IRAQ: POLITICHE INTERVENTISTE E POLITICHE DI PACE

James P. Rubin (Policy Network, USA): "Come Raccogliere il Supporto in Patria"

(tratto dalla rivista Progressive Politics, Settembre 2002)

"Per raccogliere in patria il supporto necessario ad un nuovo internazionalismo all'estero, l'amministrazione USA dovrà rinforzare quanto più possibile le tradizioni ideologiche e storiche della politica estera americana (...) che prendono il nome da altrettanti celebri americani: Alexander Hamilton, Thomas Jefferson, Woodrow Wilson e Andrew Jackson.

La scuola hamiltoniana si formò sulla convinzione del primato dell'economia internazionale - e pertanto decretò che gli Stati Uniti avrebbero dovuto proteggere i mari e i valichi per le esportazioni.

I jeffersoniani furono gli antesignani anti-falchi: mirando ad un governo ridotto, sono propensi ad opporsi ai conflitti all'estero e alle trappole dell'attivismo.

I wilsoniani, nati da un movimento missionario del XIX secolo, vogliono che i diritti umani siano sempre tenuti in alta considerazione nell'agenda internazionale e danno priorità alle legislazioni e alle istituzioni internazionali.

Infine ci sono i jacksoniani, i veri guerrieri della società americana: se a un lato preferirebbero evitare ogni genere di complicazione con il resto del mondo, dall'altro credono che se si dovesse arrivare ad un conflitto, gli Stati Uniti dovrebbero impiegare tutta la loro potenza per ottenere senza mezzi termini la vittoria assoluta.

(...) E' fondamentale che l'amministrazione convinca il popolo iracheno e il mondo che l'America è disposta ad impegnarsi per tutto il processo, a contribuire mettendo a disposizione un adeguato numero di forze per il mantenimento della pace, a fornire al nuovo governo assistenza tecnica, addestramento delle forze dell'ordine e una significativa percentuale delle centinaia di miliardi di dollari necessari a ricostruire un Paese sconvolto dalla guerra e indebolito dalle sanzioni economiche".

Ernesto Balducci: "La Pace. Realismo di un'Utopia"

(tratto dall'introduzione al libro "La pace. Realismo di un'utopia", Principato, Milano, 1983)

"Il contrasto tra utopisti e realisti è antico quanto la cultura, ma ha cominciato a diventare acuto agli inizi dell'età moderna. (...) Se per Machiavelli il "provvedimento" delle armi era, di fronte all'imperativo assoluto del bene del Principato, un imperativo ipotetico, legato cioè a condizioni di fatto, una volta che queste condizioni mutano, anche l'imperativo, per logica realistica, deve mutare.

Le condizioni di fatto sono radicalmente mutate. L'umanità è entrata in un tempo nuovo nel momento stesso in cui si è trovata di fronte al dilemma: o mutare il modo di pensare o morire. (...) il riflesso del messaggio di Hiroshima e un qualche inizio della mutazione.

La prima verità contenuta in quel messaggio è che il genere umano ha un destino unico di vita o di morte. (...)

La seconda verità di Hiroshima è che ormai l'imperativo morale della pace, ritenuta da sempre come un ideale necessario anche se irrealizzabile, è arrivato a coincidere con l'istinto di conservazione, il medesimo istinto che veniva indicato come radice inestirpabile dell'aggressività distruttiva. (...). Fino ad oggi è stato un punto fermo che la sfera della morale e quella dell'istinto erano tra loro separate, conciliabili solo mediante un'ardua disciplina e solo entro certi limiti: fuori di quei limiti accadeva la guerra, che la coscienza morale si limitava a deprecare come un malum necessarium. Ma le prospettive attuali della guerra tecnologica sono tali che la voce dell'istinto di conservazione (di cui la paura è un sintomo non ignobile) e la voce della coscienza sono diventate una sola voce. Non era mai capitato. Anche per questi nuovi rapporti fra etica e biologia, la storia sta cambiando di qualità.

La terza verità di Hiroshima è che la guerra è uscita per sempre dalla sfera della razionalità. (...)

Queste tre verità non trovano il loro giusto contesto nella cultura e nella pratica politica ancora dominanti.

(...) Nelle nuove manifestazioni pacifiste si va facendo strada una richiesta di cambiamento, non solo della politica, ma dei termini fondamentali della presenza dell'uomo alla storia e al mondo, e cioè la richiesta del passaggio da una civiltà che aveva assunto la competizione come molla del suo stesso sviluppo ad una civiltà che ponga la sua radice nell'altra valenza dell'uomo, rimasta fino ad oggi marginale, consolatoria e comunque inefficace: quella dell'apertura dell'uomo all'uomo come condizione del proprio essere, della collaborazione come condizione del proprio sviluppo, della solidarietà con l'intera specie come condizione del suo essere persona.

(...) Troppe volte, nel passato, si attribuiva alla natura della specie quello che poi si è scoperto essere niente più che un portato della cultura. Ad esempio, la schiavitù. L'opinione comune, fino a due secoli fa, era che la schiavitù fosse un'esigenza naturale della società umana, proprio come aveva insegnato, nel IV secolo a. C., il filosofo per eccellenza, Aristotele. Oggi l'idea stessa di schiavitù ci ripugna. E così: appena oggi si sta sfaldando il pregiudizio secondo il quale è la natura che vuole il primato dell'uomo sulla
donna: da Aristotele a san Tommaso, a Kant, a Freud, su questo punto non ci sono state incertezze. Oggi anche nel diritto italiano è stata sancita la parità dell'uomo e della donna nel matrimonio. Ci si va convincendo che quanto si attribuiva alla natura non era che un portato della cultura.

Non potrebbe avvenire lo stesso per la "istituzione guerra"? Come c'è stata l'età della pietra e poi quella del bronzo e del ferro, non potrebbe esserci, dopo la civiltà della guerra, la civiltà della pace?

(...) Per la prima volta nella sua storia la specie umana è fisicamente come un individuo solo, secondo la suggestiva immagine di Pascal: un individuo con la coscienza ancora dispersa e frazionata nel suo organismo, ma con strutture fisiche e psichiche già pronte perché avvenga l'unificazione soggettiva. Le barriere Est/Ovest e, più ancora, quella Nord/Sud, sono sempre più
intollerabili: chi le tollera è un ominide il cui sottosviluppo è insieme intellettuale e morale. Se trionferanno gli ominidi, il tempo della fine è già segnato, perché la loro egemonia è diventata fisicamente impossibile. Il colosso della civiltà della tecnica - il Nord - ha i piedi di argilla.

(...) Le barriere, almeno dal punto di vista conoscitivo, sono cadute e nessuna cultura può ormai provocare un'eco veramente umana nelle coscienze se non è cultura planetaria, e cioè se il suo punto di vista non e' il punto di vista del pianeta divenuto l'indivisibile città dell'uomo. Per diventare planetaria la cultura deve essere cultura di pace. (...) Uno dei modi con cui la scuola può inserirsi, con efficacia decisiva, in quei processi e' la costruzione, nelle nuove generazioni, di una memoria storica diversa da quella codificata nel sapere dominante. Ed è un compito che comporta la rilettura critica del patrimonio letterario e filosofico che abbiamo ricevuto in eredità. Tutto ciò che, in questo patrimonio, era riconducibile alla sfera dell'utopia veniva, mediante opportuni trattamenti critici, puntualmente sigillato nella dimenticanza o relegato ai margini come ingenuo o poeticamente evasivo".