni, storia. E' la diretta conseguenza della ricerca spasmodica delle convenienze competitive nella lotta tra sistemi urbani, della artificializzazione del suolo concepito come supporto inerte, buono per qualsiasi uso, e dell'idea che le risorse naturali o sono giacimenti da valorizzare sul mercato o non esistono. I governi delle destre sono particolarmente scatenati nell'attacco al territorio. Bush come Berlusconi hanno dichiarato una vera e propria guerra all'ambiente. La "legge obiettivo" del ministro Lunardi sulle opere pubbliche è un vero e proprio golpe contro quel poco di valutazione degli impatti e di potere autonomo locale che ancora resistevano in Italia. Ad esempio, le nuove infrastrutture in linea (autostrade, trafori, ecc.) programmate comprometteranno in modo definitivo la pianura padana. Mi pare che la "Carta del nuovo municipio" e l'articolo di Alberto Magnaghi (il manifesto del 23 febbraio) omettano di valutare l'aggressività con cui si sta smantellando legislazione e territorio.

E' vero, per fortuna, che reggono e si estendono esperienze "lillipuziane" di resistenza: contro autostrade e traffico, inceneritori ed industrie insalubri, campi elettromagnetici e amianto, aeroporti e dighe, l'Italia è punteggiata da esperienze di straordinaria intensità e valore. Bisognerà parlarne a fondo, perché temo che anche qui vi sia sottovalutazione o, peggio, l'idea (anche a sinistra) che si tratti della solita sindrome egoistica e proprietaria (Nimby) e non invece di una sacrosanta affermazione di diritti inviolabili alla salubrità e all'integrità del proprio ambiente di vita. Credo che non siano pochi gli esempi di iniziative comuni realizzati tra forum locali e comitati di cittadini. Sono convinto che sia obbligatorio passare di qui per realizzare un reciproco salto di qualità e per riuscire a mettere a tema "un'altra città possibile".

Ho visto anch'io che si stanno aprendo nuove disponibilità in molte amministrazioni locali. "Nuovi sindaci", li chiama Magnaghi, che hanno a cuore le potenzialità dei propri territori, attenti a frenarne il saccheggio, e che sono disposti a sperimentare forme di democrazia più avanzata. Molto utile discutere e far conoscere le esperienze concrete di buon governo del territorio (comprese le good practices partecipative) che queste amministrazioni locali sono riuscite a realizzare.

Condivido anche la necessità di dare a queste esperienze di riappropriazione dal basso degli spazi e dei beni comuni locali una forte dimensione evocativa, ideale e utopica, autogestionale. Ha scritto Raymond Lorenzo ("La città sostenibile", 1998): "Le nostre strategie si basano sullo sviluppo delle capacità locali di pensare il futuro, di gestire avvenimenti non previsti e, soprattutto, di immaginare e programmare alternative desiderate".

Temo, invece, che la "Carta del nuovo municipio" lasci aperti due grossi fraintendimenti: l'idea che sia possibile raggiungere tutto ciò (un interesse comune condiviso) attraverso pratiche più o meno concertative tra indifferenziati "attori sociali", mediati da "facilitatori" delle vecchie e nuove professioni, secondo i manuali che circolano per le Agende 21. Secondo, temo l'illusione di chi pensa di poter cambiare dal "municipio" la sfera dei rapporti di produzione. Penso che continui ad essere vero ciò che si diceva una volta: la democrazia si ferma ai cancelli della fabbrica, anche se molte fabbriche non hanno più i muri ed anche se riusciremo ad aumentare il tasso di democrazia partecipata nei comuni. Questo per non perdere di vista la inevitabile, permanente dimensione conflittuale e antagonista che dovrà avere qualsiasi pratica democratica di liberazione, "dall'eterodirezione all'autogoverno".

Infine, all'appuntamento di Roma, da Venezia, vogliamo (noi, del Cantiere sociale veneziano che ha dato vita al "polo rosso-verde") arrivare portando le nostre riflessioni a due anni dall'avvio di una esperienza che ha saputo essere di movimento e di rappresentanza istituzionale, senza separazioni, e che sembra durare senza eccessivi problemi, né sforzi. Scrivemmo allora, un anno prima della débâcle ulivista: "La grave crisi in cui versa la sinistra italiana ha cause interne, nella mancanza di una idea di società altra e fuori dall'egemonia culturale neoliberista e di una pratica sociale che non sia affidata alla sola delega di governo... Abbiamo l'ambizione smisurata di rimotivare tutta la sinistra su un progetto di città più ricca di legami sociali, più sicura perché inclusiva e solidale, più democratica perché partecipata, più sostenibile perché fondata su uno sviluppo economico consapevole e cooperativo". Ci eravamo dati anche altri obiettivi di governo e sociali. Non tutti si sono realizzati, ma è già un miracolo che l'"isola rossa" riesca a resistere alle sfuriate delle destre. Lo dico perché, come ogni esperienza di resistenza e di governo locale, ha bisogno di essere inserita in reti forti e solidali. A Roma potremmo cominciare a costruirne una; a partire dal documento finale del Forum de autoridades locais pela inclusão social di Porto Alegre.

 

(*) Assessore all'ambiente, alle politiche giovanili e alla pace del Comune di Venezia.