Sabato 3 maggio 2003,
Civitas (Padova)
Il tema centrale è il diritto a comunicare.
La "società dell'informazione" dovrebbe essere l'auspicio di una società nuova, basata sulla conoscenza e la promessa di vantaggi inaspettati per l'educazione, la salute, lo sviluppo, la democrazia e molto altro. I flussi della conoscenza dovrebbero collegare i centri principali con ogni villaggio e, viceversa, le aree periferiche con quelle centrali. Ma la realtà, se le tendenze attuali continueranno, rischia di essere molto diversa.
Abbiamo davanti due modelli di organizzazione sociale a partire dal ruolo che informazione e comunicazione sono chiamate a svolgere: da una parte un modello centrato sull'idea che l'informazione sia una merce da produrre, un modello in cui le regole sono dettate dal mercato e l'accesso è garantito a chi ha risorse da spendere. Dall'altra parte, l'idea che informazione e conoscenza siano un'eredità comune, una risorsa fondamentale per la vita di ogni persona e ogni comunità, quindi un diritto da affermare sulla scena internazionale.
Si tratta di due modelli che iniziano a confrontarsi in maniera esplicita sulla scena internazionale grazie anche all'occasione offerta dal Summit sulla Società dell'Informazione (WSIS - World Summit on the Information Society), promosso dalle Nazioni Unite e organizzato dall'Unione Internazionale per le Telecomunicazioni, che si svolgerà a Ginevra e Tunisi fra il dicembre 2003 e il novembre 2005. Tanto gli attori privati che le organizzazioni della società civile hanno interesse a contribuire alla definizione di una "visione comune" della nuova società. E' un processo tripartito cui prendono parte i governi, la società civile e il settore privato. La partecipazione però è democratica solo sulla carta e la società civile è, di fatto, tenuta al margine.
In questo quadro complesso si colloca la campagna CRIS - Communication Rights in the Information Society (Diritti di comunicazione nella società dell'informazione). La campagna è stata lanciata nel novembre 2001 come iniziativa della Piattaforma per il diritto a comunicare, un luogo di incontro fra organizzazioni non governative internazionali che operano nell'ambito dei media per il mutamento sociale e della comunicazione alternativa., a cui il Summit sulla Società dell'Informazione da' l'occasione di rinvigorire i propri sforzi.
Il Summit offre l'opportunità di diffondere una visione della società dell'informazione basata sul diritto a comunicare, come mezzo per sostenere i diritti umani e rafforzare la vita delle persone e delle comunità, da un punto di vista sociale, economico e culturale. CRIS si concentra su temi ed azioni che coinvolgono direttamente la vita delle persone quali il rafforzamento del dominio pubblico di conoscenza ed informazione, l'istituzione di una governance trasparente e democratica della società dell'informazione e il sostegno ai media di comunità.
L'obiettivo di questo saggio è aprire un dibattito ampio e partecipativo sull'informazione e la comunicazione. Non ha fini accademici o tecnici, né vuole presentare proposte definitive, ma stimolare una discussione quanto più ampia possibile per promuovere l'azione. Esiste una notevole sproporzione fra l'importanza di questi temi e il livello del dibattito internazionale. E difatti, proprio per la mancanza di azioni concrete, questa provocazione al dibattito dovrebbe associarsi ad azioni concrete da parte dei movimenti sociali e politici.
Il pericolo odierno sta nel fatto che la nuova situazione generata dalla guerra e dal terrorismo, soffochi questo dibattito globale incipiente sull'informazione e i suoi mezzi nella nostra società.
Quarant'anni di lavoro in questo settore, mi hanno permesso di essere testimone
e attore in varie fasi di dibattito. La prima sorse nell'ambito tradizionale
dell'informazione nel quale giornalisti ed editori contribuirono, grazie al
loro particolare punto di vista, a un vasto dibattito e all'azione politica,
diplomatica e culturale intorno ai temi del un Nuovo Ordine Economico, dello
sviluppo e della giustizia sociale. Si potrebbe dire che assieme al Nuovo
Ordine Informativo Internazionale, questo fu l'augurio e l'inizio di un dibattito
globale...
Il fine di questa fase, tanto feconda di idee, portò però a
una crisi generale del dibattito internazionale, e all'ascesa dell'ideologia
dominante e unica della globalizzazione.
Il secondo grande dibattito ebbe la sua origine tra coloro che entrarono nell'universo della comunicazione tramite l'uso di nuove tecnologie come Internet. Il terzo, che ha permesso la nascita di riunioni come Porto Alegre, si interroga sulla questione dell'accesso alla comunicazione e al suo utilizzo per l'azione politica e culturale, ma soprattutto, in generale, sul destino delle nostre civiltà, delle nostre culture, in una società dell'informazione e in un processo di globalizzazione.
Il secondo e il terzo dibattito sono intimamente collegati, ma danno origine a questioni differenti. E' tuttavia ancora esigua la percentuale di utenti di queste nuove tecnologie per un uso politico e culturale. Ciò che è evidente è che le nuove tecnologie occupano in modo esplosivo uno spazio sempre più ampio di utilizzo come canale di informazione e comunicazione per le nostre società, integrando tecnologie vecchie e nuove e introducendo il concetto di rete. Ciò sta influenzando in modo decisivo anche l'azione politica e sociale.
Le azioni di terrorismo dell'undici settembre e le conseguenze che ne sono derivate, mostrano per la prima volta la guerra in diretta anche grazie ad Internet mentre l'informazione diviene il terreno privilegiato della guerra. Gli stessi attentati hanno dimostrato un alto contenuto di "messaggio", di "informazione" con un forte impatto nel mondo. Non sono cadute solo due torri, ma migliaia di torri moltiplicate per tutte le reti.
Alcuni compagni hanno portato nuove idee sullo spazio informativo locale, sempre più importante a causa del diffondersi della globalizzazione in tutti gli ambiti. Altri colleghi apriranno un dibattito sull'uso delle nuove tecnologie per l'azione politica e culturale. Questo saggio introduttivo serve a far confluire i due aspetti in una visione più generale.
Mi sembra utile porre prima l'accento sulla differenza tra informazione e comunicazione, per poi passare a riflettere sul dibattito degli ultimi quarant'anni, seguendo la divisione storica dei tre argomenti che ho sopra esposto, anche se è un po' artificiale trattarli separatamente; non dobbiamo dimenticare che l'informazione e la comunicazione hanno a che fare con molti altri settori sociali ed economici. Ad esempio, risulta difficile, se non impossibile, considerare la globalizzazione dell'informazione e della comunicazione indipendentemente dalla globalizzazione culturale. Su questi temi molti possono essere gli apporti al dibattito.
Il nuovo concetto di informazione
Credo che il primo concetto da rivedere sia quello di "informazione",
che è radicalmente cambiato rispetto ai primi anni di dibattito sul
Nuovo Ordine Informativo Internazionale (NOII).
La società dell'informazione e della conoscenza non si riferisce più
al concetto tradizionale di "informazione", ma a quello attuale:
oggi l'informazione è composta da tutte quelle differenti discipline
che tanto sul piano dei canali che su quello dei contenuti, delle applicazioni
e delle componenti, si incontrano in ogni processo della società attuale.
Uno di essi è la tradizionale informazione data dai periodici.
Il mutamento non è solo tecnologico, ma profondamente civilizzatore e culturale. Questo è il grande cambiamento che ha trasformato l'informazione nella principale mercanzia a livello globale. Si ha informazione in tutti i processi industriali, commerciali, tecnologici, dei servizi, dell'ozio, scientifici, culturali, educativi.
Se noi che lottiamo per un "altro mondo possibile", non ci rendiamo
conto di questo mutamento, rimarremo fuori dalla disputa, fuori dal gioco.
Ma soprattutto, non riusciremo a percepire le dimensioni di questa disputa,
né il terreno su cui si sviluppa.
Pertanto "un altro mondo sarà possibile solo se saremo in grado
di condurre la battaglia sul terreno dell'informazione" e se le assoceremo
la comunicazione. In realtà la comunicazione è il meccanismo
per mezzo del quale trasmettiamo un'informazione.
Questa differenziazione tra verticale e unidirezionale e orizzontale e multidirezionale,
ha luogo nell'ambito del concetto limitato di informazione, nel momento in
cui lo consideriamo in tutta la sua complessità.
I cambiamenti economici introdotti dalla società dell'informazione
non sono solo le "bolle di sapone" finanziarie di Internet e delle
sue novità. No, il mutamento sostanziale è aver trasformato
l'informazione, "pura" o composta, in diversi processi, e aver concentrato
come mai prima nella storia dell'umanità il governo dell'informazione,
generando l'illusione che tutto sia più democratico. Il cambiamento
sta nell'aver introdotto il concetto fondamentale di economia di rete, produzione
in rete, che sono possibili solo perché esistono le nuove tecnologie.
Tutto ciò modifica il clima culturale, politico, sociale ed etico dell'uso
tradizionale dell'informazione, l'informazione della stampa in tutte le sue
odierne varietà.
La battaglia del Forum Sociale Mondiale deve porre l'informazione, nella sua elaborazione politica, culturale e operativa, al centro del dibattito. Altrimenti saremo sconfitti in partenza.
La più grande concentrazione della storia
Si parla molto della concentrazione quantitativa all'interno della rete, più
oltre daremo alcune cifre indicative:
dobbiamo anche ricordare che alcuni dei settori chiave delle nuove tecnologie d'informazione, come ad esempio il software (cioè il linguaggio di base su cui operano i milioni di computer che formano le cellule della rete e della società dell'informazione) dipendono in pratica da una sola impresa.
Per navigare su Internet, dipendiamo da una o al massimo due imprese.
I server e i grandi motori di ricerca sono gestiti da due o tre imprese multinazionali.
Ma soprattutto è necessario parlare della concentrazione dei contenuti e della creazione di grandi vincoli formati dalle imprese tradizionali dell'informazione e dai suoi referenti di Internet.
La società dell'informazione e il suo intricato tessuto a rete basano tutta la loro azione sulla mercantilizzazione crescente di tutte le esperienze umane, tessendo attorno ad esse una ragnatela .
La globalizzazione, così com'è concepita nel disegno ideologico dei suoi "fondamentalisti", si propone in definitiva la mercantilizzazione delle relazioni umane. L'omogeneità culturale è funzionale a questo progetto.
Pertanto, dobbiamo lottare con tutte le forze disponibili per mantenere e rafforzare il valore dei fattori culturali ed evitare assolutamente la loro mercantilizzazione. Dobbiamo farlo perché "un altro mondo sia possibile" e per mantenere una diversità culturale ricca.
Nel mondo globalizzato di oggi l'accesso alla cultura, fattore essenziale e supporto di ogni informazione- comprensione, è sempre più una merce delle grandi corporazioni multinazionali. Esistono prove schiaccianti. L'industria della cultura, un termine coniato negli anni '30 dai sociologi tedeschi Theodor Adorno e Max Horkeimer, è il settore che sta crescendo più rapidamente nell'economia mondiale. Il cinema, la televisione, la radio, l'industria discografica, il turismo globale, i parchi di divertimento, le città e i parchi "tematici", la moda, la cucina, gli sport e i giochi professionali, le scommesse, tutto questo è parte di una avanguardia commerciale che cresce e si concentra in maniera vertiginosa.
La guerra cominciata contro il terrorismo si sta trasformando in una guerra contro i "diversi".
Un gruppo di grandi multinazionali, nella logica e nella competenza più assolutamente globale, stanno partecipando ad una lotta senza precedenti per il controllo non solo dei canali di comunicazione, ma della produzione stessa della cultura. Il monopolio e il controllo di questi due elementi compromette più di ogni altro fattore uno sviluppo e soprattutto un progresso che sia sostenibile, non solo sul piano delle risorse naturali, ma delle risorse culturali.
Mentre nel XX secolo le grandi imprese producevano sostanzialmente atomi (compagnie petrolifere, elettriche, elettromeccaniche, chimiche, automobilistiche o siderurgiche, o catene commerciali), le grandi corporazioni del XXI secolo saranno imprese di informazione- comunicazione e cultura, cioè quelle che si imporranno nel mercato mediatico globale.
"La supremazia statunitense non si basa più sulla sua condizione di gigante dell'industria di armi, ma sul fatto di essere la super potenza dell'intrattenimento e dell'informazione mondiale" e ciò non l'ha detto una pubblicazione rivoluzionaria, ma Vanity Fair (The Power Centre" 1995, pag. 271).
Questo non è un problema solo per i paesi del Sud, è un tema globale, è parte della costruzione quotidiana della libertà, dell'istituzionalità democratica nel XXI secolo. Noi esseri umani abbiamo costruito in più di 60 secoli di storia un valore supremo: la libertà; e non esiste progresso tecnologico o opportunità di ricchezza economica e materiale che possa giustificare il fatto di mettere in pericolo la libertà.
Ben Bagdikiar, storico e studioso dei mezzi di comunicazione, nonché editore del Washington Post, afferma:
Non esiste nulla nella storia che si possa comparare a questo conglomerato di imprese in grado di penetrare nel panorama sociale. Attraverso l'uso di vecchie e nuove tecnologie, attraverso lo scambio di azioni, alleanze, progetti congiunti, e altre forme di cooperazione, questo manipolo di giganti ha creato quello che di fatto, non è altro che un nuovo "cartello della comunicazione"...non è solo un gioco di statistica finanziaria, come gli indici di produzione di merci industriali convenzionali (il ghiaccio e la stoffa). Ciò che è in gioco è il possesso del potere per poter arrivare ad ogni uomo, donna o bambino... con immagini e parole controllate, per socializzare con ogni nuova generazione di statunitensi, per alterare l'agenda politica del paese. Questo potere presuppone la capacità di esercitare un'influenza che per molti aspetti è più forte della scuola, la religione, i genitori o il proprio governo (The media monopoly, pag.IX)
Se accettiamo il fatto tanto evidente che sono in atto simili mutamenti civili causati dalla SIC, dobbiamo porci questa domanda:
Stiamo andando verso una nuova era dell'illustrazione, un nuovo Rinascimento, o verso un sentiero di disintegrazione sociale e culturale?
Come scrisse Juan Somavia negli anni settanta, quando creò l'Istituto
Latino Americano di Studi Transnazionali (ILET), l'importanza del settore
dell'informazione (anche se allora non corrispondeva alla comunicazione),
non derivava dalla dimensione economica né dalla sua forza di lavoro,
che erano minime. Tale settore è come i fari dell'automobile, una parte
marginale ma sostanziale, perché illumina il cammino del sistema transnazionale.
Trent'anni dopo i cambiamenti sono divenuti enormi, non solo perché
c'è ogni volta un elemento condizionante in più che diffonde,
coscientemente o incoscientemente, valori e paradigmi che aprono la strada
alla globalizzazione neo liberale, ma anche perché l'informazione è
divenuta la merce principale nel mondo globalizzato. Tutto ciò che
oggi circola nel mondo, oltre all'informazione "pura" contiene un
alto contenuto aggiunto di informazione. In tal modo il dibattito e la critica
sono cambiati radicalmente. Sono più profondi: oggi l'informazione
è il motore dell'automobile.
La comunicazione apre prospettive completamente nuove quanto ad accesso e partecipazione, in termini di massa, che sono divenuti economicamente accessibili a tuti per la prima volta nella storia dell'umanità. I cittadini comuni non hanno mai avuto, come oggi, la possibilità di azione informativa e di comunicazione, a costi bassi. La gente può oggi essere il terzo attore nei processi contemporanei, assieme agli altri due più tradizionali, lo Stato e il settore privato. Questa è la grande sfida odierna per la società civile.
L'informazione e la comunicazione sono sempre esistiti. Ma mentre la comunicazione si è avuta a livello locale, interpersonale, l'informazione ha avuto una crescita parallela allo sviluppo economico. Si passa dal banditore che leggeva gli editti e gli annunci nei paesi, alle prime gazzette, quando cominciano ad aprirsi i commerci. Non è un caso se cresceranno soprattutto in Olanda, il paese che rappresenta per eccellenza il fiorire mercantile del sec. XVI, mentre si svilupperanno molto meno sotto i regimi autoritari.
Questi mezzi erano destinati alle élite nazionali, con valori molto diversi dagli odierni. Il Times del secolo XIX, all'apogeo dell'impero britannico, era molto più letterario di quello odierno, ma anche molto più interessato a scoprire il mondo, anche se la base era Londra. Il vocabolario che utilizzava era di circa 17.000 parole, mentre si calcola che il Times di oggi ne usi appena 5000.
Altri quotidiani di allora si caratterizzavano per la raffinatezza culturale e per essere scritti molto bene, senza le semplificazioni che al giorno d'oggi vengono associate ad uno stile professionale. Hemingway o Churchill, che scrivevano per i quotidiani della loro epoca, difficilmente verrebbero accettati dalla stampa odierna.
Quando i mezzi informativi si trasformano in imprese commerciali importanti e il pubblico da elitario diventa di massa, ne cambiano radicalmente le funzioni e le caratteristiche. Questo fenomeno si produce prima negli Stati Uniti, dove le immigrazioni massive ed eterogenee impongono di creare un crogiolo culturale, e si forgia una identità comune basata sulla retorica e l'idealismo di una nuova nazione che riceve gli oppressi del mondo, per trasformarli nei suoi cittadini.
Per ottenere la cittadinanza statunitense gli immigrati giurano di dimenticare le loro radici, la loro storia e la loro precedente identità, giurano di essere uomini nuovi. I mezzi di comunicazione di massa sono una delle chiavi di questa trasformazione ideologica.
Negli Stati uniti si sviluppano gran parte della deontologia e dei criteri professionali dei periodici odierni, orientati all'uscita nel mercato. Non cercano il miglior prodotto possibile, ma la migliore vendita. Randolph Hearst, magnate della stampa che Orson Welles immortalò come il "cittadino Kane", inventa una guerra con Cuba che la retorica del crogiolo ha reso possibile. E così si formarono, nel secolo passato, le grandi fortune delle famiglie proprietarie di mezzi d'informazione.
Il norvegese Johan Galtung ha definito una scala di valori "sull'informazione in uscita", che mostra con chiarezza il valore commerciale. "Passa" con maggior facilità una notizia eccezionale, straordinaria, d'impatto, che una abitudinaria. le persone conosciute sono molto più importanti di quelle sconosciute. Ciò che è più vicino al pubblico interessa di più i lettori di quello che è lontano. Tutto ciò che è facile, si legge più volentieri di quello che è difficile.
E' utile ricorrere a tutta la scala di Galtung per capire che i valori della "notizia che esce" sono inculcati ad ogni giovane che studia giornalismo, con il vecchio racconto del cane che morde un uomo non fa notizia, mentre la fa un uomo che morde un cane. Tutto ciò sembra logico e sensato, ma significa che l'informazione sui fatti internazionali, in quest'epoca di interdipendenza globale, sia totalmente inadeguata perché il mitico "uomo di strada" si formi una coscienza.
Significa che G. Bush è un soggetto d'informazione più importante di qualsiasi uomo di stato di un paese del Sud in via di sviluppo, a meno che non venga trasformato in un soggetto eccezionale perché pericoloso agli occhi del mondo industrializzato, come Saddam Hussein o Gheddafi.
Significa che i paesi lontani dai grandi centri di potere fanno notizia solo se legati a fatti eccezionali, come le catastrofi naturali, le guerre o casi straordinari di corruzione.
Significa che l'informazione privilegia l'evento piuttosto che il processo, significa che il prelevare eventi isolati non permette di capire fenomeni globali relazionati ad esempio all'ambiente, ai diritti umani come base delle relazioni internazionali, al ruolo della donna nella società o all'omogeneizzazione della cultura, questioni centrali nei dibattiti di Porto Alegre.
Nelle società più avanzate, il moltiplicarsi dei mezzi d'informazione consente l'accesso a chi porta contributi analitici di alto livello. Ma ciò accade in un processo di concentrazione, per il quale aumenta la conoscenza di chi già sa, ma peggiora la conoscenza di chi sa poco.
Informazione e povertà del dibattito culturale e politico
I lettori di periodici statunitensi di qualità, come alcune riviste
culturali e politiche o quotidiani come il New York Yimes, il Washington Post
o il Los Angeles Times, non superano il 10% del totale. La situazione varia
molto in ogni paese europeo, ma la media in Europa non supera il 20%. In una
scala mondiale, l'insufficienza del sistema informativo è più
grave e supera l'ambito della polarità Nord- Sud.
Quante volte i lettori di riviste uruguayane o malesi hanno accesso ad una notizia sulla Finlandia, in cui non ci sia uno scandalo o una catastrofe? Il capo di stato finlandese è uno sconosciuto e la gerarchia di questo paese nei mezzi d'informazione è simile, per simmetria, alla Tanzania, mentre lo Zimbabwe, grazie alle peculiarità del presidente Robert Mugabe, ha più rilevanza. La sfortunata Italia occupa le prime pagine quando il suo primo ministro Silvio Berlusconi (già soggetto d'informazione in quanto uomo più ricco del suo paese), dichiara che l'Islam è una civiltà di seconda classe. Il meno che si può dire è che fu una dichiarazione eccezionale, e non si può negare che risponda ai requisiti della notizia "da pubblicare".
In questo contesto rivestono una particolare importanza i processi di concentrazione, che sono una caratteristica fondante della globalizzazione neoliberale, dai trasporti alle banche alle imprese, agli istituti di investigazione. Si riduce il numero dei mezzi di informazione ma soprattutto il numero dei proprietari. Le fusioni ricevono il massimo rendimento per gli editori e riducono i costi tramite la centralizzazione dei servizi. Questo aumenta l'omogeneità dei valori del sistema informativo e l'integrazione nel sistema economico e finanziario, soprattutto quando unisce, per la prima volta, i proprietari dell'informazione (come Time- Warner) e i proprietari dei sistemi di telecomunicazione (come America On Line).
Si calcola che ogni anno il numero dei lettori dei quotidiani si riduca del
1.7% nel mondo. Ciò è dovuto a vari fattori; basterebbe chiedere
agli argentini perché hanno smesso di comprare quotidiani, per ottenere
una valida risposta. Ma la realtà è che solo il 17% di chi usa
Internet compra quotidiani. Sono convinto che ciò sia dovuto ad una
divergenza di tipo generazionale. I giovani di oggi, che nei ceti medi sono
molto interessati, per esempio, non trovano questo tipo di informazioni nei
quotidiani, ma su Internet.
E' facile dedurre che le vendite di un quotidiano siano la metà del
numero di uscite, ma questo criterio ci ha portato ad una strada "sensazionalista"
che ha molto cambiato lo stile giornalistico negli ultimi trenta quarant'anni.
Questo fenomeno è nettamente percepibile nella programmazione delle
emittenti televisive e delle radio.
Le emittenti private sono state esaltate come un fattore di progresso per
la libertà d'informazione, perché in grado di fornire un pluralismo
informativo, rivolto a un pubblico sempre maggiore, ma il loro livello di
qualità si è dimostrato quasi sempre inferiore a quello delle
emittenti pubbliche, alle quali hanno imposto, per concorrenza, di abbassare
il livello dei contenuti.
I dibattiti sulla libertà d'informazione sono soliti includere una pericolosa mistificazione, dalla quale pochi si salvano: la libertà viene ad identificarsi con la libertà di proprietà, con lo Stato tenuto il più lontano possibile. Serve a dimostrare che tale formula, propria della globalizzazione neo liberale, significa progresso informativo, ed è parte dello sforzo di limitare il più possibile la stampa di stato. E' certo che i governi antidemocratici, soprattutto quelli dei paesi in via di sviluppo, usano i media della comunicazione e dell'informazione come strumenti di propaganda e dominazione. E' altresì vero che tali media non hanno la stessa funzione nei paesi democratici e industrializzati, ma sono fattori di progresso informativo e culturale. Basti pensare alla BBC e ad altri media pubblici europei.
Dobbiamo però chiederci se, "nel generale impoverimento del dibattito politico e culturale sull'informazione, non ci sia una responsabilità delle forze alternative ad accettare i nuovi problemi, le nuove realtà, senza ripiegare di fronte all'offensiva di un mercato che si presenta come il paradigma di tutte le cose, umane e divine. Non possiamo perciò rifugiarci in idee del passato, dobbiamo creare e costruire alternative e nuove strade.
Non dobbiamo dimenticare che le entrate principali dei mezzi d'informazione non vengono dalle vendite al pubblico, ma dalla pubblicità, senza la quale non sopravviverebbero. Rendiamoci conto che se permangono le tendenze attuali, in sette anni le spese del pianeta in pubblicità supereranno quelle per l'educazione.
E' proprio necessario ricordare le differenze tra i messaggi pubblicitari e quelli educativi? Proprio ora assistiamo alla diffusione di quotidiani distribuiti gratuitamente perché i costi sono pagati dalla pubblicità. E' possibile che in futuro esisteranno quotidiani locali gratuiti e pochi grandi quotidiani nazionali; lo spazio intermedio è destinato a scomparire.
La crisi della guerra e degli stati d'animo di tutta la società e globale, sta nel fatto che il mercato supera ogni cosa, nei nuovi livelli di consumo. Se ciò non viene impedito, mediante un qualche motivo (l'attacco terroristico in USA), tutto crolla. I neo liberali ad oltranza diventano Keinesiani: basti vedere le richieste ad oltranza di Bush al Congresso per risollevare interi settori dell'economia. Il liberalismo assoluto del mercato si è interrotto brutalmente...
Questa relazione fra pubblicità e informazione di consumo è un'equazione vitale della globalizzazione. Il fattore della società civile che va più promosso, è quello delle associazioni di consumatori, a tutti i livelli. Un consumo responsabile e sostenibile è uno dei fattori dell'altro mondo possibile. E di questo tema non parliamo o parliamo molto poco. I cittadini consumatori devono essere i protagonisti dell'azione e del dibattito.
Questo fatto ci porta a considerare i limiti strutturali del sistema informativo. Si tratta di un sistema verticale, dall'alto al basso. L'informazione viene emessa da un gruppo ristretto di persone chiamate giornalisti, protetti dalla legge per esercitare questa funzione quasi monopolistica. Il loro messaggio giunge, tramite vari media, al numero maggiore possibile di riceventi, e si basa su un sistema di valori determinato dall'uscita sul mercato.
La capacità di accesso e di risposta dei riceventi è molto limitata: poco più che scrivere lettere al direttore, smettere di comprare un periodico o sintonizzarsi su un'altra emittente. I sondaggi auditel non valutano i contenuti delle informazioni ma quasi esclusivamente le motivazioni individuali che determinano le preferenze del pubblico, in termini di mercato.
La verticalità di questo sistema è stata utilizzata in modo negativo per acquisire potere e dominazione. I governi non democratici o con una scarsa base partecipativa utilizzano i mezzi d'informazione per mantenere il proprio potere, censurando e controllando i mezzi privati. Ma questi stessi mezzi privati si sono spesso trasformati in uno strumento di espressione degli interessi di gruppi politici o economici, direttamente o attraverso la censura e il controllo degli attori privati. Anche nelle relazioni Nord - Sud il sistema informativo consolida la dominazione e ciò è stato facilitato dal predominio delle agenzie multinazionali. Tre di esse Associated Press, Reuters e Agence France Press distribuiscono più del 70% del flusso d'informazioni internazionale (la quarta agenzia era la statunitense United Press International, quasi scomparsa per la dura concorrenza nel settore). In questo ambito, è ancora più evidente quanto l'idea di un'informazione libera sia solo un mito.
La Associated Press esiste grazie al suo mercato interno, gli Stati Uniti, che apporta circa il 94% delle entrate e sostiene che la libertà d'informazione passi per l'eliminazione della presenza dello Stato nel settore informativo. La sua rete internazionale, che cerca di soddisfare le richieste del mercato statunitense, perde circa il 25% del previsto e apporta solo il 6% delle entrate. Tutti i paesi in via di sviluppo apportano solo l'1%.
Qualsiasi tentativo di emulare questo modello cozzerebbe contro una realtà evidente: nessun paese ha un mercato interno così forte, a parte il Giappone la cui agenzia internazionale è orientata verso interessi quasi solo domestici, per cause culturali che rendono molto difficili le vendite di informazioni ad altri paesi.
Segue poi Reuters, che pure tenta di difendere il modello occidentale che sfrutta l'uscita nel mercato senza l'intervento statale. Ma solo il 4% dei suoi introiti proviene da un'attività di vendita di periodici, alla quale destina quasi il 20% dei finanziamenti. La maggior parte del denaro proviene dalla vendita di informazioni finanziarie e di borsa ad altre firme. Neppure questo modello sembra imitabile, visto che Reuters ha praticamente il monopolio in questo settore.
Infine Agence France Press. Anch'essa si è allineata alle altre agenzie nel dibattito sull'informazione, anche se il 60% delle spese viene pagato dallo stato francese. E' questo il modello che deve seguire il mondo in via di sviluppo? Si è sempre sostenuto il contrario per liquidare quasi tutte le agenzie nazionali dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina, che avevano un appoggio statale: furono accusate di non essere professionali perché non riuscivano a raggiungere il mercato.
Senza dubbio, la spagnola EFE, l'italiana ANSA e la tedesca DPA mantengono la loro presenza internazionale grazie a contratti statali, dal momento che il loro mercato interno non è sufficientemente forte per finanziare una rete mondiale.
In questa rassegna non dobbiamo dimenticare i nuovi canali globali di informazione, le grandi catene combinate della televisione globale.
Questo breve excursus storico ha a che fare con il nostro dibattito più di quanto sembri. Molti fra coloro che parteciperanno a Porto Alegre non sanno che il Sud negli anni settanta ha fatto uno sforzo enorme per democratizzare il sistema d'informazione internazionale.
Tutto ebbe inizio nel 1955, quando i paesi di recente indipendenza si riunirono nella Conferenza di Solidarietà Afro - Asiatica di Bandung, in Indonesia e gettarono le basi per il Movimento dei Non Allineati, fondato nel 1961, e per il Gruppo dei 77, creato nel 1964, che riunisce i paesi in via di sviluppo all'interno dell'Organizzazione delle Nazioni Unite, e conta oggi 138 partecipanti.
A partire da Bandung si cominciò a parlare della necessità di un sistema d'informazione internazionale più equilibrato che desse più partecipazione ai paesi che allora si chiamavano Terzo Mondo. Nel 1973, durante il summit di Argelia del Movimento dei Non Allineati, si lanciò l'idea di creare una rete informativa delle agenzie nazionali che cominciavano a nascere all'interno degli stati membri.
Quasi tutti i paesi in via di sviluppo si sono impegnati a formare agenzie di notizie ed emittenti radio - televisive con proprie politiche di informazione e cultura. La meta era stabilire un Nuovo Ordine Internazionale dell'Informazione e della Comunicazione. Nel 1964, nel segno di questo processo, fu fondata la Inter Press Service, una fondazione che diede impulso a questo nuovo ordine grazie all'assistenza, alla formazione e distribuzione di notizie, pur mantenendosi come voce indipendente e professionale del terzo mondo. IPS è stata l'attore principale nel dibattito sulle idee perché univa questa condizione a quella di un operatore concreto dell' "altra" informazione, professionale, plurale, promuovendo il dibattito globale su un nuovo ordine sociale, economico, informativo.
Quasi tutte quelle agenzie nazionali sono scomparse, e la loro assenza è causa di preoccupazione per la necessità crescente di difendere gli spazi e le identità nazionali ridotti a causa della globalizzazione.
E' ora necessario aprire una nuova fase dell'analisi: mentre si apre il dibattito sul Nuovo Ordine Informativo, inizia lo sviluppo delle nuove tecnologie di comunicazione.
Il termine "comunicazione" viene usato in modo molto confuso. L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE), che tiene la contabilità dell'assistenza allo sviluppo da parte dei paesi industrializzati, include fra le voci della comunicazione anche gli investimenti in telefonia, reti di fibre ottiche e altre infrastrutture per la trasmissione di dati. I francesi hanno accresciuto il malinteso adottando l'espressione "mezzi di comunicazione sociale" riferendosi ai periodici e alle emittenti radio - televisive che in realtà sono solo mezzi informativi.
Si può parlare di un'epoca con mezzi di comunicazione di massa solo dalla fine degli anni ottanta, con lo sviluppo di Internet e di altre nuove tecnologie. Fino ad allora possiamo parlare di informazione. Se si parla di comunicazione era per riferirsi a meccanismi e fenomeni limitati allo spazio locale.
Vorrei sottolineare che esistono differenze fondamentali di tipo strutturale, tra l'informazione e la comunicazione. La prima, come abbiamo visto, ha una struttura verticale e valori e contenuti commerciali, mentre la seconda è assolutamente orizzontale (l'emittente è anche ricevente, o viceversa) e si suoi valori si sono finora basati su una logica mercantile.
Decine di migliaia di donne usano Internet per condividere e proporre idee, in un progetto orizzontale di comunicazione. I valori che le accomunano sono quelli della società civile: partecipazione, equità, trasparenza. solidarietà. Valori condivisi da decine di migliaia di persone che grazie ad Internet lottano per difendere l'ambiente, i diritti umani o una globalizzazione della solidarietà. Senza Internet, Porto Alegre non sarebbe stato possibile.
Tutto ciò è avvenuto in modo estremamente rapido. Bandung non è molto lontana nel tempo. In termini demografici non sono passate più di due generazioni.
Il dibattito del 1955 si riferiva solo all'informazione, mentre gli Stati Uniti conducevano la lotta per la proprietà privata e commerciale dei mezzi, difendendo mitologie sulla libertà d'informazione e l'obiettività. A tal punto che si ritirò dall'Unesco per esprimere il suo rifiuto da un dibattito che considerava inaccettabile.
Le tecnologie di comunicazione (in ambito di telecomunicazioni), venivano percepite come uno strumento nelle mani dello stato, come nel romanzo 1984 di George Orwell, nel quale il Fratello Maggiore (oggi chiamato per una cattiva traduzione, Grande Fratello), si intrometteva nella vita quotidiana di ogni cittadino.
Oggi si teme di più il potere di Bill Gates piuttosto che di Bush, per lo meno in termini di informazione. Il mercato si intromette nella vita dei cittadini molto più dello stato. Il dibattito internazionale sull'informazione e la comunicazione è stato abbandonato, e gli stati hanno paura a riaprirlo per paura di venire accusati di essere nemici della libertà d'informazione.
Il concetto di Nuovo Ordine nell'informazione Internazionale (NOII) fu abbandonato in forma ufficiale dall'UNESCO non appena giunsero al potere Ronald Reagan e Margaret Thatcher. Il NOII era una estensione del desiderio dei paesi in via di sviluppo di stabilire un nuovo ordine economico internazionale con un sistema di produzione e scambio più partecipativo ed equilibrato. La ONUDI fu creata come risposta a tale richiesta.
Il Sud chiedeva di partecipare all'economia mondiale con almeno il 20% della
produzione industriale. Il NOII era il simbolo di un flusso di informazioni
più equilibrato, in un mondo nel quale le agenzie transnazionali controllavano
il 93% dell'informazione mondiale.
Si considerava prioritario che ciascun paese avesse la sua propria politica
di informazione e comunicazione, come elemento chiave per lo sviluppo nazionale.
Fu un momento di splendore per gli studiosi di comunicazione, i quali dimostrarono in modo quasi unanime, che il flusso internazionale di informazioni era completamente squilibrato, parziale e lontano dalle prospettive nazionali. Era evidente la preoccupazione dei paesi che cercavano di costruire il loro cammino verso lo sviluppo, l'integrazione delle società e la difesa dell'identità, mentre cessavano le dominazioni coloniali.
Quasi nessun paese oggi si sforza seriamente di costruire una politica nazionale di informazione e comunicazione. Non è di moda parlare di identità nazionali. La comunità internazionale si è concentrata sull'integrazione dei mercati e pertanto sull'omogeneità delle identità.
La società dell'informazione è stata fondamentalmente lasciata nelle mani del mercato, quando invece dovrebbe, per il suo impatto, far parte di strategie nazionali e regionali specifiche, in tutti i suoi aspetti: da quello tecnologico a quello dei contenuti, delle soluzioni e del monitoraggio del suo impatto. Ciò si deve realizzare per mezzo dello stato, le imprese, il settore accademico e la società, utilizzando proprio le tecnologie di informazione e comunicazione. Questa è la bandiera della democratizzazione, questo ci permetterebbe, per una volta, di non lasciare tutto nelle mani dello stato, troppo spesso burocratico, inefficiente e lontano da queste necessità.
Il cosiddetto Consenso di Washington, base delle politiche di aggiustamento strutturale create dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, la nascita dell'Organizzazione Mondiale del Commercio come organismo separato dalle Nazioni Unite e tutte le strategie di neo liberismo economico non hanno portato al consolidamento del piano nazionale, ma al trionfo delle transazioni internazionali.
Proprio per questo la Società dell'Informazione è stata considerata
una priorità nelle politiche di aggiustamento, attraverso la privatizzazione
delle compagnie di telecomunicazioni e della cosiddetta "connettività".
Le leggi del mercato aiutano solo chi ci guadagna, in questo il mercato statunitense
è imbattibile. Il settore privato sta scoprendo Internet e la utilizza
sempre più come uno strumento al servizio del commercio elettronico.
Anche il concetto di sviluppo è ormai passato di moda, con l'emergere del nuovo paradigma della globalizzazione. In teoria, i due termini non sarebbero contraddittori, ma nei fatti si sono dimostrati inconciliabili, perché rappresentano sistemi di valori opposti.
Il paradigma dello sviluppo era un'aspirazione basata su valori democratici,
e tentò di riunire in forma graduale i valori che sorsero nelle discussioni
fra destra e sinistra in ogni paese, per mezzo di una sintesi complessa, molto
più vicina al pensiero progressista che a quello conservatore.
Si tratta di valori di equità e giustizia sociale, partecipazione,
solidarietà e democrazia. La globalizzazione neo liberale ha altri
valori: efficienza, competenza, forse trasparenza (dovuta ai governi) e libero
mercato.
Ma il libero mercato oggi non è un meccanismo, ma un valore.
Non si è mai discusso a fondo se i vecchi valori possano integrarsi
con i nuovi.
Inizialmente i teorici del neo liberismo adottarono un atteggiamento trionfalistico
e a volte fondamentalista. Poi, tra la confusione dell'Accordo Multilaterale
sugli Investimenti e l'esplosione di Seattle, sono diventati molto più
cauti.
E' possibile che oggi siano più disponibili a discutere su valori sociali
e sul modo di rendere la globalizzazione più giusta, proprio come avvenne
quando le classi dominanti iniziarono a discutere della ridistribuzione dei
benefici della Rivoluzione Industriale.
Perché ci fosse questo dibattito furono necessarie personalità come Marx ed Engels, e che decine di migliaia di persone sacrificassero la loro vita per i diritti sindacali dei lavoratori e per latri strumenti di espressione e partecipazione. Speriamo che la storia non si ripeta e che non siano necessari tanti sacrifici perché venga accettato il concetto di una globalizzazione della solidarietà, di contro a una neo liberale, perché questo cammino non solo è giusto, ma è l'unico che sia sostenibile per la comunità internazionale.
Gli attentati alle torri gemelle e al Pentagono hanno aperto una nuova fase del dibattito. I limiti del potere unipolare degli Stati Uniti sono più evidenti che mai, nonostante la vasta e peculiare alleanza che afferma di combattere contro Bin Laden. Ci troviamo oggi in una fase nuova di un vecchio fenomeno: la manipolazione del sistema informativo a fini politici. E' certamente grave che il governo americano abbia impedito a Voice of America di diffondere un'intervista a Bin Laden, per non dare spazio all'avversario. Ogni volta che qualcuno, per difendere la democrazia, la riduce, è legittimo preoccuparsi. I successivi divieti a trasmettere qualsiasi dichiarazione del nemico, fanno pensare ad un ritorno agli anni del maccartismo. E' piuttosto patetico l'aver condotto una vasta campagna contro l'emittente araba Al Jazeera, perché non professionale e compromessa con Bin Laden. Di nuovo, il problema più grave è quello della libertà dei giornalisti, non tanto della libertà d'informazione; quando un giornalista chiese a Bush perché non era immediatamente tornato a Washington durante gli attentati, ma avesse vagato per i cieli per quasi un giorno, ci fu una campagna di terrore così violenta, che ora quel giornalista è ridotto a un paria. I giornalisti, in generale, in questi casi chinano la testa e aspettano che l'onda passi, per alzarla di nuovo in un momento più favorevole.
Il mondo unipolare implica l'inesistenza di equilibri internazionali, ma le sue ingiustizie inoccultabili sono il focolaio del terrorismo, qualcuno comincia a rendersene conto...anche se solo per portare un po' di alimenti agli afgani, insieme a tante bombe.
Sono convinto che i risultati di questo dibattito rafforzeranno la coscienza che è necessario un mondo migliore. E' chiaro che la comunicazione gioca in questo ambito un ruolo ben distinto da quello dell'informazione.
Mentre i mezzi d'informazione sono concentrati sulle attività di Bush e Blair, con un'Europa supina e un Giappone soddisfatto, Internet si riempie di messaggi di chi vuole riflettere in forma collettiva e guardare oltre la guerra.
Gli ultimi decenni del secolo passato si concentrarono sul dibattito del
NOII, mentre oggi assistiamo alla nascita di un nuovo ordine dell'informazione
e della comunicazione, che non è stato creato per il governo, ma per
il mercato. Questo nuovo ordine non dichiarato, si afferma per il suo valore
economico, come tutte le cose nel mondo della globalizzazione.
Ricordiamoci della fusione Time- Warner con America on Line (AOL), che unisce
ciò che prima era separato.
AOL rappresentava il mondo delle telecomunicazioni tradizionali, neutrale
nei contenuti che trasmetteva. Quando si inaugurò il telegrafo tra
Londra e Manchester, il Times pubblicò una poesia in cui si leggeva
"attraverso la linea porto il messaggio, né migliore né
peggiore, esattamente lo stesso".
La fusione AOL con Time-Warner ha fatto una sola cosa del messaggio e della
linea. Ma quale tipo di messaggio? Quello della cultura transnazionale, dei
meccanismi globalizzanti degli Stati Uniti, non la voce delle diverse realtà
e culture.
La logica della fusione non è avvenuta per favorire una produzione migliore, ma per ridurre i costi e massimizzare le entrate. E' una logica che deriva più dal mondo della speculazione che da quello della produzione. Una delle caratteristiche della Nuova Economia consiste nel dichiarare che si guadagna di più e più rapidamente con transazioni finanziarie piuttosto che produttive. E' la logica secondo la quale gli uomini più ricchi del mondo smettono di fondare industrie, piantagioni o compagnie commerciali, e creano imprese della Nuova Economia Virtuale.
In Italia, la compagnia Tiscali era giunta ad aver un valore commerciale maggiore della centenaria Fiat, prima che esplodesse lo scandalo delle speculazioni. A un certo punto, gli azionisti Tiscali avevano una ricchezza pari a quella di Haiti. Il valore di mercato di Microsoft giunse ad essere equivalente al prodotto interno lordo della Spagna. Nonostante la crisi di Wall Street i direttivi delle grandi multinazionali hanno aumentato le loro entrate, senza alcuna relazione con il valore delle imprese.
In questo nuovo ordine, che si radica senza che noi ce ne rendiamo conto, dov'è finito l'essere umano? Era già assente nel dibattito dell'UNESCO tra governi del Sud e proprietari dei grandi mezzi informativi, appoggiati dai governi del Nord. Ma ora c'è un nuovo importante attore che entra in scena: la gente.
La società civile è fa parte, questa volta, del nuovo ordine. Ha messo in moto reti, alleanze e azioni politiche, ed ha un peso crescente nelle agende nazionali ed internazionali. Senza Internet e le nuove tecnologie, tutto ciò non sarebbe stato possibile.
Purtroppo, si sa, Internet raggiunge solo la metà della popolazione mondiale, per ragioni di diseguaglianza nell'accesso e nello sviluppo, ma le nuove tecnologie permettono, per la prima volta, l'irruzione nella comunicazione di centinaia di migliaia di persone. Questo potere d'accesso è tuttavia molto diversificato. L'Africa ha solo lo 0,76% di utenti di Internet, mentre l'Europa il 27,79%. Il Medio Oriente ha lo 0,59%, l'America Latina il 4,04% rispetto al 41,05% di Stati Uniti, Canada e Giappone. Questo mentre 130 milioni di bambini, il 21% del totale, non va a scuola. Oggi nel mondo 2 miliardi di persone non hanno accesso all'elettricità, mentre il 33% ha solo un accesso saltuario. E per concludere questo discorso, l'Africa che ha il 12% della popolazione mondiale, ha solo il 2% delle linee telefoniche esistenti al mondo; meno di quelle presenti nella città di New York.
Questa è la ragione per cui si assiste al digital divide come ad una ulteriore divisione fra Nord e Sud del mondo, di livello molto più profondo e perverso delle altri divisioni. Stiamo entrando in una società della conoscenza in cui il lavoro dipende sempre più dalla specializzazione e dalla competenza tecnologica. In un continente in cui l'AIDS decima i giovani e dove i bambini crescono con un deficit alimentare e sanitario, la non integrazione nella globalizzazione, con un ritardo così strutturale nelle nuove tecnologie, lascia intravedere un futuro di poche speranze.
Ma l'Africa è anche, a ragione, l'esempio di come la comunicazione abbia alterato il quadro tradizionale. In Africa la comunicazione locale è sempre stata molto forte, anche grazie a forme d'arte comunitarie. Ma l'informazione è sempre stata nelle mani dello stato, e, soprattutto negli ultimi tempi, di editori stranieri. La stampa indipendente, fenomeno comunque più recente, è nelle mani di gruppi d'opposizione che hanno mantenuto lo stesso sistema informativo e di valori della stampa di stato, solo simmetricamente opposto.
L'arrivo di Internet, anche se con le limitazioni segnalate, ha significato
che tutti i gruppi della società civile hanno cercato di avere accesso
ad Internet. Durante la Conferenza Mondiale della Donna di Bejing, nel 1985,
le donne africane già da tempo si preparavano con un approfondito scambio
d'idee con altre donne di altri paesi: riuscirono così in pochi giorni
a prendere in mano la conferenza. Ossia, Internet si è trasformata
nello strumento grazie al quale essere attivi nella società.
Queste persone appartengono al mondo della comunicazione, più che a
quello dell'informazione, ormai in declino, ma non dobbiamo dimenticare le
relazioni esistenti fra questi ambiti. Il loro sistema di valori ha più
a che fare con lo sviluppo che con la globalizzazione neo liberale.
Sono le persone che chiedono una globalizzazione della solidarietà
e credono nell'importanza delle singole identità nazionali, al di là
delle vecchie discussioni dell'UNESCO. Queste persone hanno ampiamente superato
la divisione fra Nord e Sud, globalizzando le questioni ambientali, dei diritti
umani, di genere o di equità nel commercio, promuovendo la partecipazione
egualitaria di chi vive nel mondo industrializzato e nei paesi poveri. La
divisione tra poveri e ricchi, o esclusi e inclusi, diventa allo stesso tempo
più globale e più interna ad ogni società.
La gente è sempre più attiva e crea i suoi propri sistemi di partecipazione, con una sfiducia crescente e preoccupante nelle istituzioni politiche, che rischiano di perdere legittimità come rappresentanti di questi cambiamenti.
Credo che la principale lezione sulle lotte per l'informazione e la comunicazione, da Bandung a Internet, stia nell'importanza della gente. Dovremmo dare la parola ai testimoni di ieri e agli attori di oggi. Gli studiosi di comunicazione, che si dedicano soprattutto allo studio dell'impatto e delle potenzialità delle nuove tecnologie, dovrebbero rinnovare la loro alleanza con la gente, per articolare una nuova proposta basata sulla comunicazione fra le persone che lottano per un mondo migliore.
Come afferma il titolo del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre, un mondo migliore è possibile, e una delle sue chiavi sta nella comunicazione democratica, partecipativa, ricca nella sua diversità di contenuti e identità, ma fondata su valori comuni.
E credo che il dibattito che abbiamo cominciato ad alimentare nell'ambito del Forum Sociale Mondiale a gennaio 2003 a Porto Alegre sull'informazione e la comunicazione, sia in plenaria che in un seminario specifico, e che è proseguito anche a Civitas 2003 grazie agli eventi WSA debba essere visto come l'inizio di un cammino concreto, propositivo e importante: la richiesta di un sistema che non si basi solo sulle forze del mercato, ma che risponda al difficile compito che oggi ci impone la globalizzazione neo liberale. Un sistema nel quale l'informazione tenga conto del cambio generazionale e delle sue inquietudini, piuttosto che cercare di soddisfare le vecchie generazioni che pensano al mercato come valore finale. Un sistema che sia sempre più vicino alla gente, ai processi, nel quale la comunicazione si trasformi in meccanismi di accesso, di partecipazione e di espressione di un mondo multipolare, che per mezzo del consenso e del dialogo costruisca il mondo migliore cui aneliamo e crediamo sia possibile.
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Questo saggio entra nel merito di come i cittadini cerchino e spesso riescano ad esercitare il loro potere per creare e invocare norme sociali attraverso forme di azione politica diretta. L'azione politica diretta mette alla prova le frontiere legali della protezione dell'espressione. Mi concentrerò sulle complesse distinzioni esistenti fra dissenso, disobbedienze e violenza per poi mettere alla prova i limiti delle leggi e delle forme di protezione delle corporazioni multinazionali. Il concetto di cittadinanza, come hanno giustamente notato i "comunitaristi" non riguarda solo diritti, ma anche doveri. Infatti, la cittadinanza democratica dovrebbe esercitare i suoi diritti in modo significativo. Un buon cittadino è una persona che non solo ha dei diritti, ma li sa anche utilizzare efficacemente, usando, se necessario, il diritto, creativo e profondo, a comunicare dissenso e protesta.. Un simile concetto di cittadinanza implica, anzi necessita, non solo dell'uso della legge come base di auto governo, ma anche di norme sociali informali. Ciò non significa che noi possiamo o dovremmo celebrare le norme come una forma di regolazione delle società che non è problematica. Tuttavia, secondo i numerosi comunitaristi che sostengono che non possiamo tentare di risolvere i nostri bisogni solo per mezzo di discorsi liberali sui diritti dovremmo considerare anche le norme come un'alternativa importante. In sostanza, non dobbiamo rifiutare o sottovalutare il potere informale delle norme come mezzo di regolazione sociale. Ovviamente, non dobbiamo abbracciare ogni aspetto del pensiero comunitarista per riconoscere che le norme costituiscono la fabbrica della società civile, sia completando i diritti legali, sia compensandone le manchevolezze, come mezzo di regolazione della società. In ogni caso, ciò descrive perfettamente cosa sono le norme di una civiltà. Il termine "civiltà" si è rivelato contestabile, e ci sono casi in cui le norme civili possono produrre silenzio, addirittura sottomissione, di fronte all'ingiustizia. Dovremmo chiederci se la civiltà deve a tutti i costi e necessariamente essere considerata superiore ad altre virtù più convincenti. Soprattutto, dovremmo riconoscere che esistono norme di civiltà in conflitto, per cui potremmo trovarci a chiederci "di quale civiltà?". Un simile approccio riconosce che il concetto di civiltà non è neutrale. A volte, rifarsi, per errore o appositamente, al concetto di civiltà può celare l'ingiustizia insita nella retorica dell'interesse generale. Oppure, poiché ciò che è considerato una condotta civile, generalmente cade sotto la protezione legale, quelli che si ritrovano colpiti da ingiustizie mascherate da civiltà, sono in svantaggio. Una possibile risposta è che dovrebbero scegliere di comportarsi in modo incivile anche se legale. Quando una persona, trattata ingiustamente, impreca e grida per ottenere attenzione, si spera che riesca a correggere il suo problema. Gridare e imprecare potrà forse offendere qualcuno, ma verrà considerato come un discorso protetto. Il diritto alla libera espressione e associazione non viene necessariamente limitato da un codice di civiltà. inoltre, una risposta ad un'ingiustizia potrebbe rimanere al di fuori dei legami di ciò che è legale, anche se l'atto di difendersi verrà condotto in un modo considerato civile. Come è possibile? Com'è possibile infrangere la legge rimanendo civili? E perché una persona dovrebbe scegliere di farlo? Una fra le risposte è "per trasmettere un messaggio". Ad esempio, trasmettere l'obiezione a una legge ingiusta infrangendo la legge, anche se in modo civile, è commettere un atto di disobbedienza civile, ma è anche un atto di comunicazione politica. Il diritto al dissenso e alla disobbedienza civile nonviolenta sono gli obiettivi principali di questo saggio.
Quando i cittadini esercitano il diritto alla libertà d'espressione e associazione per esprimere il loro dissenso ad un'ingiustizia, stanno semplicemente cercando di realizzare una delle più importanti promesse che può offrire una democrazia costituzionale. E una delle strategie più efficaci per esprimere il dissenso è la politica della vergogna. Fare luce su un'ingiustizia a volte significa esporre ed imbarazzare quelli che la perpetuano. E ciò può essere pericoloso non solo per chi prova la vergogna, ma anche per chi vorrebbe usare la pubblicità in tal modo. Pertanto, le politiche della vergogna sono centrali alla disobbedienza civile nonviolenta, come dimostrerà la trattazione seguente. Più in generale, le manifestazioni di disobbedienza civile storiche e contemporanee sono mezzi vitali di espressione politica, che valorizzano l'importanza morale e strategica della nonviolenza.
Disobbedienza civile e comunicazione politica
Un punto di partenza utile per considerare la legalità della disobbedienza
civile è la spiegazione del concetto legale di "forme di espressione"
(expressive conduct), un concetto che evidenzia i legami sfuocati
che esistono tra "discorso" e "azione". Le forme di espressione
sono azioni riconosciute per la propria valenza simbolica. Alcune forme di
espressione, anche se non tutte, possono violare la legge. Difatti, alcune
azioni simboliche sono esempi di brutale violenza, come il terrorismo. In
questi casi, il significato sottostante al messaggio viene messo in ombra
dall'impatto della violenza. In altri casi, forme di espressione, come il
rogo delle bandiere negli Stati Uniti, indicano che il danno materiale ad
altre persone è stato considerato minimo o non esistente, mentre gli
elementi del discorso restano in primo piano, protetti dalla costituzione.
Come esemplificato dal rogo di bandiere, i limiti delle forme di espressione
sono strettamente messi alla prova da quelle forme di espressione conosciute
come disobbedienza civile. La tradizione della disobbedienza civile ha le
sue radici nelle democrazie costituzionali. E' stata giustificata come una
forma di espressione, cioè un'azione simbolica, e non trattata semplicemente
come una forma di crimine. Ciò non significa che chi pratica la disobbedienza
civile non patisca delle conseguenze, perfino in quelle società in
cui l'uso della violenza da parte dei governi è strettamente controllato
e democraticamente affidabile (in termini relativi). Il carcere non è
un'esperienza gloriosa, anche se per giuste cause. Ma ciò che giustifica
e da senso alla disobbedienza civile è il fatto che le azioni generano
significato, al di là del semplice contravvenire alla legge ed essere
perciò puniti. Al contrario, queste azioni diventano il terreno su
cui discutere pubblicamente su questioni di giustizia. Proprio perché
la disobbedienza civile è un atto di pubblica comunicazione, a chi
compie tali azioni viene dato un ruolo diverso, spesso elevato, nel sistema
della giustizia criminale.
Questo status speciale, accordato a chi deliberatamente infrange una legge
per provocare la discussione su questioni di giustizia legale, riconosce che
la disobbedienza civile è una forma di espressione. E mentre l'espressione
è intrinseca all'atto di disobbedienza civile, queste azioni continuano
ad essere giudicate come infrazioni, come ad esempio la violazione di proprietà
privata o altre infrazioni minori.
Riconoscendo la primaria importanza dell'azione come forma di espressione,
piuttosto che come violazione della legge, accettiamo che la dicotomia espressione
- condotta legale non sia chiara, e anche che la scala che usiamo per giudicare
tali azioni attive evolva a favore dell'elemento di potenza comunicativa.
L'inseparabilità degli elementi di "potenza discorsiva" e
"condotta" della disobbedienza civile non rimuove l'illegalità
di alcuni atti, come ad esempio un sit-in che implica il reato di occupazione
di suolo pubblico. Tuttavia, come giustamente nota Bruce Ledewitz, poiché
l'informazione e la condotta sono fortemente connessi con l'atto di disobbedienza
civile, limitare tale atto significa imporre una limitazione a priori alla
libertà d'espressione. Ledewitz spiega, dall'interno del sistema legale
statunitense, che punire un atto di disobbedienza civile come offesa minore
criminale dopo il fatto è in linea con lo spirito del Primo
Emendamento, mentre invece prendere parte all'organizzazione di un atto di
disobbedienza civile sapendo che si rischia di incorrere in una pena severa,
è un tradimento dello spirito di quell'emendamento.
La disobbedienza civile ha un'antica tradizione nella storia dell'Occidente,
che ha le sue radici almeno nella morte di Socrate a seguito del processo,
e ottiene sempre maggiore attenzione grazie agli scritti ed esempi di Thoreau,
Gandhi e Martin Luther King. Barbara Katz considera la disobbedienza civile
come una forma vitale della comunicazione pubblica, l'obiettivo principale
dei disobbedienti civili "è di comunicare ad altri le
proprie preoccupazioni nei confronti di qualche nemico sociale" e per
questa ragione essi desiderano ottenere la pubblicità delle loro azioni.
Come prima notavo, la disobbedienza civile è la prima e più
efficace espressione della politica della vergogna. Dal momento che
le nuove tecnologie entrano a far parte dei mezzi possibili per l'azione e
il dibattito politico, gli attori politici radicali mettono alla prova la
loro fantasia inventando nuovi modi per usare queste tecnologie per difendere
le cause che sostengono. Ma l'estrema novità delle forme di comunicazione
e azione, rese possibili dall'uso dei nuovi media, soprattutto Internet, rende
difficile la comprensione di come possano convivere i nuovi metodi con le
vecchie tradizioni di disobbedienza. Pertanto è necessario volgere
il nostro sguardo alle tradizioni.
Negli Stati Uniti la legittimità della disobbedienza civile è
connessa alla memoria di Henry David Thoreau, che contribuì in modo
significativo alla valorizzazione dell'individualismo e del non conformismo.
Thoreau è noto soprattutto per il suo esperimento di "vita essenziale"
al livello di mera sussistenza per due anni sul Walden Pond, vicino a Concord,
nel Massachussets, che descrisse nel saggio Walden, o vita nei boschi.
Uno degli episodi più notevoli nella sua vita fu quello in cui passò
una notte in carcere nel 1846 per essersi rifiutato di pagare il testatico
del Massachussets, per protestare contro la guerra statunitense contro il
Messico (1846-1848). Quando Ralph Waldo Emerson fece visita all'amico Thoreau
in carcere e gli chiese "cosa ci fai qui dentro?", quello gli rispose
"cosa ci fai tu lì fuori?". Fu rilasciato dopo il pagamento
della cauzione da parte degli amici, cosa che lui non avrebbe voluto. Due
anni dopo, Thoreau tenne una lezione, poi pubblicata nel saggio "Sul
dovere della disobbedienza civile". In questo saggio egli espresse il
suo disgusto per quei cittadini che non facevano nulla per dimostrare pubblicamente
il loro dissenso per le ingiustizie al governo e ad altri cittadini, pur professando
privatamente di essere contrari a tali ingiustizie. Facendo così, indirettamente,
supportavano l'ingiustizia: "coloro i quali, mentre disapprovano le misure
adottate da un governo, gli offrono l'acquiescenza e il supporto, sono senza
dubbio i maggiori sostenitori e quindi anche il principale ostacolo alle riforme."
I principi di Thoreau sono stati di ispirazione in tutto il mondo per gli
attivisti della disobbedienza civile e la loro influenza è evidente
negli scritti e nelle pratiche di Lev Tolstoy, Gandhi, Martin Luther King
Jr, fra molti altri. Ma Thoreau non è stato il primo ad aver accettato
volontariamente una punizione come espressione di dissenso. Socrate fu giustiziato,
secondo la legge ateniese, dopo un processo e una condanna per aver corrotto
i giovani ateniesi e per essere stato blasfemo nei confronti degli dei. Anche
se la sua morte rappresenta per molti uno dei momenti più cupi nel
declino di Atene, è vista da altri come momento esemplare perché
Socrate dimostrò la sua fedeltà al ruolo della legge accettando
di essere punito. Socrate si rifiutò di andare in esilio, anche se
gli era stata offerta l'opportunità di farlo. Anche lo stato avrebbe
preferito la sua fuga, perché gli avrebbe risparmiato l'imbarazzante
conseguenza dell'esecuzione di una figura pubblica tanto amata.
Come Socrate stesso fece notare alla corte, la sua morte rappresentava una
condanna non tanto del principio della legge ateniese, quanto della corruzione
di quelli che la sovvertono.
"Io vi dico, o miei esecutori, che non appena sarò morto la vendetta ricadrà su di voi, con una punizione ben più dolorosa della mia. Mi avete condannato sperando di non dover sottomettere ad un giudizio la vostra condotta; ma io vi dico che il risultato sarà l'opposto."
Il senso della morte di Socrate è rappresentato dal principio, centrale
per la teoria e la pratica della disobbedienza civile nelle società
democratiche, dell'importanza della società. Accettando la punizione
e rifiutandosi di fuggire o implorare pietà, egli espose alla pubblica
riprovazione i suoi accusatori.
La morta di Socrate è di grande ispirazione per il coraggio e la dignità
con cui lui la accettò, ma non esemplifica il concetto attuale di disobbedienza
civile. L'esempio di Socrate non è quello di chi viene perseguito dopo
un'aperta protesta per un'ingiustizia, ma di una persona che ha l'obiettivo
di provocare la discussione pubblica su di essa. Ciò che minò
l'autorità dello stato e lo portò alla morte, fu la sua costante
presenza disturbatrice piuttosto che un'unica azione. Nel Ventesimo secolo,
la persona i cui esempi si avvicinano maggiormente agli ideali moderni di
disobbedienza civile è Mohandas Gandhi, che trasse ispirazione dalla
Bhagavad - Gita, Gesù Cristo e Thoreau. L'ingiustizia più abietta
contro la quale lottò è quella della dominazione coloniale dell'India.
Attraverso discorsi, scritti e esempi, Gandhi articolò i suoi principi
e pratiche che riflettono un'intaccabile filosofia di disobbedienza civile
nonviolenta con l'obiettivo di porre fine alla dominazione britannica in India.
Pochi direbbero che il suo ruolo spirituale e morale, anche se non l'unico,
non fu fondamentale per la liberazione dell'India. L'importanza della vita
di Gandhi è stata riconosciuta da una generazione più giovane,
soprattutto fuori dall'India, grazie anche al film "Gandhi" (interpretato
da Ben Kingsley), di Richard Attenborough, del 1982. La scena più toccante
è quella in cui circa 2500 indiani seguono volontariamente l'esempio
di Gandhi, che aveva prima sfidato il monopolio inglese della produzione e
vendita di sale, marciando verso il mare e producendo, apertamente ed illegalmente
sale dall'acqua del mare. Secondo l'Atto di Tassazione del Sale del 1882,
gli indiani non potevano produrre sale senza il permesso inglese. I volontari
marciarono verso le Dharasna Salt Works il 21 maggio del 1930, e vennero brutalmente
picchiati con bastoni e fucili causando la morte di due persone e più
di 300 feriti, ma nessuno di loro rispose, secondo il principio della nonviolenza.
Il famoso incidente del "Satyagraha del Sale" rappresentò
un momento decisivo nello screditare il ruolo inglese in India agli occhi
del mondo.
Il termine Satyagraha deriva dal Sanscrito e significa ricerca della verità, ma si traduce anche con la forza della verità o "la forza che si genera dalla ricerca della verità". E' il termine che Gandhi usò per descrivere una particolare forma di nonviolenza attiva, che aveva l'obiettivo non solo della disobbedienza civile, ma anche dell'illuminazione spirituale dell'oppresso e dell'oppressore. La motivazione sottostante queste azioni era costringere l'oppressore a fare una scelta: o la fine di una situazione ingiusta o il tentativo di sopprimere la disobbedienza civile per mezzo della violenza. In ogni caso, la protesta sarebbe stata condotta con nonviolenza da parte dei partecipanti all'azione e con la distruzione della legittimità di un'autorità ingiusta. Ogni provincia dell'India fu testimone in questo periodo, del Satyagraha del sale e l'effetto cumulativo di queste azioni fu di ridurre il consumo medio annuale, anche se questo non era l'obiettivo principale. Secondo quanto riferisce Judith Brown l'obiettivo era di mettere in evidenza pubblicamente gli aspetti vergognosi del raj, il sistema di dominazione britannico:
Dal punto di vista del Satyagraha ciò che fu più importante fu rendere pubblico il metodo violento e soppressivo della polizia. I raid non venivano condotti per avere sale ma per costringere il governo ad azioni violente fino al punto di dare fuoco a folle disarmate, per mostrare al pubblico mondiale "il fango e l'ingiustizia di un Governo in tutta la sua stupidità".
La dottrina, per nulla semplice, della disobbedienza civile sembra ancora più complessa quando riconosciamo che il concetto di "nonviolenza" e di "disobbedienza civile" non sono per forza indissolubili, dal momento che è possibile aderire a una dottrina nonviolenta senza impegnarsi nella disobbedienza civile. Un esempio classico è il "rifiuto cosciente" ad andare in guerra. Nel distinguere il rifiuto cosciente dalla disobbedienza civile, John Rawls nota che la prima non è una forma diretta pubblicamente. Si ritiene di solito che chi si impegna in un rifiuto cosciente non si rivolga alle convinzioni della comunità, quanto piuttosto agisca all'interno della coscienza individuale. Un atto di rifiuto cosciente potrebbe implicare determinate convinzioni politiche, ma non per forza. Mentre la disobbedienza civile fa appello ad un concetto di giustizia comunemente condiviso, il rifiuto cosciente si può basare su principi o altri valori religiosi diversi dall'ordine costituito. Si pensa erroneamente che il pacifismo sia un atto di disobbedienza civile. Tuttavia esistono differenze tra l'evitare ad ogni costo la violenza, che addirittura può portare alla complicità con l'ingiustizia e l'oppressione, e la disobbedienza civile attiva e nonviolenta. Pacifismo e nonviolenza non sono sinonimi ed esiste senza dubbio un intero sistema legale che rafforza questa distinzione, come fa notare John Rawls:
Chi giustifica la disobbedienza civile non fa appello a principi di moralità personale o di dottrina religiosa, anche se queste potrebbero coincidere e sostenere le proprie convinzioni; la disobbedienza civile infatti non è ancorata a un gruppo o a un interesse personale. chi invoca la disobbedienza civile la giustifica con una concezione condivisa di giustizia che sottostà all'ordine politico.
Il pacifista può essere motivato da principi politici, ad esempio
contro l'ingiustizia sociale, ma potrebbe non desiderare di venire coinvolto
nel processo politico. Per definizione, la disobbedienza civile nonviolenta
ha l'obiettivo di entrare nel discorso politico, ad esempio tentando di esporre
alla pubblica riprovazione chi sostiene una legge ingiusta.
Anche se il termine "resistenza passiva" viene spesso associato
alla legittimità di Gandhi, non c'è nulla di passivo nella sua
dottrina di nonviolenza. La nonviolenza non è inazione, ma piuttosto
"azione che non è violenta". Uno dei metodi importanti
dell'azione nonviolenta è la non collaborazione che Mark Shepard definisce
come "il rifiuto a collaborare con l'oppositore, il rifiuto
di sottomettersi all'ingiustizia di chi opprime. Esso include forme come lo
sciopero, il boicottaggio economico e il rifiuto a pagare certe tasse. Come
ha evidenziato la definizione di rifiuto cosciente, c'è una grande
differenza tra il rifiutare privatamente di sottostare a una richiesta dell'autorità
che consideriamo immorale e la scelta di riaffermare vigorosamente la propria
scelta in modo aperto e pubblico come forma di disobbedienza civile nonviolenta
e comunicazione politica.
Negli Stati Uniti, la strategia di esporre alla pubblica riprovazione un governo
che perpetua, o non scoraggia, l'ingiustizia, fu centrale alla teoria e pratica
politica del Rev. Martin Luther King Jr., il ministro Battista e leader spirituale
e simbolico del movimento americano per i diritti civili. Il coinvolgimento
politico di King ebbe inizio nel 1955 quando Rosa Parks, una donna che si
rifiutò di sedere nei posti riservati ai neri in un autobus di Montgomery,
in Alabama, fu arrestata. L'incidente portò al famoso boicottaggio
degli autobus da parte dei neri, causando l'imputazione di un centinaio di
leader, molti dei quali furono arrestati, e la violenza contro i neri da parte
dei bianchi segregazionisti, tra cui una bomba nella casa di King. Durante
un incontro mentre era in corso il boicottaggio, e riflettendo il punto di
vista di Gandhi, che ammirava enormemente, King predicò la dottrina
dell'amore e della nonviolenza. La sua leadership morale (anche se non fu
l'unica) nella definizione del significato di "nonviolenza" o di
"disobbedienza civile" fu grandiosa.
Nella primavera del 1963, King fu arrestato per aver partecipato a una dimostrazione
a Birmingham, in Alabama. Il 16 aprile scrisse una lettera dal carcere ai
pastori dell'Alabama, rispondendo alla loro pubblica affermazione che le sue
azioni erano "sciocche e non adeguate ai tempi". Nella famosa "Lettera
dal carcere di Birmingham", King invoca la disobbedienza civile immediata,
che non può attendere oltre perché attendere ancora significa
accettare di soffrire un'ingiustizia sperando che la storia aggiusterà
gli errori di oggi: "noi sappiamo per dolorosa esperienza personale che
la libertà non viene concessa volontariamente dall'oppressore; deve
essere richiesta dall'oppresso... Dobbiamo renderci conto, con le parole
di un nostro famoso giurista, che 'la giustizia troppo a lungo rimandata
è una giustizia negata' ". Ragionando in difesa del momento
opportuno per praticare la disobbedienza civile, King distingue tra leggi
giuste e ingiuste, e afferma che proprio come una persona ha la responsabilità
morale di obbedire a giuste leggi, ha anche la responsabilità di disobbedire
alle leggi ingiuste. Spiega anche quali sono gli impegni che si assume chi
si impegna in questa lotta, tra cui c'è anche il totale rispetto di
una legge giusta:
"Chi vuole infrangere una legge ingiusta lo deve fare apertamente, con amore e con il desiderio di accettare la pena. Io ritengo che una persona che infrange una legge che la sua coscienza ritiene ingiusta e volontariamente accetta la pena del carcere per svegliare la coscienza della comunità sull'ingiustizia, stia in realtà esprimendo il più alto rispetto per la legge."
John Rawls, ragionando su quando si possa giustificare la disobbedienza civile,
afferma che se una legge è ingiusta, ma "la struttura di base
della società è ragionevolmente giusta", allora non dovremmo
impegnarci nella disobbedienza civile. Rawls afferma che in una democrazia
governata dal ruolo di una maggioranza, "le parti accettano il rischio
di soffrire le mancanze del senso di giustizia dell'altro, per avere i vantaggi
di una procedura legislativa efficace".
Nonostante ciò, osserva, la disobbedienza civile diventa necessaria
per trasformare o addirittura sovvertire leggi che non sono giuste e ammette
che le norme da lui indicate sono facilmente intuibili: "la difficoltà
è uno degli obblighi morali del conflitto. A che punto il dovere morale
legato a leggi realizzate da una maggioranza legislativa (o ad atti esecutivi
supportati da una tale maggioranza), smette di essere vincolante per difendere
la libertà di una persona e diviene dovere morale di opporsi all'ingiustizia?
D'accordo con il pensiero di Gandhi e King, Rawls considera la disobbedienza
civile uno strumento di utilità pubblica, per definizione nonviolenta.
Se un'azione è violenta contraddice il dovere di civiltà sottostante
il concetto di disobbedienza civile. E' necessario capire che un atto di disobbedienza
civile non per forza deve essere in violazione della legge che si vuole cambiare.
Ciò che importa è comunicare al pubblico una specifica condizione
di ingiustizia, azione che potrebbe implicare l'infrazione di una legge per
ottenere un risultato. Un gruppo potrebbe violare la legge ad esempio durante
una manifestazione pubblica, ma la motivazione per la quale si manifesta può
non avere nulla a che fare con le infrazioni commesse. Il gruppo potrebbe
anzi manifestare per un motivo legato al razzismo o la produzione di armi
nucleari. E' altresì importante notare che la disobbedienza civile
non è di solito vista come un generale rifiuto del sistema, ma come
qualcosa di specifico. Essa è diretta contro una particolare ingiustizia.
In questo senso la disobbedienza civile si distingue dall'anarchia o dalla
rivoluzione. Naturalmente questa distinzione si fa più sottile in alcuni
casi come quello dell'India, dove l'obiettivo era la dominazione coloniale
britannica e i risultati furono rivoluzionari.
Ma anche in India la dottrina della disobbedienza civile fu applicata ad azioni
specifiche, come nel "Satyagraha del sale", con l'obiettivo strategico
di costringere ad una risposta verso una condizione ingiusta (il dominio inglese
di contro agli indiani liberi di produrre il loro sale).
Rawls impone un limite ben definito su quando giustificare la nonviolenza
perché sostiene che essa si fonda sulla premessa che un regime democratico
dovrebbe essere preservato dalla fedeltà al ruolo della legge.
Sostiene però che un sistema veramente democratico di governo deve
tollerare l'ambiguità insita nella disobbedienza civile. Per Rawles
il problema della disobbedienza civile è "un test cruciale per
qualsiasi teoria sulla base morale della democrazia", una riflessione
questa elaborata da Habermas, che ritiene che "si possa attuare la disobbedienza
civile solo nella condizione di uno stato costituzionale intatto. Anche Ronald
Dworkin sostiene che le persone che praticano la nonviolenza aspirano, piuttosto
che si oppongono alla legittimità costituzionale, e nota che, dopo
i movimenti per i diritti civili e contro la guerra degli anni '60, questa
forma di dissenso viene generalmente accettata negli Stati Uniti: "gli
americani accettano che la disobbedienza civile abbia un suo posto informale
ma legittimo nella cultura della loro comunità...oggi essa non
fa più paura."
Il diritto a disobbedire è stato esteso, se pur con dei limiti, a proteggere
atti di "disobbedienza di corporazioni" come nel diritto a scioperare
o a contrattare collettivamente. E' chiaro che il concetto di disobbedienza
civile elaborato da Rawls, Habermas ed altri, esclude un ampio gruppo di disobbedienze
che non definiremmo "civili", ma che potremmo giustificare in caso
di un sistema di governo che sia irrimediabilmente ingiusto.
Gli scritti e le azioni di numerosi autori hanno illustrato certi comuni principi
che costituiscono una dottrina coerente e giusta che distingue la disobbedienza
civile da altri impegni sociali. Secondo il pensiero prevalente, un atto di
disobbedienza civile è vincolato a circostanze in cui si spera che
gl'interlocutori si riuniscano per spiegare pubblicamente e discutano su ciò
che è giusto. La disobbedienza civile è motivata dall'ingiustizia
e spinta dalla fedeltà al principio del governo democratico. Come hanno
dimostrato Gandhi e Martin Luther King, chi compie un atto di disobbedienza
civile desidera mostrarsi di fronte al pubblico. Nella sua Lettera dal carcere
di Birmingham, King descrisse l'importanza della presenza fisica di corpi
in protesta come "simbolo del mostrare il nostro caso alla coscienza
della comunità nazionale e locale". Nel fare questo è evidente
il rischio di incontrare una violenta risposta o l'incarcerazione. Si crede
inoltre che in questo processo l'ingiustizia a cui saranno sottoposti peserà
ancor più pesantemente su di loro poiché ciò che è
in discussione è una legge ingiusta implicando l'offesa e la possibile
morte di chi ad essa si oppone. Secondo la dottrina della disobbedienza civile,
agire in segreto piuttosto che apertamente va contro l'idea di azione rivolta
al pubblico e quindi di una comunicazione politica efficace.
Vista la sua complessità, non ci sorprende che chi la pratica sia considerato
quasi come un santo. Secondo Joan Bondurant, Gandhi lasciò ai volontari
che parteciparono al Satyagraha del sale questi precetti: 1) non accogliere
la rabbia, ma soffri per la rabbia dell'oppositore; 2) non sottostare ad alcun
ordine dato con rabbia, anche se rischi una severa punizione per aver disobbedito;
3) astieniti dagli insulti e dalle ingiurie; 4) proteggi gli opponenti da
insulti o attacchi, anche a rischio della vita; non opporre resistenza all'arresto
o all'offesa della proprietà, a meno che tu non ne sia un amministratore
fiduciario; 6) Rifiuta ad ogni costo di cedere proprietà fiduciarie;
7) se prigionieri, comportatevi in maniera esemplare; 8) come membri di un'unità
del Satyagraha, obbedite agli ordini dei leader, e toglietevi dal gruppo in
caso di grave disaccordo; 9) non aspettatevi garanzie per il mantenimento
di dipendenti. Non sorprende che questo codice abbia strettissime somiglianze
con le Scritture cristiane, soprattutto con il Discorso della Montagna. Alla
luce di questi precetti, è difficile capire come dei comuni mortali
possano rischiare di subire e far subire ai loro cari simili sofferenze grazie
alla disobbedienza civile nonviolenta. Molti hanno desiderato morire per una
giusta causa, ma pochi sembrano desiderarlo evitando la violenza. E' chiaro
che anche se la disobbedienza civile nonviolenta implichi a volte un'inclinazione
al martirio, essa non deve per forza avere un fondamento religioso. Proprio
come il secolarismo non è incompatibile con la civiltà, la devozione
religiosa non è incompatibile con la laicità.
Molti scrittori hanno giustificato il diritto alla disobbedienza, ma pochi
si sono assunti il compito di capire perché non dovremmo disobbedire
all'autorità statale. Una notevole eccezione è Immanuel Kant,
che arguì che sarebbe logicamente impossibile giustificare questa resistenza
perché, in uno stato democratico costituzionale la sovranità
è rappresentata "dalla volontà generale del popolo"
e la sovranità non può logicamente resistere alla sua stessa
autorità. Kant sostiene che in una sovranità popolare i cittadini
non possono essere allo stesso tempo legislatori e ribelli contro le loro
stesse leggi. Quando una costituzione ha dei difetti non c'è alcun
diritto alla ribellione o alla rivoluzione, ma solo alla riforma legislativa.
Per concludere, ciò che Kant sostiene è che, se dovessimo riassumere
in una massima che esiste il diritto alla rivolta (come asserisce la Dichiarazione
d'indipendenza), allora renderemmo insicure tutte le costituzioni e creeremmo
uno stato di natura senza legge. Anche se Kant non riconosce il diritto a
disobbedire, riconosce però la necessità del diritto a criticare
un legislatore, affermando nel famoso saggio sul significato dell'illuminazione
"discuti quanto vuoi su qualsivoglia argomento, ma obbedisci!" Kant
dedusse non solo il diritto a criticare, ma che i cittadini dovrebbero esercitare
il coraggio e la volontà di esprimere il loro criticismo pubblicamente.
Sembra che Kant abbia notato una chiara differenza tra discorso e
condotta, privilegiando l'uso del primo come mezzo legittimo per
cambiare una costituzione, ma non l'ultima. Eppure, mentre alcuni sostengono
una distinzione rigida fra questi due termini, direi che esistono le basi
per un'interpretazione che ammetta la disobbedienza civile come ultima forma
di espressione, esistente fra gli estremi di puro discorso e pura azione.
Anche se Kant ritiene contraddittorio per il popolo, una democrazia , di opporre
resistenza alla "sovranità" (che in una democrazia costituzionale
è rappresentata dalla gente), sotto forma di rivoluzione, sostiene
anche che la "resistenza negativa" non sia incoerente con il proposito
di "rifiutare di accettare ogni richiesta del governo, data come necessaria
per amministrare lo stato". Wolfgang Schwarz afferma che, se è
vero che per Kant la "resistenza coercitiva" contro la sovranità
statale sia sempre sbagliata, "certe forme di resistenza non sono però
coercitive".
In questi termini, possiamo intuire che il rifiuto ad obbedire, soprattutto
in circostanze in cui un'azione del governo è immorale, riassuma il
principio di "non cooperazione", articolato da Gandhi e poi da Martin
Luther King. In un'affermazione che cattura e abbraccia l'ambiguità
di questa distinzione, e che porta a non interpretare strettamente il pensiero
di Kant, Habermas afferma: "il diritto alla disobbedienza civile rimane
sospeso tra la legittimità e la legalità, per buone ragioni.
Ma lo stato costituzionale che persegue la disobbedienza civile come un crimine
comune, ricade nell'ambito di un regime autoritario."
Alla fine del millennio abbiamo assistito ad accresciute attività di
protesta su larga scala, negli Stati Uniti e in molti altri paesi come ad
esempio nella campagna mondiale per una giustizia globale e contro le politiche
di globalizzazione economica neoliberale. La maggioranza delle persone che
parteciparono a queste dimostrazioni lo fecero con il supporto delle autorità
locali, alcuni invece misero in pratica varie forme di disobbedienza civile,
e molti fra questi furono arrestati. Altri ancora andarono oltre il confine
della legge, riconosciuto come disobbedienza civile, distruggendo a volte
proprietà pubbliche e private e in alcuni casi rispondendo con la violenza
alle provocazioni della polizia.
Più oltre, in questo saggio, discuterò il problema della violenza
come forma di espressione politica, ed esaminerò brevemente le sue
conseguenze, soprattutto nella forma della sorveglianza, la repressione e
l'infiltrazione dello stato. Ma prima di fare ciò rivolgerò
la mia attenzione alla necessità di una nuova sfera di attivismo che
richiede la nostra comprensione alla luce delle richieste emerse con le nuove
forme di impegno e disobbedienza civile.
Nonviolenza virtuale
Internet è diventato uno strumento indispensabile per l'attivismo
politico, essendo utile per disseminare informazioni di vitale importanza,
mantenere reti e organizzazioni di attivisti, reperire fondi per la mobilitazione
e coordinare l'attività di protesta. Si aggiungano a questi usi un'insieme
recente di attività che sono diventate di estremo interesse per gli
attivisti più tecnologicamente preparati e per gli enti incaricati
di far rispettare la legge (di law enforcement). Nel gennaio del
2001 un giovane laureato del MIT (Massachussets Institute of Technology) fece
circolare in tutto il mondo grazie a internet un carteggio che aveva avuto
con un rappresentante del servizio consumatori della Nike. Lo studente Johan
Peretti giocò una sorta di poker con la Nike, chiedendo se gentilmente
potevano rispettare la loro offerta di scarpe personalizzate, aggiungendo
a fianco del marchio Nike la scritta "sweatshop" (azienda che sfrutta
il lavoro dei dipendenti). Il rappresentante della Nike cercò di giustificare
il rifiuto a soddisfare quest'ordine, nonostante l'offerta della Nike di personalizzare
questo modello di scarpe. Non sorprende che Peretti non fu soddisfatto, ma
riuscì a fare una pubblicità più negativa di quanto lui
e la multinazionale avrebbero immaginato. Dopo aver fatto circolare fra dieci
persone la corrispondenza, il 17 gennaio 2001, Peretti divenne una sorta di
celebrità internazionale. Secondo quanto riferito da Peretti sul giornale
"The Nation", questa storia fu un gran successo, perché la
corrispondenza fu pubblicata su siti web e sui principali quotidiani, periodici
e pubblicazioni on-line statunitensi. Apparvero articoli sul "Los Angeles
Time", su "USA Today", "Time", "Wall Street
Journal" e "Business Week". Anche la BBC trasmise la storia
e Peretti apparve nello show NBC dove raccontò al pubblico americano
la storia di Davide e Golia. Senza dubbio la storia di Peretti fece sorridere
molti che, come lui, ritenevano che il successo della Nike, con la sua immagine
di "libertà, rivoluzione ed esuberanza", era in realtà
basato sullo sfruttamento dei lavoratori e sulla violazione dei diritti umani,
violazioni non tollerate negli Stati Uniti da ben prima della Grande Depressione.
Far riflettere i consumatori su queste condizioni, indipendentemente dal fatto
che le condizioni di lavoro siano migliori nei paesi poveri rispetto a prima
dell'arrivo di Nike e altre aziende, fu un grande servizio. Ciò che
è notevole, a parte l'incubo che Nike deve aver vissuto per un breve
periodo, è che il semplice atto di inoltrare alcune e-mail potesse
avere un simile effetto. Lo stesso Peretti riassunse a ragione che "nel
lungo periodo questo episodio avrà un impatto più forte su ciò
che la gente pensa dei media, oltre che sull'opinione su Nike e lo sfruttamento
del lavoro. L'avventura di Peretti fu largamente pubblicizzata per la sua
novità, ma chi potrebbe dire che questo tipo di attivismo, espressione
tecnologica della politica della vergogna, abbia esaurito il suo potenziale?
Questa sorta di "boicottaggio culturale", come a volte viene chiamato,
ha provocato un grande ottimismo sul potenziale dei nuovi media come strumenti
di miglioramento politico.
L'avventura di Peretti si aggiunge ad una lunga serie di storie che Naomi
Klein definisce "Robin Hoodismo semiotico". Segue una tradizione
che include il dadaismo, il teatro di strada e l'editoria underground. Una
figura importante fra i "disturbatori culturali" è Kalle
Lasn, fondatore della Fondazione Media Adbusters ed editore della rivista
"Adbusters". Adbusters è la risposta provocante e diretta
ai media (ormai saturi della presenza dei logo), che si appropria creativamente
di immagini pubblicitarie familiari, rivoltandole contro gli sponsor stessi.
Fra gli esempi più famosi troviamo "Joe Chemo", che prende
in giro il cartone di Joe Camel che fuma le omonime sigarette, diventato un
paziente in chemioterapia, smunto, con la testa cadente e con un'endovena
nel braccio. Adbusters ha creato un cammello antropomorfico e lo ha reso più
umano. Quale significato politico possiamo dare al disturbo culturale? Prendendo
spunto da Umberto Eco, Mark Dery descrive i disturbatori culturali come "artisti
terroristi e critici vernacolari". Nella politica culturale odierna,
il riferimento al terrorismo è inappropriato, ma rimanda efficacemente
a questa sorta di "guerriglia semiotica", così percepita
da chi vorrebbe fare ogni sorta di parodia creativa e "bricolage sub-culturale",
mentre penetra nei computer del Pentagono. Molti aspetti legati al disturbo
culturale implicano il rischio di essere legalmente perseguiti, poiché
si gioca con la proprietà intellettuale soprattutto con i logo e le
pubblicità di multinazionali. Attraverso una forma elettronica di graffito,
la deformazione trasforma l'immagine pubblicitaria alla moda e attraente in
una ridicola e critica. Quando i disturbatori culturali trasformano le immagini
pubblicitarie, le multinazionali saggiamente non si espongono troppo in risposta.
Rispondere a una critica troppo violentemente infatti, come fece McDonald's
in Inghilterra contro due attivisti, può significare una vittoria legale
ma un disastro in termini di pubbliche relazioni. Non dovrebbe sorprendere
che, dal punto di vista di una multinazionale, non solo è sconsigliabile
giungere alla sede legale come ha fatto McDonald's, ma non ha nemmeno senso
esagerare l'importanza delle critiche attraverso il pubblico confronto. Naomi
Klein fa notare che gli addetti alle pubblicità non vogliono di solito
intentare cause contro gli "adbusters" ("acchiappa- pubblicità"),
perché verrebbero visti dal pubblico come censori. Una multinazionale
come Nike che si fa tanta pubblicità sulla libertà aspetterebbe
che il rischio fosse davvero molto alto, prima di entrare in una confronto
pubblico che si rivelerebbe un pantano. In breve, l'approccio di Adbusters
alla cultura del "disturbo" è un po' noiosa, ma tutto
sommato benigna, dal punto di vista delle multinazionali.
L'efficacia del disturbo culturale come forza critica sta nell'abilità
di uscire dalla sfera dell'eccessiva serietà per smitizzare ed entrare
nel comico. Come lo descrive un sito web "il disturbo culturale attecchisce
laddove il discorso serio fallisce. Semplicemente, è l'introduzione,
come un virus, di idee radicali. E' virale perché usa le stesse armi
del nemico per agire: logo, psicologia di marketing, una bella grafica, linguaggio
pubblicitario. E' radicale perché, idealmente, una volta decifrato
il messaggio, danneggia credenze cieche. Il migliore disturbo culturale è
totalmente inaspettato, sorprende e provoca uno shock per mezzo di finte pubblicità,
finte riviste, parodie, pastiche." Ovviamente questo processo di appropriazione
culturale non consente di avere l'ultima parola. In una giungla semiotica
dominata dalle multinazionali abili ad appropriarsi di simbologie di bellezza
e "adeguatezza", i disturbatori si trovano ad affrontare la sfida
di resistere con i loro messaggi radicali, pur dovendo "addomesticare"
le tecniche, come in molte altre forme di dissenso. Come accadde con altre
forme di protesta, i disturbatori affrontano la difficoltà farsi pubblicità,
dal momento che i media, controllati dalle multinazionali, cercano di negare
loro ogni spazio pubblicitario, non concedendo mai, ad esempio, spazi televisivi.
In un'intervista Kalle Lasn, fondatrice di Media Foundation ed editore di
Adbusters: Journal of the Mental Health Environment, lamenta la difficoltà
di far circolare un messaggio che riesca a cambiare il valore fondamentale
dato dalla crescente domanda dei consumatori: "vogliamo acquistare spazi
pubblicitari alle stesse regole e condizioni di Nike o McDonald's, ma le reti
ce lo rifiutano. Loro vendono spazi per pubblicità ma non per quello
che chiamano "pubblicità di difesa". Ciò impedisce
ai disturbatori culturali di fare qualcosa in più che predicare ai
convertiti, usando canali di comunicazione che ottengono l'attenzione di chi
è già coinvolto. Ma, almeno per ora, i disturbatori non sembrano
aver esaurito la capacità di innovare e di gioire per qualche occasionale
successo per aver "svergognato" i "leoni del marchio".
Il disturbo culturale non riguarda solo la presa in giro pubblicitaria o il
ribaltamento umoristico di alcuni logo. Anche se Adbusters e altri gruppi
giocano con i diritti di proprietà intellettuale delle multinazionali,
stampando un "Joe Chemo" nella loro rivista, vista la minima circolazione
di questa, non riescono a minacciare il capitalismo che conosciamo. Lo stile
Adbusters si avvicina alla tradizione della disobbedienza civile nel senso
che può tradurre il significato concettuale in nuove forme di espressione
nell'era dell'informazione. Ciò è soprattutto vero se l'azione
ha come obiettivo una particolare forma di ingiustizia, è condotta
in modo pubblico e non cerca di nascondere l'identità di chi la crea.
Appropriandosi e manipolando l'immagine corporativa Adbusters mette alla prova
i limiti della legalità ma non minaccia i profitti. Ma Adbusters non
pone limiti a questo tipo di pratiche. L'azione di disturbo diviene più
minacciosa quando riesce ad impadronirsi del sito web di una multinazionale
e ad affiggere messaggi o a ricreare pagine per mettere in imbarazzo la compagnia.
Ciò è successo anche ai siti governativi statunitensi e di altri
paesi, ed è espressione di un tipo di disturbo culturale chiamato "hacktivism"
(attivismo hacker), ma i rischi diventano maggiori quando gli attivisti oltrepassano
il limite della presa in giro creativa e compiono atti di vandalismo.
Nella rivista radicale ambientalista Earth First!, Stefan Wray, allora
un dottore di ricerca all'università di New York dichiaratamente "hacktivista",
descrive questa forma di protesta come l'equivalente elettronico della disobbedienza
civile:
Siamo i testimoni della convergenza fra attivismo computerizzato e hacker politicizzati. Quest'unione di forze aprirà possibilità incredibili. Per comprendere qual è il ruolo dell'attivista - hacker è utile prendere a prestito la metafora della disobbedienza civile con le sue tattiche di infrazione in zone proibite e blocco. Quando applichiamo questa metafora al cyberspazio immaginiamo la disobbedienza civile elettronica.
La descrizione dell'attivismo elettronico di Wray include i sit-in virtuali
in cui molte persone si connettono in continuazione a un sito, "paralizzandolo"
e così impedendo l'accesso al sito. Un miglioramento ulteriore di questa
tecnica è l'uso di programmi detti "ping engines", programmi
che permettono agli utenti di connettersi in continuazione a una pagina web
senza dover ogni volta caricare la pagina manualmente. Wray propone altre
tecniche tra cui "offshore spam engines", software che permettono
di "distribuire automaticamente enormi quantità di e-mail ad un
certo indirizzo", metodo che può bloccare un indirizzo e-mail.
Il saggio di Wray "Virtual Luddities: Monkeywrenching on the Web"
si conclude affermando che "gli attivisti elettronici dovrebbero usare
il computer come mezzo per l'azione politica che va oltre la comunicazione
politica".
Wray e i suoi colleghi che alla fine degli anni '90 amavano chiamarsi "Teatro
di disturbo elettronico" (EDT), sono responsabili di numerose azioni
che volevano eliminare i siti governativi. EDT riuscì a condurre un
sit-in sul web per aiutare i messicani zapatisti usando un "ping engine"
da loro creato "FloodNet", che permetteva di caricare un sito molte
volte al minuto, impedendo di fatto l'accesso al sito web del presidente Zedillo
il 10 aprile del 1998. Wray sostiene che all'azione parteciparono più
di ottomila persone. EDT riuscì perfino ad attaccare il sito del pentagono,
dal momento che il governo statunitense appoggiava il governo messicano che
opprime le popolazioni indigene. Altre azioni includono gli attacchi ai siti
delle ambasciate e dei consolati dello Sri Lanka in diversi paesi, al dipartimento
statunitense per l'energia, alla borsa di Francoforte, alla città di
Londra, e al Centro Ricerche Atomiche dell'India. Secondo un rapporto, il
numero di interventi degli attivisti è molto cresciuto negli ultimi
anni, sia perché le azioni fanno pubblicità ai gruppi responsabili,
sia perché non sono difficili da attuare.
Il tipo di persona che Wray descrive come attivista elettronico è un
misto "fra un attivista computerizzato e un hacker politico". Molte
persone della comunità di hacker prendono però le distanze dall'attivismo,
perché la legittimità di un "etica da hacker" (molto
lontana dall'immagine odierna e un po' vigliacca dell'hacker) viene
minacciata da questa associazione di idee. La cultura hacker tende ad essere
liberale e pertanto non incline a un'azione politica unificata e inoltre non
c'è nulla di particolarmente abile nelle tecniche descritte da Wray,
per lo meno non tanto da definirle come tipiche degli hacker. La cultura hacker
infatti sostiene un progetto intellettuale e una serie di competenze tecniche
ben lontane dall'elemento criminale così familiare alla stampa quando
ne parla. La tradizione hacker invece ruota attorno all'innovazione, all'inventiva
e allo sforzo cooperativo di "risolvere un puzzle". Tende però
ad essere apolitica, per lo meno quando si misura con gli standard della protesta
radicale.
Ciò però non significa che la cultura hacker non abbia un'influenza
politica ed economica. In tempi recenti sarebbe più giusto chiamare
gli hacker "movimento di informazione libera", visto che hanno l'obiettivo
di trovare alternative allo strapotere delle multinazionali nel controllo
dell'industria del software. Uno dei rappresentanti di questo movimento, Eric
Raymond, descrive la cultura hacker nella sua luce più positiva, enfatizzando
l'etica di una cultura anti-commerciale che ha come obiettivi l'umiltà,
la professionalità e una forma di organizzazione relativamente non
gerarchica per lo sviluppo di software liberi. Al contrario, gli hacker politicizzati,
più sopra chiamati "hacktivist", vengono descritti da Raymond
in termini dispregiativi: "sfortunatamente molti scrittori e giornalisti
si sono ingannati usando il termine "hacker" per descrivere dei
fanatici; questo irrita moltissimo i veri hacker. La differenza sostanziale
è questa: i veri hacker costruiscono, i fanatici distruggono."
Purtroppo, con grande frustrazione degli hacker, questo termine non denota
più i valori e i sentimenti descritti da Raynolds. Nonostante i suoi
sforzi infatti, la stampa ha completamente alterato il significato positivo
di cultura del movimento per il software libero. Essere hacker oggi significa
essere dei criminali, se non dei terroristi. Sembra inoltre che criminalizzare
gli hacker sia una mossa conveniente, soprattutto perché dà
l'idea dell'hacker come fosse una minaccia per la società. Ciò
che la polizia e la stampa definisce azione da hacker è la diffusione
di virus nei computer che possono minare la sicurezza di multinazionali e
server militari (provocando perdite finanziarie ad individui, imprese e governi
per mezzo di varie tattiche distruttive o bloccanti) o addirittura minacciare
la sicurezza e la salute pubblica. L'idea che alcuni hacker stiano cercando
di costruire un nuovo modello economico per l'industria del software, un modello
più responsabile, innovativo e cooperativo, non emerge. Ciò
che la gente comune percepisce è che gli hacker mettono in pericolo
la proprietà e la sicurezza, e pertanto la cultura hacker va distrutta.
Non c'è dubbio che molti fra gli hacker contribuiscano alla creazione
di un immaginario mediatico criminale e terroristico, ma soprattutto le conseguenze
di questa attività provocano un'iperbole nella creazione di forme di
sorveglianza poliziesca e di controllo che vanno ad impedire qualsiasi forma
di attivismo e implicano pene severe anche per reati minori.
Ci sono buoni motivi per concludere che molti hacker non si possono certo
dire fedeli alla tradizione della disobbedienza civile nonviolenta. In particolare,
il tentativo di danneggiare i dati, di istituzioni o individui per mezzo dell'uso
di virus, non discrimina fra chi compie delle ingiustizie e chi è innocente,
lasciando sole le vittime dell'ingiustizia contro cui si lotta (e che sono
i primi obiettivi e i più vulnerabili in caso di fallimento). Come
abbiamo prima notato, ci si aspetta che la disobbedienza civile abbia come
obiettivo una specifica ingiustizia e non deve semplicemente essere una sfida
al "sistema". Inoltre, molti hacker agiscono anonimamente, mentre
invece la disobbedienza civile deve essere riconoscibile e aperta per essere
funzionale al suo significato di espressione pubblica. Se l'identità
di chi protesta rimane nascosta, l'obiettivo dell'azione non è chiaro
al pubblico e svaluta la legittimità di una buona causa. Per concludere,
la cultura hacker sembra essere più distruttiva che propositiva e in
termini politici non appare come una protesta fondata su principi. In altre
parole, gran parte dell'attivismo politico non rispetta il vero significato
di disobbedienza civile, ma ha comunque il potenziale necessario per fare
qualcosa di più che riflettere un'esperienza priva di senso.
Il cyberspazio infatti può essere utilizzato come mezzo per la decisione
pubblica e per la trasmissione di azioni che i legali definiscono di "condotta
espressiva". Alcune, ma non tutte le azioni espressive calzano la definizione
di disobbedienza civile, una forma di comunicazione politica che un obiettivo
chiaro, pubblico e nonviolento, mentre altre sono decisamente azioni di violenza
politica. Per concludere, pur ritenendo che alcune azioni che si possono definire
di "disobbedienza civile elettronica", siano giustificabili in certe
circostanze, tuttavia non si può dire che onorino la legittimità
di Gandhi e King. Il concetto di disobbedienza civile ha specifiche connotazioni
storiche che andrebbero preservate, se non altro perché il suo significato
ha rilevanza come sistema di pensiero politico che vuole proteggere i diritti
delle persone a infrangere la legge pubblicamente, come mezzo per esprimere
la legittima volontà di creare un ordine legale più giusto.
Se gli atti di azione elettronica incontrano questo concetto, allora si possono
definire disobbedienza civile. Altrimenti i suoi difensori non dovrebbero
screditare il significato di questa tradizione. La violenza, che sia o meno
politica, si presenta in svariate forme, e il cyberspazio è un luogo
in cui la violenza ha luogo. Questo fatto diventa sempre più centrale,
man mano che il commercio, la cultura e il governo si affacciano sul cyberspazio.
Il concetto di "azione hacker" è importante per comprendere
e spiegare nuovi interrogativi politici, legali e morali, sulla relazione
fra il cosiddetto "mondo reale" e lo "spazio virtuale".
Quando consideriamo questa relazione dovremmo chiederci se non abbiamo bisogno
di ulteriori distinzioni fra disobbedienza civile violenta e nonviolenta nel
cyberspazio e nel mondo reale. Il concetto di violenza ha un equivalente significato
anche nel mondo virtuale o ha solo un significato metaforico? Il termine violenza
è solo metaforico quando si subisce un attacco al computer? E se assumiamo
come valida la definizione legale di violenza applicata al mondo virtuale,
che cosa distingue il terrorismo dalla violenza?. Sottolineando la continuità,
piuttosto che la discontinuità fra "terrorismo virtuale"
e altre forme di terrorismo, uno scrittore afferma:
"un terrorista è un individuo che usa mezzi di terrore per raggiungere fini politici e sociali. Un terrorista virtuale usa le sue abilità elettroniche per fini terroristici. La loro motivazione è quella del cambiamento politico, con la volontà di usare la violenza per realizzare quel cambiamento".
A questo punto, dove situiamo la definizione di hacker? La pirateria elettronica
è più simile all'azione politica nonviolenta o violenta? Il
concetto di violenza, come altri aspetti del mondo reale che acquistano nuovo
significato in quello virtuale (amore, sesso, odio, amicizia ecc.), entra
a far parte dello spazio virtuale. Man mano che la nostra dipendenza dal mondo
virtuale cresce, abbiamo bisogno di individuare le conseguenze materiali di
alcune forme di violenza virtuale. A ciò seguirà il ragionamento
legale.
Lawrence Lessing ha evidenziato la sfida che esiste nel trasportare un concetto
legale dal mondo reale a quello virtuale. In particolare, osserva come il
Quarto Emendamento sia stato adattato a nuove condizioni materiali. Il Quarto
Emendamento, originariamente creato per proteggere i cittadini da ricerche
e confische illegali, è stato interpretato come il principale diritto
costituzionale per la privacy negli Stati Uniti. Riflettendo sulle implicazioni
dello sviluppo dello spazio virtuale per la costituzione americana, Lessing
pone l'accento sul vecchio discorso (divenuto ora molto più tecnologico)
fra "originalismo" nel pensiero costituzionale, che vorrebbe interpretare
fedelmente ciò che i fondatori intendevano, e "traslazionismo",
che invece si basa sull'idea che non solo una costituzione è una dottrina
vivente ma anche che lo spirito di una legge per essere preservato deve essere
adattato ad un mondo che cambia in fretta.
Possiamo applicare il traslazionismo all'analisi di una teoria costituzionale
della disobbedienza civile applicata al nuovo, coraggioso mondo della "disobbedienza
civile elettronica"? Certo che possiamo. E dobbiamo saper riconoscere
il concetto di violenza, violenza politica e terrorismo nello spazio virtuale.
Wray però sottolinea che l'attivismo elettronico va oltre la "comunicazione
politica". Ciò significa che alcune azioni degli hacker non vanno
viste come forme di espressione ma come azione, per usare una dicotomia sopra
descritta. A volte è piuttosto semplice riconoscere il carattere denotativo
e connotativo di un atto di violenza. Ad esempio, chi si uccide facendo esplodere
una bomba sa contro cosa vuole comunicare commettendo un atto orribile di
suicidio massacro. Possiamo condannare la giustificazione politica o morale
di tale azione ma non è detto che comprendiamo qual è
il messaggio espresso. E' semplicemente inadeguato condannare gli sforzi di
spiegazione del terrorismo sostenendo che la spiegazione significa giustificazione.
per usare un esempio meno drammatico, durante le proteste di strada avvenute
alla fine del dicembre del 1999, durante il meeting interministeriale del
WTO a Seattle (Washington), le proprietà di alcune corporazioni furono
gravemente danneggiate. Queste azioni di sabotaggio e vandalismo erano certamente
significative per chi conosce lo sfruttamento dei lavoratori da parte di multinazionali
come Nike, o le pratiche predatorie attuate da Starbuck sul caffè prodotto
da contadini sfruttati. Chi segue le campagne contro queste multinazionali
non ebbe alcuna difficoltà a capire perché vi furono questi
atti di vandalismo (il che non li giustifica), e in questo senso il significato
simbolico rimase vivo nonostante le immagini, vissute in prima persona o viste
in televisione, di caos di vetri rotti, sirene della polizia, lacrime e gas.
E naturalmente, è possibile spiegare questi atti su una base razionale
anche se non li giustifichiamo moralmente.
Stefan Wray descrive il rifiuto agli attacchi governativi e militari sotto
forma di "sit-in virtuali" nei siti web. Sovraccaricando un sito
questo non può più venire usato da altri, e ciò è
quello che accade quando un gruppo di protesta occupa uno spazio fisico (ad
esempio la sala d'attesa dell'ufficio del presidente di una università)
e si rifiuta di fa passare qualcuno. Gli studenti che protestano mostrano
fisicamente i loro corpi in uno spazio determinato e si fanno così
identificare, e in questo modo la polizia li può arrestare e eventualmente
perseguire legalmente. Nella trasposizione allo spazio virtuale alcuni di
questi aspetti fondamentali si perdono. Nello spazio virtuale, infatti, un'azione
volta a bloccare un server potrebbe essere attuata da una persona o da un
gruppo ristretto. E' vero che non è necessario che un'azione di disobbedienza
sia fatta da molte persone, ma c'è qualcosa di diverso nella scala
di disobbedienza che avviene se un sito web di vitale importanza viene disattivato
da un gruppetto di esperti hacker. Quando un disobbediente civile si siede,
solo o con pochi compagni, per bloccare l'entrata dell'ufficio di un politico
che promuove una tassa sulla restrizione sul possesso di armi private, è
evidente la scala di azione attuata secondo le regole della disobbedienza
civile nonviolenta. I disobbedienti fanno vedere ciò per cui protestano,
hanno come obiettivo quel particolare politico che ha un ruolo chiave sulla
legge cui si oppongono, e si assumono le responsabilità delle loro
azioni. La polizia arriva, li arresta, passano la notte in carcere, un giornalista
descrive l'evento e raggiungono così il loro obiettivo. In tal modo
viene garantito l'effetto pubblico e forse le discussioni e i dibattiti che
seguiranno costringeranno il politico a rivedere la sua posizione. Al contrario,
se il sito di questo politico rimane fuori uso per un paio di giorni, le circostanze
e i risultati possono essere molto diversi. Forse, ad esempio, l'attacco rimarrà
anonimo. Anche se è sempre più difficile, rimane sempre possibile
iniziare a comunicare su internet anonimamente, usando pseudonimi o utilizzando
un "remailer", un servizio che nasconde l'identità del mittente.
Così l'attivista rimane anonimo e per la polizia è difficile
arrestarlo. Restando anonimo, però, la dimensione pubblica dell'azione
è limitata. Il rischio è di venire chiamati codardi o criminali,
e non disobbedienti civili che hanno il coraggio delle loro azioni. In tal
modo rischiano di danneggiare la causa per cui si battono. In queste circostanze
sembra svanire la politica della vergogna: non emerge il significato della
disobbedienza civile.
Ma forse ci sono altre ragioni per continuare a seguire l'avventura di questo
hacker. Immaginiamo che certi attivisti non cerchino una vittoria morale per
aver proseguito la tradizione di Thoreau , Gandhi e King. Immaginiamo, invece,
che possano essere soddisfatti semplicemente per aver temporaneamente bloccato
l'accesso al sito di un politico, magari facendogli anche una pubblicità
controversa per quanto riguarda il controllo delle armi. Gli attivisti non
sono solo riusciti a bloccare l'accesso al sito, ma anche a modificarlo: nella
pagina web che illustrava la posizione del politico contro la vendita e il
possesso di armi automatiche, appare ora un messaggio che lo descrive come
un fascista e uno slogan, usato da molti che si oppongono al controllo delle
armi negli Stati Uniti che dice "se le armi sono fuori legge, ogni fuori
legge avrà delle armi". Alcuni saranno contenti che l'argomento
armi acquisti visibilità, ma altri saranno furenti perché simili
sabotatori dovrebbero smetterla con questi atti criminali. Dal punto di vista
di questi ultimi, l'azione è semplicemente criminale. Giusto, risponde
l'hacker. Forse la loro azione non è proprio un sacrosanto atto di
disobbedienza civile, ma forse la sua efficacia politica sarà valsa
a qualcosa.
Sarebbe difficile immaginare che il procuratore generale degli Stati Uniti
si debba vedere costretto ad invocare la legge federale per punire questi
individui come terroristi. E in effetti non si tratta di terrorismo. C'è
stata violenza? Nessuno è stato ferito. Non è stato versato
sangue. Di certo si è trattato di violazione di proprietà privata,
e dobbiamo anche concordare che una parte di questa proprietà è
stata distrutta, ma, si spera, se gli attivisti sono in gamba, la punizione
sarà adatta al crimine: un atto minore di vandalismo. Gli atti di violenza
politica non sono tutti uguali. Alcuni crimini virtuali andrebbero trattati
come atti di terrorismo, altri no.
E' evidente che potremmo immaginare scenari molto più gravi in cui
l'impossibilità ad accedere a un sito potrebbe causare lesioni o perfino
la morte di molte persone. Gli esperti in sicurezza hanno descritto una serie
di possibilità che vanno da reati minori a reati che minacciano infrastrutture
vitali connesse con dispositivi di sicurezza e di emergenza. Gli inconvenienti
che provocano oggi gli hacker, potenzialmente, potrebbero causare orribili
minacce alla sicurezza pubblica. Simili atti si allontanerebbero molto dalla
disobbedienza civile. Sia che si tratti della nobile causa della disobbedienza
civile, sia che si tratti di un attacco terroristico, non è difficile
capire perché l'immagine dell'hacker sia stata criminalizzata, vuoi
a causa di furti o di diffusione di virus, tutte catalogate sotto l'etichetta
di "hacker". Non c'è da sorprendersi: internet è
diventato uno strumento di vitale importanza per il commercio e per i governi
e si è assistito a una crescita delle preoccupazioni in merito ai sistemi
di sicurezza. Preoccupazioni connesse alla minaccia della santa proprietà
privata e sicurezza pubblica che hanno portato all'esplosione di iniziative
private e pubbliche in grado di rafforzare la sicurezza dei computer, e forse
siamo solo all'inizio. Bill Joy, scienziato capo alla Sun Microsystems coglie
nel segno e dice: "ora siamo nella fase iniziale, il Selvaggio West.
Ma siccome dipendiamo sempre più dalla rete, avremo bisogno di più
civiltà alle frontiere". Come nel caso del "cybercrime"
(il crimine virtuale), le preoccupazioni per un terrore virtuale come minaccia
alla sicurezza nazionale anticiparono gli attacchi dell'11 settembre agli
Stati Uniti. Nel maggio del 2001, il direttore dell'FBI Louis Freeh, nel discorso
"Minaccia di terrorismo negli Stati Uniti", scrisse pubblicamente:
l'FBI considera il cyber-terrorismo o l'uso di strumenti informatici per chiudere, rovinare o negare infrastrutture nazionali di cruciale importanza come l'energia, i trasporti, le comunicazioni o servizi governativi, con l'obiettivo di costringere o intimidire un governo o la popolazione civile, una minaccia emergente contro la quale dobbiamo sviluppare strumenti di prevenzione, deterrenza e adeguate risposte.
In numerosi rapporti sponsorizzati dal RAND (Istituto per la Ricerca sulla Difesa Nazionale), John Arquilla, David Ronfeldt e i loro colleghi descrivono il potenziale per nuovi tipi di conflitti nell'era dell'informazione. Di particolare rilevanza sono i concetti di "guerra in rete" e di "guerra virtuale". In breve, i due autori usano il termine guerra in rete riferendosi a
conflitti legati ad informazioni importanti per le relazioni fra tra società e nazioni... Una guerra in rete potrebbe concentrarsi sull'opinione pubblica o elitaria o su entrambe. Potrebbe coinvolgere mezzi diplomatici, campagne di pressione psicologica e propagandistiche, sovversione culturale e politica, frode o interferenze con i media locali, infiltrazioni in computer e in database, e sforzi per promuovere movimenti di dissidenti o di opposizione attraverso reti di computer.
Questa descrizione comprende anche campagne basate su internet per organizzare
azioni collettive, come le dimostrazioni che hanno avuto luogo negli ultimi
anni durante gli incontri sul commercio e gli investimenti globali (OCSE,
WTO, G8, IMF, Banca Mondiale ecc.). Per contrasto, il termine "guerra
virtuale" significa "condurre o prepararsi a condurre operazioni
militari con principi connessi ad informazioni. Significa manomettere, se
non distruggere sistemi di informazione e comunicazione, in senso ampio fino
ad includere la cultura militare". La guerra virtuale può utilizzare
sistemi che dipendono dalla tecnologia dell'informazione, tra cui armi intelligenti
e sistemi di posizionamento satellitari (positioning systems), e potrebbero
arrivare a mandare in tilt il computer e i sistemi di comunicazione del nemico.
L'autore descrive la guerra virtuale come una trasformazione fondamentale
nella natura del fare guerra, che chiama "postmoderna" e che significa
molto più che il semplice attaccare le strutture di comando, controllo,
comunicazione e intelligence del nemico, mentre si rafforzano le proprie.
"Come innovazione nell'arte della guerra, anticipiamo che la guerra virtuale
potrebbe essere per il ventunesimo secolo quello che la guerra lampo è
stata per il ventesimo".
Per approfondire il confronto, Arquilla e Ronfeldt descrivono la guerra in
rete come una guerra che ha luogo a livello sociale, avendo l'obiettivo di
"tentare di danneggiare o modificare ciò che un certo gruppo di
persone conoscono o pensano di conoscere su sé stessi e il mondo circostante".
Una guerra in rete può avere luogo tra governi, ma anche fra governi
e attori non statali, tra cui gruppi coinvolti in azioni terroristiche o trafficanti
di droga, o può essere fra attori non statali, come reti terroristiche
o crimini di rivalsa.
Al contrario, la guerra virtuale si riferisce esplicitamente ad operazioni
militari, evidenti con l'uso di metodi che danno una grande risonanza all'aspetto
visivo della scienza di guerra, unite al comando e al controllo su metodi
di combattimento decentrato.
La guerra virtuale richiede risorse di solito non sono alla portata di attori
non statali. Ma ciò che questi autori considerano come elemento comune
ad entrambi i tipi di guerra è la "struttura in rete", che
differisce dalla forma istituzionale perché quest'ultima si basa tradizionalmente
su un'organizzazione gerarchica, mentre la prima attraversa varie organizzazioni
trasversalmente organizzandosi in "reti" che si mantengono grazie
alla comunicazione e alle tecnologie d'informazione.
"La rivoluzione nell'informazione favorisce la crescita di reti perché
rende possibile la comunicazione, la consultazione e il coordinamento fra
attori lontani e diversi, sulla base di un'informazione più evoluta
che mai." La minaccia alle istituzioni mossa dalle reti si manifesta
proprio per la loro struttura non gerarchica e la loro agilità. Secondo
questi attori, numerosi gruppi "che siano criminali, terroristi o attivisti
pacifisti" pongono seri problemi alla legittimità e al potere
dello stato. Il loro profilo include fazioni etniche, razziali e tribali,
cartelli di droghe transnazionali, terroristi internazionali, combattenti
in guerriglie e ONG. Inoltre, suggeriscono questi autori, i governi devono
adattarsi alla struttura in rete per contrastare i loro avversari sempre più
abili: "per combattere le reti, servono reti. I governi che
vogliono difendersi dovrebbero adottare strategie organizzative simili a quelle
degli avversari." Infine, perché questa contro- guerra sia efficace,
i governi "dovrebbero organizzare approcci interattivi, che per loro
natura necessitano di strutture ramificate".
Ronfeldt ed altri hanno davvero anticipato questa mossa dei governi quando
scrivono: "Creando degli ibridi efficaci, i governi si prepareranno al
meglio per far fronte alle nuove minacce e sfide che sorgono nell'era dell'informazione,
sia che provengano da terroristi che da militanti, criminali o altri attori".
In seguito agli attacchi terroristi dell'11 settembre, è divenuto chiaro
che le massicce iniziative governative per far fronte al terrorismo, si basano
su una mescolanza di gerarchia istituzionale e struttura in rete. Ma adesso
sorge una nuova preoccupazione. Chi sono gli "altri attori" contro
cui combattere, e a quale prezzo? I governi adatteranno la struttura a rete
non solo per compiere la loro legittima missione di preservare la pace, ma
anche per controllare e minare il legittimo diritto alla parola e al riunirsi
in associazioni? I governi si spingeranno così lontano da abbracciare
la struttura a rete come nuovo mezzo per sovvertire l'espressione democratica?
La violenza politica e i suoi fondamenti teorici
La dottrina della disobbedienza civile nonviolenta pone un fardello enorme
su quelli che la scelgono. Ma che dire delle condizioni di un sistema che
a volte sono così tiranniche e ingiuste che non avrebbe senso provare
a riformarle con l'uso della ragione? Alcuni tra i più importanti intellettuali
del ventesimo secolo, tra cui Jean-Paul Sartre e Hannah Arendt sono giunti
alla conclusione che l'uso della violenza in certi casi è una scelta
razionale. Si tratta dei casi in cui non si può più parlare
di un sistema, come lo definisce Rawls, "quasi giusto". Per Rawls,
l'azione violenta è giustificabile quando i fondamenti di un sistema
non sono più degni di rispetto e obbedienza. Se la legge non viene
sufficientemente rispettata, ciò potrebbe essere visto come una giustificazione
per riservarsi di giudicare la responsabilità di chi l'ha violata.
In questo caso, osserva Rawls, "l'azione militante non rientra nell'ambito
dei legami di fedeltà alla legge, ma rappresenta un'opposizione
più profonda all'ordine legale." Arendt intuisce che è
sbagliato pensare che violenza e nonviolenza siano opposti, ciò è
evidente quando mettiamo in relazione alla questione del potere i due concetti.
Il potere, secondo Arendt, "corrisponde all'abilità umana non
solo di agire, ma di agire di concerto con altri. Il potere non è mai
la proprietà di un individuo; appartiene a un gruppo ed esiste fintantoché
il gruppo rimane tale". Arendt definisce il disobbediente civile come
una persona che agisce per conto di un gruppo che è in grado di esercitare
potere. Al contrario, afferma, la violenza, che è l'opposto del potere,
accade quando "il potere è a rischio". Questa distinzione
suggerisce che le autorità perdono potere, ossia delegittimizzano il
potere, quando ricorrono alla repressione violenta. Senza dubbio, prosegue
Arendt, ci sono casi in cui gli atti di violenza sono razionali e conclude
che la violenza, a volte, può essere l'unico mezzo efficace per liberarsi
da un sistema ingiusto.
L'idea gandhiana di nonviolenza rifiuta chiaramente le risposte violente anche
di fronte ad una violenta ingiustizia, compresi i casi in cui si tratti di
autodifesa. Un'ulteriore passo è stabilire come la prospettiva di Gandhi
definisce il significato di disobbedienza civile e soprattutto se nonviolenza
e disobbedienza civile siano concetti equivalenti. Come alcuni hanno
notato, questi termini separati sottolineano una "distinzione con una
differenza". In contrasto con il principio di nonviolenza di Gandhi,
altre concezioni di disobbedienza giustificata non rigettano l'uso potenziale
della violenza fisica.
Per usare la terminologia di Rawls, in quali circostanze si può affermare
che un sistema politico e legislativo si allontani così tanto da ciò
che ragionevolmente chiamiamo un sistema "quasi giusto", da costringere
chi ne è oppresso a ritenere che l'unica soluzione sia la violenza?
Franz Fanon sostiene che a un certo punto diventa conveniente per l'oppressore
predicare la dottrina della nonviolenza "per il bene pubblico".
Fanon descrive accuratamente il colonialismo come la condizione per una violenza
sostenuta, non per il consenso di chi è governato. "Il colonialismo
non è una macchina pensante, né un corpo dotato di capacità
di ragionamento. E' violenza allo stato puro che renderà solo quando
confrontato con una maggiore violenza." Sulla base di questa affermazione,
Fanon difende la violenta rivoluzione contro i colonialisti francesi in Algeria,
piuttosto che la complicità con un regime oppressivo e violento per
mezzo della nonviolenza unilaterale da parte degli oppressi. Non sapremo mai
se la liberazione algerina dalla dominazione coloniale francese sarebbe stata
raggiunta, o se il ritiro francese sarebbe avvenuto dopo, senza la resistenza
violenta. Ma non c'è dubbio che la dominazione coloniale francese in
Algeria abbia rappresentato un sistema di governo brutalmente ingiusto, non
uno "quasi giusto".
Il punto di vista di Fanon su una violenza giustificabile può essere
considerato troppo radicale, ma ogni difensore della libertà americana
non dovrebbe dimenticare le origini violente degli Stati Uniti, e le giustificazioni
che vennero addotte, basate sull'idea di dover opporsi ad una tirannia.
Non dovremmo dimenticare inoltre uno dei documenti chiave degli Stati Uniti,
la Dichiarazione d'indipendenza, afferma che quando un governo dispotico
nega al popolo il diritto alla vita, alla libertà e il raggiungimento
della felicità, il popolo ha il diritto e il dovere di abolire e sostituire
quel governo. Queste parole non furono scritte in senso metaforico. La Dichiarazione
giustificava la rivoluzione violenta. Thomas Jefferson, l'uomo che scrisse
quel documento, è ricordato anche per un'altra affermazione fatta in
difesa della violenza. Più avanti negli anni, riaffermò, in
una lettera privata scritta a Parigi nel 1787 il suo punto di vista: "l'albero
della libertà deve essere rinfrescato, di tanto in tanto, con il sangue
dei patrioti e dei tiranni. E' la sua natura." Questa è un'affermazione
che di tanto in tanto viene richiamata come valida da politologi e sociologi
americani, anche se è difficile immaginare circostanze che avvicinino
i nostri tempi a quelli di Jefferson, quando pensiamo al monopolio tanto maggiore
detenuto oggi dal governo degli Stati Uniti sugli strumenti di violenza e
la capacità di ritorsione.
Molti ritengono cinico e orribile pensare che in determinate circostanze la
violenza possa essere considerata un approccio razionale per porre fine all'oppressione.
Il numero di persone che la pensano così include i codardi, che non
farebbero alcun sacrificio contro l'ingiustizia, e quelli che seguirebbero
la nonviolenza fino a sacrificare la loro vita per opporsi all'ingiustizia.
Fra di essi ci sono persone la cui pazienza si è esaurita e che concordano
con Fanon nel sostenere che la nonviolenza sia una concessione di una classe
o razza dominante su un'altra. Diversamente da Martin Luther King, la cui
impazienza si manifestò in nonviolenza attiva in base alla considerazione
che 'la giustizia troppo a lungo rimandata è una giustizia negata',
altri utilizzano questa constatazione solo per giustificare la violenza. E'
razionale? Di certo non dal punto di vista di coloro che perpetuano l'ingiustizia
e hanno bisogno di una copertura ideologica per la loro posizione, né
dal punto di vista di chi categoricamente si oppone alla violenza, ma forse
dal punto di vista di chi cerca di porre fine a una ingiustizia estrema. In
queste circostanze sarebbe nell'interesse di chi trae beneficio dallo status
quo cercare di spiegare perché l'opposizione violenta sia irrazionale
e forse anche per spiegare perché è razionale soffocare il dissenso
e l'opposizione con mezzi violenti.
Certo, la nonviolenza è sempre preferibile alla violenza, ma avremmo
molte difficoltà a sostenere che tutte le forme di ingiustizia e oppressione
violenta si possono eliminare in modo nonviolento. Anche se alcuni teorici
della nonviolenza sostengono che un fine non si possa raggiungere con la violenza,
pochi direbbero che non era necessaria la violenza per porre fine all'Olocausto
nazista.
La non cooperazione, l'ostruzionismo e le scappatoie da parte di ebrei e non
ebrei non servirono a prevenire o porre fine all'Olocausto. Poiché
non possiamo riscrivere la storia, le affermazioni dei teorici della nonviolenza
che sostengono che essa avrebbe potuto funzionare, sono senza senso.
Il dilemma di scegliere tra la nonviolenza e la violenza è reso ancora
più difficile dalla presenza nella storia di entrambi i tipi di azione
diretta, provocando la domanda se la sola azione nonviolenta sarebbe stata
sufficiente per porre fine a un'ingiustizia.
Si ritiene che l'opposizione all'oppressione coloniale inglese sull'India
sia stata nonviolenta, se per la maggioranza delle azioni ciò è
vero, l'Inghilterra a quel tempo mostrava timori crescenti per una opposizione
violenta.
Secondo Judith Brown, il 1930, anno del Satyagraha del sale, il governo inglese
era più preoccupato degli attacchi terroristici che delle proteste
nonviolente. Anche durante la lavorazione del sale, i poliziotti che tentarono
di disperdere i manifestanti furono spesso colpiti da sassi. A Calcutta vi
furono 36 oltraggi "terroristici" rispetto ai 4 del 1929, e causarono
19 morti rispetto a 1 nell'anno precedente. Tra le vittime c'erano due alti
ufficiali della polizia britannica. Negli Stati Uniti, negli anni '60, il
messaggio di Martin Luther King che indicava l'espressione nonviolenta piuttosto
che una condotta violenta, gli diede grande autorità morale, ma forse,
la semplice azione nonviolenta non sarebbe bastata a favorire il passaggio
e il consolidamento di leggi sui diritti civili. Nel 1963 e 1964 vi furono
molte agitazioni per il rifiuto dei diritti civili ai neri, un'evidente sproporzione
nei tassi di disoccupazione e povertà e continui attacchi razzisti
contro i dimostranti nonviolenti. L'Atto sui Diritti Civili del 1964 istituì
pari opportunità d'impiego per i neri e mise fuori legge la discriminazione
razziale nei luoghi pubblici, l'Atto sul Diritto al Voto del 1965 autorizzò
il governo federale ad intervenire in casi in cui ufficiali praticavano discriminazioni
razziali durante le elezioni locali. Ma nonostante questi processi, molti
attivisti neri scoprirono che il processo di disfare le ineguaglianze razziali,
consolidate in profondità, era troppo lento, e l'obiettivo dei cambiamenti
troppo limitato. Il messaggio di Malcolm X, e più tardi delle Pantere
Nere, definì un cammino più militante verso la liberazione,
basato non sui principi di nonviolenza e riforma, ma sull'auto difesa armata
e la rivoluzione.
Secondo Howard Zinn, nel 1967 i ghetti neri erano luoghi di crescita urbana
senza precedenti. Il Partito delle Pantere Nere, che aveva tratto ispirazione
da Malcolm X e da Franz Fanon, preoccupò molti appartenenti alla classe
media, bianchi e neri. Ciò spiega perché questo partito fu nel
mirino del programma di Contro-Intelligence dell'FBI (COINTELPRO), che riuscì
ad infiltrarsi, discreditare e disfare poderosamente molti gruppi neri militanti.
Zinn, descrivendo i timori degli anni '60, nota che solo quando i dimostranti
neri divennero violenti e dopo che fu pubblicato (1968) il rapporto sui Disordini
Civili della Commissione Nazionale di Consulenza (il Rapporto della Commissione
Kerner), la legislazione sui diritti civili divenne una priorità come
risposta del governo preoccupato per la rapida crescita di popolarità
dell'idea del "Black Power". La Commissione Kerner affermò
che la società americana stava andando verso un modello sociale separatista,
ingiusto e razzialmente diviso. Concludeva che "le frustrazioni di chi
non ha potere hanno portato alcuni Negri alla convinzione che non esiste un'alternativa
efficace alla violenza come mezzo per raggiungere la riparazione per i danni
subiti e il cambiamento del "sistema". Queste frustrazioni si riflettono
nell'alienazione e nell'ostilità verso le istituzioni legislative,
il governo e la società di bianchi che li controlla, nello slogan "Black
Power" si riflette il raggiungimento della consapevolezza razziale e
della solidarietà. Anche se la dottrina della nonviolenza continuò
ad avere numerosi seguaci fra gli attivi per i diritti civili, che senza dubbio
fecero molto per persuadere molti apatici membri della classe media a difendere
la giustizia razziale, dopo l'omicidio di Martin Luther King nel 1968, il
messaggio di porgere l'altra guancia perse terreno rispetto al messaggio di
auto difesa proclamato da Malcolm X, che Cornel West chiama "il profeta
della rabbia dei neri".
Parlando della nonviolenza, in un discorso dei primi tempi, Malcolm disse
"i neri non dovrebbero desiderare lo spargimento di sangue a meno che
non lo desiderino i bianchi. E i neri non dovrebbero desiderare la nonviolenza
a meno che bianchi non si dimostrino nonviolenti". Ciò non significa
sminuire il valore della nonviolenza, quanto piuttosto riconoscere il contesto
storico in cui la disobbedienza civile nonviolenta ebbe luogo, durante il
periodo più attivo del movimento per i diritti civili negli Stati Uniti.
Era un contesto in cui la paura della violenza da parte dei difensori di un
sistema legale e politico strutturalmente razzista e dominato dai bianchi
sembrava avere molto a che fare con gli sforzi di incitamento alla riforma
delle istituzioni razziste. Antonio Gramsci ci ha insegnato che l'ingegneria
del consenso, che tecnicamente è nonviolenta, trae grande consolidamento
di potere nel sostenere l'egemonia culturale e politica piuttosto che la diretta
applicazione della coercizione e che l'opposizione all'egemonia, gli sforzi
dei gruppi subordinati di creare un'agenda che si oppone, ha maggiore successo
se usa la persuasione piuttosto che l'uso della forza. Ma Gramsci ha anche
detto che, mentre l'egemonia viene sostenuta dal consenso, essa ha le sue
premesse sulla consapevolezza generale che l'uso della forza potrebbe essere
necessario per difendere gli interessi dell'egemonia. Di certo, questa saggezza
non è stata persa in coloro i quali, mentre sostengono la disobbedienza
civile nonviolenta, si rifiutano di condannare l'azione diretta che potrebbe
condurre alla violenza. Nonostante il fatto che i difensori della nonviolenza
non amino la minaccia o l'uso della forza violenta, è ragionevole pensare
che il loro messaggio sia più splendido in un contesto in cui incombe
il risorgere della violenza come unica alternativa. La lotta contro il razzismo
legalizzato non è stata condotta, né tutte le sue battaglie
vinte, solo sulla base della nonviolenza.
Come abbiamo visto, generalmente si ritiene che l'uso della violenza, per
definizione, sia al di fuori di ciò che chiamiamo disobbedienza
civile. Ma a questo punto dovremmo rivedere cosa intendiamo per violenza.
Abbiamo già visto che a volte è difficile, se non impossibile,
fare una netta distinzione fra discorso e condotta. Abbiamo anche visto che
un discorso può produrre effetti che una mente ragionevole definirebbe
dannosi, non solo offensivi. A complicare la definizione di ciò che
intendiamo per violenza è la questione se dovremmo distinguere fra
violenza a persone, da un lato, e violenza a proprietà dall'altro.
Per quanto riguarda l'ultimo aspetto, Howard Zinn osserva che "può
includere svalutazione del prezzo (come nei boicottaggi), danno, occupazione
temporanea e appropriazione permanente". Molti autori ritengono che questa
distinzione fra persone e proprietà sia di vitale importanza, se vogliamo
capire davvero le politiche radicali. Alcuni, e non ci sorprende, trovano
meno problematico giustificare il danno o la distruzione di proprietà
piuttosto che l'offesa a persone. Ad esempio, discutendo gli "attacchi"
alle sedi di multinazionali che ebbe luogo durante le dimostrazioni che si
opponevano al vertice del WTO di Seattle, Washington, nel 1999, Rachel Naumann
difende alcune di queste azioni, opponendosi a un rifiuto cieco di tutte le
forme di violenza:
"quando parliamo di 'violenza' dobbiamo distinguere fra la pietra lanciata a una finestra da quella lanciata contro una persona. Non è una distinzione semantica. Tutte le espressioni di rabbia rappresentano un continuum, ma storicamente la distruzione della proprietà non necessariamente porta alla violenza verso le persone".
La distinzione fra proprietà e persone è ben sviluppata fra
gli ambientalisti radicali.
Nel numero di marzo del 1998 della rivista Earth First!, numerosi
autori presero parte a un dibattito sul "culto della nonviolenza".
Questo forum fu organizzato in risposta a un saggio pubblicato sulla rivista
nel numero di novembre-dicembre del 1997, in cui gli autori rifiutavano l'idea
che la nonviolenza fosse l'unico codice accettabile di attivismo: "ciò
che noi (quelli che aderiscono a uno stretto codice di nonviolenza) abbiamo
creato è uno sfondo romantico per la mentalità di massa. Costruiamo
eroi, martiri e svalutiamo altri attivisti. La gente si sente costretta ad
avere l'approvazione facendosi arrestare, forse rifiutando di chiedersi se
ciò che provano è giusto o efficace". Al contrario, ci
sono numerosi esempi di pratiche violente, tra cui il tree-spiking
(tecnica che consiste nell'infilare dei grossi chiodi nei tronchi per
contrastare l'abbattimento degli alberi e la vendita di legname), che
danneggia la vita dei boscaioli, è praticato da pochi e condannato
dalla maggioranza. Allo stesso modo, il rendere inutilizzabile l'attrezzatura
di corporazioni ed individui per evitare che il loro lavoro danneggi l'ambiente,
è controverso sotto molti aspetti. Ad esempio il "monkeywrenching"
(sabotaggio ambientale) può privare un boscaiolo che lavora a contratto
della vita in un'area rurale dove non ci sono altri lavori, un atto che uno
scrittore definisce "un flagrante abuso di privilegio di classe".
Monkeywrenching può inoltre mettere a rischio la vita dei lavoratori,
anche se alcune azioni non minacciano direttamente le persone, ma sono dirette
essenzialmente alla distruzione della proprietà. Proprio su questo
aspetto, la questione della protezione della proprietà delle multinazionali,
permane un dibattito fra liberali e radicali sulla nonviolenza. Come ha notato
uno scrittore sul forum di Earth First! che conclude criticando il
codice di comportamento contro la proprietà: "come può
un fedele ambientalista che vuole preservare la Terra riconoscere l'idea di
proprietà". Non sorprende che tali sfide alla santità della
proprietà delle multinazionali siano state applicate non solo a questioni
ambientali, ma anche a questioni inerenti i diritti civili, dei lavoratori
e umani in generale.
Infatti, l'argomento della distinzione fra danni maggiori e minori è
stato fra quelli utilizzati per difendere il principio che si possa ricorrere
al danneggiamento delle proprietà delle multinazionali durante le manifestazioni.
E' improbabile che la distruzione di una proprietà privata possa
rientrare nella definizione di disobbedienza civile, anche nei casi in cui
si tenti di dimostrare che è un approccio razionale e anche se dimostriamo
che la violenza perpetrata è minore rispetto a quella che esercita
chi possiede quella proprietà. In ogni caso, danneggiare o distruggere
le proprietà delle multinazionali come impegno strategico non è
"senza senso" solo perché viola la sensibilità e
gli interessi di classe dei proprietari. La distruzione della proprietà
privata, tra cui importanti strumenti produttivi, può basarsi su aspetti
molto razionali che riflettono l'opposizione alla distruzione di uno
stile di vita nella sua complessità sociale, culturale, politica ed
economica. Anche se non è benvenuta, tale distruzione non va vista
come casuale e irrazionale, ma, anzi, come un gesto simbolico e motivato,
come nel caso del Movimento Luddista agli inizi del diciottesimo secolo.
Ciò che preoccupa molti critici della nonviolenza e li porta a volte
ad abbracciare alternative violente, è il fatto che la nonviolenza
sia divenuta una forma di azione civile normalizzata, addomesticata e che
non porta a un cambiamento, dal momento che non tiene sufficientemente sotto
pressione i leader pubblici e privati, al fine di porre fine alle ingiustizie
delle quali sono responsabili. Inoltre, la nonviolenza rischia di offrire
a chi comanda la possibilità di autocompiacersi dando loro la possibilità
di mostrare quanto sono aperti nei confronti di un dissenso rispettoso e "addomesticato"
attraverso agende politiche a cui sono legati. In termini simbolici, per alcuni
la differenza è quella che separa la legittimità di Martin Luther
King jr. e di Malcolm X anche se, come ho già suggerito, sarebbe fuorviante
considerare totalmente incompatibili questi due punti di vista.
Conclusione
Il 19 aprile del 1995, il veterano della guerra del Golfo Timothy McVeigh
lasciò un'autobomba di fronte al palazzo del governo federale
ad Oklahoma City e provocò un'esplosione che uccise 168 persone.
Le motivazioni che addusse avevano a che fare con la vendetta contro un governo
che considerava ingiusto in maniera intollerabile. Nel 1993 a Waco, Texas,
vi fu un massacro di 85 fra uomini, donne e bambini al "Brench Davidian
Compound" provocato dall'assalto di agenti delle forze speciali
federali statunitensi. Questo fatto è divenuto un equivalente moderno
di Alamo per molti gruppi, tra cui libertaristi, sostenitori della supremazia
dei bianchi, estremisti cristiani e membri di gruppi militaristi. McVeigh
corrisponde a questo profilo e infatti considerò Waco come un simbolo
di libertà. Quando fu arrestato, mentre fuggiva dal sito in cui aveva
lasciato la bomba, McVeigh indossava una maglietta con un albero accompagnata
dal testo della memorabile frase di Jefferson "L'albero della
libertà deve essere annaffiato, di tanto in tanto, dal sangue dei patrioti
e dei tiranni". Dovremmo concludere che McVeigh, un dichiarato amante
della libertà, che ha commesso un atto di violenza estrema contro i
suoi concittadini (vittime innocenti tra cui bambini e neonati) era un uomo
che ha agito secondo l'ideologia di Thomas Jefferson? La pensa così
Connor Cruise O'Brien, ma non perché voglia ammirare o difendere
McVeigh. Per O'Brien non è sorprendente che possa esistere un
McVeigh che benedica la sua terribile azione con le parole di Jefferson. O'Brien
non desidera condannare McVeigh per aver distorto le parole di Jefferson,
ma condanna Jefferson per aver fornito una giustificazione morale alla violenza
in seguito rafforzata dall'approvazione del "terrore" durante
la Rivoluzione francese. O'Brien ritiene che, anche se liberalismo e
terrorismo sembrano concetti opposti, ciò che hanno in comune sia la
devozione a una libertà "associata a un ordine e limitata dalla
legge"; una libertà che è definita come "la giusta
eredità di un gruppo particolare di persone definite da nazionalità,
religione, lingua, territorio e lignaggio" e che ritiene sia stata negata
da alcuni gruppi. Secondo questo concetto "la libertà così
intesa è una delle forze umane più potenti e distruttive, che
spinge molte persone a rischiare la propria vita per essa e a sacrificare
la vita di coloro che vengono considerati nemici della libertà".
O'Brien inoltre crede che il liberalismo americano non sia abbastanza
forte da combattere il terrorismo interno "rappresentato dalla tradizione
di McVeigh e Nichols". Parlando dell'incapacità del liberalismo
americano di produrre un efficace controllo delle armi O'Brien conclude
"se il terrorismo americano un giorno dovesse significativamente radicarsi,
potrebbe essere più pericoloso dell'odierno terrorismo del Medio
Oriente e nelle isole britanniche.
Le critiche severe di O'Brien al pensiero di Jefferson contrastano con
l'ideologia di chi enfatizza lo spirito di resistenza contro la tirannia
proclamato da Jefferson, anche se non è l'aspetto più
importante del pensiero di O' Brien dal punto di vista della legge e
dell'ordine. Piuttosto il suo punto di vista, derivato da John Stuart
Mill, è che l'unico fine per cui siamo giustificati nell'interferire
con la libertà della gente è "l'autodifesa".
Invocando tale dottrina, la visione spaventosamente preveggente di O'Brien,
è che "se i tribunali e le ordinarie leggi criminali sono inadeguate
a proteggere i cittadini dal terrorismo, allora un liberale della scuola di
Mill potrebbe legiferare, senza lo scrupolo di un principio, per l'introduzione
della prigionia senza processo di persone che le autorità considerano
terroristi". L'affermazione di O'Brien, fatta nel 1996,
sembra essere la matrice della risposta dell'amministrazione Bush agli
attacchi dell'11 di settembre. Dal punto di vista di O'Brien la
minaccia a un'efficace risposta al terrorismo negli USA non è
un liberalismo bilanciato dalla dottrina di autodifesa. Piuttosto è
il liberalismo stesso ad essere assolutista e a fomentare le milizie armate
e i terroristi interni. Non sono forse il secondo emendamento alla Costituzione
americana, che protegge il diritto ad avere ed usare armi, e il primo emendamento,
che la giustizia federale ha interpretato come una protezione al diritto di
pubblicare istruzioni su come costruire una bomba, i problemi che dovrebbero
preoccupare gli americani? O' Brien la pensa così, e tali preoccupazioni
sulle cause e i rischi del terrorismo calzano perfettamente con le ansie contemporanee
negli Stati Uniti e in altri paesi rispetto ai compromessi fra libertà
civili e sicurezza pubblica. Dal punto di vista di un cittadino liberale,
l'insegnamento preoccupante di O' Brien è che dopo gli
attacchi dell'11 di settembre qualsiasi cosa è stata accettata
troppo facilmente dai cittadini americani. Una delle conseguenze di ciò
è stato mettere nelle mani di un piccolo numero di individui la libertà
di agire con totale impunità contro i "presunti terroristi".
Una pessima notizia, visto che riguarda la libertà di dissenso. Secondo
Vincent Blasi viviamo in un'epoca patologica. Proprio come nel primo
periodo patologico in cui il termine "comunista" veniva usato
per uccidere un oppositore politico e per creare un capitale politico, alleanze
e sostenitori, così oggi viene usato il termine "terrorista".
Come in passato e in molti altri contesti il concetto di terrorismo è
definito in maniera vaga, e ciò conviene a tutti quelli che aspirano
a un dissenso silenzioso.
Per quanto riguarda la vitalità delle nuove forme costitutive della
società civile globale, la distinzione fra ciò che è
e non è terrorismo era già di vitale importanza prima dell'11
di settembre. E il discorso sul terrorismo è diventato ancora più
importante per i gruppi della società civile da quel giorno, soprattutto
per quanto riguarda la libertà di dissenso e il diritto a non partecipare
alla disobbedienza civile nonviolenta. La politica della vergogna, che è
centrale alla pratica della disobbedienza civile, in questo contesto costituisce
un appello alla ragione pubblica su ciò che è moralmente giusto.
Ma gli sforzi e i tentativi di opporsi all'ingiustizia e di articolare
una visione di giustizia globale vengono messi in forse quando rischiano di
diventare violenti. Da un punto di vista strategico, ridursi alla violenza
significa essere nelle mani di chi ha il potere e il profondo desiderio di
intralciare un simile movimento di giustizia. Non dovrebbe sorprendere che
una delle tattiche usate dai servizi segreti per minare i movimenti all'opposizione
è di provocarli con la violenza, facendo sì che la violenza
conseguente sia una risposta gradita in termini di opinione pubblica e copertura
da parte dei media. Quando gli attori non statali abbandonano l'alta
moralità della nonviolenza, vengono molto facilmente classificati come
criminali e terroristi agli occhi dello stato e dei mass media e dal punto
di vista dell'opinione pubblica dominante. Sulla base di questo scenario
non è difficile immaginare che la causa per una giustizia globale potrebbe
soffrirne un danno tremendo e forse irrevocabile. Va a favore di questo movimento
il fatto che finora sia stato per lo più nonviolento. La storia senza
dubbio mostrerà che il governo di Berlusconi in Italia ha dato il volto
brutale del terrorismo di stato sulla globalizzazione neoliberista, un volto
che molti ritengono esistesse già da prima, ma fosse semplicemente
mascherato dal vantaggioso punto di vista dell'opinione pubblica globale
nel nord del mondo. Ciò che potrebbe portare a un tragico futuro è
il fallimento da parte di coloro che non riescono a vedere che la superiorità
morale di questo movimento deriva in gran parte dalla sua capacità
di sfida alla ragione per mezzo di una comunicazione pubblica e nonviolenta.
L'azione violenta di alcuni attivisti è una minaccia al benessere
degli attivisti politici nonviolenti e per le cause che questi difendono,
nel senso che offre più legittimità alla repressione politica
di quanto sarebbe possibile a governi, sia che operano da soli, sia in sinergia.
La violenza, che sia nelle strade o nel cyber-spazio, può provocare
la repressione contro un legittimo dissenso che è lo strumento più
importante perché la nonviolenza possa avanzare. La nonviolenza non
solo è intrinsecamente virtuosa, ma offre anche autorità morale
alla salute e alla longevità dell'azione progressista.
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"Il nostro obiettivo è quello di sfruttare il Summit come opportunità per rendere visibili nella sfera pubblica questioni relative alla comunicazione non incluse nell'agenda" spiega Claudia Padovani, promotrice della campagna CRIS. "Mi riferisco a questioni come l'accesso alle tecnologie e alla conoscenza, la concentrazione dei media, il ruolo degli individui come produttori e non solo fruitori di sapere".
Le politiche del ventunesimo secolo sono ormai sempre più transnazionali. La società civile e le tecnologie d'informazione sono divenuti spazi chiave, mentre la democrazia e la giustizia di genere sono fra le richieste più urgenti.
Nel 2003, un movimento popolare sta di nuovo cercando di intervenire in quel
processo globale che è il Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione,
affinché vengano inclusi nella sua agenda le tematiche relative al rapporto
tra comunicazione e sviluppo. A tutt'oggi le donne prendono parte attiva a questo
processo lottando per essere certe che verranno prese in considerazione le implicazioni
che la società dell'informazione ha nelle questioni di genere.
Questo saggio tratta in modo trasversale tre dibattiti chiave:
1. la comunicazione e lo sviluppo
2. la crescente convergenza tra i media e le tecnologie per l'informazione
3. la democratizzazione e le pari opportunità
1) Sviluppo
Viviamo in un periodo di sviluppo tecnologico e di integrazione economica che
non ha precedenti, nel quale lo squilibrio tra i più ricchi e i più
poveri non è mai stato così evidente. L'ultimo Rapporto delle
Nazioni Unite sullo Sviluppo Umano, del 2002, ci ricorda che "accanto al
benessere delle nuove opportunità economiche, 2,8 miliardi di persone
vivono ancora con meno di due dollari al giorno. L'1% più ricco del mondo
ha delle entrate annuali pari a quelle del 57% dei più poveri. In molte
parti dell'Africa Sub Sahariana, la vita dei più poveri sta peggiorando"
(UNDP, 2002:2).
I 50 miliardi di sterline spesi per la guerra in Iraq avrebbero potuto essere impiegati nell'istruzione primaria, l'acqua pulita, gli impianti igienici, un'alimentazione adeguata, la prevenzione delle malattie. Dar da mangiare a tutti gli affamati per un anno, costa due miliardi di sterline. Dare acqua pulita a 500.000 persone costa un miliardo di sterline.
E' importante riconoscere l'importanza dell'informazione e delle tecnologie di comunicazione (Information and Communication Technologies - ICT) per lo sviluppo. La crescente richiesta di estensione dei benefici di una società dell'informazione per tutti si fonda sulla comprensione che le ICT sono uno strumento per raggiungere obiettivi economici e sociali ma non sono semplicemente un fine.
2) Convergenza tra i media e le tecnologie per l'informazione
La comunicazione è strettamente connessa allo sviluppo fin dagli anni
'50, nella forma di vari media che portano conoscenza, promuovono l'educazione,
incoraggiano la partecipazione, supportano un processo di democratizzazione.
Ora l'obiettivo si è spostato dai media (stampa, radio, televisione)
all'informazione e alle tecnologie di comunicazione. Viviamo in pratica in un
periodo di convergenza tra le telecomunicazioni, la computerizzazione e i media,
supportati dal digitale e da governi e industrie di tutto il mondo. La trasmissione
via Internet, la televisione via cavo, la diffusione di contenuti ai computer,
la connessione ad Internet attraverso la televisione, la possibilità
di spedire foto e immagini con il WAP (Wireless Application Protocol) attraverso
il cellulare per mezzo della posta elettronica, tutti questi sono esempi della
convergenza di tecnologie di diffusione che trasmettono contenuti e raggiungono
case, e molto deve ancora venire. Le connessioni, i contenuti e le tecnologie
di informazione si stanno talmente fondendo assieme che ha sempre meno senso
discutere di mass media in un forum e di tecnologie di informazione in un altro.
Ciò vale per tutto il dibattito che si sta svolgendo all'interno del
Summit Mondiale sulla Società dell'informazione (WSIS), e soprattutto
per le donne. Se le donne devono ottenere pari opportunità di progettazione,
accesso, utilizzo e rappresentazione, abbiamo bisogno di strategie più
coerenti e più ampiamente diffuse e comprese.
La rivoluzione della "rete" si è diffusa molto rapidamente: mentre ci sono voluti 75 anni perché il telefono raggiungesse 50 milioni di persone, al World Wide Web ne sono bastati 4. Siamo testimoni della rapida crescita della cosiddetta "e-economy". Ora il pericolo è che l'esclusione dal digitale non consista solo nella mancanza di connessioni, ma nelle conseguenti implicazioni per la crescita economica e lo sviluppo sostenibile (Infodev, 2000). La semplice esistenza di un divario in termini di servizi ICT tra i paesi e all'interno di paesi non costituisce ancora un motivo automatico per dedurre che le ICT dovrebbero essere posta ai primi posti nelle agende che si occupano di sviluppo. Dopo tutto, i paesi poveri hanno sempre meno industrie, macchine, dottori, infermieri e sempre meno calorie pro capite rispetto ai paesi ricchi. Ma è necessario preoccuparsi anche del crescente divario in termini di diffusione di ICT; è evidente l'esistenza di una trappola causata da questa mancanza di accesso, perché le ICT sono sempre più importanti per prendere parte a scambi globali e i paesi senza un adeguato accesso verranno escluse dal sistema di commercio internazionale.
3) La democratizzazione e le pari opportunità
Le tematiche globali, tra cui lo sviluppo economico, la democratizzazione e
la produzione di cultura, hanno implicazioni di genere e non si può comprendere
la globalizzazione se non riconosciamo la diseguaglianza di genere. Ecco alcuni
esempi:
- 543 milioni sugli 854 di illetterati al mondo (2000) sono donne
- 183 milioni su 325 milioni di fanciulli che non vanno a scuola sono
bambine
- in molte nazioni si sta tralasciando il problema della riduzione di
mortalità di neonati, bambini e madri
- sempre più donne sono affette da AIDS
- le donne continuano a guadagnare il 78% rispetto a quello che guadagnano
gli uomini
- solo in otto nazioni al mondo le donne detengono più del 30%
dei seggi in parlamento (Rapporto sullo Sviluppo Umano, 2001, p. 16- 18)
Viene sempre più riconosciuta la necessità di includere le donne nel processo di sviluppo e perfino la Banca Mondiale accetta la massima secondo cui "educando una donna si educa una famiglia, e la nazione". Le donne sono la pietra angolare per ridefinire lo sviluppo e la partecipazione delle donne nella programmazione e nel processo di sviluppo ha un incredibile effetto di propagazione. Le donne sono a cavallo fra il pubblico e il privato. Non vivono sole ma in famiglie, tribù, comunità, sono connesse in molte reti sociali e sono partecipi della società civile. La conoscenza e i successi delle donne aiutano tutti. Mentre le politiche di aggiustamento strutturale hanno spesso colpito duramente le donne, la concessione di microcrediti alle donne più povere ha suggerito uno spostamento dalle teorie di creazione di benessere "dall'alto", all'importanza del rendere le donne capaci di alleviare autonomamente la loro povertà. Tutte le tematiche globali, anche quelle all'ordine del giorno nelle conferenze delle Nazioni Unite, hanno implicazioni di genere.
Il concetto di "sviluppo umano" ha permesso di passare da una concezione
di sviluppo che significava solo crescita economica, ad uno che pone l'attenzione
sull'uomo ed è stato ridefinito fino ad includere un Indice di Sviluppo
di Genere (GDI) e una Misura di Empowerment (valorizzazione) di Genere (GEM)
che include un indice di partecipazione delle donne alla vita politica ed economica
(http://hdr.undp.org).
La parola "donna" continua però a significare tutto e niente
ed esiste il pericolo di una "riduzione all'essenza" che proclama
la somiglianza delle donne attraverso legami socio economici, politici e culturali.
E' fondamentale ricordare che "l'identità di genere e le forme attraverso
le quali le donne patiscono la subordinazione sono connesse e mediate da altre
variabili come la classe, la razza, l'età e la generazione, l'orientamento
sessuale, la storia, la cultura e il colonialismo" (Riano, 1994: 35).
Se le donne non continueranno ad evidenziare le implicazioni di genere nelle tematiche globali, pochi uomini lo faranno. Noreena Hertz ha notato (2002) che ai dibattiti del Forum Mondiale sull'Economia e dell'Organizzazione Mondiale del Commercio, la questione delle pari opportunità non è affatto evidente. E così le donne hanno varcato altri confini e costruito movimenti locali, nazionali e transnazionali affinché la questione di genere sia affrontata nelle agende internazionali.
Organizzarsi a livello internazionale
L'attivismo femminile viene sempre più riconosciuto come un mezzo molto
potente della società civile mondiale (Castells, 1996; Falk, 1994). La
capacità di solidarietà e attivismo delle donne varca i confini
nazionali.
L'emergere di dibattiti e di standard globali ha beneficiato le donne in molti
modi, grazie anche al decennio delle Nazioni Unite sulle donne tra la conferenza
di Nairobi del 1985 e quella di Beijing del 1995. L'espansione del diritto internazionale,
basato sulle convenzioni delle Nazioni unite o su quelle regionali, ha posto
le basi per la definizione di diritti umani tra cui ora anche quelli delle donne.
La legislazione internazionale che previene la discriminazione contro le donne
(CEDAW) è stata firmata da 170 nazioni (gli Stati Uniti hanno firmato
ma non ratificato!) (http://www.un.org/womenwatch/daw/cedaw/index.html; http://www.unifem.org/CEDAW);
le campagne mondiali contro il traffico di donne e bambini, o contro la violenza
sulle donne stanno acquistando forte slancio (http://www.hrw.org/about/projects/traffcamp/intro.html).
La violenza include non solo il caos della guerra che colpisce donne e bambini
(come abbiamo visto nelle orrende immagini in Iraq), ma anche la violenza privata
e l'abuso domestico (http://www.unifem.undp.org/trustfund).
Da decenni inoltre, le donne si preoccupano per le immagini stereotipate di
uomini e donne diffuse dai mass media, per l'enorme quantità di materiale
pornografico e sessista disponibile, per l'invisibilità delle donne nelle
notizie.
Si presta anche attenzione a raccogliere dati sulla situazione dell'impiego
delle donne nei media. C'è una notevole mancanza di dati empirici, perfino
nelle società industriali occidentali, che riguardano la situazione della
donna nei media, mentre è evidente che un numero maggiore di donne che
vi lavorano non implica una differenza qualitativa nella programmazione (Corea)
oppure un mutamento sostanziale di programmazione nel palinsesto delle notizie
(Australia). In Asia, il numero crescente di giornaliste "non ha portato
significativi mutamenti nel contenuto, nello stile o nella presentazione delle
notizie. Le decisioni che riguardano le notizie vengono ancora prese dagli uomini,
anche se sono poi riportate e pubblicate da donne... l'impiego femminile
non ha alterato l'agenda o le priorità dei notiziari" (Balakrishnan,
p. 42).
L'uguaglianza di genere nell'impiego può essere un valido obiettivo,
"il 50% di donne che entrino a far parte di tale industria" (Balakrishnan,
1994:45), ma ha senso solo se viene reso operativo ad ogni livello e in ogni
area di impiego nei media.
La preoccupazione per gli stereotipi viene diretta contro la limitatezza nello spettro di rappresentazioni della donna e per l'immaginario di una donna come oggetto sessuale "violentato", la donna osservata dall'uomo nella sua sensualità, la sessualità e la violenza viste solo al maschile. Un argomento importante riguarda il fatto che tali critiche non sono censure ma una mancanza di rispetto in termini di diritti umani, tra cui il diritto ad essere rappresentate appropriatamente. Per quanto riguarda il tipo di informazioni, ci si chiede "dove sono le donne?"; le storie di donne degne di notizia sono rare e le informazioni diffuse sono "urbano centriche" mentre le donne sono confinate a un ruolo stereotipizzato, e sono sempre meno visibili degli uomini nella descrizione di fatti.
Non esistono argomenti unicamente femminili, piuttosto i media dovrebbero sforzarsi di rappresentare il punto di vista femminile a tutti i livelli. Dobbiamo renderci conto che la prospettiva femminile è ovunque, sia sul piano politico sia economico.
Poiché ciò che nasconde le donne sono spesso le "barriere invisibili" (UNESCO, 1987) causate da comportamenti pregiudiziali e presuntuosi, una formazione volta a dare fiducia e i gruppi di supporto all'interno di organizzazioni possono aiutare le donne a sentirsi meno isolate ed alienate e spingerle ad agire diversamente e a creare così alternative. Organizzazioni professionali come la rete IAWRT danno anche solidarietà e supporto internazionale.
Le donne hanno deciso di "rappresentare sé stesse" sviluppando molte forme di comunicazione:
Pubblicazioni alternative tra cui quotidiani, riviste, periodici, newsletter, ma anche occasionali monografie e volantini, negli Stati Uniti come in Europa, ma anche a Sud. Isis International ha un annuario già dal 1990 che si chiama Third World Women's Publications, che include più di 300 pubblicazioni. Fra le altre pubblicazioni, più recenti, ricordiamo: Sister, Namibia; Speak, Sud Africa (Lloyd, 1994); Tamania Mars, Marocco (Lewis, 1993) e Asmita, Nepal.
Tamania Mars (18 marzo): Rivista Collettiva, Marocco:
Tamania Mars nasce nel novembre del 1983, viene pubblicata mensilmente fino al 1989, interrompe la pubblicazione per un anno, poi riappare come rivista mensile. Venne fondata da donne appartenenti ad un partito di sinistra e da altre indipendenti, organizzata democraticamente, è aperta a tutte le donne e pubblica articoli scritti da uomini. I suoi obiettivi sono: dare informazioni alle donne, combattere contro il sistema patriarcale, soprattutto contro gli statuti personali della legge marocchina, operare per i diritti umani e una società più giusta ed egualitaria. Il suo scopo è di costruire un movimento di massa di donne unito, democratico e autosufficiente. Si rivolge a intellettuali e lavoratori, studenti universitarie e delle scuole superiori provenienti da classi sociali medie e inferiori. E' stata il fulcro delle discussioni e delle assemblee sulle origini della subordinazione delle donne in Marocco, ha condotto sondaggi e indagini, discusso prima di altri argomenti considerati tabù come la prostituzione e il ripudio, ha studiato la situazione di contesti come la famiglia, l'economia, l'educazione e le strutture legali. Supporta lezioni, incontri, competizioni letterarie, festival culturali e vari tipi di attività che culminano nell'Unione delle Donne per l'Azione in 15 località del Marocco. Ha ispirato la pubblicazione di altre pubblicazioni come Nissa al Maghrib (Marocco); Nissa (Tunisia) e Fippo (Senegal). (Tamania Mars, in Lewis, 1993).
Alternative Women's Press Services (Servizi di stampa alternativa femminile). Supporta la stampa femminista, ha agenzie nel mondo tra cui DepthNews in Asia, la Women's Feature Service con sede a Nuova Delhi, WINGS negli Stati Uniti, e FEMPRESS, un'agenzia stampa, in Cile.
Trasmissioni televisive alternative, film e video: si utilizzano i media in contesti locali per aiutare le donne a definire la loro identità e quella della loro comunità, per contribuire a sviluppare abilità e perdere timori ed incertezze, per ricordare e costruire il loro futuro, come accade nei video prodotti da SEWA in India (Bali, 1993); o l'uso di video e radio trasmissioni tra le donne indigene in Bolivia e altre zone dell'America Latina (Ruiz, 1994; Rodriguez, 1994). In Cile esiste Radio Tierra, in Costa Rica FIRE (Feminist international Radio Endeavour), che si propone di "dar voce a chi non ne ha mai avuta una". Il collettivo FIRE considera la radio come un'occasione di incontro, dialogo e partecipazione fra donne e pone grande importanza sul potere che hanno le testimonianze personali delle donne, nel trasformare le coscienze.
Lo Sviluppo attraverso la Radio, Harare, Zimbabwe
Nel 1988, la Federazione delle Donne Africane impegnate nei Media, nello Zimbabwe (FAMWZ), ha avviato un progetto per fornire agli abitanti delle zone rurali l'accesso alla radio nazionale, dando loro l'opportunità di partecipare attivamente, a seconda dei loro bisogni e priorità, alla preparazione dei programmi orientati a favorire lo sviluppo. Il programma include parte del regolare palinsesto del canale nazionale sull'educazione e lo sviluppo della Zimbabwe Broadcasting Corporation.
Nelle zone rurali vennero organizzati dei club di ascolto della radio, con una foltissima partecipazione di donne che avevano l'obiettivo di contrastare gli squilibri nella distribuzione e nell'accesso alle risorse, dalla terra ai processi decisionali, per capire se i media potevano essere usati per promuovere un maggiore accesso anche ad altre risorse. Ogni settimana i club ascoltavano una registrazione di mezz'ora preparata dai giornalisti radiofonici sulla base di cassette registrate da tutti i club. Dopo la discussione sui temi emersi dall'ascolto, i club registravano le loro risposte che venivano raccolte e diffuse; in seguito invitavano un ministro del governo, un imprenditore, un rappresentante di qualche organizzazione o un altro esperto per registrare le risposte e gli interventi emersi.Ci sono ora 45 club di ascolto della radio in quattro su nove provincie ed è grande il desiderio di raggiungere nuove aree, per includere più uomini e adolescenti nei club e nelle comunità.
Le reti di donne che lavorano per un'informazione e una comunicazione alternativa esistono ormai da decenni. Sono passate da un'organizzazione locale a strutture regionali e nazionali per creare una "rete di reti" (Sreberny- Mohammadi, 1998) o un "mondo di reti in cui ci sono molti leader ma nessuna persona o gruppo che fa tutto" (Walker, 2002).
Le donne hanno dimostrato a loro stesse di essere delle formidabili creatrici di reti, che vivono in determinati luoghi ma pensano e agiscono a livello globale, estendono la loro solidarietà oltre i confini nazionali. Ci sono reti con uno specifico obiettivo mediatico come CAFRA, Trinidad e Tobago; WAND, Barbados; SISTERLINK, Australia; IWSAW, Libano; FEMNET, Kenya.
Esistono poi organizzazioni come l'International Women's Tribune Centre di New York (IWCT) che fungono da "filtro" delle notizie sulle attività delle donne a livello globale. IWCT pubblica The Tribune e dirige Women Ink, un servizio di marketing e servizio di distribuzione fondato dal Fondo delle Nazioni Unite per lo Sviluppo delle Donne (UNIFEM, pubblica Unifem News) che supporta la distribuzione nel Sud grazie ai proventi delle vendite al Nord.
Isis International, una ONG che opera a Santiago, in Cile, e a Manila, nelle Filippine, fu fondata nel 1974 come un servizio di comunicazione e informazione per le donne. Ha l'obiettivo di "promuovere l'autonomia e la piena partecipazione delle donne nei processi di sviluppo, attraverso la formazione di reti e canali di comunicazione e informazione". Isis ha contatti in 150 paesi nel mondo e pubblica la directory Powerful Images (1986) che contiene più di 600 film, video e diapositive prodotti da Donne del Terzo Mondo.
Ci sono inoltre reti regionali: Asia Network of Women in Communication (ANWIC), con sede a Nuova Delhi, pubblica Impact e persegue l'obiettivo di "mobilitare le donne d'Asia per mezzo della comunicazione, perché raggiungano un ordine sociale più giusto ed equo, riconoscendo le diversità presenti nella regione". E ci sono reti che operano in un contesto religioso culturale come Women Living Under Muslim Law (WLUML), una rete internazionale di solidarietà che pubblica un notiziario quadrimestrale, monografie su vari temi, tra cui ad esempio, la violenza contro le donne, i diritti di riproduzione e la privazione dei diritti civili. WLUML ha forti legami con associazioni di donne nel Nord (Women against Fundalism, in Gran Bretagna) il cui obiettivo è spesso quello di come dar voce alle donne appartenenti a gruppi etnici minoritari, che non vengono udite dalla cultura dominante.
La creazione di reti è facilitata dall'uso di Internet e della posta elettronica, pensiamo a WEDNET (Women and Environment Network) che connette la base canadese con ricercatrici africane; Mujer a Mujer, un collettivo di donne messicane che si interrogano sul libero mercato e gli aggiustamenti strutturali, coordinando progetti in Messico, Canada, Stati Uniti e Nicaragua. Ci sono molti bollettini pubblicati e diffusi da Internet (Women Envision di Isis o SEAWIN, nelle Filippine), server e gruppi di discussione, di cui molti sotto l'egida dell' Association for Progressive Communication (Associazione per la Comunicazione Progressista, n. d t.). La posta elettronica è più economica del telefono e più rapida d quella normale; molte associazioni femminili organizzano corsi per imparare ad usare il computer e la posta elettronica.
Le donne hanno presto riconosciuto e utilizzato il potere delle nuove tecnologie, tra cui Internet, la posta elettronica e il fax, accanto ai vecchi media come la stampa o il telefono, per costruire reti di solidarietà su eventi e/o discussioni. In tal modo, organizzazioni popolari di donne sono connesse ai centri decisionali e facilitano la partecipazione di "ordinarie" cittadine/i non solo alle scelte politiche locali e nazionali, ma anche alle questioni globali, come membri di un movimento sociale transnazionale (Sreberny- Mohammadi, 1998; Harcourt, 1999).
Numerose reti per l'informazione e la comunicazione "al femminile" furono fondate in seguito alla Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite di Nairobi del 1985, che diede inizio al Decennio per le Donne. WOMENET, formata da dieci reti con sedi in nove nazioni, venne creata nel 1992 con l'esplicito proposito di condividere e scambiare ricerche ed informazioni in tutto il mondo, producendo rapidamente svariato materiale tra cui giornali, riviste e newsletter; libri, fumetti e opuscoli; poster e cartoline; manuali e kit didattici; bibliografie e ricerche, filmati e video. I mezzi usati per produrre questa incredibile quantità di materiale variano dai più semplici (mani, penne e matite, dattilografe) ai più tecnologici (computer, cineprese, fotocopiatrici). Gli stessi canali di distribuzione variano molto: dalla posta locale ed internazionale, al telefono, alle assemblee e laboratori, per mezzo di fax, modem, e-mail e comunicazioni via cavo.
L'Associazione per la Comunicazione Progressista ha fondato nel 1993 il Programma di Supporto alle Reti di Donne (APCWNSP), come parte della preparazione alla quarta Conferenza Mondiale sulle Donne (http://www.apcwomen.org). I membri hanno aiutato le organizzazioni a formare le donne all'uso della posta elettronica e del World Wide Web, ma anche ad accrescere la loro consapevolezza sull'urgenza di affrontare le tematiche riguardanti i media e le comunicazioni, insistendo sul fatto che le donne devono avere accesso alle nuove tecnologie e parteciparvi attivamente per capire la loro funzione e importanza.
La Conferenza di Beijing ha dimostrato di essere un momento altamente formativo, quando i cinesi annunciarono nel marzo del 1996 che il forum delle ONG sarebbe stato spostato da Beijing. Il timore che il mutamento di sito avrebbe impedito di controbilanciare con efficacia la conferenza ufficiale, la proibizione di sessioni plenarie significative e le limitate possibilità di avere accesso alle telecomunicazioni produssero una grande risposta nelle donne. La struttura "a rete" ancora latente, fu galvanizzata e trasformata in azione, ad esempio con la creazione di Global Fax (Gitler, 1996; Frankson, 1996). Durante la conferenza, APCWNSP realizzò un'iniziativa che permise di avere accesso ad Internet, alla comunicazione elettronica e ai servizi d'informazione e aiutò le 30.000 donne che partecipavano alla conferenza e al forum della ONG. Uno degli obiettivi fondamentali dell'iniziativa fu, come disse APCWNSP, "di aver dimostrato alle altre donne che questa nuova tecnologia era adatta e poteva essere gestita da donne".
Da allora, ci sono stati molti altri dibattiti e consultazioni transnazionali in forum virtuali come GK 97 , Beijing-plus-five e la Conferenza delle Donne nel 2000. La Coalizione delle Donne assieme a WomenWatch, il Consorzio delle Nazioni Unite per la parità di genere, hanno aiutato le donne a sviluppare siti web regionali che contenevano informazioni sul processo di preparazione della Conferenza del 2000, documenti, e stimolavano un dibattito partecipativo.
L'uso strategico delle ICT per supportare le attività e i programmi delle donne, produce notevoli risultati. Aiuta a convogliare più attenzione sia degli uomini che delle donne, su tematiche femminili, rafforza le campagne di solidarietà, migliora le attività in rete. Si può usare per difendere il diritto delle donne a partecipare in condizioni di parità alla vita civile e pubblica. Il Programma di Supporto alle Reti di Donne (APC- WNSP), lavora con le donne e le loro organizzazioni per integrare l'uso delle ICT in modo tale da migliorare le capacità delle donne, aumentare la comunicazione all'interno delle loro organizzazioni, dare più fiducia agli associati nel loro lavoro e potenzia l'abilità di raggiungere obiettivi strategici. Un uso strategico significa anche saper sfruttare la tecnologia per organizzare e trasformare le informazioni e la comunicazione per far sì che l'intera comunità mondiale promuova lo sviluppo di culture basate su valori come la parità, la libertà e la giustizia, tra cui l'uguaglianza di genere.
Esistono ancora molte barriere prima di poter raggiungere gli obiettivi di Beijing. Queste includono alcuni valori culturali, norme sociali e credenze religiose che tuttora considerano inferiori i contributi, i lavori, le idee e le esistenze di donne e ragazze. Spesso, in contesti decisionali e politici, non si affronta la questione dell'uguaglianza di genere. A livello globale, l'impatto della liberalizzazione dei commerci e della privatizzazione è contraddittorio e ingiusto, con un numero sproporzionato di donne che ne sono colpite negativamente.
Genere e Società dell'Informazione: un insieme complesso di
fattori
Negli anni '90, mentre i dibattiti continuavano ad esprimere le stesse preoccupazioni,
l'obiettivo si spostò sull'accesso alle tecnologie di comunicazione.
L'assenza di voci e di prospettive femminili nella società dell'informazione
dimostra che le nuove tecnologie riflettono molti dei "classici" motivi
che per decenni hanno caratterizzato i vecchi media, e che riguardano il genere
in relazione al potere e all'esclusione.
Dalle ricerche e dalle attività del Programma di Supporto alle Reti di
Donne (APC-WNSP) sono emersi alcuni dei problemi più gravi che riguardano
la parità di genere e il potenziamento delle capacità delle donne
nell'ambito delle ICT.
Accesso e controllo
Le donne non sono uguali agli uomini né in termini di accesso alle tecnologie
di informazione e comunicazione (l'opportunità di usarle) né in
termini di controllo (il potere di decidere come debbano essere usate le ICT
e chi debba averne l'accesso). Diversi fattori, tra cui la discriminazione di
genere nelle professioni e nell'educazione, la classe sociale, l'analfabetismo,
la locazione geografica (Nord o Sud, zone urbane o rurali), fanno sì
che la maggior parte delle donne nel mondo non abbia accesso alle ICT e man
mano che le informazioni confluiscono su Internet, chi rimane senza accesso
dovrà soffrire un'esclusione sempre maggiore. Ma non è sufficiente
avere una connessione, un accesso ad Internet, bisogna anche acquisire tutte
le competenze necessarie. I programmi volti a diffondere le ICT sono stati infatti
criticati per il fatto di concentrarsi solo sull'accesso alla tecnologia e alle
risorse informative, come se bastasse dare alle donne un computer e un modem
per risolvere tutti i problemi relativi allo sviluppo.
Educazione, formazione e sviluppo delle abilità
Tra gli ostacoli relativi a questo ambito notiamo: il pur sempre alto livello
di analfabetismo delle donne nei paesi in via di sviluppo; il fatto che i software
non rispondono alle esigenze di ragazze e donne; l'uniformità dei corsi
che non sono personalizzati sui bisogni delle donne; le profonde barriere di
genere e culturali che impediscono l'accesso a carriere in ambito tecnologico.
APCWNSP suggerisce che "le tecniche di apprendimento per le donne andrebbero
estese anche alle più giovani, rese sensibili al genere (a misura di
donna, con un continuo supporto tecnico e adatte al contesto in cui esse vivono)
e approfondite (considerando le donne come utenti, tecnici, costruttrici di
nuove politiche di cambiamento)".
Industria e lavoro
Il settore delle ICT è in continua espansione in molte parti del mondo,
offre opportunità di lavoro alle donne, soprattutto nell'inserimento
di dati, nelle trascrizioni mediche, nei sistemi d informazione geografica e
nella produzione di software. Tuttavia, continuano ad esistere potenti fattori
discriminatori legati al genere e all'età.
Il lavoro è infatti ancora discriminante per le donne, poiché queste continuano ad essere, in proporzione, meno pagate e a lavorare in condizioni non sicure. Mentre i lavori a distanza, flessibili, portano più donne nel mercato del lavoro, in questi settori esse hanno meno diritti, paghe misere e non hanno sicurezze in termini di salute, sicurezza o assistenza. Il fatto di ricevere uno stipendio medio nella sfera pubblica non altera la divisione del lavoro all'interno della famiglia, così che le donne si trovano ad avere un carico di lavoro doppio o triplo. Le misere condizioni di lavoro, i lunghi turni e un lavoro monotono, associato alle ICT sono spesso motivo di minaccia per la salute delle donne. Le preoccupazioni relative all'impiego delle donne in ambito tecnologico riguardano la tipologia dei contratti, i pesanti turni, la paga, la formazione, la salute, soprattutto per quanto riguarda l'esposizione prolungata di fronte allo schermo, e le ingiurie dovute alla monotonia del lavoro.
In media, le donne vengono pagate il 30- 40 % in meno per un lavoro simile, rispetto agli uomini. Un rapporto sul lavoro dell'OIL del 2001 rivelò una "marcata differenza di genere nell'impiego nel digitale", dal momento che le donne erano meno impiegate nelle nuove tecnologie, sia nei paesi sviluppati sia in quelli in via di sviluppo. Il rapporto rivelò inoltre delle forme di segregazione di donne nell'economia dell'informazione e aggiunse: "non solo esiste una differenza di retribuzione tra chi possiede competenze tecnologiche e chi no, ma esiste anche una marcata diseguaglianza nell'uso stesso delle ICT. Spesso sulla base della differenza di genere." (Citato in APCWNSP). In India le donne hanno aumentato la loro partecipazione al mercato del lavoro nell'industria dei software del 27%. Negli anni '90, nei Caraibi e in molti altri paesi, migliaia di donne hanno ottenuto dei posti di lavoro nel settore dell'elaborazione di dati.
E' molto preoccupante anche la discriminazione che riguarda l'età fra donne. Mentre le giovani donne con una buona padronanza dell'inglese trovano lavoro nei nuovi servizi, molte donne sopra i 35 anni sono state licenziate, o perché impiegate in industrie in declino, o perché non hanno competenze aggiornate.
Contenuti e linguaggio
Tra i problemi relativi a questo argomento troviamo: il tipo di linguaggio usato,
il codice culturale espresso e la natura delle rappresentazioni. Ciò
si collega agli antichi dibattiti sulla presenza di stereotipi e sessismo nei
ritratti offerti dai media. Sul web, la predominanza dell'inglese è evidente.
Le barriere linguistiche dell'accesso all'informazione richiedono lo sviluppo
di nuove applicazioni come i database multilingue, le interfaccia per chi non
usa un alfabeto latino, interfaccia grafiche per donne analfabete e software
di traduzione automatica.
Potere e processi decisionali
Un numero sempre maggiore di donne occupano posizioni e hanno esperienza di
ICT, tuttavia esse restano sempre dietro agli uomini nell'accesso al potere
decisionale e al controllo delle risorse. A un livello sia transnazionale sia
nazionale, le donne sono meno coinvolte nelle strutture di decisione che riguardano
le tecnologie d'informazione, tra cui: le istituzioni che le governano, i ministeri
responsabili, il controllo della gestione delle compagnie private di ICT. Il
processo decisionale delle ICT viene quasi sempre visto come un fatto puramente
tecnico (per maschi esperti), piuttosto che un processo politico nel quale potrebbero
e dovrebbero venire inclusi i punti di vista della società civile. La
deregulation e la privatizzazione dell'industria delle telecomunicazioni tiene
sempre meno conto delle esigenze dei cittadini e delle comunità, e dell'importanza
della partecipazione delle donne ai processi decisionali. Ciò conferma
gli studi e i dibattiti sulla mancanza di donne ai livelli più alti dell'industria
dell'editoria, della diffusione di programmi radiofonici e in generale nei processi
decisionali che riguardano la cultura (ad es. Gallagher, 1995). Beale (1998)
suggerisce che la politica culturale in sé stessa sia una tecnologia
"al maschile".
Una rappresentazione più egualitaria delle donne contribuirebbe a creare le condizioni e le regole che le rendano capaci di massimizzare la loro capacità di beneficiare delle ICT e di assicurarsi la fiducia delle istituzioni preposte alle politiche di sviluppo delle ICT.
Sicurezza e privacy
Sono altresì importanti per le donne la sicurezza, la privacy e i diritti
su Internet, tra cui: spazi online in cui le donne si sentano protette da violenze,
si sentano libere di esprimersi, siano sicure della privatezza delle comunicazioni
e protette dalle "spie" elettroniche. Internet ha creato spazi online
privati che spesso travalicano i confini nazionali e che sono importanti per
una diffusione democratica, sono vitali per ridare forza a vittime sfruttate
della società, spazi che le donne sanno usare con successo.
Ma la legislazione nazionale (l'Atto sul Regolamento dei Poteri Investigativi in Gran Bretagna, il "Wiretapping Act" in Giappone e, più recentemente, l'Atto sulla Sicurezza Nazionale negli Stati Uniti) potenzialmente minaccia la comunicazione privata su Internet e potrebbe distruggere la democrazia in nome della difesa contro il terrorismo ed il crimine "cibernetico".
L'intercettazione di comunicazioni su Internet viene giustificata di fronte al grande pubblico come necessaria per combattere lo sfruttamento sessuale di donne e bambini, e per combattere le attività di gruppi razzisti. Ma è invece la creazione di spazi privati, dove le vittime di abusi possono discutere tra loro e con persone di cui hanno deciso di fidarsi, che ha dimostrato essere l'arma più potente contro lo sfruttamento sessuale e l'oppressione razzista.
Traffico, pornografia e censura
Naturalmente, l'uso di Internet ad uso pornografico, di sfruttamento sessuale
o di letteratura razzista preoccupa molto le donne.
Non esiste un accordo su come comportarsi dovendo scegliere fra libertà
d'espressione e censura. Alcune vorrebbero una tecnologia che non solo filtri
i contenuti ma anche scovi i creatori e i clienti di siti pornografici, mentre
altre vedono ciò come un infrangere un diritto che potrebbe estendersi
fino a limitare altre forme di libertà d'espressione. In un contesto
di evidente dibattito, ciò che deve essere prioritario è che le
donne vengano informate, rese consapevoli e partecipi delle discussioni che
devono avere luogo.
Internet ha dato voce a cittadini e organizzazioni ordinarie che non avevano i mezzi per farsi sentire. Con 200 milioni di utenti che diverranno circa un miliardo nel 2005, Internet ha dato vita ad uno spazio pubblico dove si può discutere e dibattere di questioni fondamentali. Permette a piccoli gruppi o ad individui, uomini e donne, che prima lavoravano isolati, di condividere informazioni, lavorare in rete e preparare azioni in un modo in precedenza impensabile.
Le tecnologie di informazione e comunicazione sono oggi disponibili ad un costo abbordabile e lo sviluppo di infrastrutture deve assicurare che i gruppi marginalizzati non ne siano esclusi. Questo dovrebbe essere il punto di partenza strategico per chiunque si preoccupi di uguaglianza di genere e trasformazione sociale. In un mondo globalizzato che spesso svaluta le istituzioni democratiche locali, Internet diviene un mezzo essenziale per difendere ed estendere la democrazia partecipativa. Internet e le ICT possono rafforzare le diversità e creare una piattaforma formata da molte voci, un pluralismo di idee e opinioni e un luogo di scambio interculturale. Ma ciò può avverarsi solo se lo sviluppo viene accompagnato dal desiderio di preservare e valorizzare la diversità linguistica e culturale e la società civile ha la possibilità di esprimersi sulle politiche che regolano il controllo e la proprietà di Internet.
Per concludere, la mancanza di accesso, di espressione e di decisione attorno alle ICT riflette una serie di problemi più profondi che riguardano la mancanza di pari opportunità fra uomini e donne e l'ingiustizia politica. Il cuore del problema sta nel fatto che esistono antichi schemi di stratificazione sociale che implicano una diseguaglianza in termini di accesso, utilizzo, e influenza sulle ICT. Troppa attenzione è stata dedicata ai meccanismi e alle dinamiche di esclusione: è ora di interrogarsi su come si possa raggiungere una piena partecipazione.
WSIS: continuiamo a discutere di tematiche di genere
La lunga e dinamica storia dell'attivismo globale femminile ha costituito un'esperienza
molto utile per promuovere la discussione sulla parità di genere nella
società civile in vista del Summit Mondiale sulla Società dell'Informazione.
Il tavolo di discussione sul Genere è uno dei più organizzati
e ha il chiaro obiettivo di far sì che esista un "osservatorio sul
genere" attivo in ogni aspetto di progettazione e incremento all'interno
del WSIS.
Il ruolo sempre più importante delle donne del Sud è evidenziato dal fatto che WOUGNET, con sede in Uganda ha assunto la direzione del tavolo di discussione sullo sviluppo dei siti web e ha organizzato i dibattiti on line (http://www.wougnet.org/WSIS/genderstatement.html).
Le implicazioni di genere nella società dell'informazione includono una serie complessa di fattori interdipendenti. Un nucleo centrale riguarda la sempre più ampia segregazione di genere all'interno della segregazione digitale. Le raccomandazioni chiave del Tavolo sul Genere sono riassunti nella Dichiarazione di Bamako (http://www.wougnet.org/WSIS/wsisgcrecommendations.html).
Tra cui:
- accrescere la consapevolezza del problema della parità nella
Società dell'Informazione;
- applicare una cornice di analisi di genere nello sviluppo di politiche
e strategie nazionali, regionali e globali;
- sviluppare una valutazione sulla diversa partecipazione delle donne
alla Società dell'Informazione e condurre delle ricerche per identificare
l'impatto che ha l'esclusione e le opportunità di una maggiore partecipazione;
- assicurare che la dimensione di genere venga presa in considerazione
e integrata in tutte le politiche, i programmi e le strategie che hanno a che
fare con l'industria delle ICT e lo sviluppo;
- assicurare che l'uguaglianza di genere rimanga un principio trasversale
e impegnarsi ad avere un approccio di genere in tutte le attività, tra
cui la progettazione, l'incremento, il monitoraggio e la valutazione, e nella
stessa struttura dell'organizzazione della società civile.
L'obiettivo generale è quello di una Società dell'Informazione mondiale che contribuisca allo sviluppo umano e all'uguaglianza di genere. Ancora una volta: non mancano le voci femminili, il materiale analitico, i casi studio dettagliati, il supporto delle organizzazioni internazionali, la partecipazione delle ONG e delle associazioni minori. La comunità internazionale ci vuole dare ascolto? In che modo ci ascolterà?
E' chiaro che abbiamo bisogno non solo di analizzare le relazioni specifiche che le donne intessono in diversi settori tecnologici e in differenti luoghi e nazioni, ma anche di comprendere più in generale, le relazioni tra genere e comunicazione. Norris (2001: 92) ha notato che schemi più ampi di stratificazione sociale "danno forma non solo all'accesso al mondo virtuale, ma anche alla piena partecipazione a forme più comuni di tecnologie di informazione e di comunicazione."
L'approccio ai media basato sulla donna ha dimostrato che esiste il bisogno di una rappresentazione più giusta e adeguata, sia nei contenuti sia nelle aree d'impiego, (Gallagher, 1995) e va di pari passo con la necessità di riconoscere e dare valore alle voci femminili (Sreberny, 2002). Il riconoscimento non è un impedimento che riguarda una materiale ridistribuzione, quanto piuttosto la possibilità di un cambiamento sociale è alla base di una richiesta di maggiore qualità (Honneth, 2002). L'approccio sensibile alla questione del genere lotta per la costruzione di una società che valorizzi le donne attraverso lo sviluppo, la diffusione e l'utilizzo delle tecnologie di comunicazione. Ma le donne spesso continuano a non partecipare ai numerosi e importanti forum internazionali; ed è tuttora raro trovare un uomo che riconosca la diseguaglianza di genere. Ciò probabilmente significa non abbandonare la tesi "donne nei media/tecnologia" per quella "genere e tecnologia", ma portarle avanti entrambe.
Le donne sono particolarmente abili ad immaginare e connettere il locale e
il globale, non senza dispute interne sul potere come diversificato dall'appartenenza
ad una classe economica, ad una razza o ad una zona geografica. Il futuro è
globale, partecipativo e più giusto quanto a pari opportunità.
Le donne possiedono ancora metà del cielo!
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