
Verso e oltre il WSIS, Summit Mondiale della Società
dell'Informazione
[A cura di Claudia Padovani, Jason Nardi, Stefania Milan e Martina Pegoraro Traduzioni di Martina Pegoraro, Elena Pavan, Valentina Frigo]
di Claudia Padovani
Con la prospettiva della diffusione mondiale di una tecnologia che trasforma
ogni cosa, gli anni '90 ci hanno introdotto all'idea che le società
di inizio secolo sarebbero state "società dell'informazione".
Dalle analisi di Bell e altri alla fine degli anni '60, alla Global Information
Infrastructure lanciata da Al Gore nel 1994, all'elaborazione delle politiche
europee per la società dell'informazione, fino alle visioni della
nuova agorà globale, l'informazione sembra essere divenuta la risorsa
fondamentale di ogni attività umana, negli ambiti dell'economia,
della cultura, della politica.
Ma le società che si stanno formando attorno a noi non sono soltanto
definite dai flussi di dati e delle informazioni; e così vengono descritte
ora come società dell'interazione orizzontale e della comunicazione,
ora come società della conoscenza, o come società delle reti....
In effetti le dinamiche si fanno più complesse: non solo diffusione delle tecnologie ma anche divari nella distribuzione e nelle capacità di impiego di tali tecnologie; non solo problemi legati alla necessità di infrastrutture, ma anche scarsità di risorse economiche, linguistiche e culturali necessarie per godere di una reale cittadinanza nella nuova società. Informazione e conoscenza appaiono come mezzi per la costruzione sociale, ma diventano anche fini di tale costruzione. Il trasporto e la mediazione di tali risorse si manifestano come elementi cruciali nella ridefinizione delle relazioni di potere nelle società contemporanee.
Abbiamo davanti a noi due modelli di organizzazione sociale, a partire dal ruolo che informazione e comunicazione sono chiamate a svolgere: da una parte un modello centrato sull'idea che l'informazione sia un bene, una merce da produrre, acquisire e scambiare come altre; modello unico standardizzato, interessato a parlare di società al singolare, in cui le regole sono dettate dal mercato e l'accesso è garantito a chi ha risorse da spendere. Dall'altra parte, l'idea che informazione e conoscenza siano un'eredità comune, una risorsa fondamentale per la vita di ogni persona e ogni comunità, quindi un diritto da affermare sulla scena internazionale. Concezione pluralista, quest'ultima, che riconosce la ricchezza del rispetto delle diversità e sottolinea l'esigenza di accesso universale agli strumenti tecnologici, ma anche alle conoscenze necessarie per sviluppare il potenziale democratico di quegli strumenti.
Due modelli che iniziano a confrontarsi in maniera esplicita sulla scena internazionale, grazie anche all'occasione offerta dal Summit sulla Società dell'Informazione, promosso dalle nazioni Unite e organizzato dall'Unione Internazionale per le Telecomunicazioni, che si svolgerà a Ginevra e Tunisi, fra il dicembre 2003 e il novembre 2005. Per la prima volta dopo decenni - dall'esperienza del dibattito sul Nuovo Ordine Internazionale della Comunicazione e dell'Informazione svoltosi in seno all'UNESCO negli anni '70 - i temi della comunicazione e della conoscenza vengono affrontati in maniera globale in una sede di discussione politica di livello internazionale. Si riconosce la pluralità di soggetti che hanno interesse a contribuire alla definizione di una "visione comune" della nuova società e li si chiama, tanto gli attori privati che le organizzazioni della società civile, a contribuire al dibattito, in seno ad un Summit intergovernativo. Trasformazioni non solo nella tecnologia, dunque, ma potenzialmente anche nella politica internazionale, nella governance mondiale della comunicazione, in un'epoca in cui da un lato l'interesse nazionale e il realismo delle relazioni internazionali prevalgono sul diritto internazionale, dall'altro l'affermarsi di dinamiche transnazionali di mobilitazione sociale ha portato all'affermarsi di un'opinione pubblica mondiale da alcuni considerata una "superpotenza".
E' in questo quadro complesso che si colloca la Campagna Communication Rights in the Information Society. E vi si colloca per dare forza ad un modello di società della conoscenza fondato sul diritto delle persone e dei popoli a comunicare, pre-condizione per il godimento di altri diritti fondamentali. Partendo dall'esperienza decennale di organizzazioni non governative attive nei settori della comunicazione per lo sviluppo e dell'informazione alternativa, CRIS non è una campagna internazionale "tradizionale". Essa non opera per il raggiungimento di un singolo obiettivo, né si dà un tempo definito. CRIS coglie l'occasione offerta dal Summit delle Nazioni Unite per richiamare l'attenzione del pubblico e di tutte quelle realtà della società civile che possono considerarsi "in gioco" con le trasformazioni della società della conoscenza, sui temi che si rivelano problematici nella definizione dei contorni di tale società: i diritti di proprietà intellettuale, l'omologazione culturale, il pluralismo dell'informazione, la libertà di espressione dei cittadini. Ma CRIS va oltre l'orizzonte temporale del Summit, per invadere lo spazio pubblico e contribuire a formare una consapevolezza diffusa che tale spazio può essere una sfera di democrazia, plurale e partecipativa, solamente se si affermerà un modello di società dell'informazione che avrà al suo centro le persone e le comunità umane, con le loro esigenze e le loro aspettative, con la loro pluralità e la loro ricchezza; un modello secondo il quale l'accesso alla conoscenza e la possibilità di comunicare non siano merce di scambio ma vengano riconosciuti come diritti fondamentali.
COSA
Le Nazioni Unite, in collaborazione con ITU (Unione Internazionale delle Telecomunicazioni),
organizzano un Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione.
CHI
Il Summit è un processo tripartito, che prevede la partecipazione di
governi facenti parte delle Nazioni Unite, i privati e la società civile,
oltre alle agenzie internazionali.
QUANDO E DOVE
Avrà luogo in due fasi: a Ginevra, dal 10 al 12 dicembre 2003. Una seconda
fase è prevista a Tunisi nel 2005 per proseguire le decisioni prese a
Ginevra.
PERCHE'
Lo scopo, secondo gli organizzatori, è "sviluppare una visione
e definizione della Società dell'Informazione, per capire meglio
i suoi scopi e dimensioni e redigere un piano d'azione strategico per
adattarsi con successo alla nuova società".
LA STORIA
L'idea di un Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione
è nata nella Conferenza di ITU in Minneapolis nel 1998 ed si basa su
tre risoluzioni: la Risoluzione 73 adottata nella Conferenza a Minneapolis nel
1998; la Risoluzione 1158 adottata nel Consiglio di ITU nel 2000; la Risoluzione
1179 del Consiglio di ITU, adottata nel 2001. La Risoluzione 56/183 dell'Assemblea
delle Nazioni Unite, inoltre, stabilisce le linee generali dell'organizzazione
del Summit, demandando ad ITU il lavoro preparatorio.
GLI OBIETTIVI
dal Summit dovrà uscire una Dichiarazione sui principi e le regole di
condotta mirate a stabilire una Società dell'Informazione più
partecipativa e sostenibile. E un Piano d'Azione che formuli proposte
operative e misure concrete da assumere perché tutto il mondo possa beneficiare
delle opportunità di una Società dell'Informazione democratica.
IL PROCESSO
Come tutti i Summit di questo tipo, la procedura prevede un processo preparatorio
con alcuni momenti di incontro e discussione. Finora due sono state le conferenze
preparatorie, le cosiddette PrepCom: la prima a settembre 2002, la seconda a
febbraio 2003. La PrepCom 3 è invece prevista per settembre 2003. Ci
sono state alcune conferenze regionali: a Bucarest quella europea (novembre
2002), a Bamako quella africana, a Santo Domingo si è incontrata l'America
Latina (gennaio 2003), mentre a Tokyo l'Asia (gennaio 2003). A queste
vanno aggiunti altri momenti di discussione sul WSIS nell'ambito di incontri
della società civile.
La Società dell'Informazione è al cuore delle questioni
politiche, sociali, culturali e economiche con cui ci stiamo confrontando in
questo inizio di 21esimo secolo.
Il centro del Summit della Società dell'Informazione non vuole essere la tecnologia, ma l'essere umano: non è sufficiente essere connessi per risolvere i problemi fondamentali del sottosviluppo. Che valori dobbiamo abbracciare per assicurare che la Società dell'Informazione diventi un veicolo per la democrazia, la giustizia, l' uguaglianza, il rispetto per gli individui, il loro sviluppo personale e sociale? Qual è il ruolo della comunicazione in disegnare il futuro della società che vogliamo costruire?Senza la partecipazione attiva della società civile, dei governi e del settore privato, una Società dell'Informazione egualitaria non può esistere. Ciò significa che una nuova forma di dialogo deve instaurarsi tra i tre diversi soggetti. Un nuovo processo è stato instaurato per esplorare vie creative di interazione che permettano a tutti di portare il proprio contributo al processo di decisione. Di fatto la procedura è democratica solo sulla carta, e la società civile viene costantemente marginalizzata. Ma molto dipende dalla mobilitazione di tutti i cittadini per prendere parte al Summit e al processo preparatorio.
La società dell'informazione, ci dicono, è la promessa di una società nuova, basata sulla conoscenza e la promessa di vantaggi inaspettati per l'educazione, la salute, lo sviluppo, la democrazia e molto altro. I flussi della conoscenza dovrebbero collegare i centri principali con ogni villaggio e, viceversa, le aree periferiche con quelle centrali. Ma la realtà, se le tendenze attuali continueranno, rischia di essere molto diversa e il sogno potrebbe diventare un incubo:
Molti temono che l'approccio attuale alla società dell'informazione sia in realtà un'espansione continua del controllo esercitato dalle grandi imprese, che nascondono il dissenso e costruiscono il consenso. Gli interessi dei grandi gruppi hanno trovato rappresentanza nelle sedi decisionali, dove i governi sono relegati al ruolo di spettatori fra monoliti industriali che lottano per conquistare la fetta maggiore della torta. Pochissima attenzione si presta alla regolazione internazionale e alle implicazioni che tutto questo avrà per la gente comune e per lo sviluppo sociale.
Nonostante questo la gente in tutto il mondo sta sviluppando una nuova visione della società dell'informazione, una visione centrata sui diritti umani. Nuove forme e nuovi strumenti di comunicazione vengono utilizzati per costruire comunità globali a partire dalle realtà locali, per scambiare conoscenze, amplificare le voci rese marginali, organizzare e rafforzare la partecipazione e celebrare la diversità culturale e intellettuale.
Dobbiamo scegliere, e poi iniziare a costruire, la società dell'informazione che vogliamo. Sarà una società comoda per le élite globali ma che escluderà regolarmente la maggioranza della gente? O sarà una società capace di promuovere lo sviluppo sostenibile, i diritti umani, la dignità delle persone? Il diritto a comunicare è un diritto umano universale, ed è sostegno al godimento di tutti gli altri diritti. L'emergere dalla società dell'informazione deve vedere questo diritto esteso e rafforzato a beneficio di tutti.
WSIS - World Summit on the Information Society
Il Summit - Molti summit delle Nazioni Unite sono stati organizzati in questi
anni, quali quello di Rio sull'ambiente e quello di Pechino sulle donne.
Ora si sta organizzando un Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione
(WSIS), che si terrà a Ginevra nel dicembre 2003 e a Tunisi nel 2005.
L'obiettivo è: "Sviluppare una visione e una comprensione
comune della società dell'informazione ... e stilare un piano
di azione strategico per promuovere l'adattamento alla nuova società"
(si veda il sito http://wsis.itu.int).
La società civile deve assumere un ruolo di primo piano nel promuovere
una visione della società dell'informazione che sia centrata sulle
persone e i loro diritti.
LA MISSIONE DI CRIS
La campagna CRIS è stata lanciata nel novembre 2001 come una iniziativa
della Piattaforma per il diritto a comunicare, un luogo di incontro fra organizzazioni
nongovernative internazionali che operano nell'ambito dei media e della
comunicazione. Per CRIS, il Summit rappresenta un mezzo e non un fine: le questioni
con cui ci stiamo confrontando sono molto più complesse di quanto possa
essere discusso in quella sede. Tuttavia il Summit offre un buon punto di partenza.
La nostra visione della società dell'informazione si fonda sul diritto a comunicare, come mezzo per sostenere i diritti umani e rafforzare la vita delle persone e delle comunità, da un punto di vista sociale, economico e culturale. E' fondamentale che le organizzazioni della società civile si mettano insieme per contribuire a costruire una società dell'informazione basata sui principi della trasparenza, della diversità, della partecipazione e della giustizia sociale ed economica; una società capace di dare voce alle diverse prospettive culturali, regionali e di genere. Il Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione rappresenta un forum importante per promuovere questo obiettivo. Noi aspiriamo ad ampliare l'agenda e gli obiettivi del Summit in particolare sulle questioni legate ai media e alla comunicazione, e ad incoraggiare la partecipazione di un ampio spettro di gruppi della società civile in questo processo.
Quali sono i temi e le azioni? Porre i diritti umani al centro della società dell'informazione significa operare su diversi fronti. CRIS si concentra su temi ed azioni che coinvolgono direttamente la vita delle persone quali:
CRIS crea lo spazio perché la società civile rifletta, si colleghi, e agisca nella società dell'informazione, attraverso tre pilastri di azione:
Tutto questo include la produzione di materiali di discussione, risorse web
interattive, partecipazione e organizzazione di seminari, lo scambio di informazioni,
le attività di lobby e di advocacy.
Che cosa posso fare io? CRIS è una campagna aperta che raccoglie gruppi
già esistenti e singoli attivisti. E' strutturata in gruppi di
lavoro e in gruppi tematici, con reti nazionali e regionali a sostegno di iniziative
locali. Puoi contattarci a act@crisinfo.org
o visitare il sito http://crisinfo.org,
o ancora scrivere a CRIS Campaign c/o WACC 357 Kennington lane, Londra SE11
5QY, UK
Organizzazioni promotrici: Platform for Communication Rights (Convenor); ALAI, ALER, APC, AMARC, CAMECO, CCNS, EED International, ECCR, FEMNET, GlobalCN, IWTC, IPS, MediaChannel, PANOS London, Les Penelopes, People's Communication Charter, RITS, VECAM, WACC. Singoli promotori: Michael Eisenmenger, Regina Festa, Margaret Gallagher, George Gerbner, Bruce Girard, Alfonso Gumucio-Dagron, DeeDee Halleck, Cees Hamelink, Mike Jensen, Wolfgang Kleinwächter, Robert McChesney, Kaarle Nordenstreng, Seán Ó Siochrú, Claudia Padovani, Marc Raboy, Bob Scott, Sara Stuart.
di Stefania Milan
PERCHE' I GIOVANI DENTRO AL WSIS
I giovani, prima generazione a crescere con Internet, come leaders effettivi
della Società dell'Informazione: da qui la necessità di
coinvolgerli come protagonisti nel processo decisionale del WSIS. I giovani,
e non la mera tecnologia, sono la risorsa su cui puntare nella costruzione di
una Società dell'Informazione più partecipativa, sostenibile
e rispettosa dei diritti umani. I giovani anche nel ruolo di mediatori tra tecnologia
e generazioni non ancora addomesticate all'uso delle ICTs, nella costruzione
e traduzione dell'immaginario di una società che cambia rapidamente
rischiando di lasciarsi alle spalle dei nuovi esclusi.
OBIETTIVI
Coinvolgere la società civile, guidando i meno informati nel complesso
processo del WSIS, rendendo accessibili i temi, "traducendoli".
Cercare, con un'attività di lobby presso il governo, la partecipazione
della società civile e dei giovani in particolare al WSIS.
PARTNER
IL GRUPPO ITALIANO
Nasce nell'ambito del corso di laurea di Scienze della Comunicazione dell'Università
di Padova. La prima uscita pubblica risale al novembre scorso, con la partecipazione
alla presentazione del capitolo italiano di CRIS al Forum Sociale Europeo di
Firenze. Si sta cercando di estendere dentro le Università la mobilitazione
e la sensibilizzazione sui temi del WSIS, cercando il coinvolgimento critico
degli studenti, specie delle aree affini, come Sociologia, Scienze Politiche,
Scienze dell'Educazione: crediamo nel ruolo dell'università
come avamposto critico e fucina produttiva nella definizione della Società
dell'Informazione che vogliamo, in nome del libero accesso ai saperi e
di un'educazione plurale e multidirezionale, il più possibile spendibile
nella vita lavorativa.
La discussione sul WSIS non si esaurisce nell'analisi critica delle varie
posizioni, ma è uno spazio aperto di discussione e creazione dell'alternativa:
non solo una protesta ma uno sforzo collettivo per costruire una visione "altra"
della Società dell'Informazione centrata sulla persona e i suoi
bisogni e non sulla macchina. La comunicazione è un tema globale essenziale
nella costruzione della mappa del potere rimessa in discussione dall'avvento
delle telecomunicazioni e del cosiddetto cyberspazio ed è l'area
più virulenta e pericolosa della globalizzazione neoliberista. Essere
parte del processo appare fondamentale, come studenti e come cittadini.
MODALITA' PER CONTRIBUIRE
FOCUS DEL GRUPPO
Fra le tematiche in agenda, questi i temi nei quali i giovani chiedono maggiore
attenzione:
COSA E' STATO FATTO
Oltre a portare avanti una discussione on-line, alcuni giovani hanno partecipato
alle due Prepcom di Ginevra, dividendosi fra i diversi comitati e partecipando
con le loro proposte alla stesura dei documenti finali.
RIFERIMENTI
mailing-list: cris-italia@unimondo.org
di Jason Nardi, direttore di Unimondo (Oneworld Italia)
La battaglia per il software libero e per la liberazione delle tecnologie - nonché per il loro utilizzo nelle amministrazioni pubbliche e nei paesi "in via di sviluppo" - fa parte di uno scenario più grande, che alla fine di quest'anno e per almeno altri due catturerà la nostra attenzione e le nostre energie. A dicembre si svolgerà infatti il WSIS - World Summit on the Information Society -, promosso dalle Nazioni Unite e dall'ITU, dove visioni diverse della Società dell'Informazione si confronteranno e la presenza della società civile sarà determinante per ampliare l'orizzonte di quello che si prospetta semplicemente come un grande mercato delle infrastrutture e degli standard digitali, con la protezione della proprietà intellettuale tout-court come principio fondamentale.
Ma cos'è la Società dell'Informazione? Alcuni la
definiscono addirittura la Società della Conoscenza (Knowledge-based
Society), un non-luogo che porterà incredibili dividendi per la democrazia
(digitale), l'educazione, la salute, lo sviluppo (più o meno sostenibile:
l'ambiente non viene citato spesso). Network senza soluzioni di continuità
che trasportano flussi di informazioni dai maggiori centri ai più piccoli
villaggi sperduti, e ritornano ancor più ricchi di "sapere".
Promettenti soluzioni chiavi-in-mano per i paesi più poveri (meglio,
impoveriti) con l'istituzione di autostrade informatiche e governi digitali.
E ancora, rapidi incrementi delle capacità di gestire questioni globali,
ma ancor più di transitare valute e investimenti in maniera istantanea
da un capo all'altro della terra e quindi di aumentare le ricchezze nei vari
paesi risolvendo dal giorno alla notte problemi cronici, in una visione di crescita
infinita.
La realtà, se il trend di concentrazione economico-mediale dovesse continuare
al ritmo odierno, potrebbe essere ben diversa, con la perdita invece che la
conquista di diritti acquisiti nel tempo sulla libertà di espressione
e di accesso ai mezzi di comunicazione. L'accesso ai saperi -- da quelli tradizionali
e indigeni (come la medicina e la musica popolare) a quelli accademici e dell'ingegno
-- sono sempre più oggetto di privatizzazione, concentrandone la proprietà
nelle mani di pochi e limitando l'accesso a coloro che possono pagarlo. L'etere,
dalle onde radio-televisive a quelle per le telecomunicazioni in genere, viene
tagliato a fette e venduto al miglior offerente.
Anche Internet, forse la migliore forma di dominio pubblico finora sperimentata, è sempre più commercializzato e controllato dagli attori del Mercato e dello Stato, con complessi sistemi che invadono la privacy a nostra insaputa. I mass media, sterilizzati e omogenizzati, confondono sempre più i messaggi di informazione con quelli di finzione e di invito al consumo, facendo dell'infotainment la modalità per costruire il consenso.
In questo contesto, comunicare i diritti e una visione di società aperta alla condivisione dei saperi e alla priorità del bene della comunità su quello del profitto privato, diventa sempre più impegnativo. Utilizzare le nuove tecnologie e media come strumenti per "fare rete" e costruire comunità globali a partire dal livello locale, condividendo la conoscienza, organizzando azioni politiche "dal basso", rafforzando la partecipazione cittadina sono una forma di resistenza attiva alla visione oligopolistica della Società dell'Informazione che gli scenari attuali sembrano prometterci. Dalle tv di strada, passando per i media indipendenti meta- e multi-mediali al software libero, la "liberazione" delle tecnologie può avere il duplice effetto di rompere legami di dipendenza da produttori/distributori monopolistici e di creare comunità di sviluppo e di consumo critico dell'informazione. Senza contare gli effetti positivi che questo processo può avere nei paesi impoveriti o "in via di sviluppo". In Italia, sono molte le esperienze di comunicazione sociale che negli ultimi hanni stanno emergendo dalla fase sperimentale per affermarsi in un panorama in cui la concentrazione delle risorse pubblicitarie, di produzione e di distribuzione è sempre più alta.
Il diritto a comunicare e l'accesso ai saperi sono diritti umani universali, che influenzano e informano tutti gli altri diritti umani. Se vogliamo vivere in una società dove pace, sviluppo sostenibile, democrazia partecipativa e diritti universali abbiano un significato corrispondente ai valori che rappresentano, è necessario affermare il diritto a comunicare e l'uso delle tecnologie appropriate che lo permettono come patrimonio comune. Gli strumenti per farlo sono nelle nostre mani.
Documenti tematici per approfondire il dibattito
Il gruppo promotore della campagna CRIS ha prodotto alcuni "paper", brevi documenti che approfondiscono tematiche complesse nell'ambito della discussione sui diritti di comunicazione.
Il Paper 1 si propone di spiegare il significato del termine "Information Society (Società dell'Informazione)", teorizzato con l'avvento della società post-industriale; l'obiettivo è quello di capire se tale concetto può interpretare adeguatamente i cambiamenti che sono oggi in atto nelle strutture sociali e nei processi globali.
Nella "Società dell'Informazione", dove il sapere e le idee sono alla base del fluire della vita umana e delle sue passioni, i diritti sulla proprietà intellettuale sono emersi per mediare e controllare la circolazione dei saperi. Il pericolo della "copia facile", introdotto con l'era digitale, ha rinnovato l'interesse per il copyright, la forma più importante di diritto sulla proprietà intellettuale. Su questi argomenti e sul rapporto tra copyright e sapere, inteso come bene pubblico, si concentra il Paper 2.
Il terzo Paper affronta la questione dei community media (media di comunità), strumenti che prestano servizio alle comunità più svantaggiate del mondo, da cui sono gestiti e controllati, offrendo loro un'opportunità per far sentire la propria voce.
L'approfondimento sulle tematiche afferenti ai diritti di comunicazione prosegue nel Paper 4 che si occupa di proprietà dei media e fenomeno della concentrazione, con un particolare accento sulle minacce poste da questi sviluppi all'attuale sistema di proprietà ed allocazione dei domini di Internet.
Il Paper 5 approfondisce il tema del controllo sui media partendo dall'osservazione delle pressioni esercitate sui modelli di proprietà, regolamentazione e sovvenzione di un sistema mediatico; il documento spiega i vincoli imposti ai lavoratori del settore dei media, giornalisti e non, ed esplora l'entità dell'offerta per il pubblico.
Sono in fase di pubblicazione nuovi Paper non ancora tradotti in italiano disponibili nel sito www.crisinfo.org.
DOCUMENTO TEMATICO 1
Il termine "Information Society (Società dell'Informazione)" o il connesso "Società della Conoscenza" è utile per la società civile? Descrive adeguatamente i cambiamenti che stanno avvenendo nelle strutture sociali e nei processi globali? Sta veramente emergendo una nuova forma di società? E se sì, una società per chi? E come può essere impiegata per promuovere i diritti umani e soddisfare le urgenti necessità degli esseri umani?
La Società dell'Informazione non è ideologicamente neutrale.
Le risposte a queste domande non sono per niente scontate, perché il termine ha una pesante implicazione ideologica. Appena il boom postbellico diventò una spirale che portò ristagno e recessione, il libro di Daniel Bell "L'avvento della società post-industriale" (1973) preparò il terreno per lo sviluppo dell'idea di una "Società dell'Informazione". Bell teorizzò che lo sconvolgimento economico che stavano sperimentando le economie industrializzate del Nord preannunciava uno spostamento dal loro essere basate sulla produzione di beni all'essere basate sulla produzione di servizi. Uso dei computers, ricerca e sviluppo scientifico, educazione, cura della salute; servizi basati sul sapere dovevano diventare l'asse portante di una nuova economia postindustriale e di una società basata sull'informazione.
Tra gli anni '80 e l'inizio degli anni '90 ha preso avvio
il trasferimento della manifattura industriale verso i paesi del sud del mondo,
dove i salari sono inferiori, e una marea di teorie, studi e relazioni sponsorizzati
dai governi hanno seguito la strada tracciata da Bell e hanno visto in questa
ripresa economica l'avanzamento della "società post-industriale".
Il libero mercato, le privatizzazioni, la deregolamentazione e la ristrutturazione,
alimentate dalla politica economica neo-liberale, sono diventate parole d'obbligo
di un piano emergente che era essenzialmente un mezzo per rianimare un sofferente
sistema capitalistico.
Le telecomunicazioni hanno giocato un ruolo chiave in questo processo. Nello
scenario globale esse hanno facilitato il rapido movimento di capitali e beni
contemporaneamente, collegando i nuovi centri manifatturieri del Sud con i mercati
del Nord.
Nel Nord si pensava che la deregolamentazione dei mercati delle telecomunicazioni
aiutasse a incentivare gli investimenti nella ricerca e nello sviluppo delle
tecnologie e fornisse quindi l'infrastruttura tecnica per la produzione
e lo scambio di nuovi prodotti per l'informazione.
Come altri avevano fatto in precedenza, l'Unione Europea, quando ha attuato
uno sforzo serio per ri-regolamentare e privatizzare il settore delle telecomunicazioni
a metà degli anni '90, ha adottato il termine "società
dell'informazione" con l'intento di sottolineare che la nuova
società verso cui stava indirizzando i suoi sforzi avrebbe avuto un importante
focus sul sociale. Ristrutturare non riguardava semplicemente le infrastrutture
(che in fine dovevano essere possedute e controllate dal settore privato), ma
anche lo sviluppo societario e l'investimento, assicurando che i benefici
dell'operazione raggiungessero le persone e le collettività.
Sfortunatamente le attività e i budget finalizzati al raggiungimento degli obiettivi sociali erano minuscoli, se confrontati con i grandi cambiamenti portati dalla ri-regolamentazione e dalla privatizzazione delle infrastrutture. Nel 1995 il G7 dei paesi industrializzati ha definito la propria versione della Società dell'Informazione Globale offrendo comunque poche e piccole applicazioni pilota per promuovere servizi universali mentre allo stesso tempo perseguiva vigorosamente politiche di liberalizzazione che hanno avuto largamente successo nella de-nazionalizzazione dell'industria delle telecomunicazioni e stanno procedendo verso il sistema dei media più in generale.
In questa prospettiva, la "Società dell'Informazione" è un'invenzione nata dai bisogni di globalizzazione di capitale e dei governi che li supportano. Mentre vi è stata, come risultato, una grande crescita di accesso in molti paesi del Sud, questa è largamente ristretta alle aree urbane e ai mercati più vantaggiosi, e molti si sono trovati dal lato sbagliato di un crescente "Divario Digitale" - uno spaccamento multisfaccettato: gli utenti delle tecnologie sono in prevalenza maschi con una prospettiva "Occidentale", con un'educazione superiore e un'entrata mensile elevata e questo ovunque, al Nord come al Sud.
Il Word Summit della Società dell'Informazione, la Dot Force, e perfino la UN ICT Task Force sono visti da molti semplicemente come l'ultimo round in questo sviluppo sbilanciato di politiche - facendo delle operazioni di facciata sulla tendenza ad imporre un modello di comunicazioni neoliberale in ogni angolo del globo. Mentre si concentrano (con un effetto limitato) sull'ultima ondata di ingiustizia: - il "Divario Digitale" -, questi attori falliscono nell' affrontare, e articolare, gli aspetti più profondi dei grandi cambiamenti strutturali che vediamo nell'arena dell'informazione e della comunicazione presa nel suo complesso.
Salvare il concetto: ritorno alle origini
Questa visione della Società dell'Informazione, guidata dagli interessi delle grandi imprese transnazionali, con nessuna attenzione verso i reali bisogni degli esseri umani e le ingiustizie sempre crescenti, non è appoggiata da molte persone nella società civile. Quindi il primo passo è quello di riabilitare il termine "Società dell'Informazione" per sostenere che non c'è un solo modello di società dell'informazione, ma molte possibili "società dell'informazione". Il passo successivo è di determinare che tipo di società dell'informazione incrementerà lo sviluppo sociale e i diritti umani e se il WSIS possa offrire un'opportunità di unirsi ad altri soggetti nel progettare e implementare quel modello di società.
Un problema con l'uso corrente di "Società dell'Informazione" è che spesso presenta le tecnologie di informazione e comunicazione, e l'acceso ad esse, come fini in se stessi piuttosto che come mezzi che aprono opportunità. Focalizzarsi sul secondo punto farebbe sorgere presto un maggior numero di domande fondamentali, che erano al centro dei primissimi dibattiti sulla società dell'informazione, o quella che era allora chiamata società post-industriale. Negli anni '70 i politici capirono che l'informazione stava giocando un ruolo crescente non solo nei settori economici (la crescita di lavoratori, servizi, merci, etc.) ma anche nella vita sociale, culturale e politica. Questa tendenza assunse impeto nei decenni successivi, e ha fatto nascere l'idea della Società della Conoscenza. Strettamente legata a quella di "Società dell'Informazione", questa nozione pone un collegamento tra l'informazione e il sapere, ma in un ambiente competitivo e guidato dal mercato.
Domande chiave per il WSIS
Se la società civile sta per prendere in mano e riscattare il concetto di una società dell'informazione, deve tornare ai principi di base ponendosi le giuste domande:
Molte domande sussidiarie seguono quest'inquadramento del problema: le tendenze globali sul copyright hanno sostenuto troppo i proprietari delle grandi società, a scapito della creatività e del pubblico dominio? La concentrazione della proprietà dei media sta danneggiando la partecipazione politica e la diversità culturale? La liberalizzazione delle telecomunicazioni limiterà le politiche per servizi universali, specialmente per gli utenti poveri e che abitano in zone rurali? Che impatto avrà la privatizzazione sotterranea dello spettro radio su questa risorsa pubblica? Quali sono le implicazioni a lungo termine della commercializzazione nell'area del sapere, attraverso la pubblicità e la promozione di un'etica del consumatore? Sono necessarie le attuali erosioni della privacy e la crescita della sorveglianza? Che azioni sono necessarie per individuare le cause del divario digitale? Come possono i giovani e le donne partecipare e influire sulle politiche dell'information society? Possono le tendenze correnti sulla governance globale mettere i diritti umani al centro dell'agenda della società dell'informazione? La Società dell'Informazione porterà uno sviluppo sostenibile per tutti? Il WSIS potrebbe offrire un forum appropriato nel quale sollevare questi problemi vitali.
"Società dell'Informazione": è un concetto utile alla società civile? Potenzialmente sì - se orientato a comprendere l'intera dinamica dell'informazione e del sapere conoscenza nella società, e se si concentra nel potenziare i diritti umani e lo sviluppo sociale, culturale ed economico. Ma se invece si ferma a discutere sul Divario Digitale; se confonde i mezzi (le tecnologie) con i fini (lo sviluppo dell'umanità) fallisce nel trascendere le sue profonde radici ideologiche.
Letture di approfondimento:
DOCUMENTO TEMATICO 2
Le invenzioni della mente - le idee - sono molto speciali. Tutta la cultura e la società è costruita sopra innumerevoli strati di conoscenze e idee accumulatesi nel passato. Nelle arti, nella medicina, nell'educazione, nell'agricoltura e nell'industria, praticamente in tutte le aree dello sviluppo umano, il sapere e le idee sono alla base del fluire della vita umana e delle sue passioni.
I diritti sulla proprietà intellettuale sono emersi nel mondo industrializzato come mezzo per mediare e controllare la circolazione del sapere, come mezzo per bilanciare i diritti conflittuali di differenti gruppi coinvolti nella genesi e nell'uso di idee dotate di un valore economico. I diritti sulla proprietà intellettuale partono dal presupposto che i creatori o autori delle idee abbiano diritto economico a un equo ritorno per il loro sforzo e il diritto morale che le loro idee non vengano distorte.
D'altro canto le idee non sono semplicemente il prodotto degli individui o delle imprese. Per la maggior parte esse incorporano o si basano sulle tradizioni, sulla saggezza storicamente accumulata e sulla comprensione frutto di gruppi sociali e società. A volte si basano su creature e processi naturali che hanno impiegato milioni di anni per evolversi. Generalmente, la ricerca è almeno in parte finanziata o sovvenzionata dai fondi pubblici e dalle tasse, e le istituzioni pubbliche sono attente a sviluppare e mantenere la loro vitalità sociale ed economica. Di conseguenza, la "società in generale" ha il diritto sociale di usare le idee a favore del bene pubblico - specialmente se sono fondamentali per il benessere sociale.
La definizione dei diritti sulla proprietà intellettuale prova a bilanciare
questi diritti: quello morale, quello economico e quello sociale.
Tendenze nella regolamentazione.
Nelle industrie che si occupano di informazione e comunicazione, il copyright
è la forma più importante di diritto sulla proprietà intellettuale.
Tuttavia, data la continua crescita della Società dell'Informazione e lo sviluppo di prodotti di informazione, i brevetti, i trademarks e i disegni di circuiti integrati stanno diventando sempre più rilevanti. Negli ultimi decenni sono emerse tre tendenze che producono distorsioni: le grandi imprese si sono imposte come i possessori fondamentali del materiale soggetto a copyright; la portata, la profondità e la durata del copyright sono notevolmente aumentate, fino a comprendere non solo il lavoro intellettuale ma anche piante e forme di vita; e i proprietari del copyright detengono un notevole insieme di strumenti per rinforzare i loro diritti a livello nazionale e internazionale.
Mentre il diritto sulla proprietà intellettuale è stato tradizionalmente usato dalle industrie della cultura per rinforzare il loro controllo sulle "idee" e sui "prodotti", la minaccia posta dal poter facilmente "copiare" nell'era digitale ha portato ad un rinnovato interesse per il diritto sulla proprietà intellettuale e ad un aumento degli investimenti nel campo della proprietà della proprietà intellettuale. In un'economia del sapere, ogni contenuto che sia il prodotto della manipolazione digitale di dati è considerato proprietà intellettuale. In parole tecniche, perfino un messaggio e-mail può essere eleggibile a essere protetto da un diritto di proprietà intellettuale. Alcuni dei fattori che hanno contribuito al consolidamento di un sistema globale di diritto di proprietà intellettuale basato sul mercato, includono: una contrazione dei profitti in un'era caratterizzata da convergenze tecnologiche e legate ai prodotti; un calo del rendimento economico nelle telecomunicazioni e nei settori delle dotcom; e le minacce, reali e immaginate, poste dalla pirateria attraverso usi della tecnologia come gli MP3 e l'affermarsi di servizi di scambio di musica recentemente diffusi a livello domestico e basati sulla rete (come Napster).
Il diritto di proprietà intellettuale ha così finito per intaccare l'accesso al sapere nello spazio dominio e ai lavori con copyright e ha limitato legittime opportunità di applicazioni culturali; ha represso l'apprendimento, la creatività e l'innovazione ponendo dei freni alla democratizzazione del sapere. Il diritto di proprietà intellettuale si è inoltre intromesso nel campo dell'alimentazione e della medicina, minacciando la sostenibilità dei saperi locali e della biodiversità.
L'arsenale TRIPS
Fra gli strumenti chiave con cui il diritto di proprietà intellettuale
è stato rinforzato ed esteso troviamo due atti collegati al WTO: il Trade
Related Agreement on the Intellectual Property Rights (TRIPS: accordo commerciale
sui diritti sulla proprietà intellettuale) e il Copyright Treaty (1996,
trattato sul copyright) che è stato negoziato dalla World Intellectual
Property Organization (WIPO: organizzazione mondiale per la proprietà
intellettuale), agenzia delle Nazioni Unite.
Questi accordi sono stati usati: 1) come mezzi per vincolare il commercio quando
è in gioco la proprietà intellettuale; 2) come modelli per legislazioni
nazionali sul diritto di proprietà intellettuale e 3) per assicurare
un'armonizzazione tra gli accordi internazionali come tra i TRIPS e la
legislazioni locale sulla proprietà intellettuale. Questi accordi internazionali
sono stati sostenuti da organizzazioni commerciali come la Motion Picture Association
of America, gruppi come la International Intellectual Property Alliance basata
sugli USA e multinazionali come AOL-Time Warner, Microsoft e IBM. Questi gruppi
sono comunemente interessati a problemi come l'impatto della pirateria
sui loro profitti e sono desiderosi di estendere la durata di copyright e brevetti,
quindi di guadagnare da diritti di proprietà e licenze creando chiusure
più o meno permanenti sulla proprietà culturale.
Gli accordi del TRIPS riguardano 1) brevetti; 2) design industriale; 3) trademarks; 4) indicatori geografici e denominazione d'origine; 5) il disegno di layout dei circuiti integrati; 6) informazioni riservate su segreti commerciali; 7) copyrights (letterari, artistici, musicali, fotografici e audiovisivi).
I TRIPS favoriscono i paesi industrializzati e le industrie che hanno dei copyrights internazionali, mentre limitano la libertà dei paesi, specialmente i meno industrializzati, e la possibilità che i sistemi di IPR vadano incontro alle loro esigenze economiche, sociali e culturali. Particolarmente onerose sono le provvigioni dei TRIPS sul brevetto di forme di vita e di farmaci e l'appropriazione e la modifica del sapere locale da parte delle multinazionali.
Il copyright e la mania del brevetto
Negli Stati Uniti il Congresso ha esteso i limiti temporali del copyright 11 volte negli ultimi 40 anni. La legge sul copyright del 1998 ha aumentato la durata del copyright di 20 anni; nel periodo successivo al 1978, ai lavori a cui è stato applicato il copyright da individui singoli, è stato assegnato un termine di 70 anni oltre alla morte dell'autore; i lavori posseduti dalle imprese sono stati protetti per 95 anni e le estensioni sono state applicate anche agli autori che erano deceduti da tempo e a opere ormai fuori stampa.
Queste estensioni hanno avuto effetto anche in altre parti del mondo. Innanzitutto c'è stato un massiccio incremento di domande per i brevetti: 7,1 milioni di domande sono state compilate nel 1999 contro gli 1,8 milioni del 1990. Il WIPO ha ricevuto un record di 104 mila domande per brevetti internazionali dalle industrie dell'informazione nel 2001. Il 38,5% di queste domande veniva dagli Stati Uniti mentre i paesi in via di sviluppo hanno coperto a mala pena il 5%. In Europa, la Philips ha riempito 2010 domande per il 2000 mentre la British Telecommunication hanno accumulato 13 mila brevetti, proteggendo anche 1700 invenzioni nello stesso anno. L'IBM è rimasta la maggiore compilatrice di domande negli USA con 2886 brevetti nel 2000. Ha incassato 1,7 miliardi di dollari dando licenze sui suoi brevetti. Una frazione dei 38 miliardi di dollari che le compagnie statunitensi hanno incassato in royalties nel 2000. Questo ha creato un sistema in cui tutto il sapere viene rimodificato e venduto sul mercato al miglior offerente, lasciando il bene pubblico in una posizione vulnerabile.
Il diritto di proprietà intellettuale e le sue implicazioni per la società civile.
L'argomento chiave per la società civile è quello legato alla democratizzazione del sapere. Visto che la creatività si basa su se stessa, cosa ha bisogno di fare la società civile per proteggere le tradizioni della creatività? I lavori di Shakespeare, o per la stessa ragione la piattaforma di Microsoft Windows, sarebbero stati creati se fossero state messe in vigore restrittive leggi sul diritto di proprietà intellettuale? Cosa si può fare per ricompensare i creatori senza permettere loro di monopolizzare perpetuamente il sapere? Cosa si può fare per proteggere i beni, la cultura e le forme di vita globali nello spazio pubblico che è un'eredità della genere umano? Ci sono le premesse per collaborazioni globali fra società civile-agenzie governativeagenzie intergovernative per difendere una clausola dell'"eccezione culturale" per il commercio in prodotti culturali? Cosa bisogna fare per assicurare che gli ambienti culturali in cui viviamo includano anche delle zone libere da copyright o brevetti? Che supporto può dare la società civile a movimenti come il copy-left e l' open-source? Che pressione può esercitare la società civile a livello locale per assicurare che le legislazioni sul diritto di proprietà intellettuale rispondano a bisogni culturali e sociali piuttosto che a quelli del capitale internazionale? Cosa può essere fatto per mantenere Internet un'aperta e innovativa risorsa per tutti?
Letture di approfondimento:
DOCUMENTO TEMATICO 3
I community media (media di comunità) forniscono una vitale alternativa all'agenda orientata al profitto dei media dominanti. Sono guidati da obiettivi sociali invece che da motivi privati legati al profitto. Forniscono potere alle persone invece che trattarle come consumatori passivi e sviluppano il sapere locale al posto di rimpiazzarlo con soluzioni standardizzate. La proprietà e il controllo dei media di comunità sono radicati nelle comunità a cui prestano servizio e ad esse devono rendere conto. Inoltre sono impegnati nel promuovere i diritti umani, la giustizia sociale e gli approcci ad uno sviluppo sostenibile.
Una voce per la società civile.
La società dell'informazione promette molto - l'accesso al sapere vitale per la salute e l'educazione, una migliore e più trasparente informazione da parte dei governi e delle imprese, la democrazia elettronica, il commercio e lo scambio globale, la diffusione di notizie in tempo reale. Le comunità più povere del mondo e tuttavia non hanno le risorse per far sentire le loro voci in questo mutevole panorama sociale, esse di conseguenza corrono il doppio rischio di essere lasciate fuori da questa nuova economia e di diventare una terra di discarica culturale per i prodotti del mercato di massa creati da e per le economie più ricche.
I media di comunità aiutano a bilanciare queste ineguaglianze. Forniscono i mezzi per l'espressione culturale, la discussione di comunità, il dibattito. Forniscono notizie e informazioni e promuovono l'impegno politico. La radio è lo strumento di comunicazione più diffuso al mondo e la radio comunitaria è un mezzo pratico ed efficiente per raggiungere e connettere le comunità più svantaggiate del mondo. Allo stesso modo le pubblicazioni indipendenti e di comunità forniscono notizie e punti di vista che sono spesso esclusi dai corporate media. E nel campo dell'informatizzazione i media basati sulla rete Internet sono sempre più concepiti come mezzi per aiutare le comunità a raggiungere obiettivi economici, culturali e politici.
I community media in pratica
I media di comunità sono integrati con i processi della vita di comunità. Offrono dei mezzi concreti per la partecipazione pubblica e per difendere la diversità culturale. Il loro contenuto include news politiche ed economiche che facilitano il dialogo e il coinvolgimento nella comunità, messaggi della comunità e personali (matrimoni, riunioni, asini smarriti), auguri musicali, programmi educativi per lo sviluppo (salute, ambiente, genere sessuale), programmi d'informazione e d'intrattenimento che riflettono la cultura della comunità stessa. Attraverso l'accesso alla produzione e al consumo di comunicazioni rilevanti, questi media formano una piattaforma collettiva per il potenziamento della comunità.
Una tendenza crescente è la formazione di networks regionali, nazionali e transnazionali, che supportano iniziative di comunicazione locali e facilitano la partecipazione politica e sociale a tutti i livelli della comunità. Per esempio:
Costruire i media di comunità
Visto che la comunicazione è un diritto fondamentale e una condizione necessaria per lo sviluppo sociale ed economico, i media di comunità possono apportare un contributo strategico a tale sviluppo. Ma un approccio sostenibile richiede delle fondamenta solide.
Costruire dei media di comunità richiede un approccio basato sull'"empowerment" delle persone e delle comunità, non di investitori privati. Gli Stati nazionali e le istituzioni internazionali devono garantire l'accesso alla produzione, la distribuzione e la fruizione a tutti i gruppi della società, devono garantire riforme legislative che assicurino l'accesso effettivo e devono essere implementate politiche di supporto per questo tipo di strumenti. Questo richiede un rafforzamento dei diritti di libertà d'informazione e di libertà d'espressione. Similmente, il copyright e la regolamentazione sulla proprietà intellettuale devono consentire la libera circolazione di conoscenze rilevanti per il benessere della comunità.
Una maggiore attenzione per il potenziale di sviluppo del broadcasting di comunità, e in particolare delle radio di comunità, è necessaria da parte di governi, agenzie intergovernative e settore privato. I progetti dei media comunitari richiedono assistenza per potersi adattare alle nuove tecnologie di produzione digitale e per incrementare il loro accesso a internet. Bisogna creare dei collegamenti strategici tra le community radio e lo sviluppo di centri di accesso, così come si devono sviluppare opportunità per riunire le risorse dei media comunitari di broadcast, della stampa e basati sul web.
In particolare lo sviluppo della community radio e il futuro della televisione di comunità dipenderanno dall'accesso alle risorse tecniche. Un accesso possibile a frequenze, canali e banda, e l'adozione di standard tecnici appropriati sono imperativi. I corpi governativi e intergovernativi, inclusa la International Telecommunications Union, devono assicurare uno spettro di allocazione e definire standard tecnici per lo sviluppo dei community media. Media privati e fornitori di telecomunicazioni dovrebbero offrire lo spazio per il canale e per le trasmissioni di comunità, gratuitamente o a basso costo.
Una prospettiva fiorente è quella dell'informatizzazione di comunità, che si occupa di attivare l'uso di tecnologie per l'informazione e la comunicazione (ICTs) nelle comunità. Questo unisce le prospettive di una varietà di soggetti: gli attivisti e i gruppi della comunità, i legislatori, gli utenti/cittadini, gli artisti, e una varietà di accademici che lavorano su queste discipline.
Un approccio all'informatizzazione di comunità deve basarsi su:
l'accesso alle opportunità del progetto di servizio, un telecentre
o un centro di progettazione dell'accesso di comunità, un progetto
del sistema di comunità, un servizio di consegna online e un supporto
online. Le applicazioni dell'informatizzazione della comunità includono
l'accesso a Internet della comunità, l'informazione della
comunità, la partecipazione civica online, un servizio comunitario di
consegna online, lo sviluppo economico comunitario, networks di educazione,
addestramento, apprendimento, addestramento regionale e comunitario e telelavoro.
Una ricca letteratura si è sviluppata sull'informatizzazione delle
comunità, e copre un vasto numero di argomenti, puntando l'attenzione
su casi studio nel Nord America, Europa, America Latina e i paesi in via di
sviluppo e presentando opportunità notevoli: come sono soddisfatti i
bisogni di accesso in determinate comunità? I community networks sono
capaci di costruire un ponte sopra il Divario Digitale? Lo sviluppo economico
della comunità: come vi stanno contribuendo i community networks? I community
networks stanno contribuendo all'inclusione sociale? Quali sono gli effetti
di una maggiore partecipazione alla comunità? Lo sviluppo: i telecentres
e altre strutture per l'accesso pubblico stanno rispondendo ai bisogni
delle persone che vivono nei paesi in via di sviluppo? Come stanno contribuendo
i community networks all'alfabetizzazione digitale?
Conclusioni:
I media comunitari sono fondamentali per creare una società civile forte e socialmente responsabile. Devono avere accesso a risorse finanziarie sufficienti e allo stesso tempo rispettare e preservare la propria indipendenza dal governo e dai media commerciali. Gli introiti ottenuti dalla vendita dello spettro elettromagnetico e dalle licenze sulle telecomunicazioni dovrebbero essere reinvestiti per scopi di comunicazione sociale, incluso il supporto allo sviluppo dei media comunitary. Dovrebbero essere realizzate iniziative politiche che promuovono e supportano i media comunitari a livello regionale, nazionale e transnazionale - come incentivi fiscali, fondi per la produzione e una legislazione che supporti la creazione di cooperative e altre forme di organizzazione non-profit. Lo sviluppo di politiche di comunicazione e l'investimento internazionale in tecnologie di informazione e comunicazione devono includere il supporto per i media basati sulla comunità.
Letture di approfondimento:
DOCUMENTO TEMATICO 4
Potrebbe sembrare che solo i governi ed il settore privato abbiano interessi nel business dei mezzi di comunicazione, soprattutto perché i loro interessi spesso si sovrappongono. Invece, le concentrazioni di media sollevano tutta una serie di questioni rilevanti anche per la società civile.
La proprietà dei media ha subito radicali cambiamenti negli ultimi 10 anni. Una manciata di mega imprese internazionali e regionali - AOL-Time Warner, News Corporation, General Electric, Sony, Vivendi, Viacom, Televisa, Globo e Clarin, insieme a poche altre- ora controlla vaste sezioni del mercato mondiale dei media. Ad esempio, circa il 35% dei giornali che circolano nel Regno Unito sono di proprietà della News Corporation di Rupert Murdoch. Silvio Berlusconi controlla 3 dei 4 canali nazionali privati di teletrasmissione in Italia, ha recentemente messo uno dei suoi "amici" a capo del servizio pubblico, la RAI. Questa tendenza verso la concentrazione dei media è legata alla diffusione di economie neo-liberali, allo sviluppo tecnologico e all'emergere di una condiscendenza globale e regionale al commercio multilaterale. In effetti, essa rispecchia il modello di economia globale nel quale la ricchezza totale delle 225 tra le persone più ricche del mondo è pari a quella di 2,5 miliardi di poveri.
Che cosa accade quando la proprietà dei media è concentrata fino a questo punto, sia all'interno dei singoli settori che tra i vari settori dei media?
L'enfasi su un contenuto orientato al profitto, e alimentato dalla pubblicità, ha già portato ad una diminuzione del ventaglio delle possibilità di scelta e ad una perdita di spazio per il dibattito informativo. Esistono minacce anche all'attuale sistema di proprietà ed allocazione dei domini di Internet. Anche lo spettro audiovisivo, che è di dominio pubblico, è sotto l'assedio degli interessi commerciali. Di conseguenza, alle persone comuni è reso sempre più difficile l'accesso a canali mediatici indipendenti e a visioni alternative del futuro economico, politico e sociale.
Convergenza e Concentrazioni
Gli sviluppi tecnologici, in particolare la convergenza caratterizzata dall'unione di tecnologie prima non collegate tra loro hanno portato ad una gara per il dominio del mercato e a favorire le concentrazioni proprietarie. L'accaparramento del tradizionale conglomerato mediatico Time Warner da parte della nuova compagnia America Online, che si è fatta dal nulla, è solo un esempio di queste nuove alleanze. Lo scopo era quello di unire il "contenuto" di Time Warner ed il sistema via cavo con la distribuzione a banda larga di AOL. Centinaia di fusioni si sono verificate negli ultimi anni, anche se alcune sono cadute vittime del fallimento dell'economia ".com".
Alcuni di questi fenomeni sono avvenuti in circostanze piuttosto dubbie. Basti prendere come esempio la continua saga sulla proprietà del dominio Internet ".nu", che un tempo apparteneva a Nuie, un'isola del Pacifico. .nu fu venduto per una cifra irrisoria ad un imprenditore statunitense in circostanze non molto chiare. L'imprenditore continuò a guadagnare con questo affare, a spese del governo di Nuie, ormai al verde. Casi simili per le prospettive delle risorse dell'informazione mondiale, tra mezzi leciti ed illeciti, stanno diventando comuni e rischiano di caratterizzare l'economia globale dei media e delle tecnologie.
Commercio e Diritti di Proprietà Intellettuale
Questi sviluppi nella concentrazione dei media devono essere visti sullo sfondo di negoziati sul commercio globale e regionale, in particolare, all'emergere di luoghi topici di queste attività di definizione delle politiche, come l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). E così pure si deve considerare lo sviluppo di blocchi di commercio regionale come il NAFTA, Mercosur e ASEAN. Con il declino dell'industria tradizionale, le industrie della cultura e dei servizi sono diventate una fonte primaria di profitti per le società. Il WTO ha sovrinteso alla liberalizzazione del mercato audiovisivo, alla privatizzazione delle telecomunicazioni e all'estensione del mercato dei media a livello mondiale. Uno dei principali modi in cui le società oligopolistiche dei media hanno ampliato i loro interessi, è stato includere nei negoziati internazionali i Diritti di Proprietà Intellettuale (IPR), soprattutto diritti per la riproduzione (copyrights) e brevetti.
E' noto che il potere globale del sistema operativo Windows è mantenuto attraverso l'assidua protezione che Microsoft dà ai codici del suo software e il suo sistema di licenze.
E la Proprietà Intellettuale è la ragione per cui Paperino continua ad essere proprietà privata dell'impero Disney. E dato che la Proprietà Intellettuale viene estesa ai prodotti e alle pratiche collegate ai media tradizionali, a quelli di massa e a quelli digitali, le preoccupazioni generate dall'attuale sistema dei diritti di proprietà intellettuale devono essere estese anche al suo possibile impatto sulla cultura come eredità del genere umano.
Quali sono le questioni per la società civile
Nonostante sia vero che in diversi paesi, al giorno d'oggi, la gente ha accesso a molte fonti alternative di informazione rispetto a 20 anni fa, una significativa percentuale del pubblico continua a riferirsi alle reti principali di media. Inoltre, le stesse fonti mediatiche alternative subiscono la crescente pressione a legarsi a realtà guidate dal mercato. Tutto questo pone delle questioni per la società civile.
Altre Fonti
Il libro di Edward S. Herman & Robert W. McChesney (1999), The Global Media: The New Missionaries of Corporate Capitalism, Cassel. London and Washington, è una buona introduzione al tema della proprietà globale dei media. Inoltre, Media Developement 4/1998, che parla della questione della proprietà dei media e del controllo, ed anche il saggio di Gillian Doyle (2002), Media Ownership. Esistono alcuni siti ricchi di informazioni collegati a questo tema. Controllate la classifica delle società che possiedono i media su www.mediachannel.org e le fonti rese disponibili da FAIR su www.fair.org.
DOCUMENTO TEMATICO 5
Una delle più importanti decisioni politiche che una società prende è come controllare il suo sistema mediatico. Controllare significa affrontare le questioni della proprietà, della regolamentazione e delle sovvenzioni pubbliche. La proprietà potrebbe essere fondata su su governi, imprese, organizzazioni non governative o privati, potrebbe assecondare interessi volti al profitto o potrebbe non essere affatto orientata al profitto. La regolamentazione potrebbe essere realizzata dal governo, da agenzie non-profit, da partiti politici, dagli utenti dei media e/o della pubblicità.
Le ricerche mostrano come, una volta che i modelli di proprietà, regolamentazione, sovvenzione di un sistema mediatico sono stati compresi, non sia difficile capire gli errori e le pressioni esercitate su quello stesso sistema. L'analisi che segue spiega i vincoli imposti ai lavoratori del settore dei media, giornalisti e non, ed esplora l'entità dell'offerta per il pubblico.
Controllare il contenuto dei media
In teoria, una società sviluppa un sistema di controllo dei media che promuova valori condivisi e non trasmetta quelli ad essa estranei. Nelle società autoritarie i capi tengono uno stretto controllo sui media, sia attraverso il loro diretto possesso sia con una ferrea regolamentazione di contenuti. Un marchio di garanzia delle società democratiche è la mancanza di controllo governativo dei media, che sono, per una larga parte, indipendenti dallo Stato. Così, dato che in mercati sempre più liberalizzati diventa normale per i media essere principalmente in mano a forze private, non si presta abbastanza attenzione al fatto che con una scarsa regolamentazione governativa il risultato non può che essere antidemocratico. Questo è particolarmente vero ogni volta che si vengono a generare situazioni di oligopolio, che vengono poste barriere all'entrata di nuovi soggetti nel mercato dei media, ogni volta che lo si rende competitivo, ogni volta che si permette a proprietari di media di usare il loro controllo per avvantaggiare gli interessi politici della classe dominante. Questo è stato recentemente il caso del Venezuela, ad esempio, dove la stampa, solo apparentemente libera, ha attaccato il governo democraticamente eletto del populista Hugo Chavez con una ferocia ed una volontà di mentire che avrebbero fatto vergognare gli editori prezzolati della Pravda di Stalin.
Non c'è nulla di naturale nel gestire privatamente i media, non più di quando vi sia nella gestione pubblica. Anche una società capitalistica può decidere di avere un sistema mediatico prevalentemente non commerciale. Tutti i sistemi mediatici sono il risultato di politiche di governo dirette o indirette. Nel caso della diffusione radio e televisiva, via cavo o via satellite, il ruolo delle politiche governative è esplicito ed evidente. Quando un governo mette in vendita privilegi monopolistici in un ambito ristretto, non sta certo stabilendo i termini per una competizione, anzi, sta avvantaggiando i vincitori della competizione stessa. Ma le politiche governative sono fondamentali anche negli altri settori dei media. Il diritto di riproduzione, ad esempio, che sta alla base delle pubblicazioni librarie, così come dell'industria dei film e della musica, è garantito dal governo e rafforza le politiche di oligopolio. Un altro esempio, è il primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti, che garantisce ai giornalisti privilegi che nessuna altra categoria lavorativa ha. Più esplicitamente, il controllo governativo sulle grandi industrie e sulla legittimità dei profitti dovrebbe essere il punto di partenza di un moderno sistema commerciale di media. Come ci dimostra la storia, non c'è nulla di naturale in questi sviluppi.
Che tipo di regolamentazione, proprietà e sovvenzioni?
Un paradosso che si riscontra nei dibattiti sulle politiche dei media ed è l'uso dei termini "libero mercato" da parte dei dirigenti dei media per descrivere i loro affari e la loro filosofia politica. Spesso il termine libero mercato è proposto come alternativa a "regolamentazione governativa". Questo è più che altro un artificio retorico e propagandistico, senza alcuna base credibile. Il mercato dei media non è affatto libero nel senso economico del termine. Molto spesso si tratta di mercati oligopolistici all'interno dei quali i governi hanno un ruolo chiave nell'avvantaggiare i giocatori più grandi e nel dare sovvenzioni, come pure nel definire le regole del gioco. Quando gli amministratori delegati delle imprese di comunicazione si lamentavano della "regolamentazione governativa", non si lamentavano di certo per la concessione del diritto di monopolio per l'etere. Quell'aspetto della regolamentazione governativa è per lo più gradito ed atteso e non vorrebbero mai vederlo terminare. Il tipo di regolamentazione governativa che non piace affatto ai dirigenti delle società dei media è la regolamentazione che riflette l'interesse della popolazione in generale piuttosto che il loro interesse privato. Così la contrapposizione non è mai fra libero mercato e regolamentazione, ma piuttosto sulle questioni relative al tipo di regolamentazione, al tipo di proprietà e al tipo di sovvenzioni.
Il bisogno del dibattito pubblico
Seguendo questa logica, è un imperativo che il dibattito sulle politiche dei media sia pubblico, forte ed esteso. Questo dibattito dovrebbe costruire una parte significativa della cultura politica di una sana democrazia. Più la partecipazione pubblica sarà aperta ed informata, più cresceranno le probabilità che le politiche risultanti siano davvero utili, più cresceranno valori democratici. Ad un livello nazionale, le questioni sui media hanno ricevuto attenzione diversa da nazione a nazione. Proviamo a formulare due regole generali. Prima di tutto, più è genuina la democrazia politica più sarà probabile che ci sia un dibattito pubblico ed un interesse sulle politiche dei mezzi di comunicazione. In secondo luogo, gli interessi dominanti nelle industrie dei media, specialmente gli interessi delle società private, non danno alcun incentivo a questo dibattito. Questi dirigenti preferiscono che il pubblico creda che il sistema dei media sia il naturale dominio delle grandi imprese. In una nazione come gli Stati Uniti, ad esempio, la combinazione tra una democrazia debole e media privati estremamente potenti ha fatto sì che le politiche sui media siano state sviluppate in modo assai poco democratico. Inoltre, la pubblica partecipazione nei dibattiti sulla politica dei media è resa ancor più difficile dal momento che i media stessi non si occupano per nulla della questione.
Con l'emergere di una globale economia di mercato, i problemi relativi alle politiche dei media diventano ancora più preoccupanti. Il settore dei media è diventato un'area importantissima per l'investimento capitalistico e una componente centrale della "globalizzazione", intesa sia economicamente che ideologicamente. Mano a mano che l'importanza dei media è cresciuta, la definizione delle politiche relative è stata relegata in luoghi come l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) o l'Organizzazione Mondiale della Proprietà Intellettuale (WIPO), che sono esplicitamente concepiti per essere depositari degli interessi delle élites. Per questo, per coloro che sono interessati a promuovere una sana e forte società è cruciale stimolare un processo di formulazione di politiche sui media che sia democratico, così da fare in modo che il sistema risultante assecondi gli interessi della maggioranza della popolazione e non solo quelli dei potenti proprietari, delle corporations e dei loro amici.
Letture Consigliate:
LA RISPOSTA DI CRIS A D ARTICLE 19
(Testo di Cees Hamelink, per il drafting group della Dichiarazione sul Diritto a Comunicare, tradotto e rivisto da Claudia Padovani)
In un comunicato stampa del 4 febbraio 2003, la Campagna internazionale Article 19 ha criticato duramente la "Dichiarazione sul diritto a comunicare" che era stata stilata dal Prof. Cees Hamelink con la collaborazione di varie organizzazioni della società civile, molte delle quali coinvolte nella campagna CRIS (www.article19.org/docimages/1502.doc). Article 19 ha successivamente reso pubblico un proprio documento sul Diritto a comunicare (www.article19.org/1512.doc). Article 19 è stata per molti anni una campagna impegnata a livello internazionale per la difesa della libertà di espressione, e quindi le critiche che ha espresso nei confronti della Dichiarazione sostenuta da CRIS meritano seria attenzione. Per questo motivo CRIS ha cercato di collocare questo recente dibattito in una prospettiva storica e nel contesto politico mondiale. In spirito di collaborazione con tutti coloro che sono dediti alla causa della protezione dei diritti umani nel mondo, CRIS ha elaborato le considerazioni che seguono.
La Dichiarazione sul diritto a comunicare era, all'inizio dell'anno, in previsione della seconda conferenza preparatoria del Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione di Ginevra, un documento di lavoro interno che la Campagna CRIS stava decidendo se adottare. Un documento che avrebbe dovuto sollecitare dibattito e ulteriore riflessione. Molti di coloro che avevano collaborato alla stesura avevano attirato l'attenzione su di una serie di formulazioni che avrebbero potuto essere "rischiose". Fra le domande che si erano imposte nel dibattito, prevaleva la seguente: "dovremmo operare per l'affermazione e il riconoscimento di un diritto legittimo a comunicare come integrazione del corpus esistente nella giurisprudenza internazionale o ci sono modalità meno formali per attrarre l'attenzione sul fatto che attualmente la "machinery" dei diritti umani non contempla in alcun modo il tema della 'comunicazione'? Nel corso della discussione si è riconosciuto anche il rischio che l'espansione del regime dei diritti umani attraverso l'inserimento di un nuovo diritto potrebbe mettere in pericolo le tutele già esistenti.
Vi sono diverse posizioni in questo dibattito. Il diritto internazionale è
un processo in evoluzione e il catalogo dei diritti umani riconosciuti si è
ampliato notevolmente nel corso degli ultimi anni, fino ad includere nuovi diritti
e libertà, senza per questo mettere in discussione i fondamenti enunciati
nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e nei successivi Patti Internazionali.
Non c'è, dunque, alcuna ragione per cui l'introduzione di
un diritto a comunicare dovrebbe di per sé mettere in pericolo l'esistente.
Tuttavia è necessario evitare ogni rischio di "aprire" gli
articoli della Dichiarazione Universale ad aggiornamenti e emendamenti senza
criterio, dal momento che la comunità internazionale oggi difficilmente
sarebbe in grado di adottare un documento così lungimirante come la Dichiarazione
Universale del 1948.
Coloro che hanno contribuito a stilare la Dichiarazione sul diritto a comunicare non hanno mai pensato, dunque, di mettere in discussione i fondamentali riferimento giuridici in tema di diritti umani, in linea con quanto riaffermato a Vienna, in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sui Diritti Umani nel 1993: indivisibilità e interdipendenza di tutti i diritti umani.
Come Campagna CRIS si è, tuttavia, tentato di esplorare in che modo la nozione di 'comunicazione' potesse godere di protezione nell'ambito del corpus giuridico dei diritti umani. Questo percorso di indagine ha origine nel 1969, quando Jean D'Arcy scrisse un famoso articolo sul Diritto a comunicare introducendo tale diritto così:"Verrà un tempo in cui la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dovrà riconoscere un diritto umano più estensivo di quello all'informazione ... Questo sarà il Diritto delle persone a comunicare". Questo nuovo approccio era motivato dall'osservazione che quanto previsto in materia, nei documenti ufficiali, era inadeguato per trattare un tema (e una realtà) come quella della comunicazione, che non può essere pensata se non come un processo interattivo a due direzioni, un processo di dialogo.
In questo spirito, la bozza di Dichiarazione sul diritto a comunicare proposta e sostenuta da CRIS non intendeva in alcun modo sostituire nessuno dei diritti umani formalmente riconosciuti dalla comunità internazionale (come la libertà di informazione, i diritti culturali o il diritto allo sviluppo). Essa era intesa, piuttosto, come un modo per invitare i lettori ad ideare il processo attraverso il quale rafforzare le tutele esistenti ed espanderle nella direzione del Diritto a comunicare.
Si tratta di un grande sforzo, specialmente considerando che il Diritto a comunicare deve essere inserito nel contesto complessivo dei diritti umani, e riflettere assai più del solo Diritto alla libertà di espressione, enunciato nell'Articolo 19 della Dichiarazione Universale. Questo quadro complessivo contiene, infatti, diversi riferimenti alla protezione della dignità umana, imponendo dei limiti alla libertà di espressione (quali il Diritto alla privacy o il Diritto alla presunzione di innocenza). Se si accetta il citato principio di indivisibilità fra i diritti umani, allora eventuali contrasti devono trovare il modo di essere affrontati e risolti.
Inoltre i processi della comunicazione appartengono ad un ambito assai più ampio che non quello del Diritto alla libertà di espressione. Il Diritto a comunicare si rivolge al cuore del processo democratico e guarda all'essenza delle relazioni sociali e personali. Esso va oltre la definizione dei rapporti fra cittadini e Stato e non può evitare di affrontare la controversia relativa alle responsabilità individuali nell'ambito del diritto internazionale. Dal tempo del Tribunale Militare Internazionale di Norimberga queste responsabilità sono state affermate chiaramente, e questo solleva un interrogativo, ad esempio, circa le implicazioni per istituzioni quali i mezzi di comunicazione di massa.
CRIS e i suoi membri continuano ad esplorare tali questioni nell'intento di suscitare una consapevolezza diffusa e di intervenire in maniera costruttiva nel dibattito internazionale. CRIS ritiene, dunque, importante che Article 19 abbia stilato una propria proposta in tema di Diritto a comunicare, considerato come un termine "ombrello" che raggruppa diritti collegati, menzionati anche nella Dichiarazione sul diritto a comunicare, quali i diritti culturali e i diritti di partecipazione. Tale documento è stato accolto come un contributo nella preparazione del Summit Mondiale di Ginevra in cui le questioni sollevate del concetto stesso del Diritto a comunicare dovrebbero costituire un riferimento centrale per la discussione. Article 19 è quindi considerato come un partner importante nella ricerca di una adeguata collocazione del Diritto a comunicare nel contesto dei Diritti Umani.
Risorse: www.righttocommunicate.org
CRIS CAMPAIGN 2003
A seguito di discussioni e dibattiti pubblici sul tema del Diritto a comunicare e della Dichiarazione elaborata, nel corso della Seconda conferenza preparatoria del Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione di Ginevra nelfebbraio 2003, CRIS ha deciso di stilare un documento di altra natura, in relazione al Diritto a comunicare. Al posto di una Dichiarazione formale, scritta nel linguaggio giuridico proprio delle Dichiarazioni delle Nazioni Unite e mirata alla richiesta di riconoscimento di un nuovo diritto nel corpus dei diritti umani, si è preferito, per il momento, predisporre un documento meno formale, volto a favorire il dibattito e la discussione più ampia possibile, sia all'interno del processo del Summit, che in relazione all'opinione pubblica in senso ampio. Tale documento sarà ulteriormente elaborato e costituirà un elemento centrale, aperto alla firma e all'adesione di personalità e organizzazioni, in occasione di un Communication Rights Summit che CRIS e altre organizzazioni stanno predisponendo per il prossimo dicembre, in concomitanza con il Summit delle Nazioni Unite, sempre a Ginevra.
Riportiamo, dunque, il testo di questo secondo documento, ricordando che si tratta di un elaborato in fieri, e rimandiamo al sito della Campagna CRIS Italia (www.cris-italia.info) per la lettura integrale della sopra citata Dichiarazione sul Diritto a comunicare
Il contesto
La prima versione di una Dichiarazione sul Diritto a comunicare è stata fatta circolare, fra i membri della Campagna CRIS, come documento di discussione nel dicembre 2002. Molti commenti critici e suggerimenti hanno consentito di migliorare il testo, che è divenuto però oggetto di contrasti nel corso della Seconda Conferenza preparatoria del Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione, a dimostrazione del fatto che anche all'interno della società civile è necessario un dibattito più ampio su queste tematiche. Questa seconda versione avrà, dunque, una diffusione maggiore per stimolare un dibattito più ampio sulla struttura e la sostanza di una eventuale Dichiarazione finale, che sia sintesi del dibattito in corso.
Il documento seguente ricalca il modello della Dichiarazione dell'Aia
sul Futuro dei Rifugiati e le Politiche in Materia di Migrazioni adottata dalla
SID (Society for International Development, capitolo Olandese). I firmatari
di questo documento potranno provenire da diversi contesti, istituzionali e
geografici. Ciò che li unirà sarà l'intento di richiamare
l'attenzione della comunità internazionale sulla necessità
di adottare uno schema di riferimento, come guida nella Società dell'informazione,
basato sui diritti umani. Questa richiesta sarà comunicata ai governi
che si incontreranno durante il Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione
a Ginevra, invitandoli a lavorare nella direzione di una solida protezione dei
diritti di comunicazione nella società dell'informazione e della
conoscenza.
La Dichiarazione, che sarà discussa nell'ambito di un Convegno
sui Diritti di Comunicazione organizzato da CRIS, parallelamente al Summit dei
capi di stato e di governo di Ginevra, dovrebbe consistere nelle seguenti sezioni:
Preambolo
Noi, firmatari della presenta Dichiarazione, persone di diversa provenienza, da ogni parte del mondo, convenuti in occasione del Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione per riflettere in maniera creativa sulla necessità di una solida protezione dei diritti di comunicazione nella società dell'informazione; provenienti dalla società civile, organizzazioni, università, (governi), (organizzazioni intergovernative), (imprese private)....
Noi crediamo che la comunicazione sia un processo partecipativo e interattivo fondamentale per ogni organizzazione sociale e dunque essenziale per realizzare lo sviluppo sostenibile degli individui e delle comunità.
Noi crediamo che la solida protezione dei diritti di comunicazione sia essenziale per sostenere la causa e la difesa di tutti i diritti umani nel mondo.
Riconosciamo quanto è stato conseguito da parte della comunità internazionale negli ambiti della libertà di espressione, dei diritti culturali e del diritto allo sviluppo.
Intendiamo sottolineare che non vogliamo in alcun modo vedere tali diritti
indeboliti o sostituiti e proponiamo che le garanzie esistenti nell'ambito
del diritto internazionale vengano in questi campi ulteriormente rafforzate.
Noi crediamo che la realizzazione della possibilità delle persone di
comunicare imponga le condizioni di base esposte nei seguenti principi.
Chiamiamo la comunità internazionale a rispondere alla sfida di formulare e implementare i diritti di comunicare nella società dell'informazione in maniera creativa e costruttiva.
Le condizioni
1. Accesso
Ogni persona ha diritto ad un accesso equo a tutti i mezzi di comunicazione
(sia tradizionali che tecnologicamente avanzati). Questo richiede che le risorse
di base necessarie per la comunicazione pubblica rimangano eredità comune
dell'umanità e non possano essere oggetto di appropriazione da
parte di soggetti privati.
Ognuno ha diritto ad un accesso equo all'informazione a alla conoscenza
che sono necessari per realizzare una comunicazione significativa. Questo include
il diritto di accesso all'informazione detenuta dagli attori pubblici.
Questo implica anche che la richiesta di protezione dei diritti di proprietà
intellettuale sia attentamente bilanciata con l'interesse all'accesso
pubblico all'informazione e alla conoscenza.
2. Linguaggio
Ognuno ha il diritto di esprimersi, accedere all'informazione e divulgare il proprio lavoro nella lingua di preferenza, e, in particolare, nella propria lingua madre. Questo implica che ognuno ha diritto ad una educazione e ad una formazione che rispettino pienamente la sua identità culturale, il diritto di utilizzare la propria lingua nelle istituzioni educative e nei media finanziati dallo Stato e il diritto ad avere garanzie adeguate per l'uso di lingue minoritarie che si rendano necessarie.
3. Persone con disabilità
Dal momento che il diritto a comunicare include ognuno, garanzie e politiche speciali dovrebbero essere adottate per le persone che presentino disabilità di vario genere, in maniera che non siano escluse dalla possibilità di prendere parte ai processi di comunicazione (questo implica...)
4. Confidenzialità
Per molte forme di comunicazione la protezione dei dati e delle comunicazioni personali è elemento cruciale. Ognuno ha diritto ad essere protetto contro interferenze nella propria sfera privata e a vedere la propria autonomia rispettata da soggetti pubblici e privati. Il diritto ad essere protetto nei confronti della sorveglianza elettronica che mette in pericolo la privacy e la confidenzialità delle comunicazioni implica che ognuno ha il diritto di utilizzare metodi di encripzione al fine di essere in grado di condurre le proprie comunicazioni nell'anonimato. Misure per limitare la protezione della sfera privata dovranno essere prese solo a condizione che le limitazioni siano prescritte dal diritto internazionale, necessarie per le società democratiche, efficaci per il raggiungimento di obiettivi pubblici democraticamente definiti, proporzionali a tali obiettivi e di durata temporanea.
5. Sicurezza
Ognuno ha il diritto alla cyber-sicurezza, intendendo con ciò che l'integrità e la dignità umana siano pienamente rispettate in un ambiente elettronico (cyber-spazio) contro l'abuso di tecnologie di informazione e comunicazione da parte dei governi o di istituzioni nongovernative.
6. Partecipazione
Nelle società democratiche la partecipazione di diversi attori a diversi livelli nei processi di decision-making è essenziale. Questo implica che ognuno ha diritto a partecipare nella definizione delle politiche pubbliche per quanto riguarda la scelta, lo sviluppo e l'applicazione sociale delle tecnologie di informazione e comunicazione, e le politiche e i piani che dovrebbero guidare (il ruolo dell'informazione e della conoscenza nelle società future). (Questo principio ha conseguenze particolari per il coinvolgimento dei gruppi sociali, quali donne, giovani, persone anziane, migranti, che tendono ad essere esclusi dai processi del decision-making).
7. Competenza
La competenza necessaria per partecipare in processi di comunicazione significativi deve essere appresa. Consapevoli del fatto che questo è un obiettivo ambizioso, crediamo tuttavia che ognuno abbia il diritto di acquisire le competenze necessarie per partecipare pienamente alla deliberazione pubblica e alla comunicazione. Questo richiede facilità di lettura, scrittura, parlato, consapevolezza critica dei media, competenza nell'uso del computer e educazione sul ruolo della comunicazione nelle società. La competenza necessaria per partecipare al dialogo sociale può essere insegnata e dovrebbe quindi essere parte dei curricula educativi.
8. Diritti collettivi
I diritti umani hanno una dimensione individuale e una dimensione collettiva. Gli individui non comunicano in isolamento ma come membri di comunità. Il diritto a comunicare non può essere assicurato attraverso la protezione dei diritti individuali solamente. Esso richiede anche il riconoscimento del diritto delle comunità ad attivare e prendere parte a processi comunicativi. Le richieste collettive implicano anche la definizione di garanzie per l'accesso alla comunicazione pubblica specialmente per quei gruppi (donne, bambini, minoranze) che tendono ad esserne esclusi. Il diritto di accesso alla comunicazione per le comunità dovrebbe vedere anche il riconoscimento del risorse comuni (come le conoscenze dei popoli indigeni) come beni comuni.
Riportiamo qui la seconda versione del documento, mirato a suscitare ampio dibattito per una definizione comune di tale diritto sulla base di un processo partecipativo. Si tratta quindi di un documento di lavoro, ancora non terminato e aperto alla discussione. Le parti fra parentesi attendono migliore formulazione sulla base del dibattito in corso, mentre le parti finali, quella relativa agli Ostacoli e quella sulle Azioni da intraprendere, sono in via di definizione. Per ulteriori informazioni o per portare il proprio contributo si può contattare il drafting committee che lavora alla stesura di questo documento tramite il sito www.crisinfo.org o contattando claudia.padovani@unipd.it
Documento programmatico
Questo documento presenta la proposta di tenere un Forum sui diritti di comunicazione1, della durata di un giorno, in occasione del World Summit on the Information Society (Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione) nel dicembre 2003. L'iniziativa è stata lanciata dalla campagna CRIS (Communication Rights in the Information Society - Diritti di comunicazione nella Società dell'Informazione: www.crisinfo.org) in collaborazione con altre reti ed organizzazioni della società civile, nella continua ricerca di ampliamento della partnership.
La ragione
Il focus della conferenza è specifico. Nel contesto dei diritti umani in generale, essa si concentra sulle questioni dei diritti legati alla creazione di una Società dell'Informazione.
Il WSIS stesso è vincolato al modo e alla profondità con cui ci si può riferire a tali questioni. Molti di questi punti di discussione sono dibattuti da, ed oggetto di azione da parte di, altre organizzazioni ed entità internazionali. Inoltre è essenziale che i diritti di comunicazione nella Società dell'Informazione siano considerati una serie coerente ed interrelata di interessi. Infatti, con tutta probabilità essi determineranno il tipo di Società dell'Informazione che emergerà e la modalità con cui i benefici saranno realizzati e distribuiti.
Il Forum e gli eventi associati offrono un'occasione per esplorare tali
questioni e considerare alcune soluzioni a riguardo.
Obiettivi:
Gli obiettivi sono:
Partecipazione:
Il Forum è un evento aperto che ospita coloro che nella società civile, nei governi, nelle organizzazioni intergovernative e nel settore privato riconoscono la necessità di riferirsi ai diritti di comunicazione nella Società dell'Informazione e desiderano lavorare assieme per raggiungere gli obiettivi.
Modalità:
L'evento, della durata di un giorno, avrà luogo a fianco del primo
WSIS a dicembre 2003. Sarà il momento culminante di una serie di workshop,
dibattiti tematici, attività redazionali, eventi on-line e così
via, designati per assicurare un dibattito approfondito sulle tematiche in questione.
Il processo approfitterà sia degli eventi che gravitano attorno allo
stesso WSIS, che di altri eventi inclusa la PrepCom3 del WSIS, le riunioni internazionali,
incluse quelle della società civile. Sarà supportato da pubblicazioni
e forum elettronici.
Il Forum sui diritti di comunicazione è così fondato sul processo
del WSIS, ma anche sui processi e sul dibattito della società civile
in corso.
Contatti: Seán Ó Siochrú sean@nexus.ie;
Myriam Horngren: mh@wacc.org.uk
(Si sta definendo la dicitura corretta per una iniziativa nata come Communication Rights Summit nell'intento di distinguere questo evento dagli incontri di alto livello di natura intergovernativa e di coinvolgere il più possibile la società civile.)
Il Summit Mondiale della Società dell'Informazione
La società civile nel WSIS
CRIS ITALIA
Ci sono altre organizzazioni che lavorano sulle tematiche correlate alla Società dell'Informazione:
1) Qual è il nome, significato dell'acronimo
CRIS è l'acronimo di Communication Rights in the Information Society,
tradotto in italiano: Diritti di comunicazione nella Società dell'Informazione.
Il sottotitolo della Campagna italiana è "Accesso ai saperi e diritto
a comunicare".
2) Quali organizzazioni la promuovono?
Organizzazioni promotrici a livello internazionale: Platform for Communication
Rights (Convenor); ALAI, ALER, APC, AMARC, CAMECO, CCNS, EED International,
ECCR, FEMNET, GlobalCN, IWTC, IPS, MediaChannel, PANOS London, Les Penelopes,
People's Communication Charter, RITS, VECAM, WACC. Singoli promotori:
Michael Eisenmenger, Regina Festa, Margaret Gallagher, George Gerbner, Bruce
Girard, Alfonso Gumucio- Dagron, DeeDee Halleck, Cees Hamelink, Mike Jensen,
Wolfgang Kleinwächter, Robert McChesney, Kaarle Nordenstreng, Seán
Ó Siochrú, Claudia Padovani, Marc Raboy, Bob Scott, Sara Stuart
3) Come è nata?
La campagna CRIS è stata lanciata nel novembre 2001 come una iniziativa
della Piattaforma per il diritto a comunicare, un luogo di incontro fra organizzazioni
non governative internazionali che operano nell'ambito dei media per il
mutamento sociale e della comunicazione alternativa. L'occasione per rinvigorire
gli sforzi messi in campo dalla Piattaforma sui temi dell'informazione
e della comunicazione è stata fornita dall'annuncio che un Summit
delle Nazioni Unite sulla Società dell'Informazione si sarebbe
svolto a fine 2003.
4) Quali sono gli obiettivi della Campagna?
Gli obiettivi generali della Campagna sono essenzialmente due:
Fra le problematiche individuate, che si trasformano in obiettivi di lungo periodo per la Campagna:
Quattro sono le tematiche cui la Campagna ha deciso di dare priorità nel prossimo futuro, in relazione agli sviluppi della società dell'informazione e della comunicazione:
5) Che mezzi utilizza e come si sviluppa a livello internazionale?
La Campagna CRIS internazionale è strutturata in gruppi tematici e iniziative
nazionali o regionali, con il coinvolgimento di diversi partecipanti nel processo
del Summit. Oltre a gestire il sito www.crisinfo.org,
dove sono disponibili indicazioni sulle modalità di partecipazione e
sostegno alla Campagna, CRIS elaboramateriali informativi e di discussione,
organizza seminari di approfondimento a livello locale e internazionale, sviluppa
iniziative nazionali e regionali.
6) Come si sviluppa a livello nazionale?
A livello nazionale si vanno costituendo capitoli di CRIS (Bolivia, Italia,
area asiatica) o piattaforme nazionali (Svizzera, Germania) che promuovono iniziative
fondate su principi condivisi con la Campagna e coinvolgono una pluralità
di organizzazioni e associazioni della società civile. Ciascun capitolo
nazionale definisce le proprie priorità tematiche, in sintonia con le
quattro tematiche su cui la Campagna internazionale si concentra; opera per
diffondere l'informazione e sviluppare materiali e canali di comunicazione,
diffonde materiali tradotti della Campagna e utilizza il "logo"
di CRIS per connettersi alla mobilitazione internazionale.
7) Che risultati ha già raggiunto?
Nel corso del primo anno di vita CRIS ha operato prevalentemente per influire
sul processo preparatorio del Summit, in particolare per promuovere il riconoscimento
e la partecipazione della società civile nel processo intergovernativo.
Oltre a questo la Campagna ha organizzato seminari e incontri (in particolare
in America latina e Asia) e ha partecipato ad incontri (il Forum Sociale Mondiale
di Porto Alegre e il Forum Europeo di Firenze) che hanno favorito l'estendersi
della rete di associazioni interessate o coinvolte con la Campagna stessa. Ora
CRIS sta concentrando le proprie energie sulla ristrutturazione a livello internazionale,
sullo sviluppo dei capitoli nazionali e sull'organizzazione, in parallelo
con il Summit di Ginevra e in partnership con molte altre realtà della
società civile, di un Summit sui Diritti di Comunicazione, che si svolgerà
a Ginevra nello stesso spazio che ospiterà il WSIS e negli stessi giorni.
La finalità di questo Communication Rights Summit è portare l'attenzione
e il dibattito pubblico su di una serie di tematiche cruciali che saranno presumibilmente
marginalizzate nell'ambito del processo ufficiale del Summit organizzato
dalle Nazioni Unite.
8) Ha uno slogan e un logo?
Lo slogan di CRIS sta nel titolo e nella "mission", che può
essere sintetizzata così: "La nostra visione della società
dell'informazione si fonda sul diritto a comunicare, come mezzo per sostenere
i diritti umani e rafforzare la vita delle persone e delle comunità,
da un punto di vista sociale, economico e culturale."
9) Ha un testimonial?
CRIS non ha un testimonial "famoso". La Campagna si fonda sulla
partecipazione di persone con grande esperienza delle dinamiche della politica
internazionale, nella prospettiva della società civile, come pure si
avvale di significativi contributi scientifici e di alcune fra le competenze
riconosciute a livello mondiale sui temi dei diritti di comunicazione.
10) Ha un portavoce?
CRIS opera e ragiona nell'ottica del pluralismo e ha diversi portavoce,
(che sono anche membri del Segretariato esecutivo: Randy Naylor, Pradip Thomas,
Karen Banks, Sean O'Siochru e Myriam Horngren) ma riconosce il valore
della pluralità di voci che si organizzano a livello nazionale sui temi
di comune interesse.
11) E in Italia, CRIS cosa fa?
In Italia la discussione in previsione dell'apertura di un capitolo nazionale
si è svolta in occasione del Forum Sociale Europeo di Firenze. Le organizzazioni
promotrici sono: Unimondo, Fondazione Fontana, Carta. Si stanno definendo le
possibilità di coinvolgimento di numerose altre associazioni e gruppi
interessati, con la partecipazione di docenti e studenti di varie università,
fra le quali quelle di Padova e Bologna. Negli incontri preparatori all'apertura
della Campagna in Italia si sono accolti come prioritari tutti e quattro i temi
individuati dalla Campagna internazionale, si è iniziato ad individuare
i possibili partner per un ampliamento della Campagna in Italia e per le realizzazione
di iniziative di interesse comune e si è discusso di come rapportarsi
alla Task Force che il governo italiano ha costituito in previsione del Summit
di Ginevra. La discussione è aperta, mentre si va predisponendo il sito
italiano della campagna - www.cris-italia.info
- e si elabora il calendario per le prossime iniziative.