CO-OPERARE NEL CONFLITTO
Dalla cooperazione decentrata
alle azioni internazionali di pace

Venerdi 4 maggio 2001, Civitas (Padova)

Conferenza organizzata in collaborazione con LVIA - Associazione Internazionale di Volontari Laici.

Relatori

Introduzione alla conferenza

La cooperazione decentrata, la diplomazia popolare, il carattere strutturale della violenza e lo strapotere delle multinazionali sono stati al centro della seconda conferenza del World Social Forum.

La cooperazione decentrata e la diplomazia popolare hanno in comune le relazioni tra le popolazioni, che è cosa ben diversa dalla relazioni internazionali e governative, proprie della cooperazione statuale e della diplomazia ufficiale.

Sul piano della diplomazia ufficiale, il diritto internazionale prevede che ogni qualvolta vengano violati i diritti fondamentali dell'uomo, la Comunità Internazionale (in sigle ONU - OUA) ha il diritto-dovere d'intervenire. Il principio d'ingerenza umanitaria, o d'autorità sovranazionale, prevale sul principio di sovranità degli Stati in ossequio ai diritti fondamentali della persona e dei popoli.
In Africa, ciò accade solo in termini dl principio. In realtà non vi è alcuna ingerenza politica sovranazionale a contrastare le politiche di conquista nazionali (e multinazionali), Il neocolonialismo o altre forme di sfruttamento culturale o economico. C'è invece l'abbandono prima politico e poi mediatico di interi paesi al saccheggio dei prepotenti di turno. E così, l'uccisione della democrazia in Burundi, nei 1993, ha esteso Il suo virus del genocidio al confinante Rwanda nel 1994 e poi alla Repubblica Democratica del Congo, da allora ai nostri giorni, coinvolgendo un numero incredibile di Paesi africani - e non solo - nella recente ed attuale guerra "mondiale" africana.

Al silenzio di milioni di morti, fa eco un silenzio globale dei mass media. Da qui parte l'appello all'informazione occidentale che "nega il diritto di denuncia".

"Break the silence - Peace for Africa" cita la campagna promossa da un cartello dl organizzazioni italiane con a capo Nigrizia. A questa campagna si rifà un'iniziativa della societé civile congolese, riproposta anche in Italia: "c'è troppo silenzio sull'Africa, facciamo un minuto di rumore". Ed è ancora la società civile africana che ha provocato quella italiana dicendo: "considerateci, una volta tanto, importanti quanto i diamanti che ogni giorno vengono esportati in Europa dal Congo".
L'azione di diplomazia popolare "Anch'io a Bukavu... a Butembo", visti I ritardi di quella ufficiale, ha avuto inizio non casualmente il 26 febbraio 2001, per ricordare li 26 febbraio 1885, giorno in cui è stato siglato il Trattato di Berlino per la spartizione dell'Africa. L'azione-provocazione, per alcuni un azzardo, di 300 italiani nella Repubblica Democratica dei Congo, è riuscita nel suo intento. Ha scosso le istituzioni, ha ridato speranza alle genti locali ed ha messo a nudo I media italiani incapaci di cogliere un fatto storico.

La seconda conferenza del World Social Forum farà attenzione non solo alla diplomazia popolare con la presenza dei "Beati i Costruttori di Pace" e delle controparti congolesi, ma anche alla cooperazione decentrata che è la continuazione ed il seguito della diplomazia popolare. "Cooperare o combattere" citava un famoso convegno alla Cittadella d'Assisi organizzato dall'LVIA di Torino, a dimostrazione che la stessa cooperazione decentrata e le relazioni costanti tra le popolazioni non abbandona coloro che sono considerati un surplus per li mercato mondiale e le relazioni economiche internazionali. La cooperazione decentrata promossa dalle organizzazioni non governative italiane e non solo, in collaborazione con agenzie ONU ed Enti Locali, sta sostituendo progressivamente la cooperazione "centrata" statuale, che anche in questo fine legislatura non ha visto l'approvazione di una nuova legge sulla cooperazione allo sviluppo.

La violenza in Africa non è fatta solo da bande armate o da dittatori senza scrupoli. E non c'è solo la violenza armata da prevenire, ma esiste anche la violenza strutturale del mercato che causa morte non meno di quella armata. Milioni di persone muoiono perché non possono pagarsi le cure necessarie e più dei 75% della popolazione mondiale riesce ad avere accesso ad appena il 15% della quantità totale di farmaci prodotta sul nostro pianeta. Circa 10 milIoni di bambini al di sotto dei cinque anni muoiono per Infezioni respiratorie acute, malattie intestinali, tubercolosi e malaria, malattie spesso facilmente prevenibili o curabili. Senza contare la diffusione deli'AIDS, che sta decimando la popolazione africana.
La conferenza si conclude quindi con la presentazione della Campagna per l'Accesso ai Farmaci Essenziali, che in questi giorni vede l'ex presidente sudafricano Nelson Mandela, promotore dl un "Medical Act" per il suo paese, lottare contro le multinazionail dei farmaci.

Jean Leonard Touadì: "Dalla cooperazione decentrata alle azioni internazionali di pace"

Civitas si rivela un appuntamento importante per coloro che hanno scelto la solidarietà come stella polare della loro riflessione e della loro azione quotidiana. Civitas ancora una volta ci dà l'opportunità di affrontare argomenti che non fanno parte dei dibattiti elettorale e della politica con la P maiuscola. Come africano ho sempre detto che la parola non è un semplice flatus voci, ma è demiurgo, è creatrice, essa genera energia che diventa azione. Spero davvero che al termine di questo incontro tutto ciò che avremo affrontato - problemi, conflitti, disagi, disperazione, speranze - possa trovare uno sbocco interessante.

Andrea Stocchiero: "Cooperazione decentrata come strumento di prevenzione nei conflitti"

Da alcuni anni si parla sempre più di "cooperazione decentrata": questa non è una cooperazione governativa, che viene dall'alto, che parte dal dialogo dei governi e che purtroppo è spesso lontana dai bisogni delle popolazioni e delle comunità locali. Ma non è neppure una cooperazione non governativa, cioè quel tipo di cooperazione che nasce dal basso (dalle comunità di base, dalle organizzazioni non governative, dalle organizzazioni di volontariato). La cooperazione decentrata è in realtà molto affine a quella non governativa, nel senso che è fatta dalla società civile. Ma ha qualcosa in più: ci sono altri soggetti che entrano a fare cooperazione, cioè le istituzioni locali (comuni, regioni e associazioni imprenditoriali). Di cooperazione decentrata se ne è parlato molto in questo periodo a seguito della crisi in ex-Jugoslavia, interrogando le istituzioni a essere partecipi di una cooperazione per far fronte a questo stato di necessità. Esse stesse si sono così scoperte attori di collaborazione.

La cooperazione decentrata è fondata su tre elementi di base:
- legare la cooperazione a persone concrete, a dei nomi. Creare legami personali e sociali tra persone, e non in maniera astratta e teorica. Legare la cooperazione tra le istituzioni e quindi fare politica a livello locale.
- dare dei luoghi concreti alla cooperazione: legare la cooperazione a villaggi, città, favelas, bidonvilles.
- riscoprirsi soggetti politici: fare politica significa per noi agire nel concreto, nei nostri luoghi di vita, con riferimento alle istituzioni con cui dialoghiamo tutti i giorni.

Quindi anche per la società civile occorre passare da una solidarietà importante ma vincolata sempre a relazioni di tipo privatistico, a creare legami e una cooperazione tra le istituzioni attraverso queste associazioni. Le associazioni di volontariato e le ong devono riscoprirsi come soggetti politici che promuovono la solidarietà internazionale del proprio territorio. Solo riscoprendosi soggetti politici nel Nord le nostre ong possono creare nuove relazioni di solidarietà e una cooperazione col Sud.

In base a certi studi sulla cooperazione decentrata in Italia, sì è notata certo una crescita di interesse dei nostri enti locali per la collaborazione, ma questo interesse è stato mobilitato dalla società civile, ed è legato a momenti di crisi per cui, passata lo stato di necessità, si dimentica che in questo c'è un ruolo anche delle nostre istituzioni. Manca un coordinamento tra le istituzioni stesse. Passata la crisi, gli interessi della cooperazione si indirizzano verso la creazione di poli di eccellenza tra le università statunitensi, europee e giapponesi. Si dimentica così che ancora una volta si escludono le università dei Paesi del Sud, creando quindi nuove discriminazioni. In tutto questo l'Africa Sud-sahariana è un continente dimenticato anche dai nostri enti locali.

Una cooperazione decentrata ci aiuta a superare l'approccio all'aiuto umanitario (necessario ma legato alle contingenze) e quello ai progetti, tipico delle ong, che sono vincolate a dei periodi (in quanto un progetto ha un inizio e un termine). Essa può avviare un processo duraturo di relazioni tra le comunità, soprattutto tra le istituzioni.

 

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Don Albino Bizzotto: "Cosa è avvenuto in Africa nell'incontro tra europei e africani e come andrà avanti"

Sapete che siamo riusciti con grande precarietà ad andare a Butembo: per la grande accoglienza avuta la missione ha avuto un esito che è andato ben al di là del nostro lavoro e anche delle nostre stesse aspettative. Eravamo riusciti a metà del progetto: le grandi personalità di ogni tipo (religiose, premi Nobel per la Pace, giornalisti di organizzazione e mancavano giornalisti, premi Nobel, sportivi, attori) mancavano. Quindi eravamo a metà, e non portavamo altro che la nostra persona. Ma questa è stata proprio la scoperta che abbiamo fatto: tutte le difficoltà si sono rivelate una risorsa e la mancanza delle grandi personalità internazionali ha permesso alle parti in conflitto di confrontarsi con sincerità e di trovare un metodo dentro cui mettere insieme l'ansia per la Pace. Questo ha facilitato il dialogo tra le due parti, ponendo il problema della guerra all'interno di una visione globale con un atteggiamento di perdono comune, anche da parte occidentale per ciò che riguarda le armi e il colonialismo.

Grazie a questa modalità dell'incontro Jan Pier Bemba, del fronte per la liberazione del Congo, prima ancora di accettare di togliere il presidio militare da 3 località, ha chiesto perdono per gli errori, le atrocità, i crimini e i saccheggi compiuti. E' stato qualcosa che ha sconvolto. E soprattutto la gente ci ha creduto. Una città intera ci ha incontrato e abbracciato, ci ha festeggiato e ha accolto con un vero e proprio delirio. Di quella gente non ho conosciuto la guerra, la fame, la sofferenza, ma solo una grande festa. Pareva che arrivando avessimo anticipato la pace. Questo metodo di mettere insieme con molta semplicità la stessa ansia di pace è stato estremamente proficuo.

Ora però bisogna dare continuità a tutto questo. I problemi rimangono. Per la responsabilità di informazione che abbiamo, dobbiamo dare risposte alla questione dei bambini soldato e a quella relativa a favorire la cancellazione dei brevetti dei medicinali.

Ma non basta che i messaggi arrivino dall'Europa. Bisogna che si incarnino e partano da dentro la zona del conflitto. L'Africa rimane ancora un Paese dove ci sono troppo morti a causa della guerra, troppe donne ridotte schiave che qui da noi diventano schiave della prostituzione. In questi giorni ci sono pervenuti nuovi dati: 3.000.000 di morti in 32 mesi. Esiste la necessità di dare una risposta indipendentemente dal tipo d'invito, una risposta che deve partire da noi.

In Africa ci sono nuclei di resistenza nonviolenta, di mobilitazione popolare, di coscienza che con fatica continua a mantenere viva la speranza. I governi dei Paese forti non sono molto interessati al problema dell'Africa. Noi vorremmo tentare di dire che il diritto di affermare la pace appartiene ad ogni persona, anche a un bambino africano. Bisogna, quindi, rimettere in moto questo rapporto tra persone, tra gruppi,tra società civili. I problemi della pace, le conseguenze della guerra, riguardano la vita di tutti i giorni della gente.

Si deve riprendere insieme questo cammino della costruzione della pace, creare una grande fiducia nell'impatto tra popolo e popolo, sensibilizzando i politici. E questo essere fatto attraverso una serie di proposte: in Europa abbiamo un grande deficit di informazione sull'Africa, è previsto quindi un incontro verso il 10 dicembre 2001, a Bruxelles o a Strasburgo, dove si potrà tentare un momento popolare e culturale con gli amici africani per rilanciare l'idea di ritornare in Congo, coinvolgendo il numero più ampio di persone.

In Africa ci sono enormi testimonianze (di missionari e volontari) che vivono però l'impotenza, la rassegnazione e la rabbia di non poter far nulla. Occorre mettere il problema della pace come centrale, affrontando il conflitto con la non violenza. Alla fine anche all'interno di una situazione in cui qualsiasi soluzione anche con la forza armata andrebbe bene, la non violenza è diventato lo strumento cosciente e operativo per mettere insieme tutte le forze. E questo ci fa camminare con grande fiducia e sperando in qualche risultato.

 

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Gabriele Pipinato: "Non violenza è la risposta possibile"

Vivo in Kenya e vorrei portare la mia esperienza dell'Africa.

"Co-operare" significa "operare insieme", ma la cooperazione attuale non lo fa. Vorrei ricordare un'immagine nei Promessi Sposi, in cui il Marchese offre al gruppo di Renzo e Lucia una cena e si mette a far loro compagnia, servendoli prima di andare a mangiare in un'altra stanza. Manzoni commenta scrivendo che il Marchese aveva quel tanto di umiltà per mettersi al di sotto di quella buona gente, ma "mai per istar loro in pari". Ecco il problema della cooperazione: noi ci mettiamo sopra le comunità locali, le dirigiamo con i nostri progetti oppure addirittura ci mettiamo sotto, ma mai alla pari. Questo è il nostro problema: facciamo cooperazione, ma non accompagniamo, ci poniamo al di sopra o al di sotto, ma mai alla pari. Fare una cooperazione decentrata significa che la strappiamo dal centro dello stato per portarla verso la comunità locale, ma dobbiamo centrarla proprio qui.

Il primo pensatore di questo tipo di cooperazione è stato Gesù, come si legge nel Vangelo dei Pani e dei Pesci. Di fronte al problema di come dare da mangiare a tutte le persone raccolte Pietro dice: "O diamo da mangiare a tutti o li mandiamo a casa tutti". Ma Gesù dice: "Vedi Pietro, fai uno sbaglio tu pensi che la gente non abbia niente da dare" e lo dice anche a noi oggi: "Voi pensate che la gente in Africa non abbia niente da dare". Ecco le parole di Gesù: "Organizzatevi e fate in modo che possano condividere". Si realizza così un miracolo, che non è solo quello del pane per un giorno, ma un miracolo che dura per tutta la vita e che trasforma un mucchio di gente in una famiglia, in un popolo, in una comunità. La cooperazione scentrata è quella che dà il pane, la cooperazione centrata è quella che dà fiducia alla comunità. Vorrei ricordare il miracolo di Porto Alegre, il bilancio partecipativo: un gruppo di persone che sa condividere e che è diventato davvero un popolo. Ed è questo il lavoro che stiamo tentando a one-world: dar voce alle energie positive che stanno nascendo in Africa.

Ci sono due tipi di conflitti: la violenza armata e il conflitto d'interessi, che è la violenza strutturale (il 95% dei malati di aids nel Sud del mondo usa il 5% delle medicine). L'Africa soffre questa violenza. Dobbiamo tutti convertirci alla non violenza.

Sono stato nella libreria cattolica di Nairobi, città piena di violenza, e non ho trovato nessun libro di Ghandi e Martin Luther King. La Chiesa non crede nella non violenza e quindi noi in missione facciamo corsi per la non violenza attiva e i diritti umani. E succedono i miracoli: dopo che 800 studenti vi hanno partecipato, non ci sono state più violenze e scontri nella nostra università. Con questi nostri programmi di non violenza attiva incontriamo i gruppi di giovani "a rischio" e le cose cambiano.
E'una grande sfida lavorare con speranza nel conflitto. Ma è una sfida che dobbiamo accogliere e lavorare qui e lì contro il conflitto di interessi e il conflitto armato. Bisogna lavorare per costruire una mentalità nuova. Non si fa niente se non crediamo veramente in una formazione alla non violenza. Davvero non mi sento rappresentato da un Chiesa che da qualche anno non fa altro che parlare della Scuola Cattolica. Vorrei chiedere a Ruini di porre fine a questa cosa. Noi dobbiamo fare formazione alla non violenza, coinvolgere la gente su queste cose, il resto lasciamolo cadere. E siamo noi che possiamo cambiare qualcosa.

 

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Bijou Nzirirane: "Le sofferenze dell'Africa"

Nel Ruanda e il Burundi ci sono due tribù, gli Hutu e i Tutsi, che dal Ruanda invadono il nostro Paese per giungere alla vittoria di una delle due fazioni.

Quando le persone si sono interessate sempre più alle nostre risorse (i diamanti, la foresta, il coltàn) è cominciata la guerra. Il problema dell'Africa e del mio Paese prima erano la fame e le malattie, ora si è aggiunta la guerra. La popolazione soffre. Quello che mi fa male è che noi non riusciamo più a sperare, a fare dei progetti. Perché si deve vivere così, perché i bambini nascono per diventare soldati a 10 anni? Tutto diventa così complicato e senza senso!

Ogni giorno si parla della sofferenza dell'Africa, da 15 anni sento questi problemi, ma la situazione sta sempre peggiorando. Mi chiedo se davvero stiamo toccando il problema. Credo anche che noi africani piangiamo anche troppo e dobbiamo pensare invece a come cambiare le cose. Ma quando tentiamo di fare una piccola rivoluzione, la guerra uccide le persone e nessun media lo denuncia. Ma mi chiedo: noi siamo persone o animali? Possiamo morire senza che nessuno se ne interessi? Avete visto le immagini di Butembo: i bambini gridavano di gioia, erano pieni di speranza perché vedevano lì le persone e pensavano che domani cambierà qualcosa, vedevano finalmente una luce. Fa male vedere queste immagini. Non bisogna però generalizzare: ringrazio molto le persone che ci sono vicine e pensano all'Africa che soffre. La popolazione però non c'entra niente con le guerre, ma ci sono persone che hanno mille interessi per fare queste guerre. E' bene che noi tutti pensiamo a trovare una soluzione finalmente, perché sono ormai tanti anni che le persone ne parlano, ma la situazione peggiora sempre più.

 

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Marie Mira: "Un altro mondo è migliore"

Ringrazio la società italiana che ci ospita, sostiene la nostra lotta e ha creduto nella marcia che è stata come un'oasi nel deserto. Voglio sottolineare ora il ruolo della donna, intesa come madre, coltivatrice e avente molte altre funzioni. Nonostante tutto questo la donna non compare nelle statistiche: nonostante il suo potere socio-economico è sottovalutata ed è legata al lavoro del Paese, quello con la L maiuscola.

Dal momento del concepimento fino ai 30 anni la donna è legata al suo bambino e nessuno ha il diritto di ostacolare questa fase della vita. Le donne e i bambini sono molto spesso le prime vittime e le ultime persone ad essere consultate e quindi subiscono le decisioni degli altri. Per superare questi problemi, come il peso dei conflitti etnici, le donne trovano delle strategie e fondano tra di loro delle cooperative. Esse si uniscono per scrivere le disfatte della guerra, per creare associazioni che collaborano con la società civile e con le istituzioni creando appelli per la pace con collegamenti di gruppi di lobby. L'anno 2001 è stato all'insegna della sensibilizzazione per la pace attraverso le radio locali e la stampa. Ma i media sono molto cari, i capi hanno difficoltà a far girare le informazioni e sono messi a tacere. Le donne si augurano che coloro che decidono le sorti del mondo ricostruiscano i valori basilari. Abbiamo investito molto nella guerra, ma raramente abbiamo investito nella vita, nella sua protezione. Vi lascio con una frase che voglio trasformare in una canzone "Un altro mondo è migliore".

Il mondo nel quale i bianchi e neri canteranno la stessa canzone,
il mondo nel quale colui che ha fame potrà guadagnare il suo pane,
il mondo nel quale la guerra non sarà che la storia dimenticata del mondo,
R: Faremo questo mondo se tu vuoi,
Faremo questo mondo felice.
Viene cantata la canzone...

 

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Mons. Medardo Mazombwe: "Appello per la cancellazione del debito"

In Zambia pensiamo che il debito internazionale sia un blocco allo sviluppo e una struttura di ingiustizia. Il Jubileum 2000 se ne è andato ormai, ma lo spirito del Jubileum continua: la campagna dello Zambia chiede la cancellazione del debito per poter promuovere la pace, la salute, l'educazione e lo sviluppo agricolo.
Ringrazio Civitas per avermi dato la possibilità di mostrare il punto di vista del popolo dello Zambia riguardo al debito internazionale che consideriamo un blocco allo sviluppo.

Il debito non può essere pagato e secondo noi non deve essere pagato per poter garantire un vero sviluppo.

Il 9 ottobre 2000 il rappresentante dello Zambia disse: "Sapendo che i capi del G7 non avevano rispettato i loro impegni di cancellazione durante il summit di Okinawa nel luglio 2000, il movimento Jubileum 2000 si concentrò sull'incontro, di settembre, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale svoltosi a Praga per realizzare delle manifestazioni pacifiche". Il movimento di Jubileum 2000 aveva grandi aspettative per la cancellazione del debito

Abbiamo organizzato, all'inizio dell'incontro delle manifestazioni per commemorare le migliaia di bambini che muoiono ogni giorno nei Paesi poveri, abbiamo presentato una raccolta di firme ai leader dei Paesi ricchi per sollecitare lo sviluppo di alcuni settori come quello della sanità, dell'educazione e dell'agricoltura.

La cosa migliore che avemmo potuto ottenere era la cancellazione del debito da parte degli Stati creditori e in particolare della Banca Mondiale e del Fondo Monetario internazionale a 20 Paesi.

La notizia positiva era che Zambia era stato inserito fra i 20 Stati più poveri, ma la brutta notizia era che, secondo il rapporto dell'Oxfam, lo Zambia deve pagare 160 milioni $ dal 2001 fino al 2003 a poi 200 milioni $ da 2004 e 2005 e questo anche se ha ottenuto la qualificazione di Paese povero.

Questa spesa è molto più elevata di ciò che si spende per l'istruzione e i servizi sanitari in un anno. In questo modo il nostro Stato diventa sempre più povero. Questo significa che meno ragazzi possono ricevere un'educazione e meno persone possono godere dei servizi sanitari, per non parlare della qualità di questi servizi. L'appello di Jubileum 2000 dice che durante il meeting di luglio 2000 la società civile dello Zambia ha presentato ai creditori una proposta: concedere donazioni a fondo perduto allo Stato piuttosto che termini dilazionati entro cui pagare. Lo Zambia e tutta l'Africa hanno bisogno di donazioni.

Durante il Sinodo africano nel l994 è stata sottolineata la promozione della giustizia e della pace come fondamento dell'evangelizzazione. Giustizia e pace sono la missione di evangelizzazione in Africa. Non è credibile per la popolazione africana la buona notizia della venuta di Cristo fino a quando esisteranno guerre, ingiustizie e malattie ecc.

Il Sinodo ha stabilito che è necessario risolvere il problema del debito che è una struttura di ingiustizia e un blocco allo sviluppo. Il debito totale dei Paesi africani a sud del Sahara nel 1994 si avvicina a l.190 bilioni di dollari, pari al 20% del totale dei debiti.

L'onere di ripagare anche una porzione modesta di questo debito apre un futuro senza prospettiva, privo di un possibilità di migliorare la vita. Possiamo dire che l'Africa soffre il retaggio del colonialismo: c'è ancora un modello di sviluppo ereditato basato su monocolture (rame, oro, diamanti, caffè, tabacco), l'agricoltura è trascurata, persiste l'importazione di macchinari e non si è pensato a programmi di educazione per gli africani in grado di creare dottori e ingegneri, a causa delle gravissime condizioni economiche.

Possiamo dire che un po' della crescita del debito è attribuito a cause interne, quali la corruzione. Abbiamo iniziato ad avere dei prestiti sempre maggiori con i petroldollari delle banche occidentali.

Poi di fronte alle problematiche di non pagare il debito sono partiti i Programmi di Aggiustamento Strutturale che hanno riprogrammato il pagamento del debito ponendo delle condizioni: svalutazioni delle valute, riduzione dell' istruzione e della sanità.

In Zambia abbiamo il 75% della popolazione che vive in povertà estrema a causa del debito, il quale ha privato la popolazione dei servizi principali.

Durante il Sinodo ho chiesto che lo stesso Sinodo africano si appellasse ai vescovi e ai fedeli dei Paesi donatori, affinché riducano in maniera sostanziale i Programmi di Aggiustamento Strutturale e ogni altra misura, dal momento che sono inadeguate, socialmente e politicamente pericolose e immorali.

Il Jubileum 2000 c'è stato, ma lo spirito continua.

Il debito non può essere ripagato perché non deve essere ripagato: i Paesi poveri non avranno mai la capacità economica per produrre le risorse necessarie a pagarlo, inoltre è stato contratto da regimi illegittimi e poi è già stato ripagato molte volte.

E' moralmente inaccettabile imporre un onere che blocca intere popolazioni. Speriamo che altri Paesi seguano l'esempio dell'Italia cancellando totalmente il debito, per questo ringraziamo la Chiesa e lo Stato italiano.

Abbiamo frequenti esempi di cancellazione del debito nel passato, pensiamo ai debiti risalenti al tempo della guerra di altri Paesi europei, che sono stati cancellati per una ripresa dell'economia di mercato. Quindi l'argomentazione economica è possibile, come è dimostrato da quanto accaduto per i Paesi del Nord.

Io chiedo di unirci per costruire un unico mondo, un "one-world". Non possiamo vivere in un unico mondo se una parte vive con tutte le ricchezze e l'altra no. Non possiamo costruire una nostra Civitas, un "one world", con un debito che pesa su alcuni membri della comunità. Diciamo grazie a chi si è impegnato e chiediamo a tutti di aiutarci

 

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Nicoletta Dentico: "Campagna per l'accesso ai farmaci"

Credo sia importante che un'organizzazione come MSF, che è presente su tutti gli scenari delle emergenze, sia riuscito forse per la prima volta a trasformare tutte queste emergenze in un'unica. Il conflitto d'interesse è forse la più grande guerra che non viene contabilizzata dalle statistiche delle Nazioni Unite, che sanciscono le guerre in base ai 1000 morti che esse producono. La guerra economica segna vittime non censite tutti i giorni dell'anno, senza suono di armi o dispositivi bellici. In realtà è questa guerra economica che uccide di più, e nel campo della salute essa uccide circa 15 milioni di persone l'anno. E' importante capire quanta sofferenza ancora dovremo sopportare, visto che già l'abbiamo vista questa sofferenza. Si tratta di capire come produrre dei cambiamenti significativi. La Campagna per l'accesso ai farmaci vuole sessere un umile tentativo che ha assunto negli ultimi giorni una dimensione internazionale importante, grazie agli attivisti sieropositivi sudafricani: questi hanno vinto straordinariamente la mancanza di politica delle case farmaceutiche che avevano intentato questo progesso nei confronti del governo sudafricano.

Questa Campagna è una prima vittoria: abbiamo cominciato a capire i vari posizionamenti, dove stanno i diversi attori e come possono muoversi. Chiaramente però parlare di farmaci essenziali non significa parlare di tutta la salute. Da certi punti di vista questa Campagna sui farmaci essenziali era molto legata al nostro lavoro di medici. Abbiamo capito però che se è vero che non si muore per mancanza di farmaco, è altrettanto vero che la mancanza di accesso ai farmaci essenziali fa sì che molte malattie curabili o guaribili o molte non malattie (come la dissenteria) coinvolgono milioni di persone.

Abbiamo anche capito che parlare di farmaci significava parlare di tutto un capitolo della salute che avrebbe fatto capire a tutti come la salute sia passata da un domino del diritto a un dominio del profitto. Oggi il farmaco, che per molti budget nazionali rappresenta una delle tre grandi voci del bilancio salute, rappresenta la cartina di tornasole più chiara di come sia avvenuto questo passaggio e di come la situazione vada recuperata. Il diritto alla salute non è più riconosciuto in quanto tale: oggi abbiamo la legge del profitto e del commercio che decide chi curare e non curare. Sembra quindi che la povertà sia diventata una straordinaria merce di scambio, strumento ed effetto del potere che ormai pochi attori economici e finanziari detengono in maniera sempre più esclusiva sulle sorti del mondo. Il debito dei Paesi del Sud del mondo, grande business per i Paesi del Nord, è riuscito a imporre un controllo sulle economie e sulle le finanze di gran parte del mondo. Mancava un aspetto: il controllo commerciale, dei saperi, delle tecnologie. Ci sembra di capire che l'organizzazione mondiale del commercio chiuda un po' il cerchio da questo punto di vista. L'OMC chiude in una morsa, con la logica del brevetto e del monopolio sulle competenze tecnologiche, una grandissima fetta di accessibilità ai diritti umani. Questa Campagna per l'accesso ai farmaci essenziali non si occopa solo di aids: esistono malattie come la cecità fluviale, la tubercolosi, la malaria, la malattia del sonno. Esiste anche una questione di non facile soluzione che riguarda la ricerca e lo sviluppo di farmaci che possano debellare queste malattie. Noi MSF stiamo lavorando sulla tubercolosi e usiamo un vaccino che risale al 1923, ed è gravissimo questo, quando si prevede che entro il 2010 ben 70 milioni di persone saranno affette da questa malattia.

Quindi il problema è vastissimo e complicato: sembra essere quello di una straordinaria omissione globale di soccorso, là dove i mezzi potrebbero esistere, ma non vengono utilizzati, e là dove i farmaci venivano prodotti ma sono stati abbandonati perché non interessanti dal punto di vista del profitto .

Ieri abbiamo lanciato un comunicato stampa in cui salutavamo con notevole entusiasmo il fatto che dopo 7 anni si ricominci a produrre l'eflornitina, produzione che la Aventis aveva interrotto nel 1995 perché tutto sommato serviva poco per la lotta contro il cancro, per la quale si faceva la ricerca. Il fatto che essa servisse a sconfiggere la malattia del sonno non interessava a nessuno. E' stato scoperto all'inizio di quest'anno una qualità insospettata dell'eflornitina: rallentare la peluria sul volto femminile.

E' stato così inventato un cosmetico e grazie a esso si è potuta iniziare la produzione di questo farmaco.

Noi rivendichiamo le produzioni locali. Ci chiediamo anche quale lobby finanziaria ha avuto un interesse a spingere sull'ammaccatura delle case farmaceutiche. C'è però anche la società civile che ha lavorato moltissimo e che ha fatto pressione: il Parlamento Europeo ha sancito che vengano garantiti i diritti dei Paesi in via di sviluppo a ottenere i farmaci salvavita al prezzo più conveniente possibile sul mercato, che siano coperti da brevetti o siano generici.

Bisogna che il diritto alla salute della gente abbia la meglio sul diritto dei soldi. Se ci deve essere una guerra tra i diritti delle patenti e quelli dei pazienti deve essere chiaro che devono essere questi ultimi ad avere la meglio e a vincere.

 

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