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Il sondaggio di WSA

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   Democratizzare la Democrazia 

DEMOCRATIZZARE LA DEMOCRAZIA

ll volume (680 pagine, edito in Italia da Città Aperta, Trina, Enna, 2003) è stato curato dal sociologo portoghese Boaventura de Sousa Santos con il titolo originale di "Democratizar a democracia. Os caminhos da democracia participativa", Civilizacao Brasileira (RJ 2002).

Il volume è il primo di 7 volumi su "globalizzazione alternativa" (Reinventare l'emancipazione sociale. Verso nuovi manifesti), con il contributo di 69 ricercatori da tutto il mondo. De Sousa Santos ha svolto l'intervento centrale della conferenza plenaria dedicata alla democrazia diretta al Forum Sociale 2002 e questo volume è stato indicato da molti come "il" testo di riferimento in materia.

INDICE DEL VOLUME "DEMOCRATIZZARE LA DEMOCRAZIA"

  • Introduzione al progetto, B. de S. Santos
  • Elogio dell'intelligenza sociale, Giovanni Allegretti
  • Introduzione al volume, Per ampliare il canone democratico, B. de S. Santos
  • Micromovimenti in India: per una nuova politica di democrazia partecipativa, D. L. Seth
  • Reinventare la democrazia partecipativa in Sud Africa, Sakhela Buhlungu
  • La politica del riconoscimento e della cittadinanza (Colombia), M. Clemencia Ramirez
  • Emancipazione sociale nel contesto di una guerra prolungata (Colombia), M. Teresa Uribe de H.
  • Case decenti per il popolo: movimenti urbani e emancipazione in Portogallo, J. Arriscado Nunes e N. Serra
  • Tribunale costituzionale e emancipazione sociale in Colombia, R. Uprimmy e M. Garcia-Villegas
  • Territorio come spazio di azione collettiva (Portogallo), Isabel Guerra
  • Imprese e responsabilità sociale (Brasile), M. Celia Paoli
  • Potere politico e protagonismo femminile in Mozambico, Coceicao Osorio
  • Bilancio partecipativo a Porto Alegre, B. de S. Santos
  • Modelli di bilanci partecipativi in Brasile, Leonardo Avritzer
  • Profilo politico e istituzionale della democrazia partecipativa in Kerala (India), Patrick Heller e Thomas Isaac
  • Commento generale, Emir sader (CLACSO)

INTRODUZIONE GENERALE ALLA COLLANA "REINVENTARE L'EMANCIPAZIONE SOCIALE"

Boaventura de Sousa Santos, Università di Coimbra

La globalizzazione neoliberale è, ai giorni nostri, un importante fattore esplicativo dei processi economici, sociali, politici e culturali delle società nazionali. Tuttavia, nonostante la sua maggiore importanza e il suo carattere egemonico, questa non è l'unica globalizzazione. Di pari passo con essa, e in buona misura come reazione ad essa, sta emergendo un'altra globalizzazione, costituita dalle reti e dalle alleanze transfrontaliere tra movimenti, lotte ed organizzazioni locali e nazionali che nei diversi angoli del mondo si mobilitano per opporsi all'esclusione sociale, alla precarizzazione del lavoro, al declino delle politiche pubbliche, alla distruzione dell'ambiente e della biodiversità, alla disoccupazione, alla violazione dei diritti umani, alle pandemie, agli odi interetnici provocati direttamente o indirettamente dalla globalizzazione neoliberale.

Esiste pertanto una globalizzazione alternativa, antiegemonica, che si organizza dal basso nelle società. Tale globalizzazione è in fase appena emergente, ma è più antica della manifestazione che fino ad oggi risulta esserne l'espressione più consistente, la realizzazione del Primo Forum sociale mondiale a Porto Alegre nel gennaio 2001.

La globalizzazione alternativa è il tema della presente raccolta di testi che in sette libri illustra i risultati principali di un progetto di ricerca intitolato "Reinventare l'emancipazione sociale: scrivere i nuovi Manifesti". Realizzato in sei paesi (Brasile, Colombia, India, Mozambico, Portogallo e Sudafrica), il progetto mirava ad analizzare iniziative, organizzazioni e movimenti progressisti in cinque campi sociali: democrazia partecipativa; sistemi alternativi di produzione; multiculturalismo, giustizia e cittadinanza culturali; lotta per la biodiversità tra tipi di conoscenza rivali; nuovo internazionalismo operaio. Oltre agli studi degli scienziati sociali accademici e di quelli impegnati come attivisti sociali, sono state raccolte interviste con leader ed attivisti dei movimenti sociali in una branca del progetto intitolata Voci dal mondo.
Ho diretto questo progetto in collaborazione con i coordinatori della ricerca di ciascuno dei sei paesi interessati: Maria Célia Paoli in Brasile, Mauricio García Villegas in Colombia, Shalini Randeria e Achuyt Yagnik in India, Teresa Cruz e Silva in Mozambico, João Arriscado Nunes in Portogallo e Sakhela Bhulungu in Sudafrica. Il progetto ha coinvolto sessantanove ricercatori ed ha analizzato sessanta tra iniziative, movimenti ed organizzazioni.

 

1. I PRESUPPOSTI E LE SFIDE

I presupposti del progetto sono essenzialmente due: uno epistemologico e uno sociopolitico. Il presupposto epistemologico è quello secondo cui la scienza in generale e le scienze sociali in particolar modo versano attualmente in una profonda crisi di fiducia dal punto di vista epistemologico. Le promesse che avevano legittimato il primato epistemologico della conoscenza scientifica a partire dal XIX secolo, le promesse di pace e razionalità, di libertà e uguaglianza, di progresso e ripartizione dei suoi frutti, oltre a non essersi realizzate neppure nel centro del sistema mondiale, si sono trasformate, nei paesi periferici e semiperiferici che siamo soliti chiamare terzo mondo, in un'ideologia che ha legittimato la subordinazione all'imperialismo occidentale. In nome della scienza moderna sono state distrutte molte conoscenze e scienze alternative e sono stati umiliati i gruppi sociali che ad esse si appoggiavano per sviluppare i propri, autonomi sentieri di sviluppo. Insomma, in nome della scienza sono stati commessi molti epistemicidi ed il potere imperiale se ne è giovato per disarmare la resistenza dei popoli e dei gruppi sociali conquistati.

Tale epistemologia imperiale si è consolidata a partire dalla metà del XIX secolo ed ha dominato per tutto il XX secolo. Di per sé, ciò non è una novità. Cosa c'è allora di nuovo oggi? In primo luogo, oggi è più che mai evidente che l'universalismo della scienza moderna è un particolarismo occidentale, la cui particolarità consiste nel disporre del potere di definire come particolari, locali, legate a determinati contesti e a determinate situazioni tutte le conoscenze che con essa rivaleggiano. Da ciò discende la constatazione del fatto che sono esistite ed esistono altre scienze ed altre modernità non occidentali e molte altre conoscenze la cui validità non deriva dall'essere scientifiche o moderne. La diversità epistemologica del mondo è, pertanto, potenzialmente infinita. Tutte le conoscenze sono contestuali, e tanto più lo sono quanto più pretendono di non esserlo. Non esistono conoscenze pure, né complete, esistono costellazioni di conoscenze. All'interno di esse vi sono ibridazioni, che però spesso contribuiscono a rafforzare, anziché eliminare, i rapporti di potere disuguali.

Tale disuguaglianza dei rapporti consiste nella capacità da parte di una forma di conoscenza di convertirne un'altra in risorsa o materia prima. Le costellazioni cognitive relative al campo della biodiversità sono solo la manifestazione più drammatica di una disuguaglianza epistemologica che attraversa tutte le altre aree tematiche oggetto del presente progetto di ricerca.

Il riconoscimento, anche parziale, di altre conoscenze rivali è già una manifestazione della crisi di fiducia epistemologica. Ma ve ne sono anche altre, dalle teorie della complessità alle teorie del caos, dalle situazioni di biforcazione all'ipotesi di Gaia, dalle nuove teorie quantistiche alla teoria dei campi morfici, che oggi mostrano come il rigore e la verità della scienza moderna eurocentrica non siano che il discorso del rigore e della verità e come le distinzioni che lo costituiscono, quali le distinzioni soggetto/oggetto e natura/società, non siano che violenze epistemologiche. Appare inoltre chiaro che la scienza è stata molto più efficace nell'ampliare la capacità dell'azione umana che non nell'ampliarne le conseguenze. Perciò le conseguenze dell'azione scientifica tendono ad essere meno scientifiche delle azioni che le hanno provocate. Col volatilizzarsi dei nessi di causalità, il mondo si riempie paradossalmente di conseguenze indesiderate di azioni desiderate.

Ciò che vi è poi di nuovo in questo inizio di secolo è il riconoscimento dell'esistenza di conoscenze rivali alternative rispetto alla scienza moderna e dell'esistenza anche all'interno di quest'ultima di alternative ai paradigmi dominanti. Tutto ciò rende oggi la possibilità di una scienza multiculturale, o meglio di scienze multiculturali, più reale che mai. Tale possibilità non è attualmente presente in maniera omogenea tra le diverse comunità scientifiche. Essa rimane tanto più indefinita quanto più dominante è l'egemonia del paradigma scientifico, con le sue rigide e anguste divisioni tra le discipline, con le sue metodologie positiviste che non distinguono l'oggettività dalla neutralità, con la sua organizzazione burocratica e discriminatoria delle conoscenze in dipartimenti, laboratori e facoltà che riducono l'avventura della conoscenza a privilegi corporativi. Perciò è proprio nel centro del sistema mondiale, nei paesi centrali e nei centri egemonici di produzione scientifica che la capacità di autentica innovazione scientifica oggi è più limitata. Le idee nuove, soprattutto quelle che cercano di riconciliare la scienza con le sue promesse originarie, raramente superano la barriera dei referees e delle esigenze del mercato editoriale.

Da questa constatazione nasce la prima sfida del presente progetto. Il progetto è stato concepito e realizzato al di fuori dei centri egemonici di produzione scientifica da comunità scientifiche della periferia e della semiperiferia del sistema mondiale. Sarà questa una garanzia sufficiente per gli obiettivi di rinnovamento del progetto? Gli scienziati sociali sono eredi, alcuni più riluttanti di altri, del paradigma scientifico egemonico. In tal caso, come potranno gli scienziati sociali che lavorano al di fuori dei centri egemonici trasformare la loro eccentricità e la loro relativa marginalità in energia innovatrice? E questa innovazione deve limitarsi a costruire nuove epistemologie antiegemoniche o è potenzialmente in grado di trasformarsi in una nuova egemonia? E in tal caso, la nuova egemonia sarà migliore di quella attuale? Da che punto di vista e per chi?

Prima di indicare come sia possibile rispondere a queste sfide, vorrei soffermarmi sul secondo presupposto del progetto che, come ho detto, è di natura sociopolitica. I successi della scienza moderna si misurano sempre più dalla sua capacità di sottomettere nuovi rapporti sociali in nuove regioni del mondo alla logica del capitalismo globale. Si tratta di un lungo processo storico che dal XV secolo ai nostri giorni ha preso molte sembianze e assunto molti nomi: scoperte, colonialismo, evangelizzazione, schiavitù, imperialismo, sviluppo e sottosviluppo, modernizzazione e, infine, globalizzazione. Presupposto del presente progetto è innanzi tutto che la globalizzazione non sia un fenomeno radicalmente nuovo, ma significhi un'espansione esponenziale dei rapporti transfrontalieri, a volte volontaria e a volte realizzata con la forza, con la conseguente trasformazione delle scale che hanno finora dominato i campi sociali della economia, della società, della politica e della cultura. Come sempre è accaduto nella storia del capitalismo moderno e in tutte le forme precedenti di globalizzazione che hanno interessato l'Asia, le Indie o il cosiddetto Medio Oriente, ciò che indichiamo col termine globalizzazione sono insiemi di rapporti sociali disuguali, per cui sarebbe più corretto parlare di globalizzazioni anziché di globalizzazione. Nell'ambito del presente progetto è di cruciale importanza la distinzione tra globalizzazione egemonica, dominata dalla logica del capitalismo neoliberale mondiale, e globalizzazione antiegemonica, ossia le iniziative locali-globali dei gruppi sociali subalterni e dominati volte a resistere all'oppressione, all'omologazione e alla marginalizzazione prodotte dalla globalizzazione egemonica.

Come ho detto, nulla di ciò è radicalmente nuovo. Il capitalismo moderno è fin dalle sue origini un progetto a vocazione globale il cui sviluppo ha sempre preso la forma di una intensificazione della globalizzazione. Dall'altro lato, questo progetto tanto dinamico quanto predatorio ha sempre suscitato resistenza, dalla rivolta degli schiavi alle lotte di liberazione nazionale, dalle lotte operaie ai progetti socialisti, dai movimenti anarchici al movimento dei Non Allineati. Cosa vi è dunque di nuovo nella situazione in cui ci troviamo? In primo luogo, l'intensificazione esponenziale delle relazioni transfrontaliere e le nuove tecnologie di comunicazione e informazione hanno prodotto alterazioni profonde nelle scale spaziali e temporali dell'azione sociale. Il protrarsi nella storia delle tendenze secolari è oggi più che mai soggetto al tempo istantaneo dei mercati finanziari, al ritorno di un passato che si supponeva superato sotto forma di violenza tra gruppi, al corto circuito dei cicli dell'azione politica a causa dell'esplosione delle unità decisionali.

La turbolenza delle scale temporali è un riflesso della turbolenza di quelle spaziali. Il locale è sempre più l'altra faccia del globale, e viceversa, il globale è sempre più l'altra faccia del locale. E lo spazio nazionale si sta trasformando in un'istanza di mediazione tra il locale e il globale. Ma soprattutto, dall'esplosione delle scale derivano sia interdipendenza che disgiunzione. Mai è stato così profondo il sentimento di scollegamento e di esclusione rispetto alle trasformazioni che segnano lo spazio e il tempo del mondo. In altre parole, mai tanti gruppi sono stati così legati al resto del mondo a causa dell'isolamento, mai così tanti sono stati integrati attraverso le modalità della loro esclusione.

Una seconda novità è la voracità con cui la globalizzazione egemonica ha divorato non solo le promesse di progresso, libertà, uguaglianza, non discriminazione e razionalità, ma anche l'idea stessa di lotta per tutto ciò. Ossia, la regolamentazione sociale egemonica ha cessato di essere fatta in nome di un progetto di futuro, e pertanto ha delegittimato tutti i progetti di futuro alternativi, in precedenza definiti come progetti di emancipazione sociale. Il disordine automatico dei mercati finanziari è la metafora di una forma di regolamentazione sociale che non ha bisogno dell'idea di emancipazione sociale per sostenersi e legittimarsi. Ma, paradossalmente, è in questa assenza di regolamentazione ed emancipazione che stanno sorgendo in tutto il mondo iniziative, movimenti ed organizzazioni che lottano contemporaneamente contro le forme di regolamentazione che non regolano e contro le forme di emancipazione che non emancipano.

Da ciò deriva il secondo insieme di sfide con cui questo progetto si è confrontato. È possibile unire ciò che la globalizzazione egemonica separa e separare ciò che la globalizzazione egemonica unisce? Si ridurrebbe solo a questo la globalizzazione antiegemonica? È possibile contestare le forme di regolamentazione sociale dominanti e a partire da qui reinventare l'emancipazione sociale? E se questa reinvenzione non fosse che un'altra trappola che la modernità occidentale ci tende proprio quando pensiamo di esserne fuori? Che contributo viene dai ricercatori per affrontare queste sfide? Oggi sono convinto che sia stato fatale per la scienza moderna e per le scienze sociali in special modo aver abbandonato l'obiettivo della lotta per una società più giusta. Così facendo sono state erette barriere tra la scienza e la politica, tra la conoscenza e l'azione, tra la razionalità e la volontà, tra la verità e il bene che hanno permesso agli scienziati di trasformarsi, in buona fede, nei mercenari del potere costituito. È possibile riunire ciò che è stato così ostinatamente separato? È possibile costruire forme di conoscenza più impegnate rispetto alla condizione umana? È possibile far ciò in modo non eurocentrico e non disciplinare?

Partendo da presupposti e sfide tanto vasti non ci potevamo porre che obiettivi ambiziosi. Due sono i principali obiettivi di questo progetto: contribuire al rinnovamento delle scienze sociali e alla reinvenzione dell'emancipazione sociale. I due obiettivi sono di fatto uno solo: il rinnovamento scientifico cui aspiriamo non ha altro obiettivo che quello di reinventare l'emancipazione sociale.

 

2. IL RINNOVAMENTO DELLE SCIENZE SOCIALI

La scienza dalla quale proveniamo è una conoscenza arrogante che riconosce le conoscenze alternative solo nella misura in cui è in grado di cannibalizzarle; è un'attività corporativamente autonoma che sa usare la propria autonomia, sia per sottrarsi alle lotte sociali e all'esercizio della cittadinanza, sia per prendere parte ai grandi contratti di consulenza mercenaria. Insomma, le scienze sociali nelle quali molti di noi si sono formati fanno parte più del problema con cui ci confrontiamo che con le soluzioni che cerchiamo. Nonostante tali difficoltà, gli obiettivi di questo progetto si fondano su alcune condizioni che danno loro consistenza.

La prima condizione è di carattere generale: ci troviamo in una fase di transizione paradigmatica, di crisi di fiducia epistemologica e di crescente confronto tra conoscenze rivali. In campo scientifico si manifesta una forte dissidenza, vengono proposte forme di scienza in azione, di scienza dei cittadini, di scienza popolare, si studia il carattere multiculturale della scienza e vengono proposte nuove articolazioni tra scienza e conoscenze rivali. Ovvero, vi è spazio per innovare e far sì che l'innovazione non sia condannata in anticipo al fallimento.

La seconda condizione è specifica: intorno a questo progetto si sono riuniti ricercatori, scienziati sociali e scienziati attivisti che si sono interrogati, spesso in solitudine, sui limiti dei rispettivi strumenti analitici, sulla possibile inutilità del loro lavoro, o perfino sull'angoscia di dover vendere prima o poi il proprio sapere agli interessi egemonici, che ne sono avidi e lo ricompensano bene, o di dover scendere a compromessi, almeno per sopravvivere, rispetto ai propri ideali di autonomia o di solidarietà politica con le lotte sociali degli oppressi.

Inoltre, si tratta di scienziati sociali che in maggioranza provengono da paesi semiperiferici e vi lavorano. Questa scelta non è stata fatta a caso, ma è stata ispirata da diversi fattori. Sono convinto che le cosiddette nuove interdipendenze create dal capitale dell'informazione e della comunicazione anziché eliminare le gerarchie dal mondo, le abbiano approfondite. I nomi che diamo a queste gerarchie, paesi sviluppati e in via di sviluppo, paesi del primo e del terzo mondo, nord e sud, paesi ricchi e paesi poveri, sono importanti ma non quanto riconoscere che tale gerarchia esiste e si viene rafforzando. Oggi la gerarchia non riguarda solo i paesi, ma anche settori economici, gruppi sociali, regioni, saperi, forme di organizzazione sociale, culture e identità. La gerarchia è l'effetto cumulativo dei rapporti disuguali tra forme dominanti e forme dominate in ciascuno di tali campi.

Credo che questa gerarchia si esprima oggi in due forme: la dicotomia globale-locale, dove il locale è la forma subordinata della realtà o entità capace di autodesignarsi come globale; e la tricotomia centro-periferia-semiperiferia che si applica specialmente, ma non esclusivamente ai paesi. Quest'ultima gerarchia è stata determinante ai fini della concezione del presente progetto. In esso dominano i paesi semiperiferici, o se si preferisce, a sviluppo intermedio: due paesi dell'America Latina come Brasile e Colombia; uno asiatico, come l'India, uno africano, come il Sudafrica e uno europeo, come il Portogallo. Tale scelta è stata effettuata in base al fatto che, da un lato, questi sono i paesi dove oggi maggiormente collidono le forze della globalizzazione egemonica e quelle della globalizzazione antiegemonica e, dall'altro, pur restando al di fuori dei centri egemonici di produzione della scienza, essi hanno visto formarsi nel corso degli anni forti e a volte numerose comunità scientifiche.

Queste comunità scientifiche hanno affrontato più di qualsiasi altra una doppia disgiunzione: da un lato, la discrepanza e l'inadeguatezza delle teorie e dei quadri analitici elaborati dalla scienza centrale ad analizzare correttamente le realtà dei rispettivi paesi; dall'altro, l'incapacità passiva, o l'ostilità attiva della scienza centrale verso il riconoscimento del lavoro scientifico prodotto in tali paesi in maniera autonoma e senza obbedienza servile verso i canoni metodologici e teorici e verso i termini di riferimento elaborati dai centri egemonici di produzione scientifica e da questi esportati, quando non imposti, a livello globale.

Agli scienziati sociali semiperiferici si applica meglio che agli altri quanto il critico letterario cubano Roberto Retamar diceva dei lettori coloniali: "Nessuno conosce la letteratura dei paesi centrali meglio dei lettori coloniali". Di fatto, gli scienziati sociali semiperiferici tendono a conoscere bene la scienza centrale e a conoscerla meglio degli scienziati centrali, perché ne conoscono i limiti e spesso ricercano alternative per superarli. Si tratta di una condizione più complessa rispetto a quella esistente tra scienziati sociali dei paesi centrali e scienziati sociali periferici. I primi, gli scienziati centrali, nella stragrande maggioranza ignorano o, se la conoscono, non valorizzano la conoscenza scientifica prodotta nella semiperiferia e nella periferia, considerata inferiore in tutti i suoi aspetti diversi o alternativi. Perciò viene facilmente cannibalizzata e convertita in risorsa o materia prima per la scienza centrale. Sul piano organizzativo il risultato è la proletarizzazione degli scienziati semiperiferici e periferici. A loro volta, gli scienziati sociali dei paesi periferici oltre a lavorare in condizioni più precarie e ad essere soggetti ad ogni genere di persecuzione, si sentono isolati, non conoscono e non apprezzano il lavoro svolto nella semiperiferia e quando riescono a spezzare l'isolamento cercano una compensazione nella lealtà acritica verso la scienza centrale. L'inserimento del Mozambico nel progetto aveva l'obiettivo di illustrare la possibilità di rapporti diversi tra la periferia e la semiperiferia del sistema mondiale.

L'obiettivo epistemologico del progetto è pertanto riunire un numero significativo o una massa critica di ricercatori in maggioranza provenienti dai paesi semiperiferici, che lavorino in paesi e continenti diversi, che assieme e senza la tutela della scienza centrale siano capaci di rivendicare la possibilità di una scienza diversa, meno imperiale e più multiculturale, di un rapporto più paritario tra conoscenze alternative (pratiche, di senso comune, tacite, appartenenti al volgo, ecc.) e soprattutto la possibilità di mettere questa costellazione di conoscenze al servizio della lotta contro le diverse forme di oppressione e discriminazione, insomma, al servizio delle attività per l'emancipazione sociale.

In questo senso, si tratta di un progetto pionieristico e innovatore, ma, come tutti progetti di questo tipo, esso è soggetto al rischio di fallire per la sua irrealizzabilità o per via di un facile successo, ovvero a causa della cooptazione egemonica. Consci di tutto ciò, abbiamo preso alcune precauzioni che, nell'ottica della scienza egemonica, costituiscono violazioni irresponsabili dei canoni metodologici.

In primo luogo, questo progetto non possiede un quadro teorico strutturato, ma solo un insieme di ampi orientamenti che costituiscono un orizzonte in cui trovano posto diversi quadri teorici. Inoltre, gli orientamenti stessi esprimono la consapevolezza del fatto che orientano e al tempo stesso disorientano, soprattutto se teniamo conto del fatto che il progetto riunisce non solo comunità scientifiche diverse, ma anche culture differenti. Ad esempio, può l'emancipazione sociale avere lo stesso significato in un contesto culturale come quello orientale, in cui il tempo è sovrano ed indisponibile, e in quello occidentale, in cui il tempo è schiavo e merce? In secondo luogo, il progetto non stabilisce alcuna metodologia, ma si apre alle diverse metodologie scelte dai ricercatori. In terzo luogo, non dispone di un insieme di ipotesi di lavoro, né tantomeno di termini di riferimento. Il progetto assume deliberatamente come predefinito solo quanto è strettamente necessario per spingere gli scienziati sociali ad unire gli sforzi intorno ad obiettivi comuni e sufficientemente importanti da essere condivisi attivamente. La teoria di questo progetto deve pertanto essere costruita collettivamente dal basso. I concetti di base vanno elaborati insieme.

Queste violazioni del canone metodologico non sono state commesse impunemente. Esse comportano il rischio del caos e della cacofonia. Ritengo, tuttavia, che attualmente correre un simile rischio sia l'unica alternativa alla proletarizzazione e alla mercenarizzazione della scienza.

Infine, e ancora una volta in contrasto con l'ortodossia epistemologica, il progetto accoglie deliberatamente la pluralità delle conoscenze rivali e alternative e cerca di dar loro voce, soprattutto attraverso il sottoprogetto Voci dal mondo. Oltre all'assenza del canone, ciò che questo progetto privilegia è la definizione di un vasto campo analitico, assai scarno di concetti teorici o empirici, ma definito in base ad un orientamento generale: l'identificazione dei campi sociali in cui il conflitto tra globalizzazione egemonica e globalizzazione antiegemonica è o si prevede che sia più intenso; campi sociali conflittuali che sono anche teatro di conflitti tra conoscenze rivali e in cui è data priorità analitica alle lotte che esprimono la resistenza alla globalizzazione egemonica e propongono alternative ad essa. È attraverso la priorità accordata alla globalizzazione antiegemonica che intravediamo la possibilità di contribuire alla reinvenzione della emancipazione sociale. In altre parole, la scienza è per noi un esercizio di cittadinanza e di solidarietà e la sua qualità risiede in ultima istanza nella qualità della cittadinanza e della solidarietà che promuove o rende possibile. Il secondo obiettivo di questo progetto, l'emancipazione sociale, è anch'esso ambizioso, eterodosso, poco scientifico in termini canonici ed irto di difficoltà e perfino di antinomie.

 

3. LA REINVENZIONE DELL'EMANCIPAZIONE SOCIALE

Questo obiettivo solleva tre difficoltà principali che costituiscono altrettante sfide. La prima riguarda la nozione stessa di globalizzazione antiegemonica. Cosa fa sì che un insieme di iniziative o movimenti venga considerato una forma di globalizzazione? Molte iniziative e movimenti qui analizzati hanno carattere locale e si manifestano in spazi e tempi ben circoscritti. Tuttavia, in molti di essi è possibile individuare articolazioni e alleanze con altre iniziative ed organizzazioni straniere o transnazionali che autorizzano a parlare di globalizzazione. Ma supponiamo che iniziative diverse, pur per certi versi analoghe, ad esempio nel campo della democrazia partecipativa, abbiano luogo nello stesso periodo in diverse parti del mondo, senza però essere a conoscenza l'una dell'altra e senza che vi sia alcun contatto tra esse. Questa simultaneità basta a farci parlare di globalizzazione delle iniziative?

La concezione dominante della globalizzazione antiegemonica tende a restringere quest'ultima ai movimenti e alle organizzazioni transnazionali e alle loro manifestazioni eclatanti di Seattle, Montreal, Washington, Ginevra, Davos, Praga e Porto Alegre. Senza dubbio questo movimento democratico transnazionale, di un attivismo senza frontiere, è una forma di globalizzazione antiegemonica. Ma non dobbiamo dimenticare che questo movimento si fonda su iniziative locali volte a suscitare lotte locali, oltre che a resistere ai poteri translocali, nazionali o globali. D'altro canto, incentrare eccessivamente l'analisi su azioni eclatanti a livello globale, azioni cioè che tendono ad aver luogo nelle città dei paesi centrali e che richiamano l'attenzione dei mezzi di comunicazione globali, può far dimenticare che la resistenza all'oppressione è un'attività quotidiana, svolta da persone comuni, lontano dall'attenzione e che senza questa resistenza il movimento democratico transnazionale non è in grado di autoalimentarsi. Siamo forse entrati in un'epoca in cui la distinzione locale/globale ha perso di significato? O forse tutto ciò che è locale è globale e viceversa? Esistono aspetti locali, per così dire, deglobalizzati?

Ma se è difficile definire i limiti di ciò che si considera globale, ancor di più lo è definire cosa si considera antiegemonico. È fin troppo facile definire antiegemonica qualsiasi iniziativa che resiste e crea alternative alla logica del capitalismo globale. Sappiamo che l'oppressione e la dominazione assumono molti volti e che non tutti sono conseguenza diretta del capitalismo globale, come la discriminazione sessuale e quella etnica, la xenofobia e perfino l'arroganza epistemologica. È inoltre possibile che alcune iniziative che si presentano come alternative al capitalismo globale costituiscano esse stesse forme di oppressione. E d'altro canto un'iniziativa che in un dato paese, in una certa comunità, in un certo momento è considerata antiegemonica, può essere vista in un altro paese o in un altro momento come egemonica. Infine, iniziative e movimenti antiegemonici posono essere cooptati dalla globalizzazione egemonica senza rendersene conto o senza che i loro attivisti vedano in ciò una sconfitta. Essi possono perfino vedervi una vittoria.

La seconda grande difficoltà, e quindi la seconda grande sfida, consiste nell'articolazione che pretendiamo di individuare tra globalizzazione antiegemonica e emancipazione sociale. Che cos'è, in ultima analisi, l'emancipazione sociale? È possibile o legittimo definirla in astratto? Se è vero che non vi è una, ma vi sono varie globalizzazioni, non sarà altrettanto vero che non vi è una, ma vi sono varie forme di emancipazione sociale? L'emancipazione sociale non avrà, proprio come la scienza, un carattere multiculturale, definibile e convalidabile solo in determinati contesti, luoghi e circostanze, dal momento che ciò che è considerato emancipazione sociale da un gruppo sociale o in un determinato momento storico può essere considerato come regolamentazione o perfino come oppressione sociale da un altro gruppo o in un momento storico precedente o successivo? Tutte le lotte contro l'oppressione, a prescindere dai mezzi e dai fini, sono lotte per l'emancipazione sociale? Esistono gradi di emancipazione sociale? È possibile l'emancipazione sociale senza emancipazione individuale? A favore di chi e di cosa, e contro chi e cosa, è l'emancipazione sociale? Chi sono gli agenti dell'emancipazione sociale? Esistono agenti privilegiati? Le forze sociali e istituzionali egemoniche, come lo Stato, possono essere complici o collaborare attivamente ad azioni di emancipazione sociale? A quale tipo di azioni e in quali condizioni?
Quando parliamo di reinvenzione dell'emancipazione sociale, intendiamo con ciò che sono esistite forme di emancipazione diverse da quella per cui lottiamo? Come definire queste forme precedenti? Perché hanno cessato di essere credibili? Come definire il loro insuccesso? Stiamo lottando per dei nuovi contenuti dell'emancipazione sociale o per quelli vecchi, che ci limitiamo a formulare in un nuovo discorso o a portare avanti attraverso nuovi processi?

Più radicalmente, parlare di emancipazione sociale non è parlare la lingua egemonica che ha reso impronunciabili le aspirazioni di tanti popoli e gruppi sociali soggiogati dalla scienza e dall'economia politica eurocentriche? Corriamo il rischio di promuovere l'oppressione sociale usando il linguaggio dell'emancipazione sociale? In alternativa, possiamo raggiungere tutti i nostri obiettivi scientifici e politici senza ricorrere al concetto di emancipazione sociale?

La terza difficoltà e la terza sfida sono, a mio parere, quelle che pongono i maggiori dilemmi, ma anche le più interessanti. Esse riguardano la scelta dei temi proposti per sperimentare simultaneamente nuovi sentieri di produzione della conoscenza e verificare le possibilità di emancipazione sociale. I cinque temi proposti sono: la democrazia partecipativa; i sistemi alternativi di produzione; il multiculturalismo emancipatorio e la giustizia e la cittadinanza culturali; la biodiversità e le conoscenze rivali; il nuovo internazionalismo operaio. Perché questi temi e non altri? Se è vero che la globalizzazione produce localizzazione e produce anche sia omgeneizzazione che differenziazione, è possibile che questi temi abbiano la stessa rilevanza nei diversi paesi? È possibile che abbiano almeno lo stesso significato? E se è possibile individuare qualche coerenza tra essi, può tale coerenza essere stabilita senza ricorrere a una teoria generale che da tempo ci ha deluso in quanto troppo teorica e assai poco generale?

I temi sono stati scelti perché mi sembravano quelli in cui i conflitti epistemologici, socioeconomici, culturali e politici tra il Nord e il Sud, tra il centro e le periferie sono oggi più intensi e continueranno ad esserlo nei prossimi decenni. Si tratta del risultato di una verifica empirica ancora priva di un quadro teorico adeguato. Tale verifica non obbligava in alcun modo a scegliere proprio i paesi in questione. La selezione generale dei paesi è stata determinata dalla tesi della semiperiferia che ho illustrato in precedenza. Ho inoltre voluto che vi figurasse un paese semiperiferico di ciascuno dei grandi blocchi geo-regionali in cui si divide la globalizzazione egemonica: l'Europa, le Americhe e l'Asia, mentre l'Africa rappresenta l'esempio estremo dell'integrazione attraverso l'esclusione. Questa scelta deriva da alcuni miei precedenti lavori nei quali ho cercato di mostrare come i paesi semiperiferici, pur essendo quello della semiperiferia un concetto valido nell'insieme del sistema mondiale, assumano ruoli di intermediazione e caratteristiche sociopolitiche assai distinte a seconda dei blocchi regionali di appartenenza. Tali differenze derivano essenzialmente dall'accumularsi degli effetti delle globalizzazioni precedenti in ciascuno di questi paesi e, pertanto, dalle vicissitudini del percorso storico specifico attraverso il quale essi sono entrati, quasi sempre forzatamente, in contatto con la modernità occidentale. In base a questo criterio era possibile scegliere diversi paesi e mi sono lasciato guidare da considerazioni pragmatiche. Ho scelto alcuni paesi in cui avevo già realizzato ricerche (Portogallo, Brasile, Colombia e Mozambico) e paesi che non conoscevo affatto, ma che per ragioni insondabili esercitavano su di me una potente attrazione: l'India e il Sudafrica.

 

4. CONCLUSIONI

Le preoccupazioni epistemologiche, teoriche e politiche che hanno alimentato questo progetto di ricerca si fondano, e non poteva essere altrimenti, sul lavoro da me realizzato in precedenza, soprattutto nel libro Toward a New Common Sense: Law, Science and Politics in the Paradigmatic Transition, pubblicato a New York dalla Routledge nel 1995, e di cui è in corso la pubblicazione in portoghese in quattro volumi. Il primo volume, intitolato A crítica da razão indolente: contra o desperdício da experiência, è già stato pubblicato dalla Cortez Editora di San Paolo nel 2000.

In tale lavoro ho raggiunto, tra le altre, due conclusioni che hanno avuto un ruolo fondamentale nella concezione di questo progetto. La prima conclusione era che il paradigma della scienza era esaurito, versava in una crisi terminale e che perciò stavamo entrando in una fase di transizione paradigmatica che sarebbe certamente durata vari decenni. Ciò significava che la perdita di fiducia epistemologica apriva spazi all'innovazione, anche se per molto tempo la critica dell'epistemologia sarebbe rimasta molto più avanzata che non l'epistemologia della critica. In altre parole, mi sembrava che per lucide e radicali che fossero le nostre critiche all'epistemologia scientifica dominante, il nostro lavoro concreto di scienziati sociali avrebbe continuato a dovere al paradigma dominante in termini metodologici, concettuali e analitici, molto più di quanto saremmo stati disposti ad ammettere.

Ecco dunque che, per massimizzare l'innovazione, era necessario partire da comunità scientifiche non egemoniche, come ho già detto, e creare un certo disorientamento teorico e analitico in modo che nessun ricercatore si sentisse obbligato a seguire una percorso che non fosse il suo. Pertanto, vi è sì stata teorizzazione, ma si è trattato di una teorizzazione per omissione, effettuata attraverso il silenzio della teoria. Per altro verso, il dibattito che ho cercato di suscitare non era solo tra teorie e metodologie diverse, ma anche tra conoscenze diverse. Per questa ragione ho previsto anche il sottoprogetto Voci dal mondo, con l'obiettivo di mettere a confronto le analisi scientifiche con altre visioni del mondo, della vita e soprattutto dei temi prescelti, in cui protagonisti fossero attivisti e leader di movimenti e organizzazioni popolari che hanno appreso nella lotta di resistenza contro i poteri egemonici quella conoscenza pratica che in fin dei conti fa girare il mondo e ad esso dà, più di ogni altra, un senso.
La seconda conclusione cui giungeva quel libro era che la sociologia ha dedicato troppo tempo a discussioni teoriche sterili, come ad esempio quelle sulla relazione tra azione e struttura o tra analisi macro e analisi micro, mentre a mio avviso la distinzione e la relazione fondamentali da stabilire sono quelle tra azione conformista e azione ribelle. Questa distinzione trova fondamento nella pratica attraverso comportamenti e atteggiamenti che fronteggiano le forme e le dinamiche di potere in circolazione nella società. Per questa ragione ho dedicato molta attenzione ai modi di produzione del potere. Ho quindi proceduto ad una analisi struttural-fenomenologica delle forme di potere sociale. Ho distinto sei forme di potere, confermate socialmente da azioni conformiste e contestate socialmente da azioni ribelli. Mi limito qui ad enunciare, non in ordine di importanza, le sei forme di potere: patriarcato, esplorazione, feticismo della merce, differenziazione identitaria disuguale, dominazione e scambio ineguale. Continuano ad essere questi, a mio avviso, i volti dell'oppressione nelle società contemporanee.

Nella mia concezione, le azioni ribelli, se sono collettive, sono la resistenza sociale a queste forme di potere e, nella misura in cui si organizzano secondo articolazioni locali-globali, costituiscono la globalizzazione antiegemonica. Ciascun tema affronta in modo privilegiato una o varie di tali forme di potere. Ad esempio, la democrazia partecipativa affronta principalmente la dominazione, il patriarcato e la differenziazione identitaria disuguale; i sistemi di produzione alternativi affrontano in modo particolare l'esplorazione, il feticismo della merce e lo scambio ineguale; il multiculturalismo emancipatorio e la giustizia e la cittadinanza alternative resistono in particolare alla differenziazione identitaria disuguale, alla dominazione e al patriarcato; la biodiversità e le conoscenze rivali affrontano specialmente lo scambio ineguale, l'esplorazione e la differenziazione identitaria disuguale; infine, il nuovo internazionalismo operaio resiste specialmente all'esplorazione, allo scambio ineguale e al feticismo della merce.

Si tratta di una proposta teorica che sarà a suo tempo sviluppata nel settimo volume della presente raccolta. L'aspetto che è importante cogliere di questa proposta è che tutte le lotte prese in considerazione da questo progetto di ricerca si confrontano con tutte le forme di potere, ma ognuna di esse ha come campo privilegiato solo alcune di tali forme. La distinzione è fondamentale per stabilire in ogni contesto storico e sociale quali siano le lotte da privilegiare.

In generale, si può solo dire che nella concezione di questo progetto nessuna lotta, e pertanto nessun tema di confronto o conflitto sociale, è stata privilegiata in termini generali e astratti. D'altro canto, ciò non significa che tutte le lotte, in tutti i luoghi tempi e circostanze abbiano la stessa priorità.

Questa proposta teorica si fonda sull'idea utopistica di una esigenza radicale: l'emancipazione sociale è possibile solo se vi è resistenza a tutte le forme di potere. L'egemonia è costituita da tutte queste forme e può essere combattuta solo combattendole tutte simultaneamente. Una strategia che si incentri eccessivamente sulla lotta contro una forma di potere e trascuri tutte le altre, può, per nobili che siano le intenzioni degli attivisti, contribuire ad appesantire anziché ad alleggerire il fardello globale dell'oppressione che i gruppi sociali subalterni portano ogni giorno su di sé.

INTRODUZIONE AL VOLUME "DEMOCRATIZZARE LA DEMOCRAZIA"
ELOGIO DELL'INTELLIGENZA SOCIALE

Giovanni Allegretti (docente di Gestione Urbana, Università di Firenze)

Scriveva Jean Cocteau che "essere celebre e sconosciuto permette di essere scoperto".
Questa è forse l'opportunità davanti alla quale si trova oggi il Bilancio Partecipativo, una delle forme più interessanti e creative di 'democrazia partecipativa' che sta venendo sperimentata a latitudini diverse del pianeta per costruire le scelte strategiche e decidere la distribuzione delle risorse delle amministrazioni locali insieme agli abitanti del territorio.
Del Bilancio Partecipativo oggi si parla moltissimo, ma poco si sa, cosicché molti di coloro che se ne riempiono la bocca come se si trattasse di un marchio pubblicitario o di una formula magica ne discutono in maniera al contempo superficiale e ideologica, facendogli più spesso un torto che un favore, dato che le loro zoppicanti argomentazioni sollevano in chi ascolta molti più dubbi che certezze.
Oggi, però, siamo giunti ad un punto in cui questa sorta di celebrità irriconoscente ha la possibilità di riscattarsi tramutandosi in un percorso di ragionata scoperta di ciò che processi di reinvenzione democratica come il Bilancio Partecipativo possono rappresentare, sia per il rinnovamento del rapporto tra cittadini e istituzioni, sia per un passaggio dalla politica parlata alle pratiche agite nei territori locali.
Questo libro sarà sicuramente uno strumento centrale per accompagnare il cammino già intrapreso da parti dei movimenti sociali, della ricerca accademica militante e del mondo della politica attiva per transitare dall'oscurità alla conoscenza, cioè da forme di adesione entusiastica e immediata a riflessioni ragionate su opportunità, sfide e limiti della democrazia partecipativa.
Esso rappresenta il capitolo di apertura di una collana di 7 ricerche monografiche dall'approccio interdisciplinare, curata da uno dei più attenti analisti mondiali dei rapporti tra globalizzazione e territori locali: il sociologo portoghese Boaventura De Sousa Santos. Se 'Città Aperta' ha deciso coraggiosamente di offrire al pubblico italiano questo primo frutto del progetto di ricerca internazionale "Reinventare l'emancipazione sociale: scrivere i nuovi Manifesti", è non solo perché ne ha riconosciuto il forte valore, al contempo culturale e politico, ma anche la forte continuità ideale che esso presenta con i contenuti e i punti di vista al centro di tutti i testi che hanno segnato l'avvio del nuovo progetto editoriale.
L'incisiva presentazione che il curatore ha fatto dell'intero progetto è una testimonianza eloquente di questa consonanza. Come De Sousa Santos sottolinea, infatti, il suo obiettivo centrale è intercettare il respiro di una globalizzazione alternativa che da tempo è già al lavoro. Non solo per contrastare l'esclusione sociale, la precarizzazione del lavoro, le violazioni dei diritti umani in nome del profitto, gli odi interetnici, il declino delle politiche pubbliche o la distruzione della biodiversità, ma anche per demistificare la stessa immagine della globalizzazione egemonica neoliberista, riaffermando come essa non sia un inarrestabile e incontrastabile fenomeno naturale della modernità, ma semplicemente un'opzione nefanda che è stata scelta tra altre ipotesi e modalità possibili di sfruttamento della circolazione di idee, valori, persone e beni che la modernità offre.
Questo libro parte da un'analisi a largo spettro di Avritzer e De Sousa Santos sullo stato di salute della democrazia nel mondo e sulle contraddizioni delle sue recenti dinamiche evolutive. Quindi focalizza una serie di pratiche alternative nei sei contesti nazionali delle equipe di ricercatori partecipanti alla ricerca, e si chiude, infine, con un densissimo saggio di Emir Sader che sintetizza alcune ipotesi di ricostruzione del paradigma democratico che emergono dai percorsi esaminati, in transito dalla resistenza all'alternativa.
La struttura a clessidra è molto efficace e paradigmatica dell'approccio scelto dall'intero progetto di ricerca, che muove da lucide riflessioni di cornice, mette a fuoco ed esamina pratiche vissute, e ne trae linfa per rafforzare il credo degli autori in un'alternativa possibile.
Non è un caso che il fuoco della riflessione sia puntato su paesi periferici o della semiferia del pianeta (India, Colombia, Sudafrica, Brasile, Mozambico), e che lo stesso coordinamento del progetto si trovi in un paese europeo di seconda linea (il Portogallo), che sta però percorrendo a grandi passi il cammino del riscatto democratico e della sperimentazione continua, soprattutto in alcuni suoi centri minori.
In tal senso, il progetto di ricerca di cui questo libro costituisce il primo esito vuole proporre un ribaltamento di ottica rispetto a tante altre analisi che muovono da una centralità indiscussa dei valori e dei saperi dell'occidente. Il suo obiettivo è cogliere e narrare quel processo in fieri che il filosofo Ernesto Balducci chiamava 'il ritorno delle caravelle'. Ovvero il formarsi di flussi di saperi e sperimentazioni creative che partono dal Sud del pianeta e ripercorrono a ritroso i mari per raggiungere e colpire al cuore la protervia di chi credeva di avere il monopolio della trasmissione del sapere e dell'innovazione; e lo fanno sfruttando la velocità e la potenza moltiplicatrice delle reti, non tanto di quelle messe a disposizione dalle tecnologie comunicative della globalizzazione egemonica (fintamente neutrali, ma in realtà violentemente market-oriented), ma piuttosto delle reti alternative della socialità e della solidarietà transnazionale controegemonica.
In questo volume l'ipotesi di ricerca è che proprio a partire da molti Paesi del Sud del mondo si stiano creativamente costruendo delle alternative alla bassa intensità della democrazia liberale, ormai sempre più basata "sulla privatizzazione dei beni pubblici da parte di élites più o meno ristrette, sulla distanza crescente tra rappresentanti e rappresentati" e su una "banalizzazione della cittadinanza" che si fregia di "una inclusione politica astratta" fatta di sempre maggiore "esclusione sociale". Queste alternative risiedono in pratiche contestualizzate ad alta intensità democratica, diverse e non riconducibili a modelli univoci o banalmente replicabili, ma che sanno sviluppare in misura crescente legami di scambio e di interazione con iniziative parallele, che entrano in ascolto e in dialogo reciproco, emulandosi creativamente e così dando forma, anche se in embrione, a reti transnazionali di democrazia partecipativa. Su queste basi, il cuore di questo libro - che al suo approccio movimentista sa unire un sereno equilibrio di giudizio nel guardare a tutti quei contesti istituzionali capaci di aprirsi all'incontro - è costituito dalla scoperta degli esiti positivi, e sovente imprevedibili, che vanno producendo il dialogo e il confronto tra istituti di democrazia rappresentativa e pratiche di democrazia partecipativa che accettano di riconoscersi ed ascoltarsi a vicenda, sfruttando tensioni e conflitti per la costruzione di progetti condivisi.
Un valore aggiunto di questo volume risiede nel presupposto epistemologico che accompagna l'analisi sociopolitica condotta sulle diverse pratiche di reinvenzione dell'emancipazione sociale. Il progetto di ricerca riconosce, infatti, che negli ultimi decenni il primato epistemologico della conoscenza scientifica è stato messo in dubbio dai modi in cui si sono inverati gli obiettivi che si era prefisso. Il fallimento delle tante promesse di pace, benessere, libertà e uguaglianza che il progresso millantava come suoi naturali frutti hanno determinato una crisi dei fiducia nei saperi scientifici. Tanto più nei paesi periferici e semiperiferici dove essi hanno assunto le forme di un'ideologia predatoria ed epistemicida che ha legittimato la subordinazione all'imperialismo occidentale, giustificando la distruzione di "molte conoscenze e scienze alternative" (cannibalizzate e convertite in materia prima per la scienza centrale) e l'umiliazione dei gruppi sociali "che ad esse si appoggiavano per sviluppare i propri, autonomi sentieri di sviluppo".
Così, a partire dal presupposto esplicito che il finto "universalismo della scienza moderna è un particolarismo occidentale, la cui particolarità consiste nel disporre del potere di definire come particolari, locali, [...] tutte le conoscenze che con essa rivaleggiano", i 7 volumi della ricerca coordinata da Boaventura De Sousa Santos si propongono di recuperare, su vari temi, una fetta della diversità epistemologica del mondo e delle sue costellazioni di conoscenze. E cercano di farlo proprio dando voce ad alcuni dei tanti Sud del pianeta, compiendo una sorta di atto di atto di omaggio verso chi spesso conosce la scienza centrale meglio degli stessi scienziati dell'occidente settentrionale (e ne sa digerire i limiti mentre ricerca alternative per superarli) e, al contempo, un atto di ribellione contro "l'egemonia del paradigma scientifico, con le sue rigide e anguste divisioni tra le discipline, con le sue metodologie positiviste che non distinguono l'oggettività dalla neutralità, con la sua organizzazione burocratica e discriminatoria delle conoscenze in dipartimenti, laboratori e facoltà che riducono l'avventura della conoscenza a privilegi corporativi".

 

LUNGIMIRANZA

L'impostazione di questo libro (così come quella dei testi successivi) riflette l'approccio di ricerca interuniversitaria di cui è frutto. Questo non viene percepito dal lettore come un limite. Si tramuta, anzi, in una virtù, nel momento in cui gli autori - senza pretendere l'esaustività di un'impensabile 'ricerca a tappeto' sui temi trattati - autodichiarano il proprio approccio sperimentale proponendolo come apertura di un discorso, l'avvio informale di un progetto ampio, e ancora parzialmente da costruire, che potrà continuare in territori diversi da quelli esaminati, stabilendo un dialogo con pratiche ed esperienze locali sconosciute o misconosciute, da cui potranno magari emergere sorprese imprevedibili.
A tratti, il volume appare, nel concatenarsi dei suoi saggi, come una sorta di emozionante 'tempesta ormonale'. A forme espressive lineari, ma fortemente personalizzate, fa corrispondere, infatti, un'affollata densità di contenuti che costringono il lettore ad interrogarsi e mettere in discussione alcune sue convinzioni costruite 'a priori'.
Molto apprezzabile è il fatto che all'obiettività e al rigore argomentativo delle analisi si associ l'esplicitazione di tesi e prospettive di lettura 'coinvolte', fin dall'introduzione generale del coordinatore della ricerca Boaventura De Sousa Santos, che assume quasi le forme tese e dense di una dichiarazione di poetica.
Ma, soprattutto, colpisce favorevolmente che questo testo, pubblicato in portoghese quasi un anno e mezzo or sono, mantenga intatta la sua attualità e la sua capacità di comunicare sia grandi principi, sia notazioni minute circa oggetti e percorsi su cui indaga. Se possibile, anzi, il tempo intercorso tra la pubblicazione originale e la traduzione italiana ne ha rafforzato la credibilità.
La ricerca sociale sui temi al centro di questo volume è, del resto, andata avanti in questo lasso di tempo, ma senza confutare o correggere le principali intuizioni presenti al suo interno. Anzi, avendo accolto e digerito molte delle riflessioni qui articolate, ha potuto verificarne la fondatezza e approfondirne l'esame.
A riprova di ciò, il tema del Bilancio Partecipativo costituisce quasi una 'cartina di Tornasole'.
Il Bilancio Partecipativo è certo tra gli argomenti più 'nuovi' di questo volume. Almeno per il pubblico italiano, che finora poteva contare solo su alcuni testi del sottoscritto e su qualche recente tesi di laurea in economia e scienze politiche. Finora, era stato trattato in tutto il mondo soprattutto attraverso saggi monografici dedicati a singoli studi di caso più radicali, come quello di Porto Alegre; ma tra la fine del 2002 e l'inizio del 2003 hanno finalmente visto la luce i primi testi di raffronto tra esperienze che hanno preso corpo in contesti territoriali e scale geografico-istituzionali differenti.
Il CD-Rom realizzato dalla Fondazione Perseu Abramo nel 2000 ("PT. Orçamento Partecipativo. Experiências em administrações municipais e estaduais") si limitava a riunire i regolamenti interni e le descrizioni di alcune esperienze brasiliane di Bilancio Partecipativo, senza proporre un'esegesi critica che ne valutasse simultaneamente articolazione ed effetti. Alcuni studi più recenti hanno deciso - invece - di compiere l'importante salto di qualità necessario per affiancare alle attente, ma circoscritte monografie finora pubblicate sulle maggiori esperienze brasiliane una disamina delle 'ricorrenze', che potesse evidenziare le tracce comuni presenti nell'ormai amplissima serie di sperimentazioni attivate in Brasile. Oggi il testo di Leonardo Avritzer e Zander Navarro A inovação democratica no Brasil (Cortez Editora, San Paolo, 2002) e quello curato da Anna Clara Torres Ribeiro e Grazia de Grazia per il Forum Nazionale Brasiliano per la Partecipazione Popolare (Experiências de Orçamento Participativo no Brasil. Periodo de 1997 a 2000, Editora Vozes, Petrópolis, 2003) sono strumenti indispensabili per trarre dalla lettura comparata delle esperienze spunti interpretativi validi per esaminare esempi ulteriori di pratiche messe in opera a latitudini diverse del pianeta.
In particolare, tali analisi aiutano a smitizzare alcuni 'collegamenti automatici' che si tende ad istituire tra Bilancio Partecipativo ed amministrazioni progressiste, e tra Bilancio Partecipativo e democrazia partecipativa. Tali legami appaiono più "tenui e contraddittori" di quanto valutabile aprioristicamente, e - scoprendo l'esistenza di esperimenti legati a coalizioni non guidate dal Partito dei Lavoratori - rivelano un progressivo fenomeno di 'nazionalizzazione' dell'attecchimento di processi consimili in ambiti politicamente diversificati.
Non solo. Essi aiutano a comprendere appieno la vera natura dei Bilanci Partecipativi: quella di "maniera di ripensare l'articolazione tra democrazia diretta e democrazia rappresentativa". Ciò stimola un significativo 'slittamento' di senso nella lettura del ruolo delle istituzioni, il cui mandato stesso (come ha osservato il ricercatore/attivista francese Jean Blaise Picheral nel Convegno "Reinventare la Democrazia" tenutosi a Parma nel dicembre 2002) "sarebbe rappresentato dall'imperativo di costruire la decisione insieme ai cittadini attraverso istituti di democrazia diretta".
In qualche modo, molte di queste riflessioni comparivano già nell'orizzonte lungimirante di lettura del presente volume al momento della sua edizione originale, che non è lontanissima nel tempo, ma potrebbe apparirlo in rapporto a quanto sembrano evolversi rapidamente nella realtà alcuni fenomeni sociali. Nell'ultimo anno, infatti, il panorama delle sperimentazioni è andato arricchendosi; sia in America Latina, sia in Africa, in Asia e - soprattutto - in Europa, dove si sono avviati una cinquantina di percorsi di costruzione graduale di esperimenti di Bilancio Partecipativo. Su molte di queste pratiche è ancora prematuro proporre una lettura ragionata dell'impostazione e degli esiti, ma è certo utile accompagnarne i primi passi con costanza e lucidità critica, offrendo strumenti di lettura e comprensione seri e articolati.
Ecco perché questo libro esce al momento giusto nel nostro Paese, e può costituirsi come un indispensabile strumento di supporto per quegli ambiti locali che stanno sperimentando innovazioni democratiche nel modo di gestire e accompagnare le trasformazioni del proprio territorio di riferimento. Sono certo, ad esempio, che un veicolo della sua diffusione potrà essere la Rete del Nuovo Municipio che ha appena visto la luce in Italia e ha avuto il suo battesimo nel Forum Sociale Europeo di Saint Denis/Parigi/Bobigny. Essa è un'associazione che riunisce oltre trecento amministratori locali italiani (insieme a soggetti sociali collettivi e gruppi di ricerca accademico/militante) in un progetto di scambio e mutuo appoggio che punta a diffondere la sperimentazione di processi partecipativi in grado di promuovere relazioni collaboranti fra movimenti, municipi ed altri attori territoriali, in un'ottica di sviluppo locale autosostenibile (cfr. http://www.unifi.it/lapei/attivitapolitiche.html).
Non è certo un caso che la 'Carta del Nuovo Municipio' - il documento di intenti presentato dai fondatori della Rete del Nuovo Municipio contestualmente alla versione brasiliana di questo libro al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre del gennaio 2002 - si articoli su alcuni assi di contenuto perfettamente coincidenti con i titoli dei volumi che compongono questa collana (attivazione di nuovi spazi di democrazia decisionale; costruzione di nuove culture dell'accoglienza e della valorizzazione delle differenze; promozione di modalità non capitaliste ma solidali di produzione e scambio, cooperazione reticolare fra ambiti sociali, istituzionali e territoriali diversi ed anche geograficamente distanti; stili di vita più attenti all'etica della produzione e dello scambio e al rapporto tra ecosistemi, produzioni, saperi, identità e risorse locali).
Questa emozionante coincidenza è una riprova di come in strati diversi della società e a latitudini diverse sia percepita l'indispensabilità di un cambiamento di paradigma in grado di orientare verso una "reinvenzione dell'emancipazione sociale" e dia forma ad un mondo fondato su relazioni non più sbilanciate tra quelle che Aldo Bonomi ha definito società dei flussi globali e società dei luoghi.

 

ASTRAZIONE SIMBOLICA E PRINCIPIO DI REALTA'

Una delle caratteristiche comuni al gruppo di autori che hanno contribuito a questo volume è la capacità di promuovere ricercazione (o conricerca, come la definiva Danilo Montaldi), cioè di partecipare attivamente a favorire quell'incontro tra riflessione e azione che può arricchire entrambe creando un continuo movimento di andata e ritorno tra i due poli, senza perdere di vista i quadri di riferimento socioculturale più ampi entro cui le realtà indagate si inseriscono. Questo impegno è visibile (fin dall'impostazione del volume e della collana di cui è parte) nel rifiuto di 'produrre teoria' e nella preferenza accordata all''estrarre arricchimenti anche per la teoria' a partire dalle ricorrenze incontrate nelle pratiche di reinvenzione democratica.
Un portato di questo atteggiamento è sicuramente l'attenzione accordata alle coordinate spazio-temporali di ogni esperienza esaminata. Vi è la coscienza della necessità di una 'lentezza' dell'analisi, di un'umiltà che vieta al ricercatore di precorrere le conclusioni della realtà, senza comunque sottrargli il suo ruolo attento alla 'prefigurazione' degli esiti futuri, che costituisce un asse centrale (se non un vero e proprio 'dovere') della sua professione.
Questa coscienza si traduce, nel testo, in un atteggiamento di rispetto per le dinamiche di sviluppo delle pratiche osservate, non guardate con la volontà di costruire 'gerarchie di gradi minori o maggiori democrazia' ma con la convinzione netta che un ideale 'astratto' di democrazia sarebbe un costrutto privo di senso, mentre esistono molti processi dinamici di 'democratizzazione' (o di 'messa in democrazia') originali nelle loro modalità di articolazione e nei loro sviluppi temporali, e diversi per ogni luogo e per ogni momento storico. Un insegnamento centrale in un'epoca in cui la cultura delle relazioni internazionali pretende di diffondere un'idea finto-universalistica di democrazia di impianto occidentale e di imporla al resto del mondo, persino con la violenza, come se fosse (nelle parole dello scrittore Giorgio Bocca) 'un prefabbricato a moduli standard'.
Nell'ottobre 2003, un dissidio di visioni tra il sindaco di Roma e il suo delegato al Bilancio Partecipativo e alla partecipazione democratica è assurto alle cronache nazionali, portando 'di riflesso' alla ribalta un tema fino allora ignorato dai maggiori mezzi di comunicazione. Nel trattare il caso, gli autorevoli opinionisti dei due più importanti quotidiani italiani (di sensibilità politiche differenti) hanno reagito nello stesso modo: ne Il Corriere della Sera del 9 ottobre, Giuliano Zincone ha fatto seguire il termine 'bilancio partecipato' da alcuni punti interrogativi, quasi a chiedersi 'che diavoleria sia', mentre su La Repubblica del 15 ottobre Francesco Merlo ha addirittura definito quella delega 'un'evidente astruseria che non vuole dire nulla'.
A ben guardare, un simile atteggiamento non stupisce più di tanto. Il Bilancio Partecipativo - in Sudamerica - è nato come pratica quotidiana di governo, prima ancora di venir assunto da alcuni a bandiera di una nuova 'ideologia progressista'. Il suo significato va molto oltre la collocazione politica dei partiti che ne hanno promosso le prime sperimentazioni; e non è un caso che le inchieste tra i cittadini brasiliani che prendono parte alle sue tornate assembleari rivelino una grande maggioranza che si dichiara 'priva di partiti di riferimento' (cfr. inchiesta CIDADE 2002 a Porto Alegre) e ricollega il senso della 'politica' alla partecipazione attiva al farsi quotidiano della 'polis', piuttosto che agli scontri o ai compromessi tra correnti e partiti politici. È quindi vicino al cittadino e alla sua quotidianità che i Bilanci Partecipativi hanno costruito il loro successo, e non certo nelle stanze delle istituzioni. Anche se a queste va riconosciuto il coraggio di aver 'aperto' parte dei propri spazi di potere alla co-decisione e alla co-gestione insieme e per i cittadini, e di aver profuso impegno per concretizzare ciò che veniva deciso nelle arene deliberative, individuando questa 'traduzione delle scelte in opere concrete' come l'unico modo per non lasciar morire la partecipazione per sfinimento e disillusione.
Forse i due quotidiani italiani non avrebbero reagito con quel misto di protervia e ignoranza se i loro opinionisti avessero un diverso contatto con il territorio della capitale, utile ad esaminare il tessuto di pratiche partecipative originate 'dal basso'. Queste pratiche sono state appoggiate dal delegato per il Bilancio Partecipativo negli ultimi due annio, fornendo un aiuto maieutico alla loro emersione, a rafforzarle e coordinarle nella battaglia per cancellare alcune distorsioni pericolose dal nuovo Piano Regolatore, a dare appoggio ai quartieri più coraggiosi e creativi della città che (come i Municipi X e XI, non a caso presieduti da giunte che comprendono molti rappresentanti dei movimenti della società civile) hanno iniziato a sperimentare il Bilancio Partecipativo mentre parallelamente si impegnavano a potenziare gli aspetti di democratizzazione delle politiche, che era loro possibile rintracciare in strumenti quali i Piani Sociali di Zona o i Contratti di Quartiere per il recupero urbanistico e sociale delle aree popolari più degradate.
Zincone e Merlo avrebbero scritto ciò che hanno scritto se avessero avuto la pazienza di cogliere i segnali provenienti dal lungo processo costituente della Rete del Nuovo Municipio, dalle faticose sperimentazioni della città di Piacenza, dal percorso ben strutturato di Bilancio Partecipativo della cittadina lombarda di Pieve Emanuele (chiamato, in omaggio alla madrepatria brasiliana, 'Pieve Alegre'), o dagli esiti ammirevoli che la prima sperimentazione informale italiana ha avuto nella città marchigiana di Grottammare? Forse no. Ma è certo che, per ora, se un italiano vuole leggere di queste esperienze innovative del proprio Paese deve affidarsi ad Internet, leggere il 'Guardian' o sfogliare i rapporti curati dal Programma di Gestione Urbana dell'ONU per l'America Latina e i Carabi per la costituzione della Rete dedicata a 'Bilancio Partecipativo e Finanza Locale' del Programma URBAL dell'Unione Europea.
Continua, infatti, a valere il detto latino: Nemo profeta in patria. E i mezzi di comunicazione di massa italiani non sembrano riuscire a cogliere molte delle dinamiche di cambiamento che si stanno sviluppando nei territori locali. O scelgono in malafede di non rilevarle, talora persino quando si traducono in fenomeni macroscopici come la commovente campagna 'Bandiere di Pace' che ha preceduto, accompagnato e seguito la guerra in Iraq a cavallo tra il 2002 e il 2003; e che non ha solo testimoniato di un desiderio di pace, ma ha rivelato una voglia diffusa della società civile (permanente e non episodica) di tornare ad esprimere in modo visibile dei contenuti profondi in uno spazio pubblico (la 'strada' riscoperta come luogo principe della socialità), riconquistandolo allo strapotere eterodiretto dei tradizionali mezzi di comunicazione.
In queste 'omissioni', comunque, intervengono anche altri fattori. Ad esempio, nel caso della polemica sopra accennata, un ruolo nodale lo ha certo giocato una caratteristica ormai peculiare delle prime sperimentazioni italiane di Bilancio Partecipativo: l'amore per i proclami e le manifestazioni di adesione che spesso precedono di troppo (per entusiasmo o per calcolo politico) quelle 'pratiche concrete' indispensabili affinché la democrazia partecipativa possa realmente prendere corpo.
Nelle ultime elezioni amministrative, l'Italia si è popolata di nuove figure: gli assessori o i delegati dei sindaci alla sperimentazione del Bilancio Partecipativo. Città medie e grandi come Roma, Napoli, Venezia, Pescara, hanno 'ipotecato' la loro entrata nel novero delle sperimentazioni semplicemente richiamando formalmente - come un sigillo o una parola magica - il processo di co-gestione territoriale reso celebre da Porto Alegre. Poi, è calato spesso il silenzio.
Ma, come questo libro ben argomenta, il Bilancio Partecipativo si pratica, non si proclama. E si pratica spesso a partire dalle periferie, come è dimostrato dalle prime sperimentazioni francesi e spagnole (Bobigny, Saint Denis, Morsang sur Orge, Saint Feliu de Llobregat, Rubi, Las Cabezas de San Juan, Puente Genil), sviluppatesi, non casualmente, proprio nelle aree metropolitane di Parigi, Barcellona o Cordoba.
Su questa 'peculiarità italiana' (inversa rispetto a contesti come quello tedesco, dove forme di Bilancio Partecipativo si praticano, ma senza attribuir loro 'marchi' e 'appartenenze') pesa, indubbiamente, il percorso storico attraverso cui la conoscenza delle prime sperimentazioni è giunta a noi. Che non è - come per altri Paesi - la scoperta del Bilancio Partecipativo attraverso la menzione del caso di Porto Alegre tra le 'best practices' dell'ONU, o i reiterati inviti della Banca Mondiale a coglierne gli spunti per migliorare la macchina amministrativa con l'obiettivo dell'efficacia e dell'efficienza gestionale.
In Italia, infatti, è attraverso il movimento altermondialista e i Forum Sociali Mondiali di Porto Alegre che il tema è arrivato in modo dirompente; e per via di 'infatuazione politica' è stato fatto proprio da un partito che lo ha sovente proposto (e talora imposto) alle coalizione progressiste, come indispensabile punto dei programmi politici nelle alleanze per molte elezioni amministrative dal 2001 in poi.
Il risultato di questo processo è stato contraddittorio. Da un lato, infatti, il Bilancio Partecipativo è entrato nel dibattito politico dalla porta principale, legandosi da subito al tema portante di questo libro (la democratizzazione della democrazia), piuttosto che a quello del 'miglioramento delle prestazioni' e della 'messa in trasparenza' dell'apparato amministrativo, come accaduto invece in talune delle prime esperienze di emulazione condotte in Germania, in Finlandia o in nuova Zelanda.
D'altro canto, però, l'accento posto quasi solo sui suoi aspetti di riforma politica ne ha indebolito la 'capacità di penetrazione' nei tessuti delle amministrazioni locali, e ha sollevato 'barriere ideologiche' alla sua sperimentazione, a cui ha parzialmente contribuito anche il movimento. Esso, infatti, si è talora irrigidito su posizioni massimaliste di sperimentazione radicale, dimenticando che la 'messa a dimora' del Bilancio Partecipativo è stata dovunque un processo graduale, centrato sulla capacità di mediazione e sul raggiungimento di obiettivi 'rivoluzionari', ma attraverso percorsi di accumulo progressivo, che spesso hanno consumato le proprie importanti rotture con una lentezza di stampo apparentemente 'riformista'.
Questo libro - che rivela tra le righe molte delle sue più solide intuizioni, invitando il lettore ad un livello costante di attenzione - centra un punto nodale: che la reinvenzione della democrazia non si attua con i proclami, ma richiede un passaggio culturale importante, da costruirsi associando maturazioni politiche a cambiamenti di quella 'cultura tecnica' che rischia, altrimenti, di espropriare ogni decisione senza neppure pagarne le conseguenze in occasione delle elezioni.
Del resto, il Bilancio Partecipativo non ha preso forma in molte città come percorso di 'ripoliticizzazione' di uno strumento che era nato nell'Ottocento come luogo di controllo politico sull'operato degli esecutivi, e si è poi proditoriamente 'tecnicizzato' venendo spesso gabellato ai cittadini come uno spazio decisionale 'neutro e oggettivo' comprensibile solo ad una ristretta elite ipertecnicizzata di 'esperti'?
In tale ottica, il Bilancio Partecipativo non appare solo come un'occasione imperdibile di riforma della politica, ma anche come una dirompente innovazione tecnica e metodologica, che consiste nel rendere 'trasparenti' e 'leggibili a tutti' dei passaggi finora volontariamente lasciati nell'oscurità: quelli che - nel tradurre le narrative delle decisioni politiche nei dati numerici su cui si fondano i documenti di bilancio - tendono a tradirne lo spirito e a sovrapporre punti di vista tecnocratici alle scelte della democrazia (non importa quanto esse siano rispondenti ai desideri della maggioranza degli abitanti).

 

RIFLESSIONI 'A CATENA'

Questo libro- il cui titolo rievoca il nome della Rete Internazionale di studio, conoscenza e azione "Démocratizer Radicalement la Démocratie" nata in Francia nel 1998 ed oggi estesasi a comprendere 'nodi' e 'antenne' in oltre 25 paesi (www.budget-participatif.org) - non è ovviamente un testo sul Bilancio Partecipativo. O, almeno, non solo.
Esso parla, infatti, di tutte quelle pratiche di democrazia che vanno controcorrente rispetto al diffuso orientamento moderno di 'cancellare', 'fingere' o 'frammentare' la partecipazione in mille rivoli monotematici ed autoreferenziali. Del resto il 'giacobinismo partecipatorio' (come lo ha definito Paul Ginsborg), non rispettando i limiti massimi di tolleranza dei cittadini nei confronti delle richiesta di coinvolgimento attivo nelle decisioni di pubblica utilità, serve spesso solo a confondere gli abitanti e a far 'suicidare' la volontà di un loro impegno responsabile e diretto nelle scelte strategiche per il territorio.
È certo, comunque, che il respiro più ampio di questo volume trova un momento di 'condensazione simbolica' nell'affrontare il tema del Bilancio Partecipativo, e soprattutto nel trattarlo relativamente ad un contesto (quello di Porto Alegre) che è oggi divenuto l'emblema di un incontro possibile tra un diffuso anelito sociale verso l'arricchimento delle regole della democrazia, ed un'autoriforma delle istituzioni, sentita come necessità soprattutto da molti amministratori locali che vogliono riconquistare una prossimità con i bisogni e i sogni di chi abita e produce i loro territori di riferimento. In particolar modo, perché ne sottolinea una dimensione inedita: quella di sperimentazione radicale e coraggiosa avvenuta quasi sempre in assenza di una legislazione di inquadramento che ne tutelasse modalità di sviluppo e radicamento nelle istituzioni. Ovvero, quella di una 'istituzione semi-informale' che ha osato proporre 'progetti sfidanti' per rinnovare i modi di operare della politica senza attendere il crearsi di una giurisprudenza favorevole, ma spesso rischiando per prima l'innovazione sulla propria pelle.
Questo volume coglie un altro 'nodo' centrale della necessaria riforma della democrazia in senso partecipativo: il coinvolgimento degli abitanti nelle scelte deve superare la dimensione episodica e straordinaria, divenendo 'pratica quotidiana' e 'ordinaria' di governo (ovvero 'normalità'), ma anche strutturandosi e dandosi delle regole rigorose che evitino le 'selezioni darwiniane' e tutelino l'accesso egualitario a quegli spazi pubblici non statali dove ogni abitante possa 'avere una voce' in merito alle decisioni di pubblico interesse. Questo non equivale, però, a dire che la partecipazione debba 'normalizzarsi' (cioè burocratizzarsi, ingabbiandosi in reti di regole immutabili). Anzi, è fondamentale che le pratiche decisionali partecipative non si esauriscano nella ripetizione di rituali democratici, ma abbiano carattere 'cumulativo', ovvero crescano e si evolvano dinamicamente, di pari passo con la maturazione degli attori che vi partecipano. Ognuno dei quali dovrà disporsi a cambiare, visto che la 'partecipazione' (a differenza della 'concertazione') si può definire tale solo qualora porti un cambiamento in tutti soggetti che le danno forma, come ha ben argomentato Giancarlo Paba.
In tale ottica, le pratiche di democrazia partecipativa che questo libro descrive (ma anche quelle a cui solo allude e tutte le altre, note o irriconosciute che siano) non andranno mai giudicate con il solo metro dei risultati che esse producono in termini di opere e servizi attivati, di numero di persone coinvolte, di visibilità dei processi e degli esiti pratici raggiunti. Un elemento centrale nella loro valutazione sarà la capacità di veicolare quello che Rebecca Abers ha chiamato 'apprendistato alla democrazia', cioè un patrimonio di conoscenze e di abitudini (all'ascolto, al rispetto, alla solidarietà con i più deboli) che i partecipanti possano utilizzare non solo nell'incontro politico, ma anche per migliorare le relazioni umane quotidiane. Non è, forse, immaginabile - ad esempio - che i Forum Sociali nati in Italia e nel mondo in questi anni apprendano a migliorare il loro grado di democrazia dibattimentale e decisionale anche 'ascoltando' pratiche semi-istituzionalizzate di altri contesti, dove ogni partecipante deve valere quanto gli altri e quindi i tempi e le modalità organizzative delle assemblee sono ritmati affinché le barriere sociali e culturali non vengano rafforzate dalla disattenzione per i dettagli nella strutturazione degli spazi di discussione?
In questo quadro di 'rimescolamento delle identità consolidate' che le forme di connessione tra democrazia partecipativa e rappresentativa possono favorire, la politica ha ancora un ruolo centrale?
A me pare che - al dubbio che annichilisce spesso molti amministratori che si avvicinano con buona volontà al tema della partecipazione reale dei cittadini alle scelte - questo testo risponda in modo positivo.
E non è per la banale constatazione che - dovunque viga la democrazia rappresentativa - chi governa viene eletto sulla base di un programma, ma questo non può né deve essere considerato esaustivo degli obiettivi dell'azione di governo da intraprendere una volta eletti: sia perché chi governa non è chiamato a rappresentare solo i suoi elettori, sia perché il rilevamento delle necessità alla base dei programmi è sovente generico e al contempo poco fondato (scientificamente e socialmente), sia - infine - perché molti programmi elettorali necessitano di articolazione successiva e (soprattutto) di identificare priorità temporali e tematiche, rinegoziando, riverificando e rigerarchizzando la necessità e l'urgenza dei vari interventi immaginati.
Direi che c'è molto di più. Tra le righe dei casi esaminati nel volume si percepisce chiaramente come la politica possa e debba avere un'importanza ancora nodale. Ovviamente, non si tratta di una difesa della politica per partito preso, ma di una constatazione (suffragata da prove) del ruolo benefico che può avere una politica che non transige in merito ai grandi valori collettivi e si mostra fiduciosa nell'intelligenza sociale.
Proprio dall'esposizione dell'esperienza di Porto Alegre arrivano le constatazioni più probanti: l'osservare come i partiti della coalizione che dal 1989 guida la città siano stati capaci di opporsi ai rischi di deriva plebiscitaria e ricattatoria della partecipazione (l'appiattirsi sulle richieste dei cittadini senza metterle in discussione pubblicamente), difendendo scelte difficili e portando lentamente i cittadini a condividerne le ragioni. È per questa via che, nel tempo, è andata crescendo la qualità degli interventi territoriali, la capacità di raggiungere obiettivi concreti di sostenibilità (che non consistono solo in azioni volte a tutelare le risorse nel tempo, ma sono costruzione convinta dell'adesione degli abitanti di un territorio intorno a questi principi) e - soprattutto - il senso di solidarietà diffusa nei confronti delle fasce di popolazione più debole.
Per far questo non è stato necessario 'imbavagliare' la partecipazione o espropriarla dei propri spazi decisionali: si è dimostrato sufficiente discuterne pubblicamente le regole, con la chiara coscienza che le decisioni assunte nelle arene pubbliche sono un tassello nodale delle politiche, ma non possono esaurirne tutto il senso. Non foss'altro che per il fatto che la partecipazione è di per sé volontaria, e quindi non garantisce che tutti coloro che hanno bisogni a cui sarebbe più urgente rispondere siano presenti al momento delle decisioni; cosicché è importante stabilire collettivamente criteri trasparenti per attuare una ponderazione tra le scelte prese nelle arene deliberative pubbliche e nuove modalità di rilevazione del bisogno che sappiano riconoscere e dar peso anche alle richieste 'implicite' ma concretamente fondate di un territorio, di una popolazione o di singoli gruppi che non trovano né costruiscono spazi visibili dove incanalarle, ma non per questo hanno necessità secondarie rispetto a chi le sa esprimere esplicitamente e con forza di convinzione.
La ricerca di quello che Sergio Baierle ha chiamato 'un nuovo principio etico politico' (che restituisca alla politica una nuova centralità costruita in una intensa dialettica con i cittadini, che non teme ma anzi cerca il confronto quotidiano) diviene centrale in questo libro. E ad ogni lettore sicuramente riporterà alla memoria immagini di tutti i giorni, cui la stampa accenna spesso solo en passant, ma su cui sarebbe utile che ci fermassimo di più a riflettere. A me, in questo momento viene in mente l'idea del Sindaco di Roma di offrire il Campidoglio per celebrare i funerali degli immigrati clandestini morti nell'ottobre 2003 in una delle tante 'tragedie del mare' che scandiscono la vita del nostro Paese e di coloro che vi cercano un approdo per lenire le loro sofferenze o dar forma ai propri sogni. Ma anche la lungimiranza del Presidente del Quartiere 4 di Firenze che ha da poco sperimentato un servizio pubblico che ha riscosso un enorme ed inatteso successo: una consulenza filosofica che (ripercorrendo le metodologie maieutiche messe a punto dal filosofo Gerd Achenbach per riproporre oggi il ruolo "pubblico" e "pratico" svolto dalla filosofia nell'antica Grecia) ha fatto scoprire a tanti fiorentini un'opportunità assai meno "invadente" della psicoterapia, per rivalutare l'approccio umanistico, empatico e "comprensivo" delle relazioni d'aiuto, e riavviare un dialogo 'paritario' con gli altri a partire dalla condivisione di letture problematiche del rapporto tra esistenza individuale e spazi collettivi di vita. Ad alcuni potranno apparire indicazioni minime di percorsi nuovi aperti dalla politica. Ma - se si sa cogliere fino in fondo lo spirito di questo libro - non potrà non essere chiaro come, spesso, sia proprio a piccoli e coraggiosi 'inneschi' che si possono ancorare grandi trasformazioni in grado di stimolare cambiamenti consistenti nelle scelte strategiche o importanti slittamenti di visione.
Ciò sarà possibile solo a patto di procedere nella convinzione che non esista solo una società di nick-esel (asini assenzienti) o di couch potatoes, cioè (come scrive Dahrendorf ne L'ordine liberale sotto pressione) di teleutenti "che passano la giornata sgranocchiando patatine sul divano e che fanno trascorrere sullo schermo un mondo in cui non hanno più parte", così giustificando il decisionismo autoritario o - per contro - l'apatia delle loro istituzioni rappresentative.
È fondamentale compiere uno scarto di 'fiducia' nella possibilità che spazi di dialogo collettivo, dove le tensioni e il conflitto si esprimono in maniera aperta e trasparente veicolino la crescita di una società che è importante credere migliore di quanto possa apparire.
Questa fiducia sorregge il cuore di questo libro, fornendogli la sua linfa vitale. Ed illumina anche una serie di intuizioni e passaggi che troveremo poi ripresi nei volumi successivi. Ad esempio quello sul tema, apparentemente 'tecnico', dell'importanza di una nuova cultura degli indicatori che superino le banali e fuorvianti misurazioni economicistiche centrate sul PIL, per approdare a nuove forme di 'misurazione' della qualità di vita che non servano solo a costruire classifiche comparative tra territori diversi, ma divengano modalità perché ogni comunità impari a conoscere, valutare e comunicare se stessa e il proprio territorio in modo più articolato e in linea con le attese di chi abita i luoghi.
Da poco, nel nostro Paese, l'indagine annuale "Indici e Dati" di Mediobanca ha rilevato come l'Italia sia tra i Paesi 'avanzati' con un minor numero di imprese quotate in borsa e una minor incidenza di queste rispetto ai valori del PIL nazionale (38% contro il 71% della Spagna e il 116% degli USA). Ben pochi commentatori si sono chiesti che senso avesse utilizzare questi indici per misurare il grado di 'civiltà' del nostro Paese. Per lo più si è, invece, gridato allo scandalo, parlando sprezzantemente - come ha fatto Giuseppe Turani su La Repubblica - di 'capitalismo patriarcale-domestico-familiare da vecchi merletti' dove 'è difficile portare in borsa una società che magari ha solo 10 dipendenti, fattura qualche miliardo (di lire), ha il padrone come presidente e il figliolo ragioniere che fa l'amministratore delegato e la moglie come direttore generale'.
Non sarebbe stato più corretto chiedersi quali peculiarità storiche e quali opportunità ha avuto o può avere una struttura produttiva fatta di medie e piccole aziende a conduzione familiare, invece che sposare acriticamente un parametro di valutazione che - letto isolatamente dalla sua contestualizzazione - può solo dare indicazioni generiche e pregiudiziali? Non sarebbe stato meglio riflettere su quali parametri possano leggere in modo più coerente la realtà italiana per restituirne limiti e sfide in modo site-specific, cioè adatto al luogo che si vuole indagare e a desideri e caratteristiche della sua struttura sociale?
Domande simili, vale la pena porsele soprattutto quanto trattiamo di mettere in relazione pratiche di reinvenzione democratica e strumenti di conoscenza del territorio e delle sue trasformazioni ambientali, economiche, politiche e sociali. Del resto, come ha scritto Andrea Calori (acuto conoscitore delle più riccorrenti modalità di strutturazione delle arene partecipative in Italia): "la [...] dimensione locale della misura costituisce un elemento di grande rilevanza in contesti partecipativi, in quanto la scelta di indicatori locali può costituire essa stessa un oggetto di un dibattito in cui la comunità locale decide i propri obiettivi e individua degli strumenti adeguati che siano in grado di misurare e valutare la distanza dagli obiettivi prefissati. L'indicatore locale può essere dunque uno strumento sintetico e facilmente comunicabile che consente a tutti gli attori presenti su un territorio di tenere sotto controllo l'evoluzione dei fenomeni che sono oggetto di interesse pubblico. E' evidente che l'indicatore non è un elemento neutro neanche quando esso si basa su dati quantitativi oggettivi. L'indicatore, piuttosto, va considerato come un modo convenzionale e deciso consensualmente da un gruppo di persone per misurare un fenomeno a partire da dati oggettivi. In questo carattere convenzionale e consensuale, la dimensione locale è fondamentale". Se così è, diviene fondamentale che la partecipazione non si occupi solo di 'scatenare azioni', ma anche di definire modi di valutarne i risultati e parametri che forniscano risposte vere alle domande che i cittadini si pongono, con la coscienza che (come ha scritto Vittorio Foa) spesso "per governare bene è prioritario non già aver pronte le risposte giuste ma essere capaci di cooperare con gli altri per formulare delle buone domande".
Non è forse ciò che si propongono gli 'Osservatori indipendenti' creati e mantenuti dai tessuti della società civile all'interno di sperimentazioni coraggiose come quelle della città francese di Bobigny, dove si mettono in discussione non solo gli interventi strategici della politica, ma anche i modi della politica stessa di domandare, leggere, comunicare e poi monitorare l'efficacia delle proprie azioni?
Credo che uno dei meriti maggiori di questo volume (che lo lega agli assi portanti di quelli che lo seguono nella collana curata da Boaventura De Sousa Santos) sia proprio collegato ad un simile discorso: richiamare continuamente la necessità del confronto tra pratiche locali e saperi contestualizzati, mettendo in tensione la volontà e la capacità del lettore di intervenire con riflessività e mobilità di pensiero rispetto a ciò che legge. Un richiamo che si traduce, spesso, nell'evocazione di potenti immagini a cui il lettore è portato a collegare continuamente piccoli eventi e sollecitazioni che gli provengono dal suo quotidiano; ovvero, da quegli input che questo libro ci invita caldamente a vagliare, a rielaborare e a mettere in relazione con mondi lontani, dando forma a 'dialoghi a distanza' che arricchiscano la nostra capacità di lettura, comprensione e reinvenzione del mondo.

SUGGERIMENTI DIDATTICI

Il progetto di educazione alla cittadinanza democratica ha visto la cooperazione anche organizzativa fra Consiglio d'Europa, Commissione Europea e Unesco.

Vedrana Spajic-Vrkas, dell'Università di Zagabria ha sviluppato in quest'ambito una sintesi dei quattro assi principali di lavoro dell'educazione alla cittadinanza democratica:

  • interrelazione fra l'acquisizione e la messa in pratica di diritti e responsabilità;
  • promozione di un ambiente educativo che riconosca e incoraggi la gruppi di apprendimento partecipativi e lo scambio delle posizioni insegnante-allievo;
  • sviluppo di specifiche competenze cognitive, affettive e pratiche ed una loro combinazione flessibile per rispondere efficacemente ai bisogni sociali;
  • empowerment for social action/incoraggiare impegno e azione sociale sia dei gruppi educativi nel loro complesso, sia a livello specifico

Sono tematiche che investono struttura, contenuti e metodologie educative nel loro complesso, dalla flessibilità dei curricula alla gestione del potere sia nei percorsi scolastici, sia nelle esperienze formative nel territorio.

In merito ai requisiti minimi dell'educazione civica, Audrey Osler e Hugh Starkey (in "Rights, Identities and Inclusion: European action programmes as political education", Oxford Review of Education 25, 1 e 2, pag. 199-215) suggeriscono dodici elementi chiave:

  1. conoscenze della teoria e della pratica della democrazia e dei diritti umani
  2. abilità fondamentali per comportamenti inclusivi a livello sociale ed economico
  3. la dimensione delle pari opportunità con particolare riferimento ai bisogni delle donne
  4. un approccio antirazzista che prenda in considerazione i bisogni specifici delle minoranze
  5. opportunità di esplorare e riflettere sulle varie identità ed attributi culturali
  6. esperienze di cooperazione e di lavoro di gruppo
  7. apprendimento centrato sulle esperienze in prima persona (experiential learning)
  8. processi decisionali democratici, compresa la partecipazione alla gestione di progetti
  9. pensiero critico
  10. sviluppo di competenze comunicative efficaci, incluse le abilità relative alla comunicazione interculturale
  11. impegno nella comunità
  12. competenze per la partecipazione e la negoziazione

 

Attività per cominciare:

SU COSA VI PIACEREBBE VOTARE?
Le elezioni non avvengono solo in politica. Da San Remo a Miss Italia, dall'auto al libro per adulti o per bambini, alla canzone dell'anno i media ci propongono numerosi eventi in cui giurie specializzate e/o popolari sono chiamate a votare.
In che modo si svolgono tali elezioni? Che cosa qualifica tali processi come più o meno democratici? Quali modelli elettorali si possono individuare e quali sono le loro radici storiche?
Se che cosa vi piacerebbe esprimere un voto e come organizzereste la partecipazione a questa elezione?

PROMESSE E INDICATORI
E' risaputo: quando si avvicinano le elezioni fioccano le promesse di ogni tipo da parte dei candidati. Passata la competizione elettorale il linguaggio si fa più sfumato, le verifiche spesso si allontanano. In che misura chi viene eletto dovrebbe rispettare il mandato iniziale? Quali indicatori permettono verifiche sull'impatto delle azioni di governo sul territorio? Si può costruire un indice comune che combini i diversi indicatori e misuri l'efficacia di un governo? Su questo tema può essere interessante l'approfondimento dei materiali in fase di elaborazione da parte di uno dei gruppi di lavoro tematici della Rete Lilliput sugli indicatori della qualità della vita e dell'impatto delle nostre azioni sull'ambiente
(http://www.retelilliput.org)

IL DIRITTO DI VOTO NEL MONDO
Al seguente indirizzo Internet (http://www.cmo.nl/pe/pe16/pe-162b.html) è disponibile una carta del mondo che mette in evidenza gli Stati dove si tengono libere lezioni (evidenziati in verde), dove il diritto di voto subisce limitazioni (in giallo) e dove viene negato (in rosso).
Provate ad individuare alcuni stati in cui il diritto di voto viene esercitato con difficoltà o non è ancora un diritto e a ricostruire le ragioni storiche e politiche degli attuali ostacoli.

 

LINK E RINGRAZIAMENTI

Provincia Autonoma di Trento

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