Ci sono Alternative

Domenica 4 maggio 2003, Civitas (Padova)

Relatori

Introduzione alla conferenza

Quali sono le "alternative" al modello economico dominante?
I Summit ONU dedicati a sviluppo sostenibile, sociale e habitat hanno evidenziato che le buone pratiche vengono soprattutto da enti locali e ONG. Sarà interessante ascoltare il confronto della rappresentante ONU per i Millennium Development Goals con rappresentanti della società civile di Africa, Europa e America Latina che lavora all'economia solidale e per il diritto alla città e a un credito giusto: quest'ultimo è al centro di una campagna di solidarietà Nord-Sud.

Francesco Bicciato: "La remissione del debito e la globalizzazione finanziaria"

La premessa necessaria, sulla quale vi è ampia convergenza, è che siamo di fronte ad una finanziarizzazione dell'economia. Ciò implica due importanti conseguenze:
la prima, è che risulta sempre più difficile avere il controllo del proprio risparmio e conoscere con certezza la destinazione dei propri investimenti, in poche parole non vi è una reale partecipazione alla gestione nella gestione del proprio denaro; tale questione che parrebbe ineluttabile per i guru della grande finanza implica una grave alienazione dalla possibilità di essere responsabili delle nostre scelte economiche.

La seconda conseguenza della globalizzazione finanziaria è la presenza di forti ostacoli al decentramento dei processi decisionali in materia finanziaria da nord a sud e all'interno degli stessi PVS, rendendo sempre più difficile un accesso al credito diffuso.

Da questa premessa emerge una seria preoccupazione su ciò che potrebbe accadere una volta cancellato il debito verso i PVS. La cancellazione non programmata ovvero una moratoria che non preveda la contestuale attivazione di programmi di microfinanza rivolti alle popolazioni più povere potrebbe avere un effetto boomerang sui paesi debitori. Il pericolo è di ritrovarsi tra dieci anni con lo stesso fardello e con gli stessi "clienti": elites africane, asiatiche e latinoamericane poco preoccupate ad attivare processi di sviluppo virtuosi a favore delle comunità più povere.
Ciò non vuol dire che la cancellazione o la riduzione del debito non deve essere affrontata, ma piuttosto che questa debba essere accompagnata da una pianificazione sulla qualità del credito che in futuro vogliamo erogare.

Lo scenario di riferimento in cui si muovono le nostre organizzazioni fornisce ottime opportunità. In questo momento esistono al mondo 7.000 istituzioni di micro-finanza di cui 1.300 coinvolte nel Micro Credit Summit organizzato da Banca Mondiale e a cui partecipano Ong, Organismi multilaterali, banche etiche e istituti di credito tradizionali. L'obiettivo è dare a 100 milioni di famiglie crediti e servizi finanziari e commerciali entro il 2005. Nel giugno '98 già 15 milioni di poveri venivano raggiunti dal micro-credito; a metà del '99 sono oltre 22 milioni i beneficiari dei programmi di microfinanza.

Il tasso di crescita di questi programmi è del 30% all'anno. Tuttavia, la strada da percorrere è ancora lunga: ad oggi infatti, solo il 2% delle 500 milioni di micro-imprese presente nei paesi in via di sviluppo accede al credito.
Vi sono quindi ottime opportunità per potenziare la microfinanza attraverso linee di credito "dedicate". Microcredito non vuol dire volumi ridotti di credito, ma un modo innovativo di reinterpretare l'economia e la finanza nella cooperazione allo sviluppo. Ci sembra improprio affermare che i programmi di aggiustamento strutturale sono ineluttabili e scarsamente negoziabili così come privatizzazione e tagli alla spesa pubblica facciano parte di politiche economiche indiscutibili. La Microfinanza e la Finanza etica partecipata significano la possibilità di operare aggiustamenti agli effetti distorti dell'aggiustamento e di pensare a nuove regole per il mercato finanziario a diverse scale socio-spaziali. Occorre ragionare in un'ottica di welfare mix anche nella cooperazione finanziaria dove lo stato si occupi dei meccanismi di regolazione e controllo mentre le organizzazioni del privato sociale veicolino in modo professionale e partecipato nuove linee di credito.

E' necessario ripensare strategie di sviluppo realmente decentrate: il microcredito ha successo nel momento in cui la comunità locale si riappropria della gestione delle proprie risorse finanziarie. Per far questo è importante inserire le nuove ipotesi di ri-negoziazione del debito all'interno dei programmi di cooperazione decentrata. E' importante sottolineare la responsabilità sociale e la sensibilità di molti enti pubblici italiani che intravedono nel terzo settore e, in questo caso, nelle organizzazioni di finanza etica un interlocutore in grado di rivestire con trasparenza e competenza il ruolo di interprete della nuova domanda sociale, quantomeno in termini di reali fabbisogni finanziari finalizzati allo sviluppo umano.

I nostri progetti si riconoscono proprio per avere effetti concreti sulla riduzione della povertà e sull'attivazione di circuiti virtuosi di crescita con equità. La partecipazione ne è l'ingrediente fondamentale e l'approccio partecipativo, che negli anni '70 era considerato solo una prassi alternativa e controcorrente, viene oggi riconosciuto e istituzionalizzato da FAO, UNDP e persino dalla Banca Mondiale; vi sono dunque nuovi spazi per ridisegnare su piani negoziali diversi una nuova alleanza tra organismi internazionali multilaterali e quel mondo non governativo al quale la nostra azione maggiormente si ispira.

La conclusione è che vi possono essere modalità alternative di cooperazione in cui le risorse economiche e finanziarie ritornino sotto il pieno controllo delle comunità locali che le generano e che da un loro equo utilizzo esse possano trarre i benefici necessari per uscire dalla spirale perversa dell'indebitamento.

 

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Eveline Herfkens: "Italia ultima in classifica per gli aiuti allo sviluppo dei PVS" (sintesi)

In apertura Eveline Herfkens ha sottolineato come "non si possa vincere la pace se non si vince la guerra alla povertà" e ha ricordato come la proposta formulata nel 2000 dalle Nazioni Unite di dimezzare entro il 2015 il numero di persone che vive in estrema povertà, sia purtroppo ancora disattesa da molti paesi ricchi.

"E' compito della società civile fare in modo che i nostri governi mantengano e attuino le promesse fatte - ha continuato Eveline Herfkens - individuando negli aiuti allo sviluppo, nella soluzione al problema del debito e nelle politiche commerciali i tre ambiti principali verso cui pretendere dai governi alternative eque e di giustizia.

"Una mucca europea riceve due dollari al giorno in sussidi. Più del reddito medio di metà della popolazione mondiale. Questo danneggia enormemente i paesi più poveri".

La Herfkens ha inoltre fatto presente al pubblico di Civitas come in molti casi le politiche di sussidi di cui godono le economie dei Paesi più industrializzati non fanno altro che danneggiare gravemente i Paesi del sud del mondo. "Con il paradosso" ha sottolineato "che una mucca europea arriva a guadagnare in sussidi più del salario medio di metà della popolazione mondiale".

"Nel 2000, all'inizio del nuovo millennio le Nazioni Unite sono riuscite nell'intento di far sottoscrivere a 189 capi di Stato e di Governo alcuni obiettivi per lo sviluppo nei prossimi decenni. E' stato un risultato importante" ha dichiarato ad Unimondo "tra questi si intende diminuire della metà il numero di persone che vive in estrema povertà entro il 2015".

Ma come verificare l'effettivo impegno volto a raggiungere questi obiettivi? "Proprio in queste settimane è stato lanciato a Washington il cosiddetto "indice di coerenza'" ha chiarito la rappresentante delle Nazioni Unite "l'indice descrive l'impatto che sei componenti delle politiche di sviluppo dei Paesi ricchi hanno su quelli poveri. Tra queste la politica ambientale, quella legata alle migrazioni e quella relativa al commercio estero".

"L'Italia - ha detto la rappresentatnte dell'Onu - è penultima nella lista dei paesi ricchi, per i contributi destinati agli aiuti di pubblico sviluppo. Destina lo 0,13% del Pil. All'ultimo posto ci sono gli USA con lo 0,1 %. E questo mentre i principali sostenitori sono i paesi del Nord europa, come l'Olanda, la Danimarca, la Svezia e la Norvegia. Nonostante il Governo Italiano si impegni così poco, un sondaggio della OECD/Dac, organizzazione che raggruppa i paesi più ricchi del mondo, rileva che ben il 92% degli italiani sarebbe disponibile ad un un aumento delle tasse dell'1 % se questi soldi fossero destinati alla riduzione della fame e della povertà nel mondo. Manca quindi, in Italia, il trasferimento del sentito popolare in politiche di cooperazione.

"Inoltre il 75% di questi aiuti sono vincolati all'utilizzo di consulenze e l'acquisto di prodotti italiani" ed ha poi aggiunto che assieme a Francia, Finlandia e Giappone l'Italia condivide le quote di immigrazione legale più ristrette al mondo augurandosi che "per il 2013 questi Paesi raddoppino queste quote d'entrata e garantiscano agli immigrati effettive opportunità di formazione".

Il Governo Italiano si è impegnato ad aumentare i contributi a favore della cooperazione, ma ancora non è stato fatto nulla. Eppure gli italiani sarebbero pronti.

Nell'Assemblea Generale per il Millennio del 2000, 179 Capi di Stato si sono impegnati su obietti importanti, come dimezzare la povertà nel mondo, mandare alla scuola primaria tutti i bambini, garantire uno sviluppo sostenibile e l'acqua potabile. Ora questi Capi di Stato devono rispettare gli impegni presi. E i cittadini devono chiedere ai loro governi di mantenere fede agli impegni presi".

In merito alla rappresentatività delle Nazioni Unite dopo la guerra in Iraq Eveline Herfkens commenta: " E' un momento difficile, in cui c'è bisogno di credere nelle istituzioni internazionali. Il rischio, altrimenti, è quello di ricadere in un mondo dove esistono sono rapporti bilaterali, in cui i paesi più forti impongono le proprie regole ai paesi più deboli. E un modo di rafforzare le istituzioni internazionali è quello di rispettare gli impegni che i governi hanno preso proprio con le istituzioni internazionali".

 

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Sabina Siniscalchi: "Social Watch"

Uno dei compiti che la società civile mondiale si è assunta è quello di denunciare gli effetti negativi della globalizzazione, evidenziandone i costi sociali e mettendo in luce le inadempienze dei responsabili politici.

Sotto questo profilo, il Social Watch rappresenta un'esperienza del tutto originale: si tratta di una coalizione di oltre 200 ONG del Nord e del Sud del mondo che, attraverso un Rapporto annuale, tiene sotto controllo il comportamento dei Governi in materia di lotta alla povertà, alla disoccupazione e all'esclusione sociale, con riferimento agli impegni presi al Social Summit di Copenaghen.

Bisogna ormai riconoscere che il movimento mondiale ha avuto un primo, evidente successo: la presa di coscienza dei difetti e dei rischi della globalizzazione. Proprio grazie alle critiche della società civile, si inizia a capire che affidare la vita dei popoli e dei cittadini solo all'economia non è una cosa saggia, perché l'economia segue propri criteri, legati alla ricerca del profitto e agli interessi degli investitori, ed essi non sono affatto una garanzia per il bene collettivo.

Si comincia ad accettare l'idea che il mercato mondiale è asimmetrico e non funziona secondo quella libera concorrenza che, in modo paritetico, potrebbe assicurare la crescita economica di tutti i paesi. Inoltre la mancata soluzione del problema del debito, le distorsioni indotte dal protezionismo dei paesi industrializzati, la continua diminuzione degli aiuti allo sviluppo fanno sì che l'economia globale segua un metodo contrario a quello di Robin Hood: sottrae risorse ai poveri per darle ai ricchi. Dunque la globalizzazione non è buona di per sé, ma per essere davvero utile allo sviluppo e al benessere di tutti i paesi e di tutti i popoli deve essere governata. Anche questa visione è ormai condivisa dai più: il capitalismo selvaggio e sfrenato, infatti, comincia a fare paura anche ai ricchi, perché speculazioni e frodi possono colpire ovunque e chiunque; nonostante i dogmi del liberismo li aborriscano, sono dunque indispensabili regole e controlli. Anche su questo versante, le organizzazioni della società civile sono un passo più avanti dei responsabili istituzionali: per ognuno dei problemi individuati, hanno messo a punto soluzioni, hanno maturato posizioni comuni, in un percorso di "globalizzazione dal basso", che è cresciuto di pari passo con la globalizzazione economica e finanziaria.

Spesso queste strategie sono mutuate dall'impegno che le associazioni portano avanti nei vari settori sociali, a fianco dei poveri e degli emarginati; l'azione di pressione politica mantiene un forte legame con l'azione di solidarietà: ne trae impulso e, nel contempo, la rinvigorisce. Le Associazioni non si riconoscono più in un clichè che le vuole soccorritrici dei deboli, reti di salvezza per coloro che non ce la fanno, erogatrici di servizi a buon mercato; ormai sono diventate veri e propri soggetti politici, interlocutori delle istituzioni, depositarie di conoscenze ed esperienze utili a migliorare il mondo.

 

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Maria Eugenia Moscoso: "I gruppi solidali in Bolivia" (sintesi)

Ha illustrato le modalità con cui nel suo Paese i piccoli produttori e le microimprese riescono ad accedere, tramite strutture alternative alle banche, a crediti che consentono un importante sviluppo economico e sociale.

Il punto di forza di molti progetti di microcredito è il "gruppo solidale": da 3 a 5 persone che si uniscono e rispondono, vicendevolmente e in maniera responsabile, del debito che hanno contratto. Lo sa bene, grazie alla sua lunga esperienza, Fondeco (Fondo de desarollo comunal), di cui la Moscoso è Direttrice Generale, nata nel 1971 come Fondo rotativo di credito del "Centro de investigatión y promoción del campesinado", dal 1995 vera e propria microfinance institution.
Oggi ha un portafoglio attivo di 5.100.00 dollari e più di 6500 clienti (56% donne e 44% uomini), tutti provenienti dalle aree rurali dei dipartimenti di La Paz e Orura, di Cochomamba e Chuquisaca, di Santa Cruz e Taija. Sono i contadini e i piccoli commercianti degli altipiani, di etnia Quechua, Guarnì e meticcia, esclusi dal sistema finanziario formale per motivi economici, culturali, geografici.

Anche grazie alla linea di credito che il Consorzio Etimos ha concesso a Fondeco (per un importo di 150 mila dollari), l'istituto potrà, come è scritto nelle linee guida del suo statuto, "aiutare i contadini e gli abitanti dei settori popolare urbani - uomoni e donne - a raggiungere la partecipazione piena e attiva nell'ambito della società boliviana".

 

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Carlos Domenech: "Le microimprese in Equador" (sintesi)

Domenech ha illustrato le modalità con cui nel suo Paese i piccoli produttori e le microimprese riescono ad accedere, tramite strutture alternative alle banche, a crediti che consentono un importante sviluppo economico e sociale.

Terminata la conversione della moneta locale in dollari statunitensi (che ha portato ad una svalutazione del sucre del 300 per cento) l'Ecuador si trova a dover affrontare una gravissima crisi economica con una disoccupazione che tocca il 50 per cento della popolazione economicamente attiva.
In questa difficile situazione opera Cepesiu, un'organizzazione non governativa creata nel 1983 per promuovere il miglioramento della qualità della vita della popolazione delle aree suburbane di Quito (la capitale) e Guayaquil mediante azioni mirate alla generazione di nuove opportunità di lavoro.
In Equador esistono infatti almeno 500 mila microimprese informali che operano nelle aree urbane e costituiscono fonte di impiego per circa un milione e 200 mila persone (di cui il 39% donne). Proprio a queste microimprese si rivolge Cepesiu con prestiti dell'importo medio di 300 euro e destinati per il 68 % a donne; i beneficiari operano per il 75% nel settore del commercio informale, per il 15% in quello dei servizi.

Cepesiu collabora con il Consorzio Etimos dal 1999, con l'obiettivo dichiarato di raggiungere 4.000 beneficiari entro la fine del 2003.

 

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Marco Santori: "Sin Credito no hay mañana" (sintesi)

Il Presidente del Consorzio Etimos ha presentato la campagna "Sin Credito no hay mañana" (Senza credito non c'è futuro), che concretizza l'alternativa che attraverso progetti di microfinanza sostiene i piccoli produttori del sud del mondo.

Miguel Tzoy: "Il microcredito in Guatemala" (sintesi)

Il coordinatore generale dell'Associazione Chayulense in Guatemala ha individuato nelle strategie commerciali delle multinazionali alimentari e nella disinformazione dei cittadini, le responsabilità relative all'aggravarsi della condizione dei piccoli produttori di caffè.

L'esperienza dell'Asociación chajulense inserisce il microcredito in un contesto più ampio e dalla fortissima carica sociale, come sottolinea il presidente Miguel Tzoy.

"San Gaspar de Chajul, sede dell'Asociación, si trova nel cuore del Guatemala, a nord ovest del dipartimento del Quiché, nella regione popolata dalle comunità Maya Ixil: qui l'associazione è nata dalle ceneri di una cooperativa distrutta negli anni della sanguinosa guerra civile. Attualmente i soci sono circa 3.000 e 48 le comunità coinvolte e raggiunte attraverso i nostri promotori; ciascuno di loro segue circa 200 clienti.

In quest'area del Guatemala il 70% della popolazione vive grazie alla coltivazione del caffè: di ottima qualità e biologico. Per questo è fondamentale offrire loro da un lato finanziamenti, dall'altro assistenza tecnica, per migliorare ulteriormente la qualità e la produttività.

Nella regione operano altre 5 organizzazioni, che però svolgono esclusivamente attività creditizia, mentre l'Asociación chajulense investe in progetti dal forte impatto sociale, con l'obiettivo di promuovere nella regione uno sviluppo sostenibile e rispettoso delle tradizioni culturali e delle ricchezze naturali.

Nel primi quattro mesi del 2003 abbiamo già erogato 320 crediti (per importi che vanno dai 200 ai 2.000 dollari) con un incremento tendenziale del 20% rispetto allo stesso periodo del 2002. In questo caso rispetto ad altre esperienza latinoamericane, i beneficiari dei crediti, per ragioni culturali, sono soprattutto uomini (nel 90% dei casi). Ma lo sviluppo di una linea di credito dedicata alle donne è uno degli impegni per il prossimo futuro. E' già avviato invece, da parte dell'associazione, un progetto per la promozione del turismo responsabile nella zona, priva attualmente di infrastrutture alberghiere (se si esclude appunto il piccolo albergo gestito dalla stessa comunità), ma in grado di offrire l'emozione di un ambiente naturale incontaminato e di un popolo depositario di tradizioni antichissime."

 

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Dagoberto Suazo: "Noi abbiamo bisogno di un consumatore cosciente"

Honduras: 7 milioni di abitanti, la metà nasce e cresce nelle zone dove viene coltivato il caffè, principale prodotto di esportazione di questo paese, fra i più poveri dell'America Latina e che vanta il più alto debito pro capite della regione.
Per questo sono molti gli abitanti dell'Honduras che si spostano verso le città o, addirittura, che emigrano negli Stati Uniti.

Nella regione la produzione del caffè coinvolge 25 milioni di persone.
Il caffè è dopo il petrolio il prodotto che crea più ricchezza in assoluto. Una ricchezza che però non rimane ai produttori del caffè. La raccolta del caffè del 2002, ad esempio, ha comportato introiti per 70 miliardi di dollari, ma ai produttori è rimasto veramente poco, visto che 62 di questi miliardi sono finiti nei paesi sviluppati.
In giro si dice spesso che la crisi del caffè ha fra i colpevoli proprio i produttori, ma questa è una bugia. Il prezzo del caffè è crollato ed è ai minimi per colpa delle imprese che a livello mondiale controllano la lavorazione e la commercializzazione di questo prodotto. Sono solo quattro a livello mondiale, una di queste è la Nestlè. Due sono europee e due statunitensi. Queste aziende utilizzano caffè di cattiva qualità, senza contare che in commercio si trovano caffè prodotti anche dieci anni fa. Il caffè di prima scelta c'è, ma per il commercio si utilizza quello di seconda o addirittura terza qualità. Dipende dalle percentuali che queste aziende utilizzano nelle loro miscele, senza contare che ci aggiungono sostanze aromatizzanti per ridare al prodotto finale il sapore del caffè. Le multinazionali utilizzano gli stock di prodotto invenduto per influenzare il prezzo del caffè. Anche gli intermediari locali mescolano caffè di qualità diverse. Inoltre effettuano lo stoccaggio del caffè in magazzini per i quali non fanno mai investimenti, depositi quindi vecchi e meno sicuri.

Si dice che c'è una sovra-offerta di caffè a livello mondiale, ma se si togliesse dal commercio quello di cattiva qualità ci sarebbe un deficit di offerta. Per questo non si possono incolpare i paesi produttori della sovra-produzione di caffè che ha fatto crollare i prezzi. I consumatori hanno invece una grande responsabilità, perché dovrebbero pretendere, anche per la loro salute, di sapere se il caffè che devono è di prima o di terza scelta, questo ultimo è quello che noi in Honduras lo buttiamo perché non va bene per il consumo umano. I consumatori dovrebbero pretendere di sapere la data di produzione del caffè che consumano!

Se una colpa abbiamo noi produttori, essa è quella di non far sapere abbastanza queste cose. In Centro America l'economia di tutti i paesi dipende dalla produzione di caffè. Noi abbiamo anche differenziato la produzione, coltivando altri prodotti, ma quale altro prodotto ci dà un prezzo così buono? Prendiamo il mango: lo dobbiamo vendere ad intermediari che trattengono per se stessi la maggior parte degli utili, lo stesso discorso vale per la canna da zucchero. Il sistema del commercio esistente non ci permette una grande differenziazione, pensate che su sei dollari di costo a noi non ne restano che 20-30 centesimi.

Per questo per noi il problema è creare una comunicazione diretta fra produttori e consumatori, anche per avere accesso al credito. Questo infatti non copre che il 10% delle esigenze dei produttori, anche perché il finanziamento della produzione del caffè è considerato un settore al alto rischio.

Nei nostri paesi la crisi del settore dura ormai da quattro anni, se continuiamo su questa strada arretrerà il livello di sviluppo socioeconomico, diminuiranno i servizi per la popolazione, cresceranno la mortalità infantile e le malattie.

Per noi è fondamentale avere accesso ai mercati del commercio equo e solidale, ottenere linee di credito per sostenere la produzione e per avere un prodotto di migliore qualità, soprattutto, noi abbiamo bisogno di un consumatore cosciente.

 

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