Molta Tivù, poca cultura
Mezzi di comunicazione, nuove tecnologie e divario digitale

Giovedi 27 aprile 2000, Civitas (Padova)

Relatori

Introduzione alla conferenza

L'audience e la pubblicità sono gli strumenti in mano a pochi padroni dell'informazione. Gli spazi culturali nelle televisioni nazionali riguardanti le "global issues" si riducono proporzionalmente con il ridursi del "servizio pubblico".

Le nuove tecnologie da un lato hanno permesso la trasmissione di contenuti poco diffusi dai media tradizionali e dall'altro hanno creato un divario digito-culturale che va colmato con una nuova alfabetizzazione informatica.

Larry Kirkman: "Maggior informazione equivale a maggior democrazia"

La missione della Benton Foundation è l'interesse pubblico. Una maggior informazione equivale ad una maggior partecipazione e quindi democrazia. La fondazione che presiedo e che ha sede a Washington vuole colmare il divario digitale e per far ciò si serve di nuovi mezzi, soprattutto quelli digitali. Non c'è una formula perché questi mezzi vengano incontro alle esigenze dell'uomo.

Mi vengono in mente le parole di uno storico dei programmi americani: "Cerchiamo di fare domande impensabili e inaspettate e ci aspettiamo risposte nuove".
Il progetto che illustrerò si basa sulla distinzione seguente: i media possono educarci e formarci, possono essere una tribuna di visioni indipendenti, possono catalizzare dibattiti, addirittura possono aiutare alla soluzione di problemi sociali creando nel contempo un senso di comunità.

Cosa sarà Internet? Tre risposte:
uno spazio di acquisti, con un altro nome;
una televisione, con un altro nome;
una ONG, con un altro nome.

E' certo che questi motori commerciali non hanno portato ordine nell'informazione. I portali commerciali sono sempre più numerosi e danno ai cittadini informazioni, ma non facilitano l'accesso alle conoscenze. Più informazione e meno conoscenza, per restare nel tema della serata.

Per questi gruppi di campagne sociali, di intervento sociale serve maggior spazio. Altrimenti sarebbe il fallimento del Web, che perderebbe la condizione di forum. Ogni centro politico ha il suo sito Web, forse in futuro ogni candidato. Però negli Usa abbiamo visto che nonostante questo dare voce ai vari gruppi, è difficile che possano coprire tutte le esigenze di una vera politica comporta.

La capacità di Internet di mettere in rete i vari partner potrà risolvere le incoerenze ma nel contempo dovrà colmare il divario in quanto c'è un atteggiamento passivo dei cittadini di fronte a Internet. Se riuscirà in questa sfida la democrazia sarà più concreta, più possibile. Ma finora le organizzazioni hanno utilizzato il Web solamente per trasferire il materiale già pubblicato su carta. C'è quindi ancora un lungo percorso da fare e potenzialità da esplorare oltre ad un intervento educativo globale. I portali come OneWorld possono dare voce a più voci, allargare lo spettro delle voci, anche a quelle non rappresentate.

Il Web ha già provato la propria capacità come mezzo per comperare ad esempio un biglietto aereo. Ma non nel sociale. C'è molto appetito di informazione sociale su Internet e non è una casualità che i due co-fondatori di OneWorld Anuradha Vittachi e Peter Armstrong di OneWorld siano con noi stasera al World Social Forum.

OneWorld realizza e persegue l'obiettivo di conferire valore alle opinioni di chi non è ascoltato e un contenuto accessibile. Un nuovo tipo di centro di conoscenza distribuita. È giunto il momento di creare questi centri di informazione distribuita. OneWorld è pronto ad assumere una dimensione di scala con altre organizzazioni che vogliono fare informazione sociale. Internet può aiutare la democrazia sociale.

 

Torna su Stampa l'intervento

Peter Armstrong: "Colmare il divario digitale"

Voglio iniziare con una citazione sull'importanza dei diritti umani. "Un diritto violato in ogni parte del mondo viene sentito ovunque". È stato detto nel 1785 da Emanuele Kant. Questo concetto dei diritti umani in senso lato (non solo diritti civili) come influisce nel nostro mondo? Ho lavorato 20 anni alla BBC. Negli anni 70 era entusiasmante lavorare su questi temi. Da allora è diventato sempre più difficile anche nella tv pubblica. La commercializzazione, i costi, i pochi padroni delle tv hanno costretto lo strumento ad una passività che è sotto gli occhi di tutti. Per reazione 15 anni fa abbiamo quindi cominciato a sperimentare nuove forme di comunicazione, siamo arrivati a Internet. È un mezzo poco costoso, il pubblico è globale e la comunicazione non è a senso unico. È un mezzo che per l'immediatezza della comunicazione è perfetto per le Ong. Ha permesso di lanciare le campagne globali, di sviluppare le forze sociali che abbiamo visto in azione a Seattle e a Washington.

Nel 1995 siamo partiti con OneWorld dal basso. Dai poveri. Il primo passo è stato monitorare le organizzazioni che hanno siti Web dando voce ed opportunità eguali a tutti. Per esempio, in India la campagna Narmada Damm ha un piccolissimo sito Internet perso nel cyberspazio con contenuti importanti. OneWorld porta in copertina anche il piccolo sito della Narmada Damm. Non è stato certamente presentato al pubblico televisivo, ma ad un pubblico interessante e interessato, in primis ai 750 partner di OneWorld.

One World è una realtà di otto centri, che lavorano in 6 lingue, una piazza virtuale del sociale. Come Civitas lavora per creare una rete, una piazza reale del sociale.
Fare rete è un modo per trovare altre persone, che lavorano sulle stesse tematiche. È una partnership globale.

OneWorld è anche un portale e un motore di ricerca. Perché un portale? Perché Internet è strutturato per organizzazioni, non per temi. Se vai in biblioteca e chiedi un libro sui fiumi, ti chiedono chi è l'editore. Se usi un motore di ricerca commerciale, scopri che analizza appena il 20 per cento del Web. Se cerchi, per esempio, il termine "debito" su Altavista, ti trova un milione di siti nei quali compare la parola "debito". E trovi espressioni come "mutuo" e "debito di sonno".

Come OneWorld siamo esperti di nulla in quanto siamo degli "intermediari". Gli esperti, i redattori veri, i ricercatori sono una risorsa dei partner italiani ed internazionali. La costruzione della capacità è un altro tema. Con i centri locali condividiamo le risorse. C'è il software che è una ricchezza di tutti ed è un software che permette alla organizzazione più piccola di creare il proprio sito Web.

E gli individui? Come si possono aiutare? Il volontariato, ad esempio. Si può scoprire cosa c'è in offerta, anche come posti di lavoro. E il commercio. Per noi e-commerce significa commercio etico. Stiamo riunendo chi fa commercio equo e solidale. Ed infine abbiamo creato uno spazio per i bambini.

Si può collegare il vecchio con il nuovo. Ad esempio c'è OneWorld tv. Purtroppo moltissimi in tutto il mondo non possono vederla. Non hanno i mezzi. Allora è stato creato il servizio radio: programmi che possono essere pescati in rete e ritrasmessi nelle radio comunitarie, nei paesi più poveri dove la tecnologia non è ancora arrivata.

 

Torna su Stampa l'intervento

Anuradha Vittachi: "L'informazione è potere"

Hanno già detto tutto. Sottolineo un punto. La sovrabbondanza di informazione di cui ha parlato Armstrong. Il XX secolo è stato inondato dall'informazione. Eppure è stato un secolo di grosse sofferenze e di grosse tragedie.
La mia domanda è: come possono essere concepiti in modo diverso l'informazione e la conoscenza? L'informazione è potere. Cosa controbilancia il potere? La compassione.
Non sono parole che compaiono spesso in conferenze su Internet. Noi che lavoriamo per il sociale non saremmo coerenti se non lavorassimo per amore. Il potere e l'informazione non sono sufficienti per il cambiamento, a meno che non siano controbilanciati da principi sociali. Negli anni 60 Kitti Genovese a New York fu pugnalata e violentata. 38 persone per mezz'ora la sentirono urlare e nessuno fece niente. Non dico che avrebbero dovuto correre in strada, ma almeno telefonare alla polizia. Quando la notizia dell'indifferenza diventò di opinione pubblica si disse: è quello che accade nelle grandi città.
Recentemente alcuni studi sono stati condotti per verificare se questo disinteresse è generalizzato nelle grandi città. Uno dei risultati delle ricerche è il seguente: se una persona pensasse di essere la sola a poter aiutare chi soffre, allora forse farebbe qualcosa. Ma se pensa che altri potrebbero fare qualcosa, allora non fa niente. L'esempio per dirvi che l'informazione, se è troppa, ci rende apatici. Mi sono quindi chiesta: perché una persona è disposta ad aiutare? Forse non ha a che fare con il numero, ma con il coinvolgimento.

Passo a raccontarvi un'esperienza personale: sono stata invitata in un villaggio delle Filippine. Ho incontrato una donna che sapeva moltissimo dei problemi demografici e su questo dovevamo discutere. Quando sono arrivata al villaggio ho scoperto che molte persone non comprendevano l'inglese. Col linguaggio del corpo siamo riuscite comunque a comunicare, ad instaurare una relazione con un piccolo gruppo di donne. Non è quindi stato importante se eravamo poche ed avevamo difficoltà a comunicare.

Il focus di OneWorld non è avere più informazione ma essere un mezzo di comunicazione che possa permettere di costruire un rapporto di conoscenza reciproca. Solo se possiamo costruire un mezzo che ci aiuti a capirci come persone sono sicura che la quantità di sofferenze che affligge il mondo potrà diminuire.

 

Torna su Stampa l'intervento

Achille Ardigò: "La comunicazione contro la globalizzazione selvaggia, per una globalizzazione sostenibile"

Molta tv poca cultura. Sono utilizzatore e conoscitore di Unimondo e di OneWorld e avverto l'importanza del volontariato di acquisire capacità sui siti Web. Il tema di questa seconda giornata è provocatorio. C'è molta tv, molti media, ma appena c'è qualcosa che esce dalla banalità della soap opera, scopriamo che c'è il controllo. Non possiamo ignorare che qualche mese fa si è avuta la conferma dell'esistenza di un sistema di controllo globale. La poca cultura finisce per essere sempre sotto sorveglianza sospetta. Cosa significa poca cultura? Che ci sono pochi pensieri riflessi della gente che vive in questo mondo, poca comunicazione critica, poca fiducia di condizionare il percorso del male attraverso la comunicazione. Poi con episodi come la battaglia di Seattle scopriamo che la comunicazione c'è. Non possiamo essere troppo disarmati. Poca cultura significa che c'è poca comunicazione tra generazioni. Tra i meriti dei siti Web avere favorito il dibattito attraverso i siti di discussione. Il sospetto è che si finisca per rinchiudersi lì dentro. Le componenti giovanili non escono dai gruppi di discussione su Internet. Eppure potrebbe venirne una spinta.

Trovare una strada per far uscire i gruppi di discussione dai ghetti in cui finiscono per rinchiudersi. Significa avere un atteggiamento diverso nei confronti delle novità delle nuove tecnologie. Nel futuro del volontariato ci dovrà essere una spazio penetrante nella New Economy. Però per uscire dalla poca cultura non accettare di dare per scontato il progresso che ci viene da percorsi che non sono sempre neutrali.

Concludo invitando a non avere preconcetti nei confronti della tecnologia della comunicazione e dell'informazione. Non preoccupatevi della conseguenze culturali della Information Technology. Per i centri del volontariato significa scoprire gli spazi, le opportunità di Internet. Dobbiamo crescere senza sfiducia. Dobbiamo puntare a cercare di selezionare le risorse non neutrali per valorizzare ciò che esportano di valido. Mi permetto - con ammirazione per l'opera dei grandi animatori dei siti Web del volontariato - di suggerire che ci vuole un momento di riflessione. I problemi che si pongono hanno bisogno di trovare il momento di una coscienza riflessa, di una comunicazione critica.

 

Torna su Stampa l'intervento

Larry Kirkman

Man mano che i partiti politici abdicano dal dibattito ideologico, c'è sempre più spazio per le nostre organizzazioni. Mi fa piacere sentire questa passione per questo lavoro. È importante creare alleanze strategiche. Questa è la sua impostazione, Roberto Loro.

Roberto Loro: "Il webcasting della solidarietà"

Il mio ruolo è un po' strano. Siamo partner tecnologico di Unimondo. Noi ci occupiamo di infrastrutture, abbiamo fornito a Unimondo la connettività a Internet, i sistemi che ospitano la redazione on line. Cito alcune esperienze di broadcasting via Internet con Unimondo: la conferenza di Bono degli U2 dopo l'incontro col Papa, la conferenza promossa dalla FAO e dalla Rai sulla fame in Angola, il passaggio televisivo a Sanremo. Con risultati in termini di accessi molto interessanti. 20 mila contatti all'ora in certi eventi. Nei primi due mesi dell'anno: oltre 40 mila visite individuali. Questa popolazione sta crescendo. È un sito che fa della tecnologia un'opportunità, trasformandola in una struttura di contenuto. È l'aspetto più interessante.

Come azienda ci rivolgiamo alle imprese, guidate per quel che riguarda Internet dalle mode. Anche nel mondo aziendale il problema è che la tecnologia non è il fine ma il mezzo. Il salto da fare è culturale. La tecnologia è complessa, ma è una banalità se rapportata all'impatto che essa avrà sul mondo economico, sociale. In Italia, soprattutto, siamo fanalino di coda.

Con l'Università Bocconi abbiamo svolto una ricerca di mercato per capire come le aziende italiane si muovono nella tecnologia integrata. È venuto fuori che nessuno ha capito cosa sta succedendo. La cosa simpatica è che Internet nel mondo aziendale è visto come una vetrina. Nessuno (anche aziende da 300 miliardi di fatturato all'anno) ha percepito la potenzialità della bidirezionalità del mezzo. La grande novità è che questo mezzo non è una televisione, non credo diventerà un grande supermercato.

Uno studio dice che entro l'anno prossimo il 95% dei supermercati su Internet fallirà. L'impatto sarà invece anche sul modo in cui le aziende lavorano tra loro. Ci porta la tecnologia a un rapporto "uno a uno". È un altro salto culturale da fare. Non stiamo spersonalizzando un rapporto, lo stiamo costruendo. Perché noi come partner di Unimondo? Perché utilizza la tecnologia non come una moda, ma come una opportunità. È uno dei grandi progetti che abbiamo in Italia.

 

Torna su Stampa l'intervento

Larry Kirkman

Perché non seguiamo le mode, ma una nostra vision?

Achille Ardigò

Mi inserisco per approfondire il concetto che con Internet è possibile accelerare a distanza un cammino "uno a uno".

Roberto Loro

Altro aspetto correlato è la teleformazione. La stessa problematica: superare il rapporto uno a molti, per arrivare a un rapporto uno a uno.

Larry Kirkman

I media televisivi sono i mezzi più potenti per arrivare alle persone. Possono aiutare a sviluppare quel rapporto sulla compassione? Ma come si mette la compassione?

Maria Cuffaro: "Il giornalista italiano non può fare domande"

Lavoro in RAI. Noi da anni stiamo cercando di portare contenuti dentro i programmi. Molti programmi non so se sono cultura, ma comunque la fanno. L'Italia dal punto di vista televisivo è molto provinciale. Per un fatto banale: la lingua. I nostri tg sono molto simili. Poche notizie dall'estero. Le notizie di Palazzo. Quel pochissimo dall'estero, purtroppo è anche dato malissimo. In parte perché non si parlano le lingue. Il giornalista italiano è stato addomesticato fin dalla culla. Non può fare domande. Io lavoravo a alla trasmissione Samarcanda con lo spirito del cronista. Ho visto però molti colleghi "reggimicrofoni".

Media indipendenti: non è solo questione di proprietà. Di fatto in Italia ci sono RAI e Mediaset. Nelle redazioni dei tg Rai non ci sono computer collegati a Internet. Il problema è la verificabilità delle notizie. Ma, ad esempio, nel caso della guerra del Kossovo neanche le notizie Nato o della Serbia lo erano. Noi chiedemmo un collegamento a Internet e ci volle un mese per ottenerlo.

Con "C'era una volta" abbiamo iniziato una serie di 16 documentari - un genere desueto per la Rai - sui bambini. Nonostante il successo di pubblico siamo stati soppressi, perché doveva andare in onda Pippo Baudo. Noi vogliamo utilizzare la tv come un mezzo scemo, non caldo come Internet dove puoi interagire, ma per raggiungere il pubblico più vasto.

Tentiamo di raccontare storie in modo diverso. Utilizzando un mezzo aggressivo in modo non aggressivo. Nei nostri documentari ci siamo posti dalla parte dei più deboli. Forse anche per questo abbiamo avuto il gradimento del pubblico. E per fortuna. Perché noi viviamo in un sistema di mercato.
In redazione abbiamo Internet da quasi un anno. Facciamo un prodotto tradizionale. Ma non è detto che non ci possa essere scambio. Con Unimondo abbiamo collaborato. Unimondo è fonte di moltissime informazioni. Per noi è una cosa nuova. Con Unimondo abbiamo organizzato una manifestazione ed è stato un successo dal punto di vista tecnico, mi hanno detto.

Riprendiamo il Primo maggio con un documentario sul debito, piuttosto sovversivo, tant'è che lo mandano in onda alle 14.30.
Nella nuova puntata: le guerre della terra, del petrolio, la questione dell'acqua....

 

Torna su Stampa l'intervento

Larry Kirkman

La programmazione tv è stata un mezzo per portare pubblico sul sito Web.
Ora le domande.

Domanda

Mi pare di capire che neanche l'Auditel decide chi può andare in tv. Anche per Internet è così? Come può decidere chi accede a Internet cosa vedere? C'è possibilità maggiore di ascolto, di segnalare le proprie questioni?

Larry Kirkman

Due ottime domande per Maria Cuffaro e Peter Armstrong.

Maria Cuffaro

L'Auditel è spesso il giudice. Mi ricordo che per 6 anni l'Auditel con Samarcanda è stato la nostra salvezza. C'era una forza di pubblico tale che si andava avanti. La tv pubblica italiana d'altra parte resta quella dove il parlamento decide il consiglio di ammistrazione Rai. Entri in una spirale. E poi c'è l'autocensura degli autori, dei giornalisti, dei registi. Il problema è sganciarsi dai meccanismi di potere. Ma non sono questi i tempi.

Achille Ardigò

Vorrei richiamare tutti al senso dei problemi La situazione non solo italiana è tale in cui i media servono a organizzare il grande interesse. Ci sono però le possibilità di contrastare. C'è passività perché manchiamo di mezzi. Il censimento dei siti Web del volontariato si restringe a una fascia dell'Italia. E' importante moltiplicare le possibilità di collegamento dei siti Web, chiedere il sostegno delle Fondazioni.

L'unidirezionalità della tv non ha più il gradimento di un certo tipo di stato sociale. Stiamo consegnando la tv agli anziani, ai bambini. Sono convinto che anche a partire da un piccolo mezzo come i siti Web si può influenzare il percorso mondiale dei centri di decisione. La cosa che più colpisce è che chi vuole accedere a fonti informative sul Web deve perdere molto tempo. Non riusciamo ad accelerare la possibilità di accesso. Internet costituisce un grosso apporto. Una certa coscienza critica comincia a muoversi e questo convegno ne è espressione.

 

Torna su

Nota: interventi non rivisti dai relatori.