RISOLUZIONE dei conflitti e partecipazione democratica:
il ruolo della diplomazia popolare e delle azioni nonviolente

Sabato 4 maggio 2002, Civitas (Padova)

Relatori

Introduzione alla conferenza

L'agenda della pace.
Un confronto fra le pratiche di trasformazione dei conflitti e di mediazione interculturale, come la diplomazia popolare, per riflettere sulle crisi internazionali e sulle tensioni sociali e cercare di definire una serie di azioni nonviolente per la "de-costruzione" della cultura della guerra e l'affermazione della pace.

Giulietto Chiesa: "La nuova Russia e la caduta dell'Impero del Male"

Chi innalza muri, di regola, lo fa per difendersi. Così come il grande terrorismo internazionale è, di regola, affare di potenti contro i deboli.
Il muro di Berlino altro non era che la manifestazione di un assedio. E l'assediato non era certo l'Occidente, ma l'Unione Sovietica; l'estremo avamposto europeo dell'Unione Sovietica.
A dieci anni di distanza dal crollo dell'URSS - e dopo tre guerre, e tre "diavoli" apparsi all'improvviso, apparentemente dal nulla, Saddam Hussein, Milosevic, Osama bin Laden - molte cose cominciano ad apparire sotto una luce diversa da quella con cui le vedemmo nel loro svolgersi immediato e cronachistico. Mai come in questo caso è valida l'idea che sono i vincitori a scrivere la storia delle guerre. Nel caso presente la storia della guerra fredda l'abbiamo scritta noi, cioè l'Occidente. E non è detto che la descrizione degli eventi, e la loro interpretazione, che hanno avuto la meglio, siano le uniche, né che siano le migliori.

Per esempio abbiamo tutti gioito per la fine dell'"Impero del Male", per poi scoprire che a quell'impero erano stati assegnati misfatti non suoi. Che, ad esempio, non tutte le contraddizioni del mondo derivavano dalla presenza ossessiva e opprimente di quell'impero. E che, anzi, con la sua sparizione ingloriosa, molte altre contraddizioni si sarebbero fatte più acute, piùA sanguinose, perfino più ingovernabili.

Questa è forse (anche se non ne sono sicuro) tematica per altri convegni. Comunque, a dieci anni di distanza, credo che a tutti gli uomini di buona volontà e di decente coscienza s'imponga una serie di revisioni: di ipotesi, giudizi sommari, valutazioni della prim'ora. Molte cose non sono andate per il verso giusto, tanti errori sono stati commessi, da loro e da noi. E in tutti i casi gli errori sono stati determinati da una valutazione sbagliata di cos'era l'Unione Sovietica. Certo ha giocato in questo la sua parte la grande paura durata cinquant'anni, che ha impedito un esame spassionato del nemico rimasto sempre sconosciuto dietro le sue trincee. Il nemico è sempre uno sconosciuto. E ha giocato il suo ruolo anche l'esistenza, in Occidente, specie negli Stati Uniti, di un grande esercito di intellettuali - milioni di uomini - che era stato impiegato a tempo pieno nella guerra fredda e che non accettava di smobilitarsi, non ne era capace, e continuava (per certi versi continua ancora oggi) a combattere un nemico ormai estinto. I reduci delle guerre soffrono spesso di una specie di coazione e ripetere. E la guerra fredda fu davvero una guerra, grande, mondiale, la terza. L'unica differenza, rispetto alle due precedenti, fu che essa venne combattuta materialmente su campi lontani, uno dei quali fu proprio l'Afghanistan. Ma lo scontro fu totale, prolungato, e si protese fin dentro le redazioni dei giornali, delle case editrici, delle catene televisive di tutto il pianeta.

Si capisce dunque perfettamente perché, anche adesso, s'incontrano sulle prime pagine dei nostri giornali così tanti commentatori che descrivono il crollo dell'Unione Sovietica in toni di esaltazione vittoriosa e, invariabilmente, di totale ottimismo per il futuro. Commenti che per fortuna dei loro autori nessuno traduce mai in russo, perché potrebberoA essere ospitati soltanto sui giornali umoristici russi. Che sono pochi, perché c'è poco da ridere, in Russia, ma in compenso sono molto pungenti.

Comunque sia, dieci anni dopo la fine dell'URSS scopriamo ad esempio che nello spazio geografico che essa occupava vi sono più nostalgie che speranze. Delle 15 repubbliche dell'ex Unione Sovietica si fa fatica a trovarne tre con un sistema democratico decentemente simile a quelli dell'Europa Occidentale. Il resto è precipitato in variegati abissi di barbarie e di povertà tali appunto da suscitare, in chi ci vive, soltanto nostalgia per il passato. Il "secondo mondo" - il "primo mondo" siamo noi, com'è noto - è scivolato nel "terzo mondo". Tant'è che, a rigor di logica, non dovremmo più parlare di "terzo mondo", visto che il "secondo" è sparito. Il guaio più grosso è che coloro che vi abitavano pensavano invece che sarebbero stati accolti tra acclamazioni di giubilo nel "primo mondo", non appena eliminato il comunismo. Di conseguenza la loro delusione è ancora più cocente.

Perché vi siano precipitati è materia di contenzioso. C'è chi afferma che è tutta colpa loro, che si illusero, che non seppero mettersi a lavorare, che aspettarono la manna dal cielo, eccetera. C'è invece chi pensa che l'Occidente abbia grandi responsabilità, anzi decisive, in questo disastro. Forse la via di mezzo è quella giusta. Il che però non ci allevia dalle nostre colpe. Noi promettemmo democrazia e benessere a breve termine. Non sono arrivati né l'una né l'altro. Forse eravamo sinceri nel prometterlo, ma allora bisogna riconoscere che eravamo molto ingenui e anche molto presuntuosi, cioè incolti, perché non tenevamo conto delle vischiosit&agravAe; della storia, dei vincoli culturali che esistevano e non sarebbero stati facilmente aggirabili.

Promettemmo democrazia, ma quello che è arrivato sulle loro teste è una caricatura della democrazia. E poiché il sistema sovietico aveva pur sempre creato popolazioni tutt'altro che incolte, essi hanno capito che non era questo ciò che volevano e si aspettavano. E hanno pensato, giustamente, di essere stati ingannati. Né possiamo accusarli, in questo caso, perché loro non sapevano cos'era la democrazia, non avendola mai sperimentata (in Russia, certamente, mai). Non avevano neppure una società civile lontanamente paragonabile alla nostra, e dunque non erano in grado di difendersi dall'emergere aggressivo e prepotente di nuove elites criminali, da oligarchi a metà strada tra le vecchie nomenklature e le nuove mafie.

Peggio ancora: i responsabili dell'Occidente democratico si affrettarono a riconoscere i nuovi regimi semi-criminali emersi dal post-comunismo, facendo credere alle grandi masse popolari di quei paesi (che ben sapevano di che pasta erano fatti i loro nuovi reggitori) che l'Occidente non era dissimile da loro. Il guasto più grave, in tutta questa storia, è che la democrazia come istituto fondamentale della civiltà occidentale è risultata gravemente screditata agli occhi di centinaia di milioni di persone.

Come abbiamo potuto commettere così tanti errori? In Russia e in molte repubbliche ex sovietiche, la popolazione era pronta, con entusiasmo, ad abbracciare i nostri valori, il nostro sistema. Il comunismo aveva fatto fallimento, il capitalismo trionfava, il consenso era assicurato. Ma sono bastati pochi anni di terapie choc, di cure intensive con le ricette del Fondo Monetario Internazionale, di trapianti di sistema sociale, per provocare una violenta crisi di rigetto.

Ci si aspettavAa, ad esempio, una impetuosa crescita della religiosità dopo decenni di propaganda ateista, di repressione variamente dura delle libertà, tra cui quella di credere e di propagare la fede. Non c'è stata nemmeno quella. Eppure adesso limitazioni alla libertà religiosa non esistono più, né in Russia, né in Ucraina, Bielorussia, Georgia, Armenia, in tutte le aree cristiano-ortodosse dell'ex Unione Sovietica. Abbiamo assistito, in questi anni, all'arrivo in massa di predicatori di tutte le sette, di tutte le dottrine, carichi di dollari, che riempivano stadi e teatri di pubblici straniti, inneggianti a dei stranieri. Una stagione breve, alla quale ha fatto seguito la vittoria schiacciante del solo idolo che conti in Occidente, il "Dio Consumo". Una popolazione di 350 milioni di persone, vissuta per tre generazioni al di fuori dei templi dell'abbondanza, è stata investita dalla rutilante bellezza dei beni dell'Occidente. Non che fossero alla portata di tutti, al contrario. Solo pochi hanno potuto permetterseli. Ma sono divenuti così vicini, così a portata di mano, da dare l'impressione che tutti potessero averli, almeno in sogno. Più o meno come da noi, dove i ricchi sono relativamente pochi, ma tutti possono pensare di diventarlo, un giorno, e quindi sono disposti ad accettare la povertà, nell'attesa di diventare ricchi.

Così è accaduto che il materialismo comunista è stato velocemente soppiantato dal materialismo capitalista, mentre larghissime masse popolari venivano sospinte nell'incultura della cultura di massa propagata dai mass media che scimmiottavano quelli peggiori dell'Occidente. Lo spazio per la vita spirituale si è quindi venuto restringendo, assieme a quello per la democrazia e per la società civile.
La nuova Russia che avrebbe dovuto nascere non è nata affatto, perA lo meno non lo è ancora. Al suo posto rimane un grande punto interrogativo.

So bene di dire cose dissimili da quelle che trionfano sui nostri mass media, a sentire i quali la Russia sarebbe, ad un tempo, uscita dalla sua crisi e entrata nell'Occidente, omologandosi pienamente. Non è così. E sarà utile, per tutti, che non si coltivino altre illusioni.

La colonizzazione della Russia, tentata in questo decennio, può dunque dirsi fallita. Dovremmo trarne le dovute lezioni, evitando di riprodurla altrove, dove il fallimento sarebbe altrettanto assicurato. Perché se l'Occidente non è riuscito dove tutte le condizioni erano a suo favore, come potremo pensare di riuscire laddove le diversità sono molte volte superiori? Paradossalmente, nello sconfiggere i pallidi e confusi eredi dei bolscevichi, abbiamo commesso l'errore dei loro padri: non abbiamo capito che - come diceva Herzen - "bisogna camminare con il passo dell'Uomo". Il che significa rispettare i suoi tempi, la sua storia, la sua cultura.

 

Torna su Stampa l'intervento

Chaiwat Satha-Anand: "I profeti e gli assassini: Re-incantare la pace con i paradigmi dei profeti"

Introduzione
In un articolo presentato alla 18a Conferenza dell'Associazione per le Ricerche per la Pace (IPRA) a Tampere (Finlandia), un giovane ricercatore dell'Università del Galles sostiene che la maggior parte dei conflitti armati contemporanei si basano su presupposti "filosofici" impliciti sulla superiorità e l'identità. E' comune ai fedeli di ogni religione giustificarne l'esistenza sostenendone la superiorità sugli altri credi: ciò diviene un' "essenza della religione" e rende la "violenza non soltanto possibile, ma addirittura inevitabile". L'articolo sottolinea che "le religioni sono per definizione incompatibili A e che sarà quindi impossibile avere pace fino a quando esisteranno religioni" (Petter Larsson, 2000).Appare oggi facile mettere in evidenza il ruolo delle religioni nel giustificare la violenza mentre le notizie dal mondo parlano fra l'altro di uccisioni fra musulmani e cristiani in Indonesia e nelle Filippine; di violenza e terrorismo in una società per buona parte buddista come lo Sri Lanka che vede monaci anziani esporsi a favore del patriottismo e contro accordi di pace problematici pensati per mettere fine al bagno di sangue; dell'occupazione israeliana della Palestina, fra le violenze contro i palestinesi e i suicidi dinamitardi contro gli israeliani; di attacchi terroristici contro New York e Washington e della risposta americana con una guerra contro l'Afganistan e una radicale uso del tema della sicurezza. Tuttavia, in un mondo frammentato da conflitti di interesse e da politiche sull'identità, diviene più appassionante la sfida intellettuale del tentare di capire il ruolo che assumono le religioni nel giustificare pace e nonviolenza. Sfide intellettuali a parte, non importa se si opta per qualificare la nostra epoca come scontro o dialogo fra civiltà, rimane il fatto che civiltà scaturite da dottrine e narrazioni religiose agiscono sulla vita di un ampio numero di persone sul pianeta. Alcuni motivi alla base di questo fenomeno affascinante sono già stati analizzati altrove, per esempio dalla rivista Sojourn (nr.8, febbraio 1993) o da Keyes, Kendall e Hardacre (1994).

La questione importante è che cosa possano fare le persone comuni, di cui un ampio numero ha qualche convincimento religioso, di fronte alla violenza che sconvolge le loro vite a livello individuale e collettivo. Vorrei sostenere che senza una comprensione del ruolo delle religioni nell'allevare conflitti pacifici, c'è un'alta probabilità che gli attuali conflAitti divengano ancora più violenti, basati sull'alchimia mortifera di odio, fame di "giustizia" in mezzo a strutture ingiuste, armi moderne e crescente indifferenza per le vite di persone innocenti. Questo articolo vuol essere un tentativo di attingere alle fonti religiose esistenti per mostrare alternative creative accettabili dalla gente comune. Intendo esplorare il tema delle religioni e della violenza esaminando i modi in cui, nella propria epoca, i profeti del buddismo, del cristianesimo e dell'Islam si sono misurati con degli assassini. Ho scelto tre religioni non perché siano spiritualmente più importanti di altre come l'induismo, l'ebraismo o le religioni dei nativi americani, ma perché sono geograficamente significative ed hanno il proprio carico di responsabilità riguardo ai conflitti attuali. Descriverò brevemente alcuni racconti che riguardano le vite dei profeti. Analizzerò quindi il loro modo di rapportarsi a degli assassini. Infine discuterò l'importanza del diffondere racconti che parlino di pace in un mondo afflitto dalla violenza.

Il racconto del Budda e di Angulimala
Gautama Budda è intervenuto a volte nelle dispute umane per fermare la violenza (McConnell, 1990). Ma nessun altro incidente ha la drammaticità del suo confronto con un noto omicida. L'essere riuscito ad ammansire questo bandito ed assassino temuto si dice (Schumann, 1982) abbia provocato "echi all'estero e accresciuto il prestigio del Budda". Ritengo utile riportare questo evento perché mostra il notevole effetto del dhamma del Budda sulla mente di un assassino incallito e forse i suoi effetti pedagogici nel fermare la violenza.

Nell'anno 508 a.C. il Budda scelse i monasteri di Savatthi per i suoi periodi di raccoglimento durante la stagione delle piogge. Una zona della regione di Savatthi era considerataA estremamente pericolosa per la presenza di un terribile ladro e assassino chiamato Angulimala. Costui era il figlio di Gagga, un bramino della corte del re di Kosala. Alla nascita gli era stato messo il nome di Ahimsaka (il nonviolento). Il nome rispondeva ad una profezia che annunciava che sarebbe diventato un famoso assassino. Aveva frequentato l'università di Takkasila e la sua intelligenza ed istruzione gli aveva consentito di incutere paura e di sfuggire all'arresto tentato dai soldati del re Pasendi. Angulimala faceva la posta a carovane e viaggiatori e terrorizzava la gente, uccidendo tante persone cui tagliava le dita per farne i pendagli di una collana che portava al collo e che rispondeva ad un voto che aveva fatto. Ignorando chi lo metteva in guardia riguardo ad Angulimala, il Budda si recò nel territorio in cui operava l'assassino. Questi si mise ad inseguire il Budda, ma fu costretto a restare immobile dall'Illuminato. Mentre si allontanava dall'assassino il Budda gli disse che era lui, Angulimala che non si era fermato. Sconcertato, l'assassino chiese spiegazione:

"Come puoi dire che tu stai fermo, monaco e a me che sono bloccato che non sto fermo?" Rispose il Budda: "Io sono fermo, Angulimala, in tutti i sensi. Ho rinunciato alla violenza nei confronti di ogni forma vivente. Tu piuttosto non sai contenerti nei confronti di tutte le forme viventi. Ecco perché io sto fermo e tu non sai stare fermo".
Considerando le parole del Budda, Angulimala capì che il significato di "fermarsi" può essere compreso a diversi livelli. Avrebbe desiderato che il Budda si fermasse fisicamente per continuare la sua serie omicida. Ma era lui stesso quello che non si era fermato, nel senso che la sua mente continuava a voler mietere altre vite. Senza fermare la mente non ci può essere alcun senso nella continuità del viaggio della vita.A Avendo capito l'ammonimento del Budda o come risultato di una scelta razionale di unirsi al sangha per evitare punizioni nella giurisdizione terrestre, Angulimala decise di "fermarsi" e di trovare rifugio nel dhamma del Budda. Passò dall'essere un assassino con le mani che grondavano sangue ad essere uno dei discepoli del Budda e fu assegnato al monastero Jetavana di Anathapindika. In seguito, passato per una serie di eventi così come voleva il suo karma, raggiunse l'illuminazione.

Secondo la leggenda, Angulimala aveva già ucciso 999 persone e avrebbe voluto aggiungere un altro dito alla sua atroce collana. E tuttavia sembra che il Budda non abbia rinunciato mai a sperare nella capacità umana di cambiare in meglio. Fece sì che l'uomo si fermasse fisicamente, quindi stimolò la sua curiosità e gli concesse tempo per cercare da solo una risposta. Angulimala era ovviamente sufficientemente intelligente da incuriosirsi all'affermazione enigmatica del Budda. Essendosi fermato fisicamente o essendo stato indotto a fermarsi, ebbe la possibilità di riesaminare la sua mente per comprendere il significato profondo di "fermarsi", guidato dal Budda. Fu capace di cambiare la sua deriva violenta dopo essersi "fermato dentro", il che gli permise di "vedere" con chiarezza le proprie azioni. L'assassino venne quindi trasformato e riuscì a diventare un illuminato.

Gesù e l'apostolo che estrasse la spada
E' interessante notare innanzitutto che non è facile trovare un incontro fra Gesù ed un assassino, anche se il comandamento "non uccidere" ha un ruolo di primo piano nel cristianesimo. Fosrse l'incontro più importante riguarda il momento in cui Gesù è crocefisso. Secondo Luca, e non secondo gli altri vangeli, in quel momento Gesù disse: "A;Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno" (23:34). Per il significato che ha Gesù sulla croce nella teologia cristiana, si potrebbe sostenere che sia stato un atto del Figlio per ottenere un'intercessione della Volontà Divina a favore dell'intera umanità ed è quindi un atto unico. Ho quindi preferito scegliere il racconto dell'apostolo di Gesù che sfoderò la spada per difendere il Maestro dalle guardie che venivano ad arrestarlo. Sfoderare la spada può essere considerata un'intenzione di usarla, uno strumento di morte. Inoltre, per "mozzare" un orecchio ad un uomo bisogna mirare l'arma dal collo in su, un fatto che indica una possibilità di uccidere. La lezione che possiamo apprendere da questo racconto è importante per l'atto di prevenzione del profeta che riesce a fermare qualsiasi ulteriore violenza.

Nel suo ultimo anno di vita, prima di venire crocefisso, Gesù viene arrestato. Ognuno dei quattro vangeli descrive l'atto dell' "arresto" con qualche differenza. Il racconto dell' "arresto" rimane istruttivo anche se bisogna essere consapevoli dei differenti momenti in cui i vangeli sono stati scritti. La redazione del vangelo di Marco, un giovane collaboratore dell'apostolo Pietro avvenne a 35 anni di distanza dalla crocifissione di Gesù, le redazioni finali dei vangeli di Matteo, Luca e Giovanni fra il 70 e il 100 d.C.
Dopo l'ultima cena in cui Gesù predisse una serie di avvenimenti che avrebbero riguardato i suoi apostoli compreso il "tradimento" di Giuda, Gesù lasciò gli apostoli per attraversare la valle di Kidron e recarsi in un giardino. Giuda aveva già parlato con gli alti sacerdoti e aveva promesso di identificare Gesù dandogli un bacio. Le guardie vennero quindi ad arrestare Gesù e fu a questo punto che un apostolo A sguainò la spada. Solo il vangelo di Giovanni fa il nome di chi impugnò la spada e della vittima: "Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l'orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco" (18:10).

Secondo tre dei vangeli, ma non secondo il vangelo di Marco, Gesù disse all'apostolo di fermarsi e ciò impedì all'apostolo di causare ulteriore violenza. Secondo Matteo, Gesù mise in guardia coloro che usano la spada delle inevitabili violente conseguenze generate dalla violenza. Inoltre guarì, secondo Luca, chi aveva subito la violenza attaccando nuovamente l'orecchio al suo posto. Si potrebbe comunque osservare che in primo luogo Gesù fermò la violenza per ricordare agli apostoli sia i suoi insegnamenti, sia il significato della sua missione e che il suo arresto era di fatto parte della volontà divina che l'avrebbe portato a compiere in questo mondo il suo destino di emancipazione. Il suo atto profetico è quindi essenzialmente preventivo. Persuadendo i suoi apostoli a rinunciare alla violenza persino in un momento di rabbia di fronte all'arresto del Maestro, Gesù evitò che potessero trasformarsi in uccisori.

Maometto e Hind, la donna quraysh
In qualità di leader sia religioso, sia politico, il profeta Maometto è stato coinvolto sia in conflitti pacifici, sia in conflitti violenti. Mi sembra che uno degli avvenimenti più drammatici e forse di maggior valore pedagogico sia stato il modo in cui rispose ad una donna chiamata Hind bin 'Utbah della tribù dei Quraysh, cioè la stessa del Profeta. Siamo di fronte ad un fatto drammatico per il modo in cui l'omicidio avvenne e per ciò che ne seguì. Ma è anche un fatto di valore pedagogico perché la persona uccisa Aera zio del Profeta.

In seguito alle pesanti persecuzioni subite alla Mecca, nel 622 d.C. il profeta migrò a Medina, una città a oltre 300 chilometri a nord della Mecca. L'Egira, la migrazione dalla Mecca a Medina, segna l'inizio del calendario musulmano. Due anni dopo avvenne la grande battaglia di Badr in cui i musulmani sconfissero l'esercito inviato dalla Mecca. Nella battaglia, Hamzah, zio del Profeta, uccise il padre, il fratello ed altri parenti di Hind. Nel 625 d.C., nella battaglia di Uhud, nei pressi di Medina, l'esercito della Mecca respinse e si vendicò dei musulmani. Hind era presente alla battaglia.

In quell'occasione Hind aveva promesso ingenti ricchezze a Wahshi l'Abissino se fosse riuscito ad uccidere Hamzah. Quando Wahshi lo vide nel mezzo del campo di battaglia, gli scagliò contro il suo giavellotto trafiggendogli l'addome. Non estrasse l'arma finchè la vittima non morì. Secondo i biografi di Maometto (si veda per esempio Haykal, 1976), Wahshi aveva ucciso Hamzah per guadagnarsi la libertà dai signori della Mecca. Mutilò il corpo di Hamzah estraendone il fegato che portò a Hind. La donna si recò inoltre sul luogo dov'era il cadavere di Hamzah e lo mutilò di altre parti, compreso il naso e le orecchie.

Rimasto ferito nella battaglia di Uhud, il Profeta vide in seguito il corpo di Hamzah e rimase disgustato: "Non ho mai sentito prima una tale rabbia" affermò "Alla prossima vittoria chie Dio mi vorrà concedere sulla tribù di Quraysh mutilerò trenta dei loro morti (Haykal, 1976). Fu in quel momento che avvenne la seguente rivelazione:

"E se punite, punite in misura del torto ricevuto, ma se pazientate meglio sarà pei pazienti. Pazienza dunque, e sappi che il tuo pazientare è solo possibile in Dio; non ti crucciare per loro e per le loro insAidie non t'angustiare" (Il Corano, XVI: 126-127). Il Profeta allora perdonò, portò pazienza ed emise divieto assoluto di mutilare. Nel gennaio 630 d.C. guidò 10.000 musulmani alla conquista della città santa della Mecca. Non incontrò resistenze di rilievo e potè entrare alla Mecca da vincitore. La domanda che si poneva era cosa avrebbe fatto con Hind e la tribù Quraysh responsabili di tali violenze contro Hamzah e contro altri musulmani.
Secondo fonti biografiche (si veda per esempio Lings, 1980), il Profeta si rivolse con una domanda agli abitanti della Mecca riuniti poco distante dalla casba: "Cosa dite voi, cosa pensate?". Gli risposero: "Siamo con te: sei un fratello nobile e generoso, figlio di un fratello nobile e generoso. Ti rimettiamo il comando". Maometto si rivolse quindi loro con parole di perdono che riprendevano, secondo la Rivelazione, le parole che Giuseppe aveva rivolto ai suoi fratelli quando si incontrarono in Egitto: "In verità vi dico, come mio fratello Giuseppe disse: 'Oggi non ci saranno né rimproveri, né recriminazioni. Dio vi perdona e Lui è il più Misericordioso dei misericordiosi".

Fra le donne che vennero a rendere omaggio al profeta c'era anche Hind bin 'Utbah. Nascose la faccia per paura che il Profeta la condannasse a morte prima che potesse abbracciare l'Islam. Così si rivolse a Maometto: "O messaggero di Dio, sia lodato Colui che ha portato in trionfo la religione che anch'io ho scelto". A questo punto scoprì il volto e si presentò come: "Hind, la figlia di Utbah". Il Profeta rispose semplicemente: "Sii benvenuta" e la perdonò.

L'incontro del profeta con Hind avvenne durante una guerra. Hind aveva vendicato l'uccisione del padre e di altri membri della sua famiglia incoraggiando l'uccisioAne dello zio del Profeta che aveva ucciso i parenti di Hind in battaglia. Aveva quindi mutilato il corpo di Hamzah. La reazione iniziale del profeta fu di rabbia al punto da decidere di infliggere violenza a trenta uomini della tribù dei Quraysh. Ma quando il verso del sacro Corano gli venne rivelato. Dio gli insegnò che anche se una risposta commisurata è accettabile nell'Islam, secondo l'impostazione della giustizia punitiva, nel caso di una violenza subita, è molto meglio essere pazienti, superare la rabbia ed infine affrontare le azioni passate che ormai sono irreversibili con il perdono. Il profeta si comportò con Hiond proprio come la Parola gli aveva rivelato. Mise da parte la propria rabbia ed esercitò pazienza. Rientrando vittoriosamente alla Mecca aveva due alternative: punire Hind per l''atto di violenza commesso contro il suo amato zio o perdonare l'omicida. Scelse di perdonare rispettando quanto viene chiaramente indicato in un altro versetto del Corano:

"Chi poi perdona e fa pace fra sé e l'avversario, glie ne darà mercede Iddio, perché Dio non ama gli iniqui" (Il Corano, XLII, 40).

Conclusioni: insegnamenti dai profeti e bisogno di re-incantesimo?
Cercherò di ricavare alcuni insegnamenti da queste tre storie, evitando di entrare nel merito di un esercizio complesso e difficile quale sarebbe mettere a confronto dal punto di vista religioso i modi in cui i tre profeti hanno affrontato gli omicidi, compito reso più difficile dalla diversità in termini di contesti, ethos, personalità e momenti storici.

E' evidente che un elemento comune a queste storie è che la violenza va fermata. Il Budda fermò Angulimala, Gesù fermò l'apostolo, Hind fu fermata dalla vittoria di Maometto.

Una seconda osservazione può essere fatta a proposito dAel metodo utilizzato dal Budda in questa storia, che è di natura trasformativa in quanto riesce a cambiare un individuo che era un assassino con una storia sanguinosa alle spalle in un monaco che riuscirà ad ottenere l'illuminazione.

Una terza osservazione, a proposito dell'apostolo di Gesù, mette in luce che l'apostolo non divenne un assassino. Il metodo è qui essenzialmente preventivo perché riesce a prevenire che qualcuno si trasformi in un assassino. L'atto preventivo di Gesù crea forse le condizioni per evitare l'escalation della violenza e realizzare il suo destino che lo porta alla croce.

Come quarta osservazione, va notato che Maometto viene chiamato a confrontarsi con un atto già avvenuto, un atto che lo riguarda personalmente e che potrebbe avere conseguenze politiche se trattato con mancanza di saggezza. Parafrasando Hannah Arendt (1989), uno dei due problemi fondamentali della condizione umana è che quel che è fatto è fatto. Il passato è irreversibile. La questione è dunque come continuare a vivere. Arendt afferma che la sola via per vivere con un passato irreversibile è di perdonare. In questa prospettiva, il metodo del Profeta Maometto può essere definito liberatorio perché consente agli esseri umani di liberarsi dalla tirannia delle azioni di un passato irreversibile. Perdonando il nemico, atto di alta pietà spirituale o necessaria scelta politica, può forse realizzarsi la possibilità di una comunità politica più pacifica dove amici e nemici, assassini e vittime possano vivere fianco a fianco.

In un mondo fatto a pezzi da diverse forme di violenza - diretta, strutturale, culturale - il paradigma profetico suggerisce che le alternative pacifiche alla violenza hanno bisogno di prendere in considerazione sia gli individui, sia i collettivi, il pasAsato e il futuro. Per riuscirci, tali alternative devono poter essere allo stesso tempo trasformative, preventive e liberatorie.

Va anche notato che ciò di cui abbiamo bisogno non sono solo insegnamenti da queste fonti religiose, ma anche occasioni per le persone comuni in un mondo divenuto disperatamente frammentato e per le menti tristemente colpite dall'esilio di re-incantesimo. Gli insegnamenti vanno appresi, ma per poter apprendere abbiamo bisogno di essere vivi e capaci di farci affascinare. Storie come quelle riprese in questo articolo possono forse offrire un'occasione di re-incantesimo, specialmente per chi vive una fede religiosa. In questo senso, con un tocco profetico, le lezioni apprese potranno essere utilizzate per guarire ed indurre cambiamenti per un mondo migliore.

 

Torna su Stampa l'intervento

Jan Øberg: "Impegni e movimenti per la pace ad inizio secolo"

1. I movimenti per la pace vanno, vengono e cambiano
Mentre i movimenti pacifisti vanno e vengono, il desiderio di pace della gente è un punto costante per la società civile. Che ci sia la pace e che esistano dei movimenti dipende interamente dalle definizioni che usiamo. La pace può essere in una situazione, in una struttura, in valori invisibili e nella rivelazione di un attimo. Non deve essere necessariamente costruita da un attore o da un gruppo.

L'impegno e i movimenti pacifisti sono un fatto globale. In questo saggio, tuttavia, mi concentrerò soprattutto sui movimenti in Europa. Ci sono molte ragioni per cui il movimento della pace, o meglio i movimenti, degli anni '70 e '80 sono scomparsi:

Infine, l'aspetto forse più importante per capire perché il movimento(i) pacifista scomparve dopo il 1990 riguarda:

2. Movimenti superficiali e profondi
Usando una valida distinzione del filosofo norvegese studioso di Gandhi, Arne Naess, quella tra valori "profondi" o "superficiali", impegno e movimento, si potrebbe dire che i movimenti per la pace che marciarono per le strade, di certo contribuirono a smantellare la struttura della Guerra Fredda e portarono per buona misura al disarmo, ma, per alcune delle ragioni descritte sopra, non furono di fatto un movimento profondo.

D'altro canto è invece sempre esistito un movimento più profondo, molto meno visibile, più piccolo e diversificato, diciamo più "fondamentalista", che può essere identificato con il motto della "filosofia della non violenza", del Gandhianesimo, del rispetto per la vita, del rispetto dei compagni e dei nemici. Una filosofia che si può manifestare tanto nelle pratiche di non violenza degli attivisti, quanto nella vita di tutti i giorni, nella vita monastica ed anche in modelli diversi di vita, nell'aspirazione a vivere in armonia con la Natura e con altre culture.

In ogni società, perfino quelle in guerra, troviamo un potenziale di pace che è stato coltivato da generazioni, ma sempre negli angoli più umili della vita sociale e spesso religiosa. Lo troviamo anche in letteratura, musica, arte, teatro ed in altre espressioni culturali. Esso è un enorme serbatoio al quale si attinge in tempi di crisi e guerre.

Non è organizzato, non ha slogan o programmi politici. Non ha un unico obiettivo o strategie particolari per la vittoria. I suoi leader non vengono eletti e non sognano di raggiungere alte posizionAi politiche. Chi pratica una pace profonda, cerca di camminare "in punta di piedi" sulla Terra.

A praticare la non violenza sono, prima di tutto, molti cittadini ordinari in qualsiasi società in tutto il mondo. C'è ovunque una società fatta di persone che, anche se completamente sconosciute, pensano ed agiscono secondo principi di vita orientati alla pace ed agiscono così sia nelle piccole sia nelle grandi questioni. Pensiamo ad esempio ai Quaccheri, a vari leader spirituali, scrittori e filosofi, dissidenti ed altri cittadini che hanno il coraggio di imporsi contro la loro società e le politiche violente dei loro governi. Pensiamo a quelle persone ed organizzazioni costruite su una solidarietà genuina che dedicano una buona parte della loro vita agli altri, a coloro che soffrono.

Il movimento vero non è in costante competizione o confronto con la classe dirigente. Non agisce contro, ma a favore di una visione più ampia. Non lo fa razionalmente ma lo fa sperimentando e dando in primo luogo un buon esempio agli altri, piuttosto che costringendo o persuadendo a seguirlo.

Credo che questo sia il vero movimento per la pace sostenibile, visto in una prospettiva macro- storica. Un movimento che non fluttua con gli eventi del mondo, non è miope, egoistico o esclusivamente spirituale. E' un movimento profondo che agisce nel lungo periodo e non appare al grande pubblico o ai mass media. Senza un tale movimento il mondo è destinato seriamente a cadere a pezzi, forse ancor più rapidamente.

Il vero movimento per la pace non ha i tratti di un movimento che si muove, ossia che cresce e muore. Esiste semplicemente perché i suoi membri non possono fare altrimenti. Per loro è una ragione di vita basata su principi che di fatto sono caratterizzati da stabilità e quindi cambiano poco nell'arco della vita uAmana. Alcune volte è sotto corrente, altre controcorrente. Semplicemente esiste.

In breve, il movimento pacifista è scomparso? Sì, se lo definiamo in un unico modo. No, se lo definiamo diversamente.

3. Paradigmi vecchi e nuovi - e Miti
L'antica sfida di pace e sicurezza aveva a che fare con il modo in cui le nazioni affrontavano le minacce provenienti da altre nazioni, per mezzo di armi e strategie che avrebbero scoraggiato i nemici. Era un sistema creato per essere definito e monopolizzato dagli stessi apparati statali, dai governi e dal potere militare.

Mentre i movimenti pacifisti degli anni '70 e '80 si concentrarono sulle armi, raramente si recavano sul posto ad aiutare le persone sofferenti in guerra. Dimostrarono e protestarono contro la guerra in Indocina ed il colpo di stato in Cile o le invasioni in Cecoslovacchia e Afghanistan, ma pochi andarono sul posto per alleviare le sofferenze delle popolazioni colpite. Quello che chiamavamo movimento pacifista marciò per le strade, scrisse libri, motti e canzoni, protestò contro il governo e rimase però a casa. Gli attivisti per la pace combatterono contro le armi di distruzione di massa senza che la maggior parte ne avesse mai vista una.

Oggi, la sfida per la pace e la sicurezza è insita nelle dinamiche della società, nella storia, nelle dimensioni umane dell'esistenza, nei cambiamenti delle strutture sociali e della comunicazione. Questo nuovo tipo di sfida è quindi molto più sociale, socio-psicologico e richiede la conoscenza degli uomini e delle loro società. La vecchia pace era "fra" le nazioni e molto meno "fra" o "negli" stati e la società umana.

Oggi, chi è attivo per la pace marcia e critica molto meno il governo ma viaggia di più nei luoghi dove c'è violenza. C'è A un contatto umano diretto, lavorare per la pace oggi significa essere lì come volontario in missione umanitaria, come inviato di una ONG esperta nella risoluzione dei conflitti, come educatore per la pace, come esperto in non violenza. Questo implica che l'obiettivo e i metodi siano cambiati. Ora chi è attivo per la pace è più selettivo e concreto, rispetto al vecchio pacifismo che era più etico, distante dall'oggetto, conflittuale con la classe dirigente, più "anti".

In poche parole, se il mondo aveva prima bisogno di strateghi, ora ha bisogno di storici, psicologi, antropologi e altre professionalità con un background culturale di scienze sociali, per spiegare cosa sta accadendo. Ancor di più, il mondo ha bisogno di professionisti in un campo dove pochi se ne trovano: analisi e risoluzione dei conflitti, mediazione e costruzione di pace.

Gli attori che fanno parte dell'apparato statale, tra cui i ministri della difesa e strutture come la NATO, non amano tuttavia l'ingerenza di queste professionalità. Essa potrebbe significare la fine del monopolio che detengono sulle definizioni dei "veri problemi" nonché del loro significato e dei mezzi per risolverli. In sostanza, si potrebbe dire che la NATO sia alla ricerca di una nuova ragion d'essere dalla fine del periodo storico caratterizzato dall'Unione Sovietica e dal Patto di Varsavia. L'unico modo in cui i governi operano oggi è invadendo uno spazio nel quale non hanno praticamente alcuna competenza, definendo il problema in modo da rimanere in una posizione piuttosto centrale. Come avrete intuito siamo davanti al "management dei conflitti" od anche "imposizione della pace".

I governi ed i loro diplomatici non sembrano preoccupati dal fatto di trattare problemi ed ambiti intellettuali nei quali non hanno né esperienza né A una particolare competenza professionale. Ci viene detto ogni giorno che una politica di pace significa intervenire, con mezzi più o meno violenti, nel conflitto di qualcun'altro; tuttavia, i ricchi paesi occidentali non sono più minacciati da invasioni, e non prendono parte a questi conflitti localizzati e lontani.

I "manager" dei conflitti si sono quindi arrogati il privilegio di dire alle parti in conflitto cosa fare per evitare la violenza o per fermarla se è già in corso. I diplomatici elaborano piani di pace, ristrutturano intere economie e si fanno portavoce verso il mondo intero di due importanti argomentazioni per giustificare il tutto.

Con la prima, solitamente sostengono che i loro Stati non sono responsabili storicamente per i conflitti in atto. Attribuiscono quindi a dinamiche "interne", al "fallimento degli Stati", a cause "ancestrali" od addirittura "diaboliche" la responsabilità del conflitto. In verità, ci dicono che ci sono due mondi diversi e ciò basta per giustificare la teoria dell'interdipendenza e del "villaggio globale" interconnesso.

Con la seconda, sostengono di essere in Iraq, in Somalia, nei Balcani, sostanzialmente o addirittura esclusivamente per creare la pace. E così, improvvisamente non ci sono altre cause strategiche o motivi economici, non ci sono motivazioni legate alle esportazioni di armi od ai servizi segreti e nessun riferimento al loro bisogno di ri-definire la propria sicurezza attraverso il "management" dei conflitti ed il mantenimento della pace tramite la NATO.

Di conseguenza, ci ritroviamo con una visione del mondo dualistica: da un lato ci sono zone di conflitto, leader demoniaci, Stati falliti che generano tutti i problemi, dall'altro ci siamo noi - scelti da Dio per portare la pace - noi che non abbiamo nessuna responsabiAlità in termini sia storici sia contemporanei per questi conflitti e quindi abbiamo la missione morale di aiutare le popolazioni in conflitto a vivere in pace.

In poche parole, la Guerra Fredda si basava su pochi miti e su uno in particolare: i buoni "noi" ed i cattivi "gli altri". Anche il post-Guerra Fredda si fonda ugualmente su un Grande Mito: i portatori di pace "noi" ed i fautori della guerra "loro". Entrambi i miti forniscono all'Occidente un ardore quasi missionario ma soprattutto la possibilità di definire un'identità per contrapposizione, con in più tutta una serie di giustificazioni per ogni tipo di violenza.

In una prospettiva di lungo periodo, naturalmente, questo sistema è destinato a creare conflitti tra la società civile e chi in essa lavora per la pace da una parte, ed i governi che sono e rimangono i principali fautori della guerra e allo stesso tempo si considerano i risolutori di questi conflitti, dall'altra. Tutto ciò è personificato nella NATO, che da una parte distrugge con gli armamenti nucleari e dall'altra risolve i conflitti.

In tutto ciò, è possibile intravedere l'embrione di una nuova Guerra Fredda, diversa e più complessa. Ma la struttura essenziale è uguale alla precedente.

4. Un conflitto complesso: dal movimento per la pace alle azioni di pace
Per chi lavora per la pace tutto ciò significa una sfida molto più complessa e un maggior bisogno di professionalità. Io credo che il "movimento per la pace" tornerà solo se ci rendiamo conto della minaccia di una guerra più grande tra i più grandi poteri, che non credo accadrà. Dovremmo auspicare più che un movimento, un più ampio, diversificato lavoro per la pace.

Ad un livello più supAerficiale, il lavoro per la pace ha l'obiettivo di ridurre la violenza dalla vita di tutti i giorni. Ad un livello più profondo dovrebbe educare alla pace, ad una filosofia di non violenza, ad alleviare le sofferenze, a creare una maggiore comprensione della riconciliazione e del perdono (piuttosto che della vendetta) e dovrebbe impegnare gli attori sociali in un processo di costruzione di pace per mezzo di una cultura di pace tra la società umana e con la Natura.

La sfida per la pace si è diversificata nel corso degli anni. Così come le politiche di sicurezza sono passate dalle armi alla gestione dei conflitti sottostanti, che è già in sé un passo in avanti in termini di comprensione e di azione, lo spettro delle possibili azioni di pace è enormemente aumentato. Il movimento per la pace e le organizzazioni generalmente attratte dai media sono meno presenti dei piccoli gruppi, il cui impegno è più compatibile con una pace a lungo termine.

E così il lavoro per la pace oggi può aver luogo in regioni in conflitto, tra persone che soffrono; può ambire a rafforzare e (ri)creare la società civile; può lavorare per aumentare la comprensione e il rispetto interculturali tra società sempre più miste anche in Occidente, e concentrarsi sui rifugiati ed i lavoratori immigrati. Il suo obiettivo può essere di costruire delle comunità all'interno delle grandi città, che convivano pacificamente e responsabilmente con persone e culture diverse e con la stessa Natura.

La caratteristica principale è che il lavoro per la pace prova a creare alternative all'odierna, mondiale, cultura di violenza, e lo fa in modo concreto, con l'azione e non con correnti di pensiero o solo sulla carta. Chi lavora per la pace oggi si impegna a fare qualcosa di piccolo per quel più grandeA obiettivo che è la pace mondiale, mentre in passato era una persona che fronteggiava direttamente la minaccia principale ossia la distruzione nucleare. Vorrei aggiungere che, secondo me, ciò include un esplicito dedicarsi alla non violenza sia nelle finalità sia nelle azioni, nonché nei pensieri e nelle parole; tuttavia, mi rendo conto che in certe situazioni, ci possa essere una certa genuina "concettualizzazione" della pace che sia un po' meno "fondamentalista" nei valori. La pace deve rimanere un'idea pluralista, multi culturale e mai corruttibile.

Ciò è compatibile con l'orientamento odierno del nostro tempo: l'individuo e non la collettività, ed esprime il carattere particolare dell'epoca del post-Guerra Fredda. Si potrebbe quasi parlare di un "mercato della pace", per quanto superficiale possa apparire, con numerosi consulenti, con piccole e grandi ONG che vendono la loro conoscenza in uno degli ambiti relativi alla pace ai governi, con organizzazioni internazionali tramite Internet, ed altri.

Alcune persone o organizzazioni non sono state coinvolte nei movimenti pacifisti antecedenti, altre hanno sostituito il radicalismo di un tempo con il "politically correct". Ad esempio, se l'opinione diffusa dai mass media è che quello Bosniaco sia il conflitto più importante d'Europa e che le uniche vittime sono quelle Musulmano-Bosniache, tutti gli aiuti sono concentrati a Sarajevo, come hanno fatto circa 500 ONG dopo l'accordo di Daytona-Parigi del dicembre 1995. Allo stesso tempo, il bisogno d'aiuto della popolazione a pochi chilometri di distanza, viene ignorato, come accade ad esempio a Brcko. In poche parole, la CNN è per il mercato della pace/guerra quello che gli spot commerciali sono per i beni di consumo e le industrie di intrattenimento, soddisfando così l'impegno del "politicAally correct".

5. L'impegno per la pace "politically correct" nella ex- Yugoslavia
Il prezzo per tutto ciò sembra essere che le persone e le organizzazioni impegnate per la pace ignorino sempre più le più ampie strutture di violenza globale da un lato, e gli ideali per una pace genuina in futuro, dall'altro. Allo stesso tempo, si sacrifica la critica del nucleare, del militarismo, dell'interventismo e di altri mezzi violenti che non sembrano diminuire, come si è visto in tempi recenti.

L'odierno lavoro per la pace non sembra avere dei comportamenti o dei valori espliciti comuni. Né le persone impegnate sembrano criticare esplicitamente i governi, presumibilmente perché appartengono a quella generazione che oggi è al potere e perché le ONG più o meno dipendono finanziariamente dallo Stato o da organizzazioni intergovernative. Si può dire che oggi alcune organizzazioni non governative siano di fatto organizzazioni quasi-governative.

Alcune persone, e anche chi scrive, sono rimaste esterrefatte dalle lievi critiche mosse da chi lavora e ricerca per la pace a ciò che i governi hanno fatto in nome della pace.

Ecco alcuni esempi di fatti recenti: l'espansione della NATO; i bombardamenti compiuti qua e là dagli Stati Uniti e da altri membri NATO; un'analisi semplificata, in bianco e nero, di complessi conflitti da parte dei governi e dei mass media; oscure immagini mediatiche di "bravi ragazzi/cattivi ragazzi; il sistematico sottovalutare le Nazioni Unite come garanti di pace; il perdurante nuclearismo; le spese militari e l'esportazione di armi mai state così alte negli Stati Uniti; il quasi totale fallimento delle politiche di riforma e di cooperazione dell'Occidente (UE e Stati Uniti) nei confronti della Russia; la nuova politica interventista di piccole nazioni Acome la Danimarca e la Norvegia che ora approvano i bombardamenti contro l'Iraq e la Serbia senza richiedere prima l'approvazione delle Nazioni Unite.

Per quanto riguarda l'ambito civile, raramente il mercato e il potenziale conflittuale che esso genera sono oggetto della ricerca e del lavoro per la pace e così la "globalizzazione", la creazione di un'economia autoritaria e totale, viene indicata come risposta alla povertà, al mancato sviluppo e allo sfruttamento, e come unica via d'uscita da quella che probabilmente è la peggiore crisi economica e finanziaria nel mondo dopo quella del 1929. Pochi prestano attenzione alle connessioni esistenti tra queste dinamiche e quelle dei cosiddetti "conflitti etnici".

La lista potrebbe essere più lunga, ma il punto è che nessuno di questi ha suscitato una critica intellettuale ed etica proporzionata al significato storico e alle potenziali conseguenze a lungo termine, per non parlare dei valori sottostanti a questi fatti.

Sembra che via sia sempre meno interesse ad affrontare pubblicamente tali questioni. Ancor di più, tali dibattiti tendono ad essere monopolizzati dai governi e media come la CNN (la quale è spesso criticata) che sempre più creano un'industria di informazione e "verità" strettamente legata ai poteri militari, economici e politici dei Paesi occidentali.

Nella ex- Yugoslavia, per essere più concreti, la comunità internazionale di attivisti e ricercatori per la pace, praticamente approvò l'imposizione della pace ed ogni "piano di pace" negoziato ed imposto ai cittadini dai mediatori internazionali e dai presidenti locali, senza nessuna consultazione. Non è proprio il modello per una futura democratizzazione!

La Croazia ebbe il "permesso" di scacciare 250.000 legittimi cittadini croati di origine serba, Acon l'aiuto esplicito degli Stati Uniti, il più grande atto di pulizia etnica nella regione dal 1991. I pacifisti andarono a Sarajevo per mostrare solidarietà con la parte bosniaca che di certo aveva sofferto di più, ma che aveva a sua volta anche combattuto guerre odiose contro tutte e tre le parti: i bosniaci croati, i serbi bosniaci e contro il loro "dissidente", il leader musulmano Fikhret Abdic. Allo stesso tempo, i bosniaci sostenevano di essere praticamente disarmati e di aderire ad ideali e a politiche assolutamente multi culturali e democratiche.

In assenza di qualsiasi critica o di un qualsiasi piano di pace alternativo, immaginato o reale, i pacifisti accettarono perfino che gli accordi di Daytona fossero un piano di pace, addirittura il migliore che si potesse immaginare. Non lo era allora e non lo è ora. Nessuno dovrebbe considerarlo tale. Esso ha portato al prevedibile risultato di una "occupazione" o "protettorato" di autorità internazionali come il Gruppo di Contatto, l'Ufficio degli Alti Rappresentanti ecc., e tutto ciò spalleggiato dall'IFOR, più tardi SFOR. E' una pace calata dall'alto, senza consultazioni con i cittadini, senza una vera democrazia, né riconciliazione o processo interno, con una costituzione scritta da legislatori americani, con le maggiori istituzioni gestite da stranieri. Un processo senza costruzione di pace, senza educazione né ricerca di pace, senza il desiderio di creare uno slancio per una società civile basata sulla pace e lo sviluppo. E fu firmata da tre presidenti, nessuno dei quali era un legittimo rappresentante della popolazione che vive nell'appena riconosciuta Bosnia Herzegovina. In breve, la negazione di quello che un professionista del campo chiamerebbe pace.

Ma la cosa peggiore è che non ci fu alcun aiuto per la società civile e il 98% diA cittadini perfettamente sani, proprio quando ce ne sarebbe stato più bisogno. Si sente spesso dire che l'accordo di Daytona fu però in grado di fermare i combattimenti, la violenza diretta. E' vero, ma non reggerebbe se lo SFOR se ne andasse. Nella migliore delle ipotesi Daytona è un accordo multilaterale di "cessate il fuoco". Dobbiamo avere il coraggio di chiedere per il futuro dei piani di pace migliori.

La maggior parte degli attivisti e degli intellettuali pacifisti si preoccupò poco dello sviluppo degli eventi in Croazia, una nazione che non ha ancora fatto pace con il suo passato fascista e che anzi lo celebra pubblicamente e ne riabilita i leader della Seconda Guerra Mondiale. Per anni, la situazione nella Slovenia dell'Est catturò poco l'attenzione dei media e, di conseguenza, degli intellettuali e attivisti che non risiedevano lì (mentre numerose ONG si sforzavano di costruire la pace nella Slovenia Occidentale).

Chi lotta per una pace autentica non dovrebbe difendere i leader serbi nella Krajina croata, in Bosnia o in Serbia. Ma dovrebbe essere in grado di distinguere tra un processo di pace calato dai governi e un processo che riguarda la società civile e dovrebbe capire che anche i cittadini serbi hanno sofferto, devono godere dei diritti umani e di far parte di un processo di pace globale. Questo è stato loro negato, a differenza di altri popoli e nazioni.

In Kosovo, nel gennaio 1999, prevalsero le spiegazioni più semplificate di un conflitto antico e che non è iniziato nel 1989. La maggioranza dei pacifisti, tra cui i difensori dei diritti umani, avevano espresso solidarietà con gli albanesi kosovari i quali, come i bosniaci in Bosnia-Erzegovina, avevano certamente sofferto una violenta repressione che durava da anni, ma non senza una ragione. A parte poche eccezioni, i pacifisti non sono stati in gradoA di prendere le distanze sia dalla brutalità dei militari, paramilitari e forze di polizia serba, sia dagli stessi militanti kosovari-albanesi e dal KLA/UCK. Ancora una volta, un conflitto complesso che può essere visto in una varietà di sfumature, è stato ridotto alla prospettiva piuttosto banale in cui una parte è bianca e una è nera, e risolvere il conflitto significa punire quest'ultima.

Dov'era il criticismo intellettuale durante il cosiddetto "accordo" Milosevic-Holbrook riguardante il Kosovo? Esiste un dibattito qualificato che riguardi il processo di pace e la mediazione condotta in quell'area dall'OSCE e dall'ambasciatore americano in Macedonia, Christopher Hill? In sostanza, sembra che vi sia ancora bisogno di criteri, di standard per giudicare se l'analisi di un conflitto, di una mediazione e di un processo di pace è professionale oppure dilettantistica.

In altre parole, sembra che i pacifisti siano più inclini ad un'analisi tra buoni e cattivi, piuttosto che ad un'analisi ed indagine di conflitti che presentano dinamiche e problemi complessi. Essi sono stati inoltre stranamente acritici di ciò che la cosiddetta comunità internazionale ha fatto. Sembra che manchino i criteri, i metodi di gestione e risoluzione dei conflitti e di creazione di piani di pace, e questo sia in termini intellettuali sia in termini più attivistici e politici. Se gli intellettuali, i politici e le ONG si comportassero in maniera così superficiale nell'ambito dell'economia o della medicina, il mondo sarebbe un luogo piuttosto inquietante...

6. Ora è tutto più difficile
E' facile essere critici, come lo sono io ora, nei confronti di queste politiche di pace contemporanee, siano esse governative o non governative. In un certo senso era ancora più facile prima: due blocchi, regole delA gioco ben definite, il nucleare e le altre armi erano cattive, il conflitto tra essi non fu però affrontato. L'obiettivo non era trasformare o risolvere il conflitto tra l'Occidente e l'Est, si trattava di mantenere il conflitto e non di risolverlo.

Ora tutti sono chiamati a gestire conflitti. I governi, le ONG e gli intellettuali definiscono la sicurezza in termini di capacità di governare i conflitti con l'intenzione di risolverli in un modo o nell'altro. Mentre l'antico conflitto durante la Guerra Fredda tra Est e Ovest non aveva mai implicato che le parti si affrontassero l'una contro l'altra militarmente, le fazioni nei conflitti odierni si sbranano letteralmente.

Pertanto ciò che è nuovo è l'urgenza. "Basta alle uccisioni" è una nuova richiesta pubblica che non esisteva direttamente nell'antica situazione di Guerra Fredda perché le due parti non si combattevano direttamente (anche se lo facevano per procura). Era una guerra fredda.

Oggi le notizie e le informazioni viaggiano più velocemente che mai. C'è poco tempo per le analisi e per la protesta pubblica, per "fare qualcosa" rapidamente, che di raro è la cosa più giusta da fare. Ognuno si sente "iperimpegnato", esiste lo sforzo di chi dona ed esiste in effetti lo sforzo conflittuale di chi tacitamente si chiede "come può la gente nel mondo continuare a compiere questi atti disumani ad altri esseri umani?".

Assistiamo alla fatica pubblica di chi dice "non vogliamo analisi complesse ed argomentazioni a favore o contro, vogliamo solo che qualcuno vada lì e fermi quel conflitto". Ed assistiamo al timore tra i cittadini ricchi e protetti delle società occidentali, che si chiedono: "tutto questo può succedere anche qui, il mondo sta lentamente cadendo a pezzi, stiamo andando veArso la rottura della civiltà?". Sono domande diverse da quelle della vecchia Guerra Fredda, "verremo tutti uccisi in un inverno nucleare'" ma che sorgono sempre più dalla stessa profonda, assillante paura di essere minacciati, il timore che la mia vita possa cambiare in modo insopportabile, violento e rapido, e in modi che non posso assolutamente controllare.

7. Conclusioni: le sette "parole d'ordine"
L'epoca in cui viviamo è caratterizzata da una transizione globale, perciò la chiamiamo "epoca post Guerra Fredda", un termine che indica semplicemente una sequenza temporale ma non una (nuova) qualità dei nostri tempi. Ma lasciatemi dire, per concludere, qualcosa che riguarda i modi in cui io credo si possa promuovere una vera pace.

- Pensiero di pace e le sette "parole d'ordine".

E' tuttora essenziale sentire, meditare e analizzare la pace sia quando essa è manifesta, sia ricercarla quando è solo un potenziale. E il pensiero è inseparabile dalle emozioni e dal vivere, fare, esperienza di pace. Abbiamo tuttora l'enorme compito di colmare il divario tra un pensiero e una pratica di pace teorico e pratico. E' ancora lunga la strada per noi pacifisti, verso un movimento che sia più costruttivo e meno critico, più pro- attivo che re- attivo.

E' a questo punto che le sette parole entrano in gioco, sette parole a cui penso quando ne ho bisogno: Compassione, Presa di Coscienza, Costruttivismo, Conciliazione, Impegno, Comunione, e Contemplazione. Furono elaborate come un tutt'uno con un preciso significato da Tow Swee- Hin e Floresca- Cawagas in "Weaving a Culture of Peace" ("Tessendo una cultura di pace", in "Peace Education and Human Development", pubblicato da Horst Lofgren, Università di Lund, 1A995).

- Educazione alla pace.

Io credo che l'umanità debba imparare a vivere in modo più pacifico, credo in ogni tipo di educazione che promuova la pace, poiché la pace si costruisce all'interno di altre materie a tutti i livelli, dalla casa all'asilo a pratiche educative che durano tutta la vita e che si concludono in una sorta di saggezza e contemplazione in tarda età.

Tendo a vedere la pace come uno sforzo di civilizzazione che non si conclude mai, per imparare a convivere con le nostre differenze in modo sempre meno violento. Con ciò intendo ogni tipo di differenza: biologica, di razza, personalità, nazionalità, istituzioni, cultura ecc. Con non- violento io intendo un processo strutturale, direttamente personale, psicologico, culturale, e di civiltà.

La "Prevenzione dei conflitti" non ha senso. Ciò che vogliamo evitare non sono le differenze ma la violenza che si genera a contatto con la differenza. Senza i conflitti in noi stessi, non ci sarebbe maturità. Senza i conflitti nei confronti dei nostri cari non ci sarebbero cambiamenti, novità ed esperimenti. Senza i conflitti politici e sociali non ci sarebbe motivo di combattere per la democrazia. Senza conflitti non ci sarebbe libertà. La sfida sta proprio nell'imparare a contrastare e convivere, o vivere, con i nostri conflitti come creature civili.

- Lavorare per la pace.

Una pratica concreta di servizio per alleviare chi soffre a causa di diversi tipi di violenza. Che sia in zone di guerra, nel vicinato, nel riciclare così non distruggiamo la natura. Credo che sia un impegno quotidiano che tutti possono praticare, al di là dell'educazione, della professione o del credo politico. Ma, per avere successo, per così diAre, dobbiamo imparare le regole di base, allenarci, leggere, pensare ed ascoltare, in breve, dobbiamo diventare più professionali.

Credo che sarà sempre più importante educare i media e lavorare con loro per scopi educativi. Esistono nuove affascinanti possibilità offerte da Internet, dalla posta elettronica, dai gruppi di discussione, dalle azioni delle reti per un'azione globale. La Campagna contro le mine è stato il primo bell'esempio di questo potenziale. Le nuove tecnologie permettono di integrare l'apprendimento a nuovi ambienti, ma dovrebbe sempre essere unito all'incontro umano e con il viaggio in spazi reali e non solo virtuali.

- Vivere in pace

O meglio, vivere con coscienza: la capacità di mantenere una certa distanza da se stessi e sorridere e ridere e godersi la vita, nonostante tutto. Non sto parlando di dualismo o di essere egoisticamente felici mentre qualcun'altro soffre. Parlo di una sorta di impegno Gandhiano a seguire , per quanto possiamo, la voce interiore che ci dice cosa è giusto fare. Se non sentiamo una voce interiore ma solo una carriera esterna, allora dobbiamo scegliere un'altra professione che la pace. La citazione di Gandhi che introduce questo saggio significa che dobbiamo vivere in modo più disinteressato possibile. Nel pensiero di Gandhi, il distaccamento non significava egoismo ma "indifferenza" dal godere dei frutti di un'azione.

Per me significa anche fare qualcos'altro che non sia lavorare per la pace, per essere in grado di lavorare meglio per la pace. Si può dipingere, ascoltare musica, meditare, stare con gli amici e i cari o camminare riflettendo nella natura, anche in quella selvaggia, per migliorare la propria capacità, abilità, empatia e unità con quel Tutto di cui noi siamoA parte, per conservare una pace interiore.

Dobbiamo assolutamente ottenere un senso di proporzione nella vita, per comprendere per cosa è realisticamente necessario combattere e sperare di raggiungere, e per continuare ad essere persone felici, come Sisifo che, come ricorderete, ha superato l'illusione di poter riuscire a far rotolare la pietra e mantenerla ferma, ma continua ad essere felice. Ciò significa, tentare e ritentare in continuazione.

Poiché non sappiamo che la pace è impossibile, dobbiamo provare. Forse un giorno la pietra resterà sulla cima. Sappiamo solo che lo sforzo è permanente e che ciascuno di noi può contribuire, non attraverso uno sterile criticismo o odio, poiché diventiamo ciò che odiamo, ma tramite la fiducia, la visione, per mezzo dell'empatia e delle sette "parole d'ordine", e anche attraverso il sogno di un mondo migliore per tutti.

E così, un nomade intellettuale equipaggiato con l'attrezzatura mentale di Sisifo e le sette parole d'ordine mi sembra essere un valido modello per gli attuali movimenti pacifisti e per il lavoro per la pace, la giusta via nel Terzo Millennio.

 

Torna su Stampa l'intervento

Alex Zanotelli: "E' necessaria una lotta alla militarizzazione" (sintesi)

"L'obiettivo principale che la società civile deve porsi è la lotta allo spirito di militarizzazione, opponendosi alle potenti lobby delle armi". "Le armi sono il cuore dell'Impero".

"Stiamo assistendo - afferma Alex Zanotelli - ad una militarizzazione dell'economia; i 750 miliardi di dollari che verranno spesi quest'anno per le spese militari da USA e UE servono in realtà a proteggere lo stile di vita del mondo occidentale e l'appropriazione da parte del 20 % della popolazione mondiale dell'83 % delle risorsAe della terra. Se questo lo ha capito anche Michel Camdessus, ex-direttore del Fondo Monetario Internazionale, non è possibile che non lo capiscano tutti". L'obiettivo principale che la società civile deve porsi - continua Zanotelli - è la lotta allo spirito di militarizzazione, opponendosi alle potenti lobby delle armi. Se al Pentapartito andavano il 10- 15% delle tangenti sulle armi, si chiede Zanotelli, quanto va oggi al Governo Berlusconi?".

Zanotelli ha portando la sua testimonianza sulle pratiche di nonviolenza nel Sud del mondo, dimostrando che esistono alternative possibili alle azioni violente. "A Nairobi dove l'ingiustizia è legalizzata - dice Zanotelli - sono finalmente nate le premesse per far cambiare le cose". La "Campagna per la terra", che ha coinvolto i baraccati di Nairobi, il boicottaggio contro la Del Monte, e adesso la Campagna dei fiori, volta a tutelare e a denunciare le misere condizioni di vita in cui vivono le lavoratrici addette alla coltivazione degli stessi, dimostrano, nella concretezza, che le cose possono cambiare per mezzo di azioni nonviolente.

Le alternative possibili esistono, sta quindi alla società civile formarsi, organizzarsi e procedere unita, perché nonostante tutto vinca la vita".

 

Torna su Stampa l'intervento

Pat Patfoort: "Trasformare la società: verso una pratica nonviolenta di gestione dei conflitti. Il potere di ciascuno di noi"

Numerosi conflitti di natura violenta e guerre nel mondo hanno luogo in situazioni in cui si scontrano due o più gruppi composti da etnie e culture diverse.
Ma anche sul piano individuale, le persone discutono costantemente e litigano quando si trovano ad esprimere diversi punti di vista, interessi, abitudini, valori o emozioni. Ciò accade nella famiglia, sul posto di lavoro, nelle riunioni, nei rapporti di vicinato, peAr la strada.
Sembra di solito difficile trovare il modo di gestire le differenze con altri, senza che ciò crei stress, rabbia, violenza, inquietudine e dolore.

Ci sono diversi modi per affrontare le differenze tra persone. Possiamo generalmente distinguere tra una via violenta e distruttiva ed una costruttiva e non violenta.
La maggior parte delle persone non conosce l'esistenza di questa distinzione né tantomeno sa concretizzare la via costruttiva e non violenta. Troppo spesso la gente si interessa di non violenza proprio quando è già nel bel mezzo di una crisi, che sia sul piano personale o su quello sociale. Quando si è in crisi è ancora possibile imparare a rendere concreta la "Trasformazione del Conflitto", ma è ovviamente una strada ben più difficile da attuare.

Affrontare le differenze: la via distruttiva
La situazione di partenza, sia in una situazione distruttiva sia in una costruttiva, è caratterizzata da (almeno) due diverse posizioni, che rappresentano diverse caratteristiche, comportamenti o punti di vista di due individui o di due gruppi di persone. Di per sé, questa situazione non rappresenta un problema.

Queste due diverse posizioni procedono secondo uno schema basato su un modello Maggiore-Minore o modello M-m: ciascuna delle parti cerca di difendere le sue proprie caratteristiche o comportamenti come migliore dell'altra o delle altre. Ciascuno si sforza di essere nel giusto, di dominare e di porsi nella posizione -M, ponendo nel contempo l'altra persona o gruppo nella posizione -m.

Le conseguenze di questo atteggiamento sfociano in tre meccanismi di violenza:

Il modello M-m è alla base della violenza. E' la radice della violenza (v. fig. 1).


L'aggressività è insita nella natura umana?
Comportarsi secondo il modello M-m è così frequente, sembra così normale, che spesso si ha l'impressione che sia l'unica via possibile. La maggioranza delle persone ritiene addirittura che ciò sia insito negli impulsi naturali della natura umana, nell'istinto dell'uomo. Ora, ciò che è insito nella natura dell'uomo è senza dubbio alla base del passaggio da una situazione iniziale di diversità di posizione, al modello M-m. E' l'istinto di conservazione, o di sopravvivenza, che ci spinge ad uscire dalla posizione m. Il bisogno di protezione e di autodifesa sono senza dubbio connaturati all'uomo, ma non necessariamente seguendo il modello M-m. Questa è solo una delle possibili strade per difendersi. E' la via che a prima vista sembra la più facile e probabilmente quella che è stata insegnata nella maggior parte delle società, fin dall'infanzia, che poi continua a crescere e a svilupparsi in tutti i modi possibili.

Un altro metodo per gestire la situazione di partenza di due diverse posizioni, è il modello dell'Equivalenza o modello E (v.fig.2). Questo modello è alla base della non violenza: anch'esso risponde all'istinto di auto conservazione proprio dell'essere umano. Il modello in Equivalenza, che è la non violenza, ci permette inoltre di uscire dalla posizione-m, per difendere e proteggere noi stessi, ma non a spese degli altri, né contro qualcuno, né attaccando, come accade nel modello M-m.

Pertanto ciò che è connaturato all'uomo è l'istinto di conservazione, non l'aggressività.


Il metodo costruttivo per gestire le differenze e i conflitti
Discuteremo ora di situazioni in cui al punto di partenza ci sono due diversi punti di vista, in cui due parti sono in disaccordo. Quando usiamo il modello Maggiore minore, chiamiamo questa situazione "conflitto".

Per imparare ad usare il modello dell'Equivalenza, dobbiamo studiare gli strumenti che esso offre e confrontarli con quelli messi a disposizione dal modello violento.

Nel metodo M-m si usano argomentazioni che noi avanziamo per cercare di avere ragione, di vincere. Tre importanti argomentazioni sono:
1. le argomentazioni positive: si presentano aspetti positivi del proprio punto di vista, per raggiungere la posizione M;
2. le argomentazioni negative: si evidenziano gli aspetti negativi del punto di vista dell'Altro, per sospingerlo nella posizione m;
3. le argomentazioni distruttive: si citano aspetti negativi dell'Altro, per spingerlo ancora più in basso nella posizione di inferiorità. Tra questi stratagemmi ci sono il razzismo, l'età, il sessismo. L'aspetto diverso dell'Altro (il colore della pelle, la gioventù o l'anzianità) viene citato come negativo e usato per svalutare l'altro punto di vista che di solito non c'entra nulla con le argomentazioni usate.

Usare argomentazioni è superficiale. Esse stimolano una crescita del conflitto, "soffiano" sul fuoco, per intenderci. Entrambe le parti usano qualsiasi mezzo a loro disposizione per rendere il proprio punto di vista più forte, sminuire l'altro e prevaricarlo. Usando questo metodo, non facciamo altro che ingigantire il conflitto ed esacerbarlo.

Il modello in Equivalenza invece lavora con i fondamenti, non con argomentazioni. Come la parola suggerisce, sono i fattori che sottostanno alle ragioni di entrambi A i punti di vista: le motivazioni, i bisogni, gli interessi, gli obiettivi, i valori che ciascuno possiede. Queste ragioni si comprendono per mezzo di domande che chiedono "Perché". "Perché ho questo punto di vista?" "Perché l'altro/a ha il suo?". Esplorando le ragioni per mezzo del metodo in equivalenza, si ha l'opportunità di comprendere il conflitto in profondità, piuttosto che rimanere imbrigliati nel metodo M- m che lo analizza solo in superficie. Spesso le ragioni sono inespresse, potremmo non esserne consapevoli, in ogni caso, esse sono presenti e individuarle è essenziale.

Risolvere un conflitto
Il modello Maggiore- Minore o quello di Equivalenza ci portano a gestire il disaccordo e il conflitto che ne scaturisce, in maniera completamente diversa.
Nel modello M-m esistono solo due possibilità: o sono io ad avere ragione oppure l'Altro. Ci troviamo in un sistema bidimensionale e ogni soluzione proposta o raggiunta conduce alla stessa reazione: "hai visto? Avevo ragione io!" oppure "chi ha vinto alla fine?". Spesso però tale modello non porta a nessuna conclusione. Ogni volta ci difendiamo attaccando, mentre l'altra persona è spinta a difendersi, di nuovo attaccando e provocando, e così via.

Il modello di equivalenza, invece, ci offre innumerevoli soluzioni che nascono da un modo di pensare che trascende la restrizione bidimensionale. Tali soluzioni sorgono dal comprendere le ragioni di fondo di entrambe le parti coinvolte nel conflitto.
Mentre nel modello M-m ciò che è fondamentale è trovare una soluzione, nel modello di equivalenza è più importante capire il processo attraverso il quale è possibile trovare una soluzione. Chi è coinvolto nel conflitto entra in un processo che rivela le ragioni A di entrambi, riconoscendole e rispettandole tanto quanto le proprie, e procedendo poi per gradi verso la soluzione (v. fig. 3) (1).


Verso una gestione del conflitto non violenta: un caso personale, una base per un altro tipo di società
Due vicini di casa hanno dei problemi a causa degli animali: Sidi tiene degli animali in giardino, ma Tom non li vuole.

Sidi pensa e riferisce al suo vicino, o ad altri:
1. "Non c'è nulla di più bello che avere degli animali", "Si riceve più amore dagli animali che da un uomo", "E' importante che i bambini imparino a vivere con animali", "Se confronti i suoi bambini con i nostri, puoi vedere il buon effetto che gli animali hanno avuto sui nostri", "Per divenire un essere umano completo bisogna avere degli animali attorno", "E' così gratificante produrre il tuo latte e le tue uova" (argomentazioni positive).
2. "Una vita senza animali attorno non è vita", "Se non esistessero gli animali, lui non avrebbe nulla da mangiare", "Ci sarebbe un silenzio orribile senza animali, sarebbe un cimitero qui" (argomentazioni negative).
3. "Lui è disumano", "E' sempre così strano", "E' senza emozioni", "E' così egoista, pensa solo a sé stesso", "Non sopporta il minimo disturbo intorno a lui: guarda come si comporta con i suoi figli, poveretti!" (argomentazioni distruttive).

D'altro canto, Tom pensa e riferisce al suo vicino o ad altri vicini:

1. "E' così bello avere un po' di pace in casa", "Almeno puoi ascoltare la tua musica!", "Senza animali, è molto più facile tenerAe tutto pulito" (argomentazioni positive).
2. "Quegli animali sono così sporchi. Puzzano orribilmente!", "Portano malattie, sono pericolosi", "Fanno tanto rumore: disturbano tutto il vicinato", "Gli animali non sono fatti per stare vicino alle case, devono vivere lontano, e di certo non in questo quartiere" (argomentazioni negative).
3. "Non gliene importa niente se noi non riusciamo a dormire. Pensa solo a sé stesso!", "Dice di amare gli animali, ma guarda come li tratta: li picchia, li calcia!", "Non sa trattare gli animali", "Li usa per liberarsi delle sue frustrazioni", "Lui stesso è così sporco, mi chiedo se si faccia mai un bagno o una doccia" (argomentazioni distruttive).

Sidi e Tom non solo si mettono reciprocamente in una situazione di inferiorità con le parole, ma anche con mezzi non verbali (occhiatacce, gesti, comportamenti, sorrisi). Progressivamente si fanno sempre più dispetti per mettere l'altro in una posizione minore. L'escalation si fa sempre più violenta: è una guerra fra vicini.

Se volessero trasformare il conflitto da un modello M-m ad uno di equivalenza, Sidi e Tom non dovrebbero più pensare e parlare per argomentazioni, ma per i fondamenti delle loro ragioni.

Come potrebbero essere tali ragioni? (2).
Sidi: voglio avere degli animali
Ragioni:
1. Ho sempre vissuto con animali
2. Senza animali attorno, mi sentirei perso
3. Amo dare ai miei figli il nostro latte
4. Ho bisogno di qualche entrata in più
5. Sto bene quando ci sono animali attorno a me
6. Mi piace dare letame ai contadini
7. Amo vedere i miei figli giocare con gli animali
8A. E' così gratificante poter regalare un animale nelle cerimonie di famiglia
9. Mi sento così apprezzato in quelle circostanze
10. Ho paura che la comunità mi rifiuti se non ho animali
11. Sarebbe terribile per me se i miei figli non fossero più abituati a vivere con gli animali
12. Sono stato educato nell'idea che chi non ha animali è inferiore

Tom: non voglio che tu abbia animali
Ragioni:
1. Ho paura che distruggano le mie piante
2. Non sono abituato a vivere con animali
3. Mi sento bene con tanto verde attorno a me
4. I versi degli animali mi disturbano
5. Gli odori degli animali mi disturbano
6. Mi dà fastidio quando un animale distrugge una pianta
7. Ho paura che facciano del male ai miei figli
8. Ho paura che i miei figli si abituino a vivere con animali
9. Sono cresciuto con un senso di paura per chi possiede animali

Potete ben vedere come questi due modi di pensare e parlare siano totalmente diversi: si ha un passaggio da un criticismo negativo e un giudizio dell'altra persona e dei suoi punti di vista, verso l'apertura, la comprensione e l'accettazione dell'altro. La relazione diviene completamente diversa.

Cosa possono fare Sidi e Tom per giungere a una tale trasformazione? Innanzi tutto devono essere consapevoli delle conseguenze di un pensiero e di un comportamento basato sul modello M-m e imparare COME si può mettere in pratica il modello dell'Equivalenza.

Come saranno le soluzioni a questo conflitto? Nel modello dell'Equivalenza ci sono di solito molte possibili soluzioni. Una soluzione inoltre non è a sé stante, ma parte di un tutto che aiuta a soddisfare tutte le ragioni di ogni parte coinvolta. In questo caso LA soluzione, ossia i vari passi che portano ad una soluzione, potrebbe essere:

1. Gli animali verranno posti all'interno di un Arecinto, sul lato opposto alla casa di Sidi;
2. Tom aiuterà Sidi a costruire il recinto;
3. Se il recinto si rompe o una pianta di Tom viene distrutta, l'altro si lamenterà e magari assieme i due ripareranno il recinto;
4. Ciascuno esprime apprezzamento per quello che l'altro sta facendo, e per come lo sta facendo;
5. Comunicando in un modo diverso, impareranno progressivamente a conoscersi meglio, ad osservarsi diversamente, e si sentiranno meglio con i loro vicini.

In tutto il mondo ci sono numerosi conflitti, spesso armati, tra popolazioni di allevatori e pastori da un lato, e di contadini dall'altro. Si trovano in posizioni M- m l'uno verso l'altro, ragione per cui si ha l'escalation di violenza.
In queste situazioni ritroviamo ragioni simili a quelle di Tom e Sidi.
Se persone come Tom e Sidi lavorassero per trasformare il conflitto da una gestione di tipo M-m ad una di equivalenza, ciò sarebbe alla base della trasformazione della società in cui vivono. Più noi tutti lavoriamo per trasformare i nostri conflitti da un sistema Maggiore-minore ad uno dell'Equivalenza, più trasformeremo le nostre società e il mondo da un sistema negativo di pregiudizio ad uno di tolleranza e rispetto, dalla violenza e dalla guerra verso l'armonia e la pace.

Note
(1) Per approfondire: v. Patfoort. Uprooting Violence. Building Nonviolence. Freeport, Maine: Cobblesmith Pub., 1995 e Patfoort, I want, you don't want. Nonviolence education, Freeport, Maine: Cobblesmith Pub., 2001, Trad. It Io voglio, tu non vuoi, ed. Gruppo Abele. (torna su)

(2) E' necessario osservare alcune precise istruzioni per formulare delle ragioni. (torna su)

 

Torna su Stampa l'intervento

Don Albino Bizzotto: "Abbiamo poca fiducia nelle persone" (sintesi)

"Al giorno d'oggi - afferma don Albino Bizzotto, promotore dell'azione "Anch'io a Kisangani" - esiste la credenza che solo la violenza può vincere la violenza, che la forza può essere fronteggiata solo impiegando una forza più grande. Abbiamo poca fiducia che i problemi che colpiscono le persone possano essere risolti dalle persone stesse".

"Si tende a pensare che le grandi questioni come la guerra - continua don Bizzotto - possano venire risolte solo dagli organi di governo, quando invece il ruolo che può essere svolto dalle persone è fondamentale."

"Le azioni di democrazia popolare dopo gli eventi dell'11 settembre devono affrontare una realtà in cui la religione molto spesso risulta essere la principale giustificazione alla violenza".

 

Torna su Stampa l'intervento

Fabio Alberti: "Io non tagliio la corda" (sintesi)

L'Associazione "un Ponte Per..." ha diffuso un appello al Governo, ai Parlamentari tutti e agli Enti Locali per una iniziativa diplomatica urgente contro la terza guerra del Golfo, presentando la campagna "Io Non Taglio La Corda".

 

Torna su