Venerdi 3 maggio 2002,
Civitas (Padova)
I beni comuni come diritti universali.
Dieci anni dopo il Summit di Rio e a pochi mesi da Johannesburg (Rio+10), questa
seconda conferenza guarda in retrospettiva ai risultati e alle sfide attuali
in termini di un'agenda di sviluppo sostenibile globale e locale, comparando
strumenti di verifica implementati da varie prospettive di sviluppo: Agenda
21, Habitat, Social Development.
La metafora dell'aereo che corre senza pilota rappresenta bene, a nostro avviso, la condizione del vivere in questa fase storica. Viviamo, infatti, all'interno di un grande aereo che va senza guida e senza una direzione certa e malgrado la maggioranza della popolazione non abbia chiesto di salire a bordo vi è stata trasportata a sua insaputa o con l'inganno. A questo punto c'è poco da fare: siamo di fronte ad alternative secche che comportano effetti irreversibili. Proviamo a formulare alcune ipotesi per capire meglio i termini della questione.
Ipotesi 1
Finisce il carburante e l'aereo precipita. È quanto potrebbe accadere
se l'economia globale entrasse in una profonda crisi. E quanto sta accadendo
nel mercato borsistico, nel mercato della moneta digitale, virtuale, dove ogni
giorno si scambiano qualcosa come 1800 miliardi di dollari (quasi due volte
il Pil dell'Italia). Nell'ottobre del '97 il crollo del le
borse nel sud-est asiatico comportò il tracollo di molte economie reali
dell'area delle famose "tigri", così chiamate per le
loro performances economiche negli anni '80. Dallo scoppio della bolla
finanziaria nel '90 il Giappone, cioè la seconda potenza economica
del mondo, non si è più ripreso ed oggi la sua economia reale
rischia di entrare in una spirale perversa, in un tunnel dove è difficile
vedere una via d'uscita. La crisi finanziaria dell'America Latina,
provocata dalle velenose ricette del FMI, la conseguente dollarizzazione del
continente, stanno provocando una caduta verticale delle condizioni di vita
della popolazione già impoverita dalle politiche di "Sviluppo"
dei decenni passati. Tutto ciò per dire che se l'aereo dovesse
definitivamente precipitare, se si registrasse un crollo definitivo di Wall
Street le conseguenze sarebbero disastrose.
L'abbiamo già visto nel '29, il crollo delle borse, lo sganciamento dall'oro della sterlina, seguita poi da tutte le altre monete, provocò una pesante recessione che ebbe come sbocco la seconda guerra mondiale. E' quella che Karl Polanyi chiamò "La grande trasformazione" (1), mostrando come la fine di un equilibrio economico-politico- monetario, la crisi del liberalismo, ci portò ad una serie di reazioni, di risposte al mercato globale che ebbero la valenza del fascismo e del nazismo. Non diversamente oggi rischiamo che il crollo delle borse, la crisi da sovrapproduzione che caratterizza cicicamente il capitalismo ci portino verso il baratro di una nuova guerra.
Ipotesi 2
I passeggeri che stanno nelle prime file, nella business class decidono di versare
altro car burante nel serbatoio dell'aereo per evitare che l'aereo
precipiti. La scelta è quella di continuare a tutti i costi il viaggio
anche se non si conosce la direzione. Anche la gente che affolla la "economic
class" condivide questa scelta.
In questo caso occorrono misure drastiche che ruotano intorno ad un obiettivo preciso: Rilanciare lo Sviluppo. E' un obiettivo che trova grandi consensi non solo tra i potenti della terra, ma anche a livello di gran parte delle organizzazioni dei lavoratori ed anche in una parte di chi cerca in buona fede le soluzioni per evitare il peggio. Ma per rilanciare lo sviluppo occorre trovare un modo per superare la sovrapproduzione che affligge la gran parte de mercati, occorre trovare un settore che funzioni da traino per tutta l'economia reale. Occorrono grandi investimenti che rimettano in circolazione il denaro e rilancino nelle borse le imprese che entrano a far parte del nuovo business.
Dopo i fallimenti e le delusioni generate dal crollo dei titoli legati alle tecnologie informatiche, al cosiddetto "e-commerce", rimane solo la speranza nelle biotecnologie, ma l'opinione pubblica è su questo terreno divisa e timorosa e lo sviluppo di queste tecnologie, la loro applicazione su grande scala, potrà avvenire solo nel medio-lungo periodo.
Esiste un solo settore che può oggi essere usato per rilanciare con forza, ed in tempi brevi, lo Sviluppo: il settore militare. Bush, il presidente Usa l'ha capito perfettamente e l'ha inserito al primo posto del suo programma politico: realizzare lo "scudo spaziale", lo scudo antimissili per una fantomatica guerra d'attacco agli Usa. Anche gli europei hanno capito che si tratta di una mossa strategica. Ci vogliono migliaia di miliardi di Euro, ma con questi investimenti si rilanciano settori produttivi di grande rilevanza e si continua a far girare il capitale e le grandi imprese, vero motore del processo di accumulazione. Così assisteremo ad una gara tra l'Europa e gli Usa per la costruzione degli "scudi spaziali", ma questa scelta se potrà rilanciare lo sviluppo nel breve-medio periodo non risolve nessuno dei problemi drammatici che stiamo vivendo. Anzi li aggraverà.
Ipotesi 3
Malgrado la ripresa economica dia qualche segnale positivo, molti nella business
class si domandano se sia possibile continuare a viaggiare senza un pilota,
un vero pilota con tanto di brevetto e centinaia di ore di volo, nonché
un suo sostituto altrettanto bravo. Si cerca di trovare tra i passeggeri chi
abbia queste capacità. Maledettamente sono tanti che si offrono di guidare
l'aereo, ma non c'è nessuna garanzia che siano capaci. Soprattutto
è difficile metterli d'accordo.
Fuor di metafora questa è l'ipotesi del governo mondiale. L'idea del governo mondiale è una vecchia idea della sinistra europea, del movimento dei lavoratori. E' un obiettivo di derivazione marxista in quanto legato all'idea del superamento dell'anarchia endemica nel modo di produzione capitalistico. Ma oggi appare non solo poco credibile, ma addirittura perniciosa. Il governo mondiale esiste già ed è operante. Come ho avu to modo di mostrare (2) esiste un governo mondiale con i suoi relativi organi e ministeri: Interni (Nato), Commercio (World Trade Organization), Sviluppo, Ambiente e Politiche Sociali (Banca Mondiale), Finanze e Tesoro (Fondo Monetario Internazionale). Ogni tanto si riunisce il Consiglio del Governo Mondiale (G7) e cerca di affrontare le crisi economiche e finanziarie ricorrenti, nonché di rilanciare lo Sviluppo, magari inventandosi - come si è fatto ultimamente a Napoli - una via digitale allo sviluppo per i popoli del sud del mondo. Cosa fare per le masse di contadini che la desertificazione ed i bassi prezzi dei prodotti agricoli hanno cacciato via dalle campagne? cosa fare per chi è rimasto, circa 1,5 miliardi di persone, a fare il contadino o il pastore? e per gli operai delle fabbriche che chiudono , per i giovani delle megalopoli senza futuro? Regaliamo loro un computer e facciamo un corso di inglese ed informatica - questa è la risposta del Governo Mondiale. Ridicola? non proprio. Con un megaprogramma di espansione dell'economia digitale si possono vendere milioni di computer ed annessi ai popoli del sud del mondo e rilanciare le grandi imprese occidentali. Ma se una persona non ha l'acqua potabile, non ha strade e fogne, muore per la diarrea o la malaria, che se ne fa del computer, se lo mangia? Non è questo il problema per il Governo Mondiale. La questione di fondo è una sola: come rilanciare e governare lo SVILUPPO. Tutto il resto verrà risolto dopo e come conseguenza dell'aumento del la ricchezza mondiale. Purtroppo, per questi signori del G7 e G8, sempre meno gente crede a questa favoletta che viene ripetuta senza sosta da mezzo secolo. Il Governo Mondiale non ha alcuna legittimità: è l'unico governo al mondo che non ha più un posto tranquillo dove riunirsi in santa pace. Dopo la ri volta di Seattle è arrivata Praga, poi Davos, Nizza ed infine Napoli. Indipendente da qualunque sia l'argomento all'ordine del giorno, c'è una parte crescente della popolazione mondiale che protesta contro questo governo dell'umanità.
Il Governo Mondiale non solo è screditato, ma non riesce ad affrontare seriamente nessuno dei grandi problemi del nostro tempo. A cominciare dal degrado ambientale, dalla mercificazione della natura, dai mutamenti climatici indotti dallo Sviluppo che rischia di fare precipitare il nostro aereo prima di ogni pessimistica previsione.
Ipotesi 4
I passeggeri dell'immenso aereo che affollano le ultime file maleodoranti
hanno capito che non c'è proprio da stare tranquilli ascoltando
i messaggi che gli assistenti di volo, stuarts e hostess, inviano incessantemente
per evitare il panico. Hanno creduto per troppo tempo che chi comanda l'aereo
avrebbe trovato le soluzioni più opportune. Prima hanno creduto che tutto
dipendesse dalla mancanza di carburante (leggi: Sviluppo), poi hanno creduto
che per evitare di andare a ramengo nello spazio, rischiando di andare a sbattere
su qualche picco di montagna, occorressero dei bravi piloti; poi hanno sentito
parlare di rendere l'aereo più leggero e "flessibile"
ed hanno visto che questo significava scaricare dall'aereo chi stava nelle
ultime file (i famosi esuberi!). Adesso non se la sentono più di continuare
a fare la parte della zavorra: devono trovare una soluzione per evitare di essere
buttati giù alla prossima dichiarazione di insufficienza del carburante.
Devono trovare, per esempio, un paracadute per scendere dall'aereo senza
rimetterci la vita. Ma siccome è evidente che non ci sono paracaduti
sufficienti per tutti, bisogna trovare delle soluzioni collettive per salvare
il maggior numero di persone. E' evidente che non c'è una
sola soluzione, ma una pluralità di strade da seguire.
La prima sicuramente è quella di far planare dolcemehte l'aereo. Ma come riuscirci?
Non è facile ed è anche rischioso. Ma è un obiettivo irrinunciabile per salvare la maggioranza della gente.
Strategie per un atterraggio morbido
Attrezzarsi per un atterraggio morbido significa opporsi al fatto che l'aereo
continui ad essere condotto ad una velocità folle senza una direzione
certa ed umanamente accettabile. Per questo obiettivo ambizioso bisogna prepararsi
con mezzi e strutture adeguate. Vediamo alcuni esempi concreti.
Il lavoro fatto dal gruppo di Wuppertal, diretto da Wolfgang Sachs, va in questa direzione (3). Prefigura una costruzione di un'economia leggera che ci permette di ridurre l'impatto ambientale, che ci consente migliori e più giuste relazioni sociali e distribuzione del reddito. E' un lavoro di lunga lena che richiede di partire dalla dimensione locale per trovare tutte le alternative possibili che vanno in questa direzione.
L'opposizione all'introduzione delle biotecnologie in agricoltura va nella stessa direzione perché difende i produttori del sud del mondo quanto i consumatori del nord, ma soprattutto impedisce che un altro elemento di grave instabilità venga introdotto negli ecosistemi.
La sperimentazione in campo aperto di prodotti modificati geneticamente ed ancor più l'uso commerciale di questi prodotti introduce nel ciclo alimentare, come ha dimostrato J. Rifkin (4) con un'ampia documentazione, una bomba nucleare che si sa come si innesca , ma nessuno sa come si possa fermare e tornare indietro.
Sempre su questa strada è importante difendere e moltiplicare le aree protette, i parchi na turali, le zone paesaggisticamente vincolate, le aree ancora "esterne" ai processi di mercificazione globale. Fondamentale è opporsi alla realizzazione delle mega infrastrutture (grandi autostrade, ponti, grandi dighe, alta velocità, ecc.) che impattano pesantemente sull'ambiente, oggi fortemente rilanciate dai sacerdoti dello Sviluppo come ricetta di contrasto alla stagnazione economica.
I movimenti antiglobalizzazione possono giuocare un ruolo centrale nel mantenere accesa l'attenzione dell'opinione pubblica rispetto a questi temi, ma è necessario che i movimenti rimangano culturalmente plurali e compositi, evitando sia di cadere nella trappola della violenza che i media ricercano per criminalizzarli, sia di cedere all'illusione che con qualche rappresentanza nelle sedi dei vari organismi internazionali sia possibile modificare la rotta di volo.
Quest'ultima è stata "l'illusione fatale" per diverse Ong di cooperazione internazionale che sono entrate nelle stanze dei Ministeri nazionali o sono finite nelle tavole sterili della Banca Mondiale puntando su un'improbabile riforma di questa potente istituzione.
Come ha tentato di dimostrare Richard Falk non esiste la possibilità concreta di creare un "governo a misura d'uomo" mediante radicali riforme delle Nazioni Unite oppure come risultato di una convenzione mondiale istitutiva.
"Lo scenario più probabile, nel quale il governo mondiale troverebbe piena attenzione politica, deriverebbe dalla pressione esercitata dalle forze di mercato mondiale per ottenere un maggior grado di istituzionalizzazione politica.... Viceversa "un governo a misura d'uomo può essere raggiunto senza un Governo Mondiale, e che questa linea d'azione è, oltre che auspicabile, la più probabile nel prossimo futuro..." (5).
Strategie per salvarsi nel caso l'aereo dovesse precipitare
Siccome nessuno ci può garantire che l'aereo non precipiti, dovremo
sempre più attrezzarci per non essere colti totalmente impreparati dal
crollo dell'economia globalizzata. D'altra parte la stessa opposizione
alle riunioni dei potenti della terra, ai consigli di amministrazione del Governo
Mondiale, sono una necessità, non certo una soluzione. Il popolo di Seattle
può essere orgoglioso di aver fatto fallire alcuni vertici mondiali,
non certo può dire che in questo modo il mondo sia migliorato. Per questo
è stato importante l'appuntamento di Porto Alegre alla fine di
gennaio. Esso è nato dalla convin zione che non basta resistere alla
strategie del Governo Moniale, bisogna trovare delle strade alternative. Se
i vertici dei G7 falliscono non è per questo che i poveri, gli sfruttati,
gli ecosistemi migliorino automaticamente. Il capitalismo ed il mercato mondiale
hanno funzionato anche senza questo sterile governo mondiale.
Pertanto, bisogna lavorare su due fronti: da una parte ,come abbiamo visto prima, tentare di far planare dolcemente l'aereo impazzito, dall'altra, attrezzarsi di fronte alla probabilità non remota che l'aereo precipiti. Su quest'ultima opzione stanno la vorando da anni decine di migliaia di associazioni, gruppi, cooperative, piccole imprese, ecc. impegnate nel mondo della finanza etica, del commercio equo e solidale, delle produzioni biologiche, del risparmio energetico, ecc. Per capire la rilevanza e la valenza di queste reti di economia solidale rispetto al possibile crollo dell'economia globale, basti riflettere su quanto sta accadendo nel nostro continente da quando la "mucca pazza" ha terrorizzato i consumatori europei.
C'erano diversi produttori marginali nelle aree periferiche d'Europa, dal Mezzogiorno d'Italia al nord del Portogallo, che per decenni sono stati visti come lavoratori marginali, che vivono in aree sottosviluppate e che andavano "redente" (cioè trasformate in aree sviluppate). Ebbene oggi questi lavoratori marginali che vivono in aree ritenute non interessanti per gli investimenti del capitale, hanno scoperto di avere una grande ricchezza. Le loro produzioni, tecnologicamente arretrate, rappresentano un "paracadute" per tutti quei consumatori che non vogliono rischiare la loro salute restando anonimi nel grande mercato mondiale. Allo stesso modo, i produttori di caffè che hanno creduto nel "fair trade" (6) ed hanno resistito alle lusinghe del mercato mondiale, oggi si sono salvati dal crollo del prezzo del caffè (fino a -40% nei primi mesi di quest'anno) che ha travolto centinaia di migliaia di coltivatori dell'Africa e dell'America Latina.
Lo sganciamento dal mercato mondiale non significa rinchiudersi in un'economia autarchica, ma significa ridurre il grado di dipendenza da meccanismi perversi ed incontrollabili per la maggioranza della popolazione. Significa, ad esempio, costruirsi delle "monete locali" nell'era delle megamonete (dollaro, Euro) che dominano il mondo. E quanto, fra gli altri, stanno sperimentando in Equador le organizzazioni indigene che di fronte ai processi di dollarizzazione del paese, per cui se non hai un dollaro non hai diritto a comprare niente, hanno creato una moneta locale che circola a livello comunitario per soddisfare bisogni basici.
Tutte queste sperimentazioni sociali, tutti questi strumenti nuovi e tradizionali vanno nella direzione della costruzione di quei "paracaduti" che diventeranno vitali nel caso certamente non auspicabile, che l'aereo dovesse precipitare. C'è un imperativo morale non eludibile nel nostro tempo: separare il cammino dell'umanità dalle performances del Mercato Mondiale per garantire noi e le generazioni future.
Note
(1) K. Polanyi, La grande trasformazione,
Einaudi, Torino, 1978. (torna su)
(2) Vedi in particolare T. Perna, Il Governo Mondiale dell'Economia,
"Carta", giugno 1999. (torna su)
(3) Wuppertal Institut, Futuro Sostenibie, EMI, Bologna,
1997. (torna su)
(4) J. Rifkin, il Secolo Biotech, Baldini&Castoldi, Milano
1999. (torna su)
(5) R. Falk, Per un governo umano, Asterios ed., Trieste,
1999. (torna su)
(6) Per un approfondimento dei meccanismi del commercio equo,
vedi T. Perna, Fair Trade: la sfida etica al mercato mondiale, Bollati-Boringhieri,
Torino, 1998. (torna su)
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La mia relazione con Villa El Salvador (nell'area metropolitana di Lima - Perù) risale agli anni '80. A Berlino, nel 1987, durante il Forum Mondiale dell'Anno dei Senzatetto - nel quale sono state presentate venti esperienze importanti - Villa El Salvador è stata una delle selezionate.
Tra il 1980 e il 1987 fu notevole il percorso partecipativo e di autogestione di questo municipio. Sono molto pochi i municipi, dei 16 000 presenti nella regione latinoamericana in cui lavoriamo, che possono vantare esperienze tanto consolidate nel tempo.
Vale la pena ricordare anche - nel 2000 - il Premio Dubai dell'ONU alle Migliori Pratiche. L'esperienza di Villa El Salvador è stata selezionata tra le 40 finaliste di questo concorso a livello mondiale, dove si presentarono 700 candidati. Ricordiamo anche che in Cina, quando il municipio di Cheng Du selezionò e invitò due municipi ad esporre la loro esperienza, uno dei municipi invitati fu Villa El Salvador. Voglio anche menzionare altre città rappresentate qui, Montevideo e Porto Alegre, che, nel Forum Latinoamericano Municipalista, furono considerate come i casi di riferimento. Credo pertanto che quello che abbiamo visto oggi deve essere considerato come il meglio che può offrire questa regione e dobbiamo tenerlo in considerazione.
Uno dei gradi temi di riflessione è: come massificare le esperienze? Come passare da una scala di innovazione ad una scala realmente di massa e trasformare le città in forma democratica e massiva? Credo che se questo incontro non rifletterà su questi problemi, per andare oltre lo scambio di esperienze, costruire realmente dei riferimenti, mostrare una nuova maniera di affrontare i problemi, non avremo risolto nulla.Questo è un pericolo di cui dobbiamo tenere conto.
Mi rallegro con il Coordinatore per l'America Latina e i Caraibi del Programma di Gestione Urbana (PGU) dell'ONU per la selezione delle città qui presenti: Santo Andrè, Villa el Salvador, Porto Alegre, Ciudad Guayana, Montevideo e Quito. Sono città con le quali abbiamo lavorato negli ultimi 3 anni e oggi è stata una grande soddisfazione ascoltarle. Voglio anche salutare i municipi peruviani, molti di loro sono qui, anche con loro abbiamo appreso molto.
La mia intenzione è mostrare un piccolo panorama di come si sta evolvendo lo sviluppo partecipativo in America Latina e nei Carabi, riprendendo le esperienze che sono state ampiamente presentate.
Vorrei chiarire che il Bilancio Partecipativo non è una moda, né una nuova parola nella politica, né una ricetta. E' in gioco una riaffermazione dello stato in ambito municipale, del governo locale come regolatore e redistributore di ricchezza. Se non abbiamo ben chiaro che il valore aggregato è la riduzione delle disuguaglianze, la riduzione della segregazione sociale e spaziale, stiamo tentando di applicare un metodo, però senza sapere verso dove ci dirigiamo. Credo che le esperienze che abbiamo ascoltato siano dirette innanzitutto a ridurre le ineguaglianze sociali e la segregazione spaziale.
A Porto Alegre o in altre città come Ciudad Guyana si stanno investendo risorse in campi dove non si era mai investito prima: questo significa che la popolazione sta partecipando di più, che le sue condizioni di vita stanno migliorando.
Dal lavoro svolto con gli altri soci in America Latina, sono emerse circa ottanta esperienze di Bilancio Partecipativo. Di queste, la grande maggioranza sono brasiliane. E' bene ricordare che dall'89 al '92, nei primi mandati municipali del Partito dei Lavoratori, ci furono due esperienze; poi dal '93 al '96 ci furono 36 esperienze, e dal '97 al 2000 abbiamo 70 esperienze di riferimento. Nel resto dell'america Latina le esperienze di governo partecipativo sono molto più limitate, però ci sono stati dei tentativi e degli inizi.
Ci sono esperienze a Moràn, nello Stato di Lara in Venezuela, ad Asuncion, a Buenos Aires, a San Pedro Sula. Siamo in universo molto limitato ed anche molto recente, per questo le conoscenze nell'ambito non sono molto consolidate.
Abbiamo selezionato 14 città preparando una serie di documenti che illustrano le loro esperienze, gli strumenti, i regolamenti, le ordinanze municipali, le forme di pubblicizzazione che hanno utilizzato: è materiale di riferimento che vi invitiamo a consultare.
La mia esposizione, pertanto, sarà diretta principalmente a presentare il materiale che abbiamo selezionato in ambito internazionale.
Istituzionalizzare è per noi uno degli aspetti fondamentali del Bilancio Partecipativo. Una domanda che ci siamo sempre posti è: fino a dove istituzionalizzare? Quello che ci preoccupa è che molti municipi vogliono applicare il modello partecipativo però non riconoscono i costi che comporta. Le cifre che sono state pubblicate recentemente indicano che quest'anno Porto Alegre ha speso in cancelleria, materiale per diffusione, sensibilizzazione, divulgazione nei giornali circa 280.000 dollari. Costano le risorse umane, la macchina amministrativa. Questo presuppone che la gente dei municipi sia formata o partecipi a programmi di formazione e che sia disponibile a svolgere un lavoro che non è quello di un funzionario pubblico tradizionale.
Questo costo deve essere preso in considerazione perché non è basso come sembrerebbe, e la nostra esperienza con alcune città ce lo ha confermato.
Un altro tema centrale è la partecipazione, che per noi è uno dei grandi apporti della democrazia partecipativa: quanta gente partecipa? Partecipano quanti stanno nelle assemblee plenarie o no? Una delle lezioni viene da Porto Alegre,dove abbiamo lavorato. All'inizio, nel 1988 partecipavano 1500 persone, ora sono 40 000, però quando si mette in relazione questo numero di persone con gli abitanti complessivi, è un numero molto limitato, e questo mette in campo un altro tema importante: la legittimità. Quanta legittimità hanno in una città grande le decisioni prese da un numero relativamente limitato di abitanti? Quanto tempo ci vuole perché si consolidi il processo partecipativo? Questo non è chiaro. Ci sono 4 municipi in Brasile che sono passati per tre gestioni [della stessa coalizione]. Porto Alegre è uno di questi, e i risultati si stanno accumulando.
Un altro dei grandi temi che ruotano attorno alla questione del bilancio partecipativo è quanta parte delle risorse municipali devono essere rese disponibili agli abitanti perché loro stessi decidano come usarle. A Belo Horizonte si è reso disponibile il 13% delle risorse municipali, che è una percentuale ridotta; a Porto Alegre si è passati dal 3,2% del 1989 a più del triplo in 12 anni.
Credo che la relazione tra modello partecipativo e capacità di muovere e catalizzare più risorse delle imprese o degli abitanti, sia legato alla trasparenza della gestione. Nonostante ciò, il modello partecipativo rimane una frazione limitata, che corrisponde ad una parte degli investimenti.
C'è stata un esperienza a Santos, sempre in brasile, vicino San Paolo, che è molto conosciuta da chi lavora in questo campo. Il problema a Santos era la diffusione agli abitanti delle tematiche, dei risultati e dei benefici del nuovo modello, per cui si decise di stampare un quotidiano ufficiale, il Quotidiano Ufficiale Urgente. In questo modo si ampliò moltissimo la comunicazione e la divulgazione dei benefici. Questo è, per me, un altro tema chiave: la comunicazione.
Senza voler essere tecnocratici, è necessario chiedersi come raggiungere la totalità degli abitanti. A Santos nell' anno in cui lavorammo assieme la parte di risorse municipali investite in comunicazione fu del 7%.
Vorrei passare ora all'esperienza di Belém (dove abbiamo lavorato) perché ha un regolamento tra i più elaborati che abbiamo visto, tra i più sistematizzati, che lascia pochissimo spazio per conflitti di interesse nelle elezioni. Belém è la capitale dello stato di Parà, nell'Amazzonia brasiliana, ha un milione e 300 000 abitanti di cui il 74% sono urbani. Vi illustrerò ora il Regolamento Interno.
Per fare un modello partecipativo è necessario costituire un Consiglio Municipale del Modello Partecipativo al fine di organizzare la figura giuridica e amministrativa per gestire queste risorse. Il secondo passo è decidere la relazione di questo Consiglio Municipale del Modello Partecipativo con la macchina amministrativa , con il potere legislativo, con la amministrazione pubblica.E' in questo rapporto tra democrazia partecipativa e rappresentativa che le esperienze brasiliane apportano moltissimo.
Se si guarda al panorama globale, ci sono cinque ambiti molto diversi secondo le città. A Belém, Santo André e Porto Alegre ci sono tutte e cinque le dimensioni, che sono:
Primo, le cosiddette regioni amministrative e tutto il tema delle assemblee. Queste sarebbero territoriali o parrocchiali o di delegazione, cioè divisioni submunicipali. I territori, a seconda delle dimensioni, possono avere assemblee micro-regionali. In tutte le esperienze sono anche presenti assemblee tematiche che riprendono fondamentalmente le priorità della città.
Nel caso di Villa El Salvador, c'è il piano di sviluppo nel quale sono contenute alcune delle grandi priorità, che sono trattate all'interno delle assemblee tematiche. Queste nel caso di Belém sono 5: salute per tutti, risanare Belém, futuro per l'infanzia, trasporto urbano, rivitalizzare Belém. In altre città le priorità sono 12 e in altre 8, ma uno dei grandi temi comuni e' l'equilibrio tra il territoriale e il tematico.
Il secondo grande tema è la conformazione dei Consigli. E' la rappresentanza di altre forze, incluse il governo e il potere legislativo. Nell'Esecutivo, a Belém, ci sono2 consiglieri del potere legislativo; nel caso di Santo André sono 50% che vengono dall' ente pubblico territoriale, a Porto Alegre sono presenti dei tecnici del comune, ma non hanno voto. Nel caso di Santo André possono votare; è un sistema relativamente complesso. È necessario pensare in funzione della situazione locale, della configurazione delle forze di ogni particolare municipio, non esiste una ricetta predefinita. Nel caso di Belém, l' esecutivo ha due voti su 42. Il movimento popolare ne ha due: la confederazione dei distretti di Belém e l'AFEMECAN. La Confederazione dei Quartieri di Belém comprende circa 120 distretti organizzati, ognuno di questi ha un rappresentante .
Un'esperienza molto innovativa, dal nostro punto di vista, sono i bilanci partecipativi per i bambini, le bambine e i giovani. Approssimativamente, 50% delle nostre città sono composte per il 50% da giovani e bambini, che però molto spesso sono esclusi dalle forme dei bilanci partecipativi. Abbiamo sostenuto, nello Stato di Rio de Janeiro, Barra Mansa, una città di 200 mila abitanti, dove si sono costituiti i primi esperimenti di bilancio partecipativo di giovani e bambini in forma assolutamente paritaria. Il primo anno hanno partecipato 7 mila bambini, bambine e giovani che rappresentano il 30% della popolazione di questa fascia d'età.
È un'esperienza che si sta riproducendo e vi spiegherò in due parole come sta funzionando: si inizia organizzando le assemblee di quartiere, poi si organizzerà la plenaria di tutte le assemblee; successivamente si passerà alle regioni, alle regioni amministrative, che sono sotto il distretto; poi alle zone, alla sessione plenaria delle zone. La cosa interessante è che in ogni caso, i bambini devono scegliere tre tipi di progetti: uno per il distretto, un altro per la regione ed un terzo per la città. Avviene così la ricostruzione dell'identità del cittadino, della sua identità come abitante a partire dal quartiere, ma senza dimenticare che e' un processo che va oltre il quartiere.
Si crea dunque, attraverso questa esperienza, un forte sentimento di appartenenza, l'avere forti radici nella propria città, però partendo dal quartiere; e questo è un risultato estremamente positivo.
Questa realtà multiscalare è un elemento molto interessante per chi lavora in quest'ambito. Ci sono molti posti in cui sta agendo in questo modo, scegliendo le priorità del distretto e della città e lavorando parallelamente in entrambi gli ambiti.
Di 7 mila bambini [di Barra Mansa] 400 compongono una plenaria municipale con consiglieri giovani e bambini. Si è deciso di valorizzare dodici progetti che oggi sono attivi nei quartieri.
I progetti selezionati erano di micro-cooperazione, per esempio: installare l'illuminazione nella parte buia della città in cui le bambine correvano rischi di aggressioni, costruire un campo da calcio o piantare alcuni alberi in un parco pubblico. Vi sono microcrediti del valore di 3-5 mila dollari, molto bassi ma di valore significativo; consentono ai giovani ed ai bambini di aumentare il loro livello di integrazione.
Quest'anno abbiamo progettato e l'anno prossimo avverrà la realizzazione dei progetti. Questo è stato un concetto difficile per i bambini: non è facile per loro comprendere che quello che si sta decidendo ora si concluderà tra un anno. Non è facile, fa parte di una formazione civica, ma il risultato è realmente magnifico.
Si è da poco svolta una riunione per l'America Latina dei Bilanci Partecipativi con partecipazione dei giovani ed è stato dimostrato che si è avanzato moltissimo. In parecchi paesi europei, soprattutto in quelli governati dai partiti socialisti e comunisti, ci sono esperienze di consigli comunali di bambini e giovani.
Ora alcuni dei bambini di Barra Mansa hanno deciso di organizzarsi in comitati di residenti, senza gli adulti; in organizzazioni indipendenti di bambini fra i 9 e 15 anni, per ottenere la propria rappresentanza e maggiore forza.
Si possono attuare bilanci partecipativi anche in città molto piccole, anzi il Bilancio Partecipativo vi è applicabile più facilmente. La maggioranza dei 70 casi di riferimento, in effetti,sono composti da città di piccole o medie dimensioni. Questo dato è importante perché evidenzia che nonostante l'America Latina sia completamente urbanizzata, il 50% dei 16.000 municipi latinoamericani e caraibici hanno meno di 10 000 abitanti.
Un'altra esperienza significativa è quella di Icapuì nel nordest del Brasile. E' una città di 15 mila abitanti, fra 12 e 15 migliaia secondo i dati; durante il primo anno il 30% della popolazione ha partecipato nelle assemblee e nella focalizzazione dei problemi della città. È uno dei numeri più alti che abbiamo registrato nella partecipazione diretta.
Si è anche lavorato con i bambini, c'è una plenaria dal nome significativo "Giocando seriamente ad essere cittadino". È un' iniziativa interessante per dare importanza alle priorità ed ai desideri espressi dai bambini e per fare educazione civica ed ha funzionato molto bene.
Belèm ha la stessa problematica che ha sottolineato la compagna di Santo André e che ha Barra Mansa: sta provando ad estendere il modello partecipativo non solo sulla parte del bilancio di investimenti ma estenderlo al 100%delle risorse municipali.
Ipatinga è una città di medie dimensioni ed è passata per tre gestioni. La particolarità è che, oltre al Consiglio sul tipo di Belém, è stata creata un' altra figura, il Consiglio Comunale delle Priorità di Bilancio, al quale partecipano tutti gli assessorati comunali, e le associazioni degli abitanti, le associazioni di portatori di handicap ecc., permettendo così la riarticolazione con altre forze all'interno della città. Il Consiglio del Bilancio Partecipativo è uno strumento all'interno dell'assunzione di decisioni, ma realmente la decisione finale sulle priorità non è presa nel Consiglio, ma in questo nuovo ambito (Consiglio Comunale delle Priorità di Bilancio) in cui il Consiglio di Bilancio Partecipativo ha un peso molto grande, ma non decisivo.
Vorrei ora fare riferimento a città non Brasiliane.. Che cosa sta accadendo fuori del Brasile? Il Brasile ha una cultura politica molto particolare e il nostro compito è individuare quali sono i presupposti che rendono possibile l'applicazione del bilancio partecipativo. Se lo applicate in determinati posti non funzionerà, non è così facile come si direbbe: oltre la volontà politica ci deve essere un tessuto sociale, una pratica di mobilitazione popolare. Oltre a ciò, se non ci sono risorse da investire, può essere controproducente mettere in campo una grande mobilitazione: chi si accinge a lavorare in questo campo deve aver ben chiare le condizioni di partenza e le disponibilità.
Nel distretto federale (D.F.) di Buenos Aires, come nel caso di Città del Messico, si sono svolte da poco elezioni dirette. Oltre a questo nel 1996 è stata votata una Costituzione che è la più avanzata per quanto la partecipazione consolidata in America latina.
Uno degli elementi dello Statuto di Buenos Aires era il Bilancio partecipativo. Come hanno cominciato? Da una decisione politica e da uno statuto, a differenza della maggioranza dei casi in cui si inizia dai processi e da questi si costruisce la partecipazione. Dall'alto si decise di applicare il bilancio partecipativo, si formò una Segreteria responsabile del tema e si iniziò a svilupparlo.
Si iniziò a lavorare in due quartieri, di cui uno era La Boca. Sono quartieri ben consolidati ,di grande tradizione urbana..Questo metodo però non ha funzionato perché era un progetto, ma senza capacità di risposta.
Ciò ha provocato una reazione molto forte da parte dei sindacati. Hanno richiesto una diritto costituzionale, ma senza che si potesse compiere. Quello che voglio dire con questo esempio è che un bilancio partecipativo non si può decidere unicamente dall'alto, ma ci devono essere delle precondozioni e una cultura politica alla base che lo rendano possibile.
Vorrei anche ascoltare dai nostri convitati quali sono le loro difficoltà, perché tutto pare di colore rosa, quando ben sappiamo che non è così. Perché alla fine un bilancio partecipativo implica di non distribuire più risorse a quelli che prima ne beneficiavano. E'inevitabile che questo provochi tensioni all'interno del municipio o della città.
Passiamo all'esperienza di Moran, in Venezuela, che è interessante per il ruolo svolto da una ONG, CESAP, che sarebbe l'equivalente di Desco e Calandria, qui in Perù, che decisero di aiutare un municipio ad instaurare un bilancio partecipativo.Da parte del sindaco c'era la volontà politica e la ONG era ben inserita; decisero così di iniziare il processo ma non fu facile nemmeno per loro, la società non era preparata dal momento che la cultura di fondo era di una spesa pubblica senza partecipazione né consenso.
Ci successe un'esperienza analoga nel nord del Brasile, a Maranguape. Il municipio volle applicare dal primo anno di governo un bilancio partecipativo ma ci rendemmo conto che in tutta la storia del municipio il Consiglio non aveva mai strutturato né votato un bilancio, ma era un consulente privato che amministrava tutte le risorse del municipio.
Belo Horizonte è una citta' molto interessante per il livello elevato di investimenti. Era una città con risorse significative ed era di quelle città che misero a disposizione per il bilancio partecipativo più del 13%. Ci fu un'eccellente mobilitazione,definizione di priorità, però al momento della realizzazione , di iniziare le gare d'appalto, fu molto difficile poter spendere le risorse. Le stesse complicazioni al momento di concedere gli appalti ci furono a Montevideo e in altre città. Questo avviene perché il sistema tradizionale di spesa pubblica attraverso gare d'appalto non può applicarsi a capitali di soli mille o duemila dollari, che in realtà non giustificano un appalto.
Bisogna dunque adeguare le regole degli appalti , modificare il sistema perché sia più fluido, verificare i metodi di investimento pubblico prima di applicare il bilancio partecipativo.E' importante l'esperienza di Pastora Medina a Ciudad Guayana, nella quale sono state devolute le risorse alle parrocchie, aumentando la capacità di gestione a scala locale.
Anche se non è di B.P. è importante l'esperienza del Pro
Renda di Fortaleza in Brasile, dove le risorse pubbliche di un programma erano
divise i tre parti. Una si chiamava costo di investimento, erano risorse date
in autogestione che quando erano minori di 5000 dollari potevano essere spese
dalle organizzazioni sociali senza passare pere appalti ed ebbe un successo
straordinario.
Durante la valutazione trovai il sistema molto efficiente, con pochissima corruzione,
perché è grande il controllo della gente sulle risorse che possono
gestire loro stessi (circa 800$). Ci sono dunque dei modelli attraverso i quali
si può fare moltissimo anche con risorse molto limitate.
Il secondo livello nel caso di Fortaleza si puo' qualificare come un fondo di co-gestione, amministrato dal municipio e deciso dalla comunità. Esisteva anche un fondo di Gestione, per investimenti che andavano oltre lo spazio comunitario o municipale come la costruzione di una strada o di un'autostrada che attraversa cinque o sei municipi. La relazione tre la pianificazione delle risorse e la realizzazione dei progetti può essere causa di molte difficoltà, soprattutto quando siano coinvolte le organizzazioni e il tecnico municipale non possa spendere in maniera appropriata per il cattivo funzionamento del sistema degli appalti.
Ritorniamo al caso di Santo André. Nello stesso momento in cui si cambiò la forma di gestione della cosa pubblica con il bilancio partecipativo, ci si sforzò di allargare la riforma alla macchina amministrativa, ottimizzando la distribuzione delle risorse nell'ottica di una politica di lotta integrale contro la povertà.
Questi municipi sono tra i pochi che si battono per l'uguaglianza tra
donne e uomini e razziale, ad esempio nei confronti degli afrobrasiliani che
sono la componente più discriminata e povera della società brasiliana.Questo
dimostra la volontà di affrontare le questioni sociali nella loro complessita'.
Ciudad Guayana è un esempio importante per due dinamiche:
-l'assegnazione delle risorse attraverso assemblee parrocchiali aperte
-il controllo dei conti finale, che completa il percorso di pianificazione e
realizzazione.
In ogni caso, in questo campo non c'e' molto rischio nello sperimentare,
è più rischioso non farlo. I benefici sono importanti ma non insisterò
molto sui benefici per non dare una visione paradisiaca del tema.
I benefici in termini di democrazia, di riduzione della segregazione tra ricchi
e poveri, riduzione di ineguaglianze, amministrazione delle politiche pubbliche,
la costruzione della cittadinanza sono notevoli e, pertanto,vale la pena di
sperimentare i bilanci partecipativi.
Penso inoltre , ed è una proposta che facciamo dalle Nazioni Unite, che servirebbe un gruppo di lavoro per far circolare le informazioni, per sistematizzarle. Si rende necessario, dal momento che oggi la produzione di conoscenze sul bilancio partecipativo è molto ridotta, è molto politica e c'è poca analisi critica.
L'esperienza latinoamericana è ancora molto limitata, molto innovativa, ma ai municipi che hanno tentato generalmente è andata bene.
Mi sono accorto dell'inizio di alcune esperienze di bilancio partecipativi in alcune zone del paese. Ogni volta che iniziamo ad articolare il nostro lavoro nei vari paesi, sempre compaiono esperienze valide però isolate o conosciute solo nazionalmente, che non sono arrivate ad alimentare il dibattito internazionale. Pensiamo che si debbano trovare meccanismi di scambio ben più consolidati per potere alimentare e retroalimentare le informazioni.
Abbiamo osservato che i municipi misti., parzialmente urbani e parzialmente
rurali sono l'immensa maggioranza, e che lo sviluppo in America Latina
si è incentrato sulla parte urbana dei municipi.Ad esempio, ci sono pochi
municipi che hanno un Assessorato all'Agricoltura.
Per esempio Brasilia, la capitale del Brasile, ora ha un assessorato per trattare
i problemi agricoli nel comune. Stiamo vedendo che, di fronte alla globalizzazione,
dobbiamo pensare allo sviluppo locale come una basilare fonte di reddito.
La parte rurale del comune e la parte "non asfaltata" della città sono fondamentali. Ci sono due o tre esperienze che sono interessanti. Sto pensando ad alcuni comuni cileni, o a Pasto, in Colombia, con cui siamo in relazione. Là stanno pensando ad uno sviluppo molto più equilibrato fra la parte urbanizzata e quella rurale. Credo che questa sia un'altra direzione fondamentale verso cui sviluppare il bilancio partecipativo.
Si devono riequilibrare gli investimenti prendendo in considerazione quello che ci dà mangiare e che è una fonte di ricchezza per lo sviluppo locale, che sono le attività primarie. Questo significa ripensare l'urbanizzazione.
Stiamo lanciando una prima iniziativa nella città di Cuenca per passare
dai piani di bilancio partecipativo ai programmi d'investimento strategico,
di modo che una struttura di investimento esista in un ambito non segregativo,
anzi che sia di riduzione di ineguaglianze.
È ovvio che passare dalla spesa pubblica al livello di investimento potenziale
in una città è importante e i tavoli di concertazione, i tavoli
di investitori, i programmi di investimento strategico sono una delle linee
odierne di ragionamento.
Se considerassimo a che livello è il Perù nell'ambito mondiale
e regionale, direi che fra le 43 esperienze di Consulte Urbane, le esperienze
del Perù sono straordinarie. Il PGU lavora in 7 distretti del paese,
perché pensiamo che il contributo dei municipi peruviani, delle ONG peruviane,
dei movimenti popolari e delle sue reazioni di fronte alla globalizzazione sono
realmente fonte di ispirazione per molti.
Villa El Salvador è un riferimento nella costruzione del municipalismo
e dell'autogestione. Rappresenta un apporto reale, un contributo in movimento,
in formazione, che ci rallegra molto poter condividere.
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"Sono preoccupata per ciò che succede in Sudamerica e in particolare in Argentina: è un'altra forma di genocidio. Vedo una grande responsabilità degli stati, delle multinazionali, di persone con nomi concreti, ma dobbiamo riflettere anche sulla nostra responsabilità. Anche in Europa è sempre peggio". Con queste parole ha introdotto il suo intervento Lorena Zarate, rappresentante del HIC - Habitat Internacional Coalition.
"L'organizzazione per cui lavoro è organizzazione indipendente creata nel 1976 nata a Vancouver e raggruppa 300 organizzazioni e comunità e movimenti sociali, con sedi in diversi continenti. Il nostro obiettivo è il riconoscimento al diritto alla casa". La relatrice di origine argentina ha comunicato che "gli obiettivi strategici è costruire una coalizione mondiale per avere un peso sulle politiche pubbliche mondiali e locali per far pressioni sul Fondo Monetario Internazionale e sulle Nazioni Unite. Uno dei temi nostri è quello della produzione sociale dell'habitat - produzione di spazi urbani autonomi che porta la gente a rafforzare la propria autonomia come essere umano e come organizzazione popolare. Questa matrice, suddivisa in indicatori, è un processo che può dar loro una visione politica. Tra gli indicatori troviamo formazione - salute - genere - equità - urbanizzazione - poltica pubblica - economia popolare".
World Social Agenda presenta un'analisi delle prime 40 schede prodotte da Organizzaioni Non Governative di 11 paesi latinoamericani sul tema della casa e della costruzione sociale dell'habitat, in collaborazione con Universidad de Buenos Aires, Universidad Autónoma Metropolitana-Unidad Xochimilco de México D.F., Oficina Regional para América Latina de la Coalición Internacional para el Hábitat.
Al grave impatto sociale generato dai processi di globalizazione economica e finanziaria i membri latinoamericani della Coalizione Internazionale per l'Habitat (HIC-AL) e la Secretaría Latinoamericana para la Vivienda Popular (SELVIP), a partire da dicembre 2000, hanno cominciato a dare una risposta identificando e documentando modelli e casi emblematici di produzione sociale dell'habitat. La sistematizzazione delle prime esperienze di autogestione in ambito urbano sono state presentate al Secondo Forum Sociale Mondiale a Porto Alegre e vengono ora discusse nella seconda conferenza World Social Agenda.
María Lorena Zárate (HIC-AL), Messico, ha colto l'occasione della World Social Agenda per presentare le esperienze latinoamerica che affermano che "un'altra città è possibile", e che hanno già dato luogo alla prima Asamblea Mundial de Pobladores. Città del Messico, ottobre 2001.
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Cos'è l'acqua
L'acqua è vita. Senz'acqua non c'è vita. La
Terra esiste da più di 4,5 miliardi di anni ma per circa 800 milioni
di anni è stata una massa enorme rocciosa, inerte, senza alberi, senza
animali. I primi segni di vita sulla Terra rimontano a 3,8 miliardi di anni
fa quando apparvero le prime tracce di acqua. Anche in tutte le tradizioni spirituali
e le religioni l'acqua è simbolo di vita. Il suo valore simbolico
va al di là del contenuto materiale della vita. Nella maggioranza dei
miti della creazione del mondo, l'acqua è la sorgente della vita,
è la vitalità, è l'elemento originario da cui Dio
trae la sua creazione. In molti popoli d'Africa, il nome di Dio é
"colui che dà la pioggia" o "colui che porta l'acqua".
La prima immagine che si ha dello "Spirito di Dio" nella Bibbia
é quella del vento divino che spira nelle acque primordiali del cosmo.
In certe zone dell'Amazzonia, ancora oggi, Dio é visto anche come
"Spirito delle Acque". Dall'antichità i giapponesi
considerano l'acqua un dono. Credono nei kami, divinità
che regnano nei luoghi acquatici. Ruscelli, sorgenti e fiumi sono tutti abitati
da un Kami. Ciò' spiega l'opposizione, nel Giappone
moderno, delle comunità agricole tradizionali alla costruzione di dighe
ed all'inquinamento delle acque con i rifiuti chimici industriali. Simbolo
universale, l'acqua è sacra.
In quanto vita, l'acqua non sta solo nelle falde sotterranee, nei ghiacciai, nei fiumi, nei laghi e nelle nuvole, ma soprattutto dentro, dentro gli organismi viventi (le specie microbiche, le piante, gli animali, gli esseri umani). Il nostro corpo, per esempio, è costituito per la maggior parte di acqua, 75% in un bambino piccolo (94% in un feto umano al quinto mese). 80% del nostro cervello è composto di acqua.
Acqua salata e dolce
L'acqua ha dato il nome del colore del nostro Pianeta. Se il
pianeta Marte è chiamato "il pianeta rosso", la Terra è
il pianeta blu perché, vista dall'alto, dalle navicelle spaziali,
essa appare come una palla blu sospesa nel cielo, ricoperta come è dall'acqua
per circa il 72 % della sua superficie globale.
La quasi totalità - il 97% - dell'acqua esistente nella biosfera è composta di acqua salata - l'acqua degli oceani e dei mari - non utilizzabile per usi idropotabili, irrigui (l'agricoltura), industriali ed energetici (per esempio, per la produzione di elettricità). Del 3% restante - che è acqua dolce - due terzi non sono accessibili agli esseri umani perché situati in zone scarsamente popolate (foreste equatoriali e subtropicali, Siberia...), o perché "imprigionate" nei ghiacciai e nelle calotte polari. In sostanza, solo l'1% dell'acqua dolce esistente è teoricamente disponibile al servizio della vita degli esseri umani. Di questo 1%, la grande maggioranza (tre quarti) si trova nelle falde acquifere (acque sotterranee). Il resto è, nei fiumi e nei laghi, cosi come nell'aria, sotto forma di umidità (acque di superficie).
Le acque dolci del pianeta sono utilizzate principalmente per l'agricoltura (l'irrigazione). Questa rappresenta il 70% dei prelievi totali d'acqua dolce del mondo. Poi vengono le attività industriali (comprese le utilizzazioni per la produzione di energia) con il 20% dei prelievi. Ed, infine, gli usi domestici (bere, cucinare, igiene,...) con il 10%. Si tratta di medie mondiali. La ripartizione tra gli usi, spesso concorrenti vedi alternativi, variano da paese a paese. In Italia, ad esempio, le proporzioni sono 50% per l'agricoltura, 30% per l'industria e l'energia, 20% per usi domestici. In Spagna, le proporzioni sono molto diverse: 8O% per l'agricoltura, 14% per l'industria e l'energia, 6% per usi domestici
Le tre grandi questioni dell'acqua
Oggi l'acqua solleva, fondamentalmente, tre grandi questioni,
comuni a tutti gli abitanti e a tutte le società del mondo.
Prima questione: l'accesso all'acqua potabile è un diritto umano, quindi universale, indivisibile ed imprescrittibile oppure un bisogno vitale la cui soddisfazione passa attraverso i meccanismi di scambio ?
Seconda questione: a chi appartiene l'acqua ? Si tratta di un bene comune (comune a chi, a quali livelli di comunità), oppure si tratta di un bene appropriabile, a titolo privato, di una merce che si può vendere, comprare come ogni altro bene/merce?
Terza questione: è possibile arrestare i processi di rarefazione e di scarsità crescenti delle risorse idriche del pianeta, garantendo l'utilizzo delle acque e la sicurezza di approvvigionamento per tutti secondo i principi di una gestione sostenibile e solidale, oppure dobbiamo lasciare la scelta in materia di allocazione delle risorse idriche del pianeta alle logiche geopolitiche degli stati nazionali ed alle logiche finanziarie dei detentori privati di capitale e indebolire cosi le forme e le pratiche di democrazia rappresentativa e partecipata?
Dalla risposta data a tali questioni a livello locale, nazionale, internazionale e mondiale, si saprà se il divenire delle popolazioni avanzerà o no sulla strada dei diritti, della giustizia, delle fraternità, della responsabilità, e della democrazia.
Diritto o bisogno
Secondo l'Organizzazione Mondiale della Salute, la quantità
d'acqua, qualitativamente sana, sufficiente alla vita per usi domestici
è di 50 litri al giorno per persona (un po' più di 18 m³
all'anno). Si ammette, eccezionalmente, che nei paesi "poveri"
25 litri possono essere considerati come sufficienti. L'assenza di acqua
potabile nella quantità e qualità indicata è all'origine
di malattie che causano la morte di circa 30.000 persone al giorno. Una cifra
considerevole quando si pensa che grandissima ed epocale fu l'emozione
per la morte di quasi 3.000 persone, vittime innocenti della distruzione barbarica
delle Twin Towers a New York l'11 novembre 2001, mentre invece scarsa
o nulla resta l'emozione per la morte giornaliera di 30.000 persone anch'esse
vittime innocenti di un mondo che si mostra, per il momento, incapace di assicurare
l'accesso all'acqua per tutti.
Secondo le norme internazionali, una comunità umana necessita, se si considerano tutti gli usi indispensabili dell'acqua per fini agricoli e alimentari, industriali, energetici, e servizi vari (il turismo, per esempio), oltreché per usi idro-potabili, 1.700 m³ d'acqua dolce a persona all'anno. Si tratta di una cifra più che sufficiente. Sotto questa cifra, la comunità è confrontata a problemi di scarsità idrica. Sotto i 1000 m³ una società entra in stato di stress idrico grave.
L'acqua è dunque un elemento essenziale insostituibile alla vita individuale e collettiva. L'accesso all'acqua non è problema di scelta. Si tratta di una necessità legata alla vita stessa. Come fonte di vita, l'acqua è insostituibile. Il carbone può essere sostituito dal petrolio, il petrolio dall'energia nucleare. Si può sostituire il riso con il grano, o utilizzare il treno piuttosto che l'aereo. Si può anche praticare un'economia senza moneta o addirittura senza prezzi (situazione di gratuità). Ma non si può sostituire l'acqua per vivere. Il carattere d'insostituibilità rispetto alla vita, fa dell'accesso all'acqua un diritto individuale e collettivo, umano e sociale.
Malgrado ciò, l'accesso all'acqua non è stato finora riconosciuto come un diritto umano in nessuna dichiarazione universale o internazionale dei Diritti Umani né in alcun trattato internazionale o convenzione mondiale. L'unica menzione esplicita all'accesso all'acqua come diritto si trova nella dichiarazione finale della prima grande conferenza delle Nazioni Unite sull'Acqua del 1977 a Mar del Plata. Gli specialisti del diritto internazionale e dei diritti umani fanno valere il fatto che il diritto all'acqua è implicitamente affermato e riconosciuto nel riconoscimenti del diritto di ogni essere umano al cibo, alla salute, ad una vita decente.
Fatto sta che negli ultimi anni assistiamo ad un rifiuto esplicito da parte dei dirigenti del mondo di riconoscere l'accesso all'acqua come un diritto. Ciò è successo all'Aia nel marzo 2000 in occasione della Dichiarazione Ministeriale finale a conclusione del 2° Foro Mondiale dell'Acqua. Gli Stati firmatari hanno affermato invece che l'accesso all'acqua deve essere considerato come un bisogno vitale. Lo stesso è accaduto, su scala ancora più vasta e solenne, nel settembre 2002 al 3° Vertice della Terra delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile a Johannesburg. Malgrado la richiesta proveniente da numerose ONG e personalità mondiali (19 Premi Nobel), e nonostante il fatto che tutti i governi presenti a Johannesburg riconoscessero la validità dei dati forniti dalle Nazioni Unite, e cioè 1,2 miliardi di persone senza accesso all'acqua potabile sana, 2,4 miliardi senza sistemi igienici e sanitari, e più di 3 miliardi senza un sistema di trattamento delle acque reflue, la dichiarazione politica finale approvata il 4 settembre 2002 dai capi di Stato e di governo di 189 paesi non fa alcun riferimento al diritto all'acqua.
La differenza tra diritto e bisogno è importante. Sostenere che l'accesso all'acqua è un diritto significa riconoscere che è della responsabilità della collettività di assicurare le condizioni necessarie ed indispensabili per garantire il diritto a tutti. Concretamente, significa che tocca alle autorità pubbliche (locali, regionali, nazionali, internazionali e mondiali) il compito/dovere di mobilitare le risorse, soprattutto finanziarie, adeguate alla soddisfazione del diritto. La realtà e ben lontana da quella che dovrebbe essere sia a livello nazionale che a livello mondiale In Italia, sesta "potenza" economica mondiale, circa il 70% delle popolazioni delle regioni del Mezzogiorno non ha un accesso all'acqua potabile in quantità sufficiente su base regolare.
Affermare, al contrario, che l'accesso all'acqua è un bisogno vitale non comporta alcuna responsabilità collettiva. In questo caso, spetta ad ogni individuo darsi i mezzi per soddisfare il bisogno anche perché, si dice, i bisogni variano da individuo ad individuo e ciascuno deve essere lasciato libero di determinarli e di soddisfarli come desidera. Secondo una tale opinione, il finanziamento della soddisfazione del bisogno deve essere lasciato al consumatore secondo il principio "chi consuma paga". Su questa linea si è anche imposto un secondo principio "chi inquina paga". Entrambi i principi fanno, però, l'oggetto di importanti controversie.
La preferenza data alla tesi del "bisogno" non è una sorpresa. Da anni si assiste al passaggio da una società fondata sulla "cultura dei diritti" ad una società fondata sulla "cultura dei bisogni". Secondo i valori oggi prevalenti, la persona umana è sempre di meno titolare di diritti/doveri umani e sociali inerenti al fatto di essere una persona umana, eccezion fatta dei diritti "civili" (diritto alla libertà di pensiero, di parola, di fede..) e del diritto ad una vita umanamente degna. La persona umana deve dimostrare di meritare i diritti (per esempio il diritto al lavoro, il diritto alla salute, il diritto all'acqua...). I diritti sociali sarebbero revocabili. Nessun diritto sarebbe accordato per sempre. Quel che conta sarebbero i bisogni "reali", cioè quelli espressi nel e dal mercato, in termini monetari.
Bene comune o bene privato?
A chi appartiene l'acqua ? In teoria, se l'acqua è
insieme all'aria ed ai raggi solari uno degli elementi naturali essenziali
ed insostituibili alla vita, essa dovrebbe essere considerata come un bene comune
"appartenente" a tutti gli esseri viventi, ed in particolare a quella
parte degli esseri viventi, l'umanità, che rappresenta l'espressione
la più avanzata di coscienza e, quindi, di scelta e di responsabilità.
Rare sono state le comunità umane che hanno trattato l'acqua come
un bene di nessuno. L'acqua non è una "res nullius". L'acqua
- in particolare le acque dolci - è stata vista da tempi
immemorabili come una "risorsa vitale" comune a tutti i membri di
una comunità umana. Che si tratti di comunità indigene o degli
Stati moderni, le società umane hanno, in generale considerato l'acqua
come un "patrimonio" comune, una "risorsa comune" della
"Nazione", un bene patrimoniale dello Stato, un bene pubblico. Non
c'è, però, nessun esempio di comunità umana -
indigena, locale o nazionale - che abbia considerato l'acqua come
un bene comune "mondiale", appartenente alla vita sul Pianeta, all'umanità.
Il riconoscimento dell'acqua in quanto "bene comune" non ha
oltrepassato i limiti delle frontiere degli Stati e del principio della sovranità
nazionale.
Nel corso degli ultimi trent'anni si è assistito all' emergenza di due nuove tendenze, opposte. Da una parte, la tendenza a far riconoscere l'acqua come un bene comune mondiale, di cui l'umanità nel suo insieme sarebbe il soggetto responsabile. Dall'altra parte, la tendenza a trattare l'acqua come un bene-merce, un bene "economico" dove l'aggettivo "economico" è definito unicamente secondo i principi dell'economia capitalista di mercato.
Tra i fattori che hanno contribuito a far crescere presso l'opinione pubblica la coscienza della globalità dei problemi ambientali e della necessità della sopravvivenza comune dell'umanità, figurano la permanenza di 2,7 miliardi di poveri su sei miliardi, di cui 1,5 sono senza accesso all'acqua, la gravità dei processi di devastazione dell'ecosistema Terra, in particolare delle risorse idriche (inquinamento e contaminazione dei fiumi, dei laghi, delle falde sotterranee, piogge acide, asseccamento di fiumi e di laghi, svuotamento o ingorgo delle falde, salinizzazione e desertificazione crescenti...), i cambiamenti climatici, e la frequenza di catastrofi naturali sempre meno "eccezionali" (inondazioni, siccità).
La tendenza verso il riconoscimento dell'acqua, dell'aria, della terra, e dell'energia solare come beni comuni mondiali trova, il suo fondamento in una triplice matrice culturale: una matrice religiosa, legata sia alla tradizione cristiana, universalista e terzomondista, che alle tradizioni eco-centriche e non violente dell'India, dell'Africa, delle comunità indigene delle Americhe; una matrice ecologica, in tutte le sua varianti (dall'ecologia politica alla "deep ecology", passando per i movimenti antinucleari, l'eco-femminismo, lo "sviluppo sostenibile"...); una matrice sociale, rappresentata dalla lotta dei contadini per il diritto alla Terra, dall'opposizione agli OGM, dal rifiuto della brevettabilità degli organismi viventi, dall'opposizione alla costruzione di grandi dighe.
La seconda tendenza si è affermata a partire soprattutto degli anni '80. Essa considera la società come un insieme di transazioni interindividuali di scambio di beni e di servizi mediante le quali ogni individuo cerca di soddisfare i propri bisogni in maniera da ottimizzare la sua utilità individuale, minimizzando i costi e massimizzando i benefici. In questo contesto il parametro di definizione del valore dei beni ("risorse" e servizi materiali ed immateriali) è rappresentato dal capitale finanziario. Il valore di un bene è determinato del suo contribuito alla creazione di plus valore per il capitale. Secondo questa tendenza, il mercato rappresenta il meccanismo ottimale di scelta dei beni e dei servizi da valorizzare e da utilizzare. L'impresa e l'investimento privato sono visti come il soggetto ed il motore principale della creazione della ricchezza e quindi dello sviluppo "economico" e sociale di un paese. L'acqua, dunque, deve essere trattata come una merce che si vende e si compra in funzione del prezzo di mercato. Il mercato dell'acqua deve essere il più libero ed aperto possibile. L'acqua apparterrebbe a chi investe, a chi prende a carico i costi per assicurarne la captazione, l'epurazione, la distribuzione, la manutenzione., la protezione, il riciclaggio.
Secondo questa tendenza, l'acqua piovana, l'acqua dei fiumi e dei laghi, l'acqua delle falde sono, in natura, dei beni comuni. A partire dal momento che v'è un intervento umano e quindi un costo per trasformare le acque suddette in acqua potabile o in acqua per l'irrigazione, l'acqua cesserebbe di essere un bene comune naturale per diventare un bene economico, oggetto di scambi e di appropriazione privata.
Come evidenziato dai processi di privatizzazione dei servizi d'acqua in rapida ascesa negli ultimi venti anni, la seconda tendenza ha per il momento il favore delle classi e dei gruppi dirigenti dei paesi più ricchi e più potenti sul piano economico. Il ruolo della prima tendenza è "culturalmente" molto importante ma pesa poco attualmente sul piano politico.
Usi sconsiderati e dilapidatori. I conflitti.
Da anni lo stato delle risorse idriche del pianeta diventa sempre di
più inquietante. C'è da domandarsi come mai ciò accada,
malgrado il fatto che è almeno dal 1977, anno della prima conferenza
delle Nazioni Unite sull'acqua a Mar del Plata in Argentina, che l'allarme
sulla degradazione delle risorse idriche nel mondo fu lanciato. Da allora non
si contano più le conferenze mondiali, le dichiarazioni internazionali,
i piani nazionali di gestione integrata dell'acqua, i programmi multilaterali
internazionali (fra i quali il decennio mondiale dell'acqua 1981-1991
che si era dato come obiettivo di promuovere l'accesso all'acqua
potabile per tutti gli abitanti della Terra nel 2000), e le campagne di sensibilizzazione
dell'opinione pubblica (in particolare, celebrazione della giornata mondiale
dell'acqua il 22 marzo di ogni anno).
In realtà, ciò accade principalmente a causa del sistema di produzione e di consumo di massa dominato dall'imperativo della crescita illimitata, che si è imposto universalmente, specie nella seconda metà del secolo scorso, sulla scia dell'industrializzazione "pesante" della prima metà del secolo.
Avendo oramai identificato lo sviluppo di un paese con la crescita continua della produzione e del consumo, le nostre società si sono dimostrate incapaci di operare le necessarie modificazioni strutturali del sistema. Ciò avrebbe messo in discussione la ragione stessa della loro esistenza. Pertanto, le misure adottate, necessariamente limitate, hanno avuto solo degli effetti modesti. Fu questo il senso dell'opposizione degli Stati Uniti in occasione del Primo Vertice della Terra a Rio di Janeiro nel 1992 ad ogni Trattato o Convenzione Mondiale che avrebbe posto dei vincoli reali alla crescita economica al fine di promuovere uno "sviluppo sostenibile : "il modo di vita americano non è negoziabile" fu la posizione ufficiale degli Stati Uniti. Per le stesse ragioni, l'attuale amministrazione americana ha ritirato la firma degli Stati Uniti al Protocollo di Kyoto (1997) sul cambio climatico.
L'imperativo della crescita, in un contesto di accentuata competitività sui mercati mondiali tra le imprese e tra gli Stati, in una logica di conquista e di "guerre" commerciali, finanziarie, e tecnologiche per la sopravvivenza dei "migliori", ha condotto ad un uso sconsiderato e dilapidatore delle risorse naturali del pianeta, in particolare dell'acqua. Fra i principali fenomeni responsabili di tale uso figurano :
- i prelievi eccessivi ( e sperperi connessi)
- l'inquinamento e la contaminazione
- la deforestazione
- l'urbanizzazione (non solo quella anarchica) e la priorità data
al trasporto privato.
I prelievi eccessivi (e sperperi connessi) sono dovuti principalmente all'agricoltura, cioè all'irrigazione. Del 70% dei prelievi mondiali d'acqua dolce rappresentato dall'agricoltura, il 40% è perso per ragioni diverse (evaporazione, irrigazione per polverizzazione, stato delle infrastrutture, noncuranza dovuta al costo quasi nullo dell'acqua ed al libero captaggio mediante pozzi privati....). Beninteso, non è l'agricoltura in sé che è responsabile di tale stato di cose, ma l'agricoltura intensiva, a forte dipendenza chimica ed energetica (fertilizzanti, pesticidi, insetticidi), sottomessa agli obiettivi della produttività più elevata per consentire il massimo dei profitti elevati.
Il carattere eccessivo dei prelievi vale anche per gli usi
- industriali (si pensi all'industria cartaria, delle pelli, dell'automobile, dell'informatica , per non parlare dell'industria alimentare o delle bevande dolci gassate...);
- energetici (per esempio, per quanto riguarda la costruzione di grandi dighe per la produzione di energia elettrica. Secondo il rapporto della Commissione Internazionale Indipendente sulle Dighe, pubblicato nel 2001, le grandi dighe si rivelano una soluzione tecnologica a costi ambientali, economici e sociali elevati, superiori ai benefici;
- turistico-sportivi : la moltiplicazione, anche in alcune regioni del Mezzogiorno povere in acqua, di campi di golf allorché questi costituiscono uno degli usi più dilapidatori d'acqua esistenti, lascia assai perplessi;
- e, infine, domestici. Anche nei paesi più tecnologicamente sviluppati si assiste ad un 30-35% di perdite d'acqua nella rete di distribuzione, dovute principalmente alla vetustà delle infrastrutture, alla cattiva manutenzione, a prelievi abusivi. Un esempio macroscopico di uso predatore dell'acqua a fini domestici è la California, regione a predominanza desertica, dove si registra un consumo giornaliero pro capite di 4.000 litri - il più elevato al mondo - a causa della manutenzione dei giardini privati e delle 560.000 piscine (per una popolazione di 28 milioni di abitanti) la cui alimentazione ha richiesto la costruzione di 40 laghi artificiali nelle montagne del Nevada. Il consumo giornaliero pro capite è negli Stati Uniti di circa 600 litri, in Europa occidentale si aggira sui 200.
I prelievi sono stati cosi elevati ed anarchici che molte falde sono state messe a secco. Inoltre, il regime di numerosi fiumi è stato tanto sconvolto che molti di essi (il Colorado, per esempio) non portano più l'acqua al mare. o il loro regime si è trasformato in torrenziale. Questo spiega la frequenza crescente, a livello di molti bacini idrologici, di periodi di piene seguite da periodi di siccità, come è successo quest'anno nelle regioni più sviluppate d'Europa (le regioni tedesche, la regione parigina, l'Emilia-Romagna, il Piemonte, la Liguria...).
Eccessivi, gli usi attuali sono anche nocivi in quanto fonti d'inquinamento e di contaminazione. Sono noti gli effetti dovuti all'uso intensivo di fertilizzanti, pesticidi ed insetticidi a dosi elevate. Per sensibilizzare le nuove generazioni a questi problemi, molte scuole, in Europa, organizzano delle giornate di misurazione sul terreno delle quantità di nitrati e di azotati nelle acque dei fiumi.
Di non minore gravità è l'inquinamento delle acque dovuto ai mega-allevamenti di maiali e di polli. La Bretagna, in Francia, ne sa qualcosa. L'impresa multinazionale privata Nestlé ha, persino, portato in tribunale lo Stato francese con l'accusa di non rispetto delle leggi francesi per inquinamento abusivo delle falde da cui la Nestlé attinge l'acqua per le sue bevande.
Ancora oggi nella maggior parte dei paesi sviluppati gli scarichi di residui liquidi industriali non fanno l'oggetto di alcun trattamento sistematico ed efficace. I rifiuti vanno direttamente nel suolo, nei fiumi, nei laghi, al mare. La situazione è piuttosto drammatica in Russia, nei paesi dell'Europa orientale, in India, in America Latina. In Italia, la maggioranza delle provincie non dispone dei cadastri industriali - per quanto obbligatori per legge - destinati al monitoraggio delle attività industriali della provincia ed alla misurazione del carico inquinante dell'industria locale.
In generale, anche le acque usate domestiche vanno direttamente nella natura senza essere trattate. Una gestione efficace delle acque reflue urbane in Italia é ancora da realizzare, malgrado le scadenze precise imposte dal decreto legge del 1999, i richiami e le multe comminate all'Italia da parte dell'Unione Europea. Milano resta il caso più emblematico: la principale città "industriale" italiana disporrà finalmente di un depuratore per Milano Sud solo fra qualche anno! Inoltre, solo il 25% delle città del Sud Italia dispone di depurazioni per le acque reflue.
Una nuova forma d'inquinamento di origine organica é rappresentata dai rifiuti liquidi umani. Essa é legata alla crescente medicalizzazione delle fasce alte di età delle popolazioni occidentali, da anni in stato d'invecchiamento progressivo.
La deforestazione é il processo attraverso il quale lo sfruttamento delle risorse forestali si fa in assenza di un piano coerente di rimboscamento. Nonostante le numerose convenzioni internazionali esistenti, miranti alla salvaguardia del patrimonio forestale mondiale, la distruzione delle foreste nel mondo continua a ritmi elevati. Si calcola che ogni anno sono ancora distrutte migliaia di km quadrati pari alla superficie totale dell'Austria. La saggezza popolare ha sempre affermato che "se vuoi la pioggia, pianta un albero" ( a condizione, beninteso, che non si tratti di un eucalyptus!). La deforestazione significa una grande ferita in ferta al ciclo integrale dell'acqua : le nuvole se ne vanno quando le foreste spariscono e connessa la pioggia.
In fine, la cementificazione a tappeto a seguito del'urbanizazione anarchica, e la priorità data al trasporto privato ed al trasporto di merci su strada . Hanno sconvolto il territorio e modificato i circuii di naturali di scorrimento e d'infiltrazione delle acque nel territorio provocando, insieme ad altri fattori, situazioni di penuria per certe falde e di ingorgo per altre.
L'insieme di questi processi ha causato una diminuzione delle disponibilità effettive di acqua dolce per uso umano facendo della scarsezza idrica e della sicurezza idrica due dei problemi maggiori nel mondo oggi e per il futuro.
E vero che la quantità d'acqua nella qualità necessaria è sempre di meno accessibile, per cui bisogna captare l'acqua in luoghi sempre più lontani e profondi con costi crescenti, o depurarla e reciclarcla ugualmente con altrettanti costi adjuntivi. Ciò non significa pero che vi sia, in assoluto penuria d'acqua dolce del mondo è che l'usi attuali dell'acqua debbano continuare in avvenire creando ulteriormente delle situazione di rarefazione crescente nella qualità dovuta. La scarsezza idrica è un fenomeno reale attuale, dovuto all'azione umana. Esso pertanto non è irreversibile, può essere corretto.
In questo senso e anche giustificato mettere l'accento sui problemi di sicurezza d'approvvidoggionamento . I conflitti d'acqua per usi alternativi competitivi all'interno di uno stato (usi irrigui versus usi domestici o usi industriali; esigenze di profitto versus esigenze sociali e ambientali; usi in una regione versus usi in altre regioni come oggi è il caso in Spania tra i abitanti della Ragona e quelli dell'Andalusia a seguito del piano nazionale idrologico) e tra gli stati (per esempio tra i paesi localizzati sullo stesso bacino idrologico) sono in aumento dappertutto. Ma questo è dovuto al fatto che ogni stato cerca di affermare anzitutto la sua sovranità ed i suoi interessi nazionali, cosi come ogni impresa multinazionale privata cerca di assicurare per i propri bisogni commerciali il controllo di fonti idriche la dove le è possibile. In entrambi i casi, né gli stati, né l'imprese tendono d'agire in funzione del'interesse generale della sicurezza idrica a comune , per tutti. Per il momento, la sicurezza é interpretata piuttosto in termini riduttori e corporativi "locali" (nazionali, regionali o d'impresa..).
Le risposte oggi prevalenti
Come reagiscono i gruppi dirigenti del mondo, specie quelli occidentali,
di fronte alle situazioni finora descritte?
Se guardiamo alle principali fonti di riferimento disponibili, rappresentate dalle risoluzioni politiche finali e dai documenti approvati al 2° Forum Mondiale dell'Acqua (l'Aia, marzo 2000), alla Conferenza Mondiale sulle Acque dolci di Bonn (dicembre 2001) ed al 3° Vertice della Terra sullo sviluppo sostenibile a Johannesburg (agosto-settembre 2002), la tendenza che emerge e che trova concordi esponenti del mondo politico, i rappresentanti delle grandi imprese multinazionali private e membri influenti del mondo scientifico e professionale, è piuttosto chiara.
Secondo loro, la "questione dell'acqua" è soprattutto un problema di adeguamento tra la domanda d'acqua (in aumento da decenni, e che è destinata, secondo loro, ad aumentare in futuro) e l'offerta (che resta stabile e limitata e lo resterà anche nel futuro, in assenza di un intervento umano capace di aumentarne considerevolmente la disponibilità). Si tratta dunque di un " classico" problema di gestione "economica" della domanda e offerta di un bene naturale disponibile in quantità limitata ed a costi crescenti.
Secondo l'opinione prevalente, la soluzione al problema passa, dunque, attraverso l'adozione di misure capaci di condurre
In questa concezione, la centralità della tecnologia e dell'innovazione scientifica e tecnologica è considerata un fatto indiscusso ed indiscutibile, fondata sulla fiducia messa nelle potenzialità collegate alle nuove biotecnologie, in particolare alle tecnologie delle membrane specie per quanto riguarda il disinquinamento e la desalinizazione dell'acqua di mare.
Alla centralità della tecnologica si aggiunge quella del prezzo di mercato, l'opinione prevalente consistendo a considerare che i mali odierni nel settore dell'acqua hanno soprattutto origine nel fatto che l'acqua costa poco o quasi nulla per chi la consuma e quindi ne usa ed abusa senza limiti. L'imposizione di un prezzo di mercato, secondo il duplice principio "chi consuma paga" e "chi inquina paga", corrispondente ai costi effettivi totali sopportati dal produttore e dal distributore, più un margine convenevole di profitto(nel caso di un operatore privato), eliminerebbe una tale situazione e assicurerebbe una gestione "economica" ottimale della risorsa.
E evidente che l'introduzione - e il suo buon funzionamento - di un prezzo di mercato sulla base del principio del recupero dei costi totali, ivi compreso un livello di ritorno sull'investimento stabilito in funzione dei tassi di rendimento internazionali sul mercato, non è possibile in assenza di una privatizzazione dei servizi d'acqua e di una loro deregolamentazione e liberalizzazione.
Questo spiega l'ondata di privatizzazione dei servizi di distribuzione
dell'acqua e di trattamento delle acque reflue che ha toccato un numero
sempre più crescente di paesi
del mondo occidentale e, soprattutto, d'Africa, dell'America del
Sud e dell'Asia.
Nei paesi sviluppati la privatizzazione dell'acqua ha preso le forme più estreme in Italia dove, a seguito della legge finanziata del 2001, tutti gli operatori - gestori dei servizi d'acqua devono obbligatoriamente diventare delle società per azioni. Non è più consentita la gestione in diretta da parte delle collettività locali. In Inghilterra , il governo Thatcher ha privatizzato non solo la distribuzione ed il trattamento dell'acqua ma anche le infrastrutture. Il modello prevalente di privatizzazione è quello della delegazione, largamente adottato in Francia, fondato sulla concessione della gestione dei servizi ad imprese private secondo i principi dettati e le condizioni definite dal potere pubblico in un contratto di gestione normalmente di una durata di 20 - 25 anni.
L'argomento usato da parte del potere pubblico e delle imprese private per giustificare la privatizzazione dell'acqua porta sul finanziamento. Distribuire un'acqua di alta qualità, conformemente agli standards dell'OMS e, in Europa, alle norme elevate fissate dalla direttiva europea acqua del 2000, cosi come ammodernare le fognature urbane in grande maggioranza vetuste e dotarsi di un sistema integrato moderno di trattamento delle acque reflue, domandano degli investimenti ingenti sul lungo periodo che le finanze pubbliche nazionali ed , in particolare, locali, non sono in grado di assicurare : solo il settore privato, si dice, può' mettere a disposizione immediatamente tali risorse. L'argomento finanziario sembra ancor più probante e convincente per quanto riguarda la privatizzazione nei paesi sotto sviluppati dove nel corso degli ultimi quindici anni parecchie decine di grandi città africane sudamericane ed asiatiche hanno "venduto" I loro servizi idrici alle imprese private multinazionale dell'acqua occidentali. In questi paesi, una delle ragioni più influenti alla base della privatizzazione dell'acqua è stata anche la politica di condizionalità applicata dalla Banca mondiale e dal FMI nei confronti dei paesi candidati ad un prestito. Le due istituzioni hanno regolarmente condizionato la concessione del prestito alla liberalizzazione ed alla privatizzazione del settore. Non c'è stata dunque grande scelta possibile per questi paesi. In Europa, molto ha giocato anche la prospettiva dei vincoli imposti dalla realizzazione del mercato unico integrato al livello dell'Unione europea. Il mercato unico significherà a termine l'eliminazione dei monopoli pubblici, nazionali e locali, nel settore dei servizi pubblici. Visto che per il momento l'Unione europea non propone la creazione di un servizio pubblico europeo fondato sulla proprietà e la gestione pubblica dell'acqua, come è ancora il caso essenzialmente nei paesi scandinavi, in Olanda, in Belgio, in Svizzera, , la grande maggioranza degli stati e delle imprese tendono ad anticipare la privatizzazione per meglio posizionarsi in termini competitivi nel futuro mercato europeo dei servizi d'acqua.
Come abbiamo visto, le risposte oggi prevalenti ruotano attorno ad una visione mercantile e finanziaria dell'acqua, centrata sui problemi dell'adeguamento tra domanda ed offerta, sulla necessità di un prezzo di mercato, sulla liberalizzazione e la privatizzazione dei servizi.
Per far giustizia all'analisi, é necessario sottolineare tre aspetti:
a) considerato che l'acqua é fonte essenziale ed insostenibile alla vita per tutti gli esseri viventi, una politica dell'acqua è soprattutto una politica del diritto alla vita per gli esseri umani. Essa non può' essere ridotta ad una politica di gestione di una risorsa naturale. I meccanismi di mercato sono, in questo senso, insufficienti ed inadeguati a gestire il diritto di vita e l'obiettivo del vivere insieme. I meccanismi di mercato possono operare allorché si tratta di un bene o di un servizio appropriabile e consumabile a titolo esclusivo e escludente, il che non è il caso dell'acqua ;
b) non è detto che se c'è un costo questo debba essere necessariamente coperto dal consumatore via pagamento di un prezzo. Avere accesso alla vita non è una questione di consumo. L'esigenza di un uso ragionevole responsabile di un bene comune e fondamentale per tutti è ancora più forte ed impegnativa di quella che un consumatore "razionale" può' avere nei confronti di una risorsa/merce ed al quale, inoltre, l'economia di mercato concede il potere di inquinamento e di distruzione della risorsa stessa nella misura in cui paga. Il costo dell'apertura di una scuola elementare è ancora oggi coperto dalla collettività sul bilancio comunale, alimentato principalmente dal sistema fiscale. In questo senso non v'è alcuna ragione scientifica né naturale che imponga che l'accesso all'acqua e la sua gestione siano escluse da una copertura finanziaria collettiva,. Né tanto meno vi sono ragioni scientifiche e tecniche che impongano che le finanze pubbliche diventino sempre più limitate e, invece, quelle del settore privato sempre più importanti. In realtà si tratta di una scelta politica e non di un'evoluzione "razionale" ed inevitabile;
c) quest'ultima osservazione vale anche per i processi di liberalizzazione e di privatizzazione. L'esperienza dei paesi dove l'acqua fa parte dei servizi di proprietà e di gestione pubblica (si tratta ancora della stragrande maggioranza nel mondo, compresi gli Stati Uniti dove, eccezionalmente rispetto agli altri campi, i servizi idrici sono gestiti da imprese municipali pubbliche al 90%), cosi come l'esperienza dei pa esi dove l'acqua é stata privatizzata dimostrano non solo che la privatizzazione non é indispensabile ma anche che essa non é necessariamente una soluzione efficace ed adeguata. In Francia, dove la privatizzazione é la più anziana, ogni anno sempre più numerose sono le collettività locali che cercano di ritornare al regime di gestione diretta ("en régie").
Ipotesi dei futuri possibili
Tre scenari sono teoreticamente plausibili su una distanza temporale
di 15 - 20 anni.
Primo scenario. Le politiche e le pratiche oggi predominanti non cambiano fondamentalmente. Gli usi agricoli ed industriali sono leggermente modificati, corretti. Le innovazioni tecnologiche, introdotte nella misura in cui consentono di aumentare i livelli di profitto, consentono di abbassare i livelli d'inquinamento, di diminuire di poco gli sprechi, di migliorare la qualità dell'acqua e di aumentare l'offerta ma non tanto perché l'uso delle tecnologie di desalinizazione si diffonde lentamente (per evidenti ragioni di costo, di sicurezza degli impianti, e per le implicazioni ambientali). Inoltre, qualora anche l'offerta aumentasse significativamente, grazie alla tecnologia, il rischio è grande che siano i paesi più "sviluppati" ed i gruppi economici e sociali più potenti e più ricchi, anche nei paesi più poveri, che trarranno il vantaggio più grande da una maggiore disponibilità d'acqua.
Su un piano generale, la povertà non diminuisce significamente. Gli stessi dirigenti delle Nazioni Unite hanno ipotizzato al Vertice di Johannesburg che l'obiettivo massimo considerato "realista" che si può fissare è di dimezzare al 2015 il numero dei poveri estremi (oggi 1,3 miliardi di persone). Il che significa che si considera come inevitabile che vi saranno ancora nel 2015, su una popolazione di circa 7,5 miliardi di persone, più di 3 miliardi di poveri, cioè praticamente 3 miliardi di persone che non avranno accesso certamente ai servizi sanitari ed anche all'acqua potabile.
In queste condizioni, le ricerche dell'UNESCO e dell'UNEP (Programma delle Nazioni Uniti per l'Ambiente) lo hanno dimostrato: 60 % della popolazione mondiale rischia di vivere in regioni caratterizzate da scarsezza e da insicurezza d'acqua. I conflitti tra i gruppi sociali, le collettività territoriali e gli Stati si moltiplicheranno e diventeranno sempre più violenti. Le profezie degli anni '70 sulle guerre dell'acqua nel XXI° secolo saranno realizzate. Le tesi sull'acqua "oro blu" e, dunque, "merce preziosa" per la quale le imprese mondiali si batteranno per conquistare il controllo ed il domino, diventeranno le "leggi" del mondo. "I signori della Terra" saranno "I signori dell'Acqua". Uno scenario intollerabile.
Secondo scenario. Di fronte all'aggravamento dei problemi e dei conflitti, e pur restando in un contesto da esse definito di lotta mondiale contro il terrorismo globale, le forze economiche e sociali dei paesi più sviluppati, sono obbligate a prendere delle misure urgenti per evitare l'esplosione di crisi maggiori, ben più estese e gravi di quella della "guerra dell'acqua" degli abitanti di Cochabamba in Bolivia nel 2000. Si assiste cosi alla moltiplicazione di interventi ad hoc su settori e casi particolari: ad esempio, gestione del bacino del Volga, decontaminazione dall'arsenico delle fonti idriche nel Bangladesh e delle zone di vecchia industrializzazione in Silesia, creazione di pozzi e di fontane comuni per una serie di villaggi del Mali e del Burkina Faso, costruzione delle fognature nei quartieri poveri di Manaus in Amazonia e a Nairobi nel Kenia, distribuzione dell'acqua a Sao Paulo e nella città del Cairo. Il metodo d'intervento preferito é quello di progetti finanziati su basi bilaterali e multilaterali nel contesto di una generalizzazione a livello mondiale del PPP (Partenariato Pubblico Privato) anche al di là del quadro internazionale intergovernativo mondiale rappresentato dalle organizzazioni specializzate delle Nazioni Unite. La preferenza é data ad accordi tra l'Unione europea e l'Africa, gli Stati Uniti ed il Sud Africa, il Giappone e le Filippine, la Francia ed il Messico, la Germania e l'Ucraina...
L'accesso all'acqua per tutti esce dal campo dei diritti umani, per essere trattato come
un problema di "assistenza sociale" nei confronti dei più poveri. La politica dell'acqua é definitivamente gestita in funzione di criteri economici di mercato. Per le comunità umane caratterizzate da scarse risorse finanziarie, si tratta di organizzare un fondo sociale locale o nazionale o internazionale di compassione e di solidarietà. Lo stesso dicasi per la gestione sostenibile, responsabile e solidarista del bene comune acqua . La retorica sull'equilibrio tra l'economia, l'ecologia ed il sociale fa parte del discorso ufficiale e formale, ma é chiaro per tutti che il punto di equilibrio é soprattutto determinato dai fattori di "sostenibilità" economica secondo i criteri definiti da una economia capitalista di mercato. Si tratta di uno scenario della compassione e dell'umanitario ragionevole.
Terzo scenario. In cinque, sei anni l'azione condotta da una moltitudine crescente di movimenti associativi e di organizzazioni della società civile, anche in seno alle varie confessioni religiose mondiali, cosi come la sempre più evidente incapacità da parte delle politiche e delle pratiche prevalenti di risolvere i problemi del diritto alla vita per tutti e della gestione sostenibile, responsabile e pacifica delle risorse naturali del Pianeta, spinge la parte più eticamente e socialmente cosciente delle forze economiche e sociali dei paesi più ricchi del mondo ad intraprendere una serie di modifiche sostanziali alle politiche agricole ed industriali, alle regole del commercio internazionali, ai meccanismi finanziari, alle modalità di "sviluppo" urbano. L'ondata di liberalizzazione e di privatizzazione é arrestata. Nuove forme di gestione pubblica, fondata sulla partecipazione dei cittadini, sono sperimentate secondo modalità diverse, conformemente ai valori "locali", in Brasile, Argentina, Canada, nei paesi scandinavi, in Germania, Ungheria, Giappone. L'esperienza riuscita di una gestione sostenibile a Curitiba ( Brasile) é "ripetuta" con successo in altre città del Sud come al Nord. Si assiste ad una diminuzione del numero di grandi dighe nel mondo. Progressivamente, le comunità territoriali imparano a gestire in comune ed in solidarietà con le altre comunità umane l'acqua disponibile a livello locale e internazionale. L'innovazione tecnologica é messa al servizio di una politica di diminuzione degli usi in agricoltura e dell'accesso all'acqua per tutti grazie ad una gestione responsabile delle risorse idriche localmente disponibili. La creazione di una Autorità Mondiale dell'Acqua su basi democratiche rappresentative verso il 2006-7, permette di ridurre l'esplosione di conflitti interstatali internazionali e mondiali. Un sistema fiscale internazionale, alimentato da un sistema finanziario che ha eliminato l'esistenza di "paradisi fiscali", é messo in atto verso il 2008 , il che permette una politica di finanziamento comune, pubblico, degli investimenti considerati necessari per consentire nel 2015 a tutti gli abitanti del pianeta di avere accesso, su basi decentralizzate, cooperative e tecnologicamente "leggere", all'acqua nella quantità e qualità sufficienti alla vita. Si tratta di uno scenario del vivere insieme.
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