Di-segnare l'Europa
I Balcani tra integrazione e disintegrazione

Sabato 5 maggio 2001, Civitas (Padova)

Conferenza organizzata in collaborazione con ICS - Consorzio Italiano di Solidarietà e Osservatorio permanente sui Balcani.

Relatori

Introduzione alla conferenza

Se il ruolo della società civile europea (e mondiale) cresce di giorno in giorno, così deve crescere la coscienza di un'Europa dei popoli, inclusiva e non esclusiva, capace di fare davvero comunità, partendo dai cittadini dei Balcani. Un processo di sviluppo integrato per di-segnare un'Europa migliore.

L'incontro, organizzato dall'ICS e dall'Osservatorio sui Balcani, si è concentrato sul rapporto tra Europa e Balcani, o si potrebbe dire tra le due Europe, quella ricca e già integrata dell'Unione e quella "marginale" e disintegrata dell'area sud orientale.

E' anche un incontro con intellettuali, uomini di governo e rappresentanti di istituzioni internazionali molto diversi tra loro per ruoli e responsabilità. Si tratta di una scelta voluta per confrontarci assieme, a partire da punti di vista e sguardi differenti, su una traccia di riflessione comune. Questa traccia può essere divisa in tre grandi punti, che hanno tutti a che fare con le possibili forme future del rapporto tra Europa e Balcani, un rapporto che tutti auspicano ma di cui è importante delineare più precisamente i contenuti.

I tre punti sono:

1. La disintegrazione
1991 - 2001: siamo ormai ad un decennio di instabilità continua nell'insieme dell'area balcanica: Slovenia, Krajine croate, l'intera Bosnia Erzegovina, Albania, Kossovo e poi l'insieme della piccola Jugoslavia, oggi la Macedonia... tutte aree progressivamente colpite da fenomeni di violenza acuta e tragica.

E tuttora il contesto dell'area continua a mutare in modo repentino ed inaspettato, come dimostrano i nuovi recenti segnali di crisi: Macedonia, sud Serbia, Erzegovina, senza dimenticare i nodi irrisolti delle Krajine, del Montenegro, del Kossovo, del rientro in Bosnia... e quelli potenziali come il Sangiaccato o l'Albania post-elettorale.

Alzando lo sguardo oltre la dimensione politica, ci preoccupano le emergenze ambientali - dal Danubio, agli effetti dei bombardamenti Nato, alle conseguenze decennali ereditate da un modello di sviluppo insostenibile - ma anche le caratteristiche della ricostruzione economica e sociale dell'area, fortemente condizionata da aiuti che rischiano di creare situazioni di dipendenza strutturale, nonché dalla paralisi fiscale delle istituzioni nazionali e locali, con ciò che questo significa sul piano dell'incapacità di affrontare le situazioni più acute di povertà e di marginalità sociale. La disintegrazione politico-istituzionale ha lasciato d'altro canto mano libera alle forme più perverse della criminalità economico-finanziaria, che ha potuto fiorire proprio dentro la guerra, luogo per eccellenza della derogazione estrema, così come nel traffico d'armi, nel riciclaggio, nel traffiking, nel mercato della droga o dei rifiuti.

Il problema è che da quest'altra parte dell'Europa, quella ricca che ha dato vita all'Unione Europea, si continua a non riflettere sulle dinamiche retrostanti alle tragedie degli anni '90. Si pensa invece ancora ai paesi balcanici solo come ad un terreno di incursione, rischiando di perseverare nella mera ricerca di proprie aree di influenza nazionale senza sviluppare un approccio d'area complessivo. Oppure si interviene con una logica puramente emergenziale, per poi affidarsi nella ricostruzione al presunto potere taumaturgico dell'economia di mercato e della sua capacità di autoregolamentazione.

Si dimentica così, tra l'altro, che le tragedie di questi anni non sono per nulla estranee alle stesse forme attraverso cui il libero mercato, nelle sue moderne versioni mondializzate, si è organizzato e ha influito dopo l'89. In ciò si è trovato certamente un fertile retroterra nello sfascio dei regimi comunisti e nella natura centralistica e piramidale dell'economia di stato, basata sull'intreccio tra potere politico e apparato burocratico. E hanno influito anche la deresponsabilizzazione collettiva e l'assenza di difese culturali diffuse, eredità perversa di regimi che hanno segnato e impoverito in profondità i loro corpi sociali.

2. L'integrazione

Ci sono però anche segnali positivi che giungono in questi mesi, dai mutamenti democratici in Serbia all'avanzamento dei partiti non nazionalisti in Bosnia e Croazia. Anche il recente arresto di Milosevic, al di là delle pressioni internazionali, è indice di un processo che non potrà non fare i conti con la storia più recente di questi paesi. I primi timidi segnali di un rinato dialogo inter-balcanico si possono forse scorgere.

Ma soprattutto la parola "integrazione" ha a che fare con il resto dell'Europa, nell'ambito della quale si possono forse fluidificare gli incerti contesti nazionali usciti dalle guerre dell'ultimo decennio. La speranza è che il virus nazionalistico che ha fatto da sfondo e da maschera ideologica al disintegrarsi della nazione degli slavi del sud (e alla crisi delle ideologie novecentesche), possa e debba essere affrontato superando gli angusti richiami all'appartenenza nazionale, per definire uno spazio più ampio di riferimento nel quale disegnare il proprio futuro.

Nel marzo scorso, parlando a Salonicco, il presidente della Commissione Europea Romano Prodi ha affermato con determinazione: "Bisogna muoversi nell'ottica dei paesi balcanici come "membri virtuali" dell'Unione Europea. Per tutti questi paesi, dalla Croazia ai confini greci, il futuro è nell'UE (...), si tratta di ragionare su questo obiettivo fin da adesso".

Anche a nostro giudizio l'entrata di tutti popoli balcanici nell'Unione Europea è un obiettivo irrinunciabile per arrestare la disgregazione di cui si è già detto, e questo per almeno tre motivi:
a) non c'è futuro per questi piccoli paesi al di fuori dell'Unione, sia in termini di libertà di movimento che di diritti civili e sociali;
b) un potere sovra-nazionale è l'unico che, per i vantaggi che presenta, può stemperare i nazionalismi, rendere più importante e prioritario conquistare una cittadinanza europea al posto di una micro-cittadinanza nazionale in piccoli stati dalle dimensioni spaziali insostenibili;
c) l'impegno per entrare in Europa - raggiungendo alcuni parametri specifici - permetterà di selezionare una "nuova classe dirigente" sganciata dagli obiettivi populistici di breve periodo, che sia in grado di raggiungere gli obiettivi negoziati con l'Unione.

In breve, pensiamo che l'entrata nella Unione Europea non sia la panacea per tutti i mali (è ad esempio chiaramente insufficiente per contrastare il peso eccessivo dell'economia criminale nel Balcani), ma possa costituire una fondamentale piattaforma su cui rilanciare la pace, la convivenza civile e lo sviluppo locale nei Balcani. Crediamo che i tempi siano ormai maturi per fissare delle date, delle scadenze e dei parametri che guidino questo percorso. E queste date non possono essere di dieci o vent'anni, pena il rendere poco credibile e allettante la stessa offerta. Pensiamo invece a tappe più vicine e credibili: possono il 2004, il 2006 essere immaginate come date credibili per questo processo?

3. Le proposte per un percorso concreto

L'indicazione di parametri di riferimento è un fatto politico di prima grandezza per il percorso di entrata nell'Unione Europea dell'area balcanica. Bisogna evitare però di ridurre la questione ai soli parametri economici, perché i dati di partenza in tutta la regione - complessivamente 18 milioni di persone con un reddito pro-capite "ufficiale" che varia dai 3.500 $ annui della Croazia ai 1.200 $ dell'Albania, ma che è spesso sottostimato per effetto dell'economia sommersa - sono troppo distanti dagli indici europei per poter pensare di raggiungere, nel medio periodo, anche solo le aree meno ricche d'Europa come Grecia o mezzogiorno italiano.

Ma il vantaggio anche economico per la stessa UE di una stabilità nell'area è un dato di fatto inconfutabile, che dovrebbe far superare qualsiasi resistenza di tipo contabile.

Crediamo perciò che a fianco e prima dei parametri economici ne vadano individuati altri in campo sociale (servizi per i disabili, pensioni, servizi socio-sanitari, tassi di istruzione ecc.), ambientale (aree protette, difesa e gestione delle foreste e dei corsi d'acqua, gestione rifiuti, servizi idrici, interventi per il disinquinamento ecc.), di democrazia reale, di presenza e partecipazione della società civile organizzata, ecc...

Sta qui, attorno a questo nodo cruciale, la possibilità di superare il vuoto progettuale che caratterizza la diplomazia ufficiale e, a ragion del vero, anche molta parte del mondo non governativo. Si tratta di riempire il vuoto tracciando un possibile itinerario di ricostruzione incardinato a nostro giudizio su tre concetti di fondo: l'opzione per uno sviluppo locale autocentrato quale criterio di rinascita economica, l'autogoverno delle comunità come strada per ricostruire coesione ed identità sociale, la cooperazione dal basso come strategia per rafforzare un tessuto civile e istituzionale indispensabile per superare l'attuale de-regolazione selvaggia.

3.1. Lo sviluppo economico autocentrato
Il futuro economico del sud est Europa non può essere garantito né dalle chimere degli investimenti occidentali di rapina, né tantomeno dal perdurare dell'assistenzialismo umanitario. Occorre immaginare invece un percorso economico inedito, fortemente intrecciato ai saperi e alle intelligenze - che non mancano, data l'alta scolarità diffusa e per molti l'esperienza formativa all'estero - unite alle tradizioni culturali e alle nuove sensibilità ambientali. Bisogna costruire un disegno di sviluppo integrato del territorio, sul quale far convergere le risorse locali e gli aiuti internazionali. Un disegno fondato da un lato sulle professioni della qualità, ad alta intensità umana e creativa, e dall'altro sul settore primario, dove convivano e si integrino progetti partecipati in agricoltura, zootecnia, indotto dei servizi, dell'artigianato e dell'industria di trasformazione, ma anche turismo rurale e termalismo. Questo approccio ha come caratteristiche fondamentali di essere endogeno; di contare sulle proprie forze (risorse naturali, umane, finanziarie, organizzative); di prendere come punto di partenza la logica dei bisogni (salute, istruzione, trasporti, infrastrutture collettive, ecc.); di dedicarsi a promuovere la simbiosi tra le società umane e la natura; di restare aperto al cambiamento istituzionale.

3.2. L'autogoverno delle comunità
Il secondo concetto di fondo per immaginare una rinascita dei Balcani è l'autogoverno delle comunità: la crisi fiscale di cui abbiamo parlato impone di ricostruire un rapporto virtuoso fra cittadini e pubblica amministrazione, fra cittadini e comunità, fra cittadini e territorio. C'è bisogno di ricucire, sulle macerie dei regimi e delle guerre, un legame con le istituzioni pubbliche fondato sulla partecipazione e su un diffuso sistema di autonomie locali anziché su rapporti gerarchici e di delega. In altre parole, un approccio comunitario capace di affrontare i bisogni individuali e collettivi in un'ottica diversa tanto dallo statalismo, quanto dalla privatizzazione mercantile di ogni segmento della vita economica e sociale di un territorio. A tal fine è necessario avviare percorsi di riforma, prima di tutto culturali ma anche istituzionali, che possano prefigurare nella relazione orizzontale fra regioni e municipalità una comune appartenenza europea, anche al di sopra delle frontiere "etnicamente pure". Quest'appartenenza europea già si è manifestata negli anni scorsi attraverso le mille relazioni della cooperazione decentrata e della diplomazia delle città, che hanno cercato di ricostruire i ponti di dialogo e di civiltà demoliti dalla guerra. Si tratta senza dubbio di un'esperienza che prefigura un itinerario possibile di integrazione europea, alternativo rispetto a quello lento e burocratico condotto fin qui forse troppo cautamente dei governi. L'integrazione a partire dai cittadini, dai territori e dalle singole municipalità, immesse però in una rete virtuosa di partecipazione democratica, sviluppo locale e autogoverno.

3.3. Cooperare fra comunità, promuovere società civile
Molte organizzazioni nongovernative e associazioni italiane in questi anni hanno lavorato nei Balcani, con l'idea di scardinare la cittadinanza fondata sull'appartenenza etnica e di promuovere i principi dello stato sociale e dei diritti per tutti. I gemellaggi e la cooperazione decentrata che sono stati sperimentati hanno privilegiato il rapporto con le comunità locali, promuovendo la partecipazione dei cittadini per rimettere in campo i diritti e i bisogni, che evidentemente non hanno etnia. In ciò si è capito che a nulla serve impegnare risorse ed energie, se prima non cambia il quadro sociale e politico dell'area. E questa riflessione tocca anche noi, le nostre comunità: come si può vivere assieme e comunicare nelle società ipermoderne e neoliberiste, in cui gli individui sono lacerati fra partecipazione all'economia mondializzata e ritorno all'integrazione comunitaria? Una risposta può venire dalla difesa e proposizione del Soggetto, che si manifesta con la resistenza alla lacerazione fra mercato e comunità e con il desiderio di individualità, di potere: dispiegare autonomamente un proprio e autonomo progetto di vita, cercando una sintesi, mai dialettica e sempre un po' precaria, fra strumenti tecnologici e risorse culturali (si pensi ai contributi di Alain Touraine). La sfida della convivenza è comune a tutte le società ipermoderne o demodernizzate - non importa come le vogliamo chiamare - dell'est e dell'ovest, e con questa consapevolezza ci si dovrebbe muovere nei Balcani, come nel resto d'Europa, per promuovere società civile e riflessione comune, per non rassegnarsi né al neoliberismo, né all'integralismo comunitario e nazionalista.

Conclusione
Sullo sfondo di questi tre concetti forti si può dunque immaginare la costituzione di alcuni indicatori oggettivi su cui basare un percorso rapido di integrazione dei Balcani nell'Europa.

E' l'indicazione su cui ci piacerebbe confrontarci oggi con le persone coinvolte in questo dibattito, e che vorremmo lanciare come proposta forte di questo World Social Forum dedicato ai problemi, alle prospettive ma anche alle ricchezze di quest'area.

Per una sua integrazione certa, rapida, sostenibile e dal basso.

Per Di-Segnare assieme, a partire anche dall'incontro di oggi qui a Padova, una nuova Europa.

Diana Çuli: "Vivere insieme in un grande mosaico etnico"

In questo periodo di 10 anni di transizione dal sistema passato, quando le ideologie forti sono state sostituite da un forte nazionalismo, abbiamo vissuto tanti e tali eventi, cambiamenti, ritorni a un passato già dimenticato, che abbiamo riflettuto sulla difficoltà dell'essere umano a capire se stesso attraverso la vita, gli atti e i gesti dei suoi antenati, attraverso i danni che hanno fatto e il bene che probabilmente hanno cercato di portare per costruire un futuro diverso da questo. E il compito della società civile è proprio questo: trasformare questa tradizione. E' un compito che richiede un impegno gigantesco.

Si è parlato molto con tono pessimistico sulla situazione dei Balcani, io proverò a dire qualcosa che dà un po' di luce in questa situazione così oscura. Uno dei successi di questi anni nei Balcani è stata la nascita e lo sviluppo di una società civile in un disegno ancora fragile e a volte confuso, perché nato in un territorio dove per 50 anni il pensiero libero dell'individuo era condannato come l'eresia, come l'eretico sul rogo. Durante questi anni le donne, i giovani, i giornalisti, gli scrittori, tutti quelli che volevano dare una mano al nostro percorso dopo la caduta degli ex regimi, hanno creato dei network che hanno lavorato insieme su ogni Paese, anche nei periodi più difficili. Con l'esodo dei kossovari e la guerra il ruolo della società civile si è indebolito, subendo un colpo duro, anche se la miglior parte di questa società ha fatto sforzi enormi per migliorare la situazione ormai precipitata. Come succede in tutti i conflitti tanta gente generalmente fredda, razionale e moderata verso l'emotività degli eventi, è stata influenzata anche dal nazionalismo in diversi livelli. Gli assassini, gli spostamenti delle popolazioni, il terrore, le bombe limitano senza dubbio la capacità anche delle persone più moderate di vedere gli eventi in modo neutrale, aspettando che finiscano. I popoli si siedono alla tavola del dialogo dopo la guerra e mai prima. Le devastazioni, la catastrofe della guerra non sembrano mai trasformarsi in una lezione per le società umane, e questo non è nuovo. Ma forse la società civile nei Balcani è una realtà meno inquinata dai pregiudizi nazionalistici e dalle decisioni politiche, è una realtà lontana dagli ambienti radicali, tradizionali e conservatori della società. E' la realtà che sta all'avanguardia per una visione positiva di dialogo e un rapporto costruttivo tra i popoli. Noi popoli dei Balcani conosciamo la cultura della violenza e del conflitto, la nostra non è una cultura della pace e del dialogo. E questo dobbiamo cambiarlo. Abbiamo anche tante domande davanti a noi: cosa ci sarà nel nostro futuro? Diritti umani o sovranità dei popoli? La sovranità è un concetto più tradizionale dei diritti umani, più solido, più confortante. I diritti umani sono universali, poco concreti, non hanno confini: sono entrati nel vocabolario umano solo ora, mentre la sovranità ha i suoi martiri, il suo sangue, i suoi eroi. Il dibattito rimarrà aperto, chissà per quanto tempo ancora. In questo dibattito la società civile ha contribuito con la sua esistenza a rispettare le decisione già prese dai governi e a rifletterle nei suoi Paesi. Il rispettare il diritto umano della minoranza, dell'altra etnia, il vivere insieme con gli stessi diritti è il primo importante passo per verso la pacificazione e l'eliminazione delle guerre.

Chi deciderà in futuro sui destini dei popoli? Lo stato, i governi dei Paesi o la comunità internazionale? Quali sono i rischi di uno o dell'altro metodo? Se a noi sembra molto difficile una cultura della guerra, come possiamo dare una cultura alternativa? Credo che dobbiamo lavorare molto coi giovani, educarli con una cultura di convivenza per vivere insieme in un Paese di un grande mosaico etnico. Dobbiamo conoscerci meglio, perché lo sconosciuto è sempre il nemico. Dobbiamo poi pensare molto al rafforzamento delle istituzioni legali: il compito della società civile è certo quello di opporsi alle violazioni che le istituzioni fanno alle loro società, ma anche appoggiare tali istituzioni quando sono avanguardiste e costruttive per la società di un paese. Cambiare i confini nei Balcani significa guerra e sangue versato. Il sogno è di non avere confini nei Balcani e di vivere in un grande spazio dove possiamo avere felicità e scambi più normali. Non possiamo rimanere in un ghetto, in questa gabbia che ha nome "Balcani".

 

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Kiro Gligorov: "1991 - 2001: Dieci anni di guerre nei Balcani"

Per più di un decennio, la regione del Sud-Est Europa ha subito, a molti e diversi livelli, un difficile processo di drammatici mutamenti, che ha avuto inizio con il collasso del sistema comunista, il crollo della struttura bipolare del potere in Europa e nel mondo e la dissoluzione della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia. Da ciò sono derivate violente guerre in più parti della regione, connesse per lo più ad accese passioni nazionaliste e a rivendicazioni del grande-stato. La mappa politica dei Balcani è cambiata in maniera sostanziale e nella regione è in via di sviluppo un nuovo equilibrio di forze. La maggior parte dei paesi sono più o meno impegnati nella trasformazione dei propri sistemi interni, attraverso il processo conosciuto come transizione.

Dal punto di vista della politica, dell'economia, della sicurezza e della democrazia, come anche da quello delle attività criminali, la situazione attuale nei Balcani è estremamente complessa e inquietante: non solo a causa della situazione in Kosovo, ma anche dell'intera SFRY e delle relazioni interne alla Federazione, della situazione in Bosnia Erzegovina, in Albania e più recentemente in Macedonia.
Purtroppo al fallimento delle aspirazioni della grande Serbia e della grande Croazia è seguito, malgrado tutto, il tentativo di realizzare nella regione una grande Albania. La lotta per la ridefinizione dei confini esistenti e le rivendicazioni di territori di altri paesi (rivendicazioni soppresse, ma nondimeno esistenti) rappresentano una tipica peculiarità dei Balcani. Si creano diffidenze e instabilità, e spesso questa è la causa fondamentale della guerra, vittime, deportazione, distruzione, come dimostrato dal nostro recente passato.

La situazione economica è critica in quasi tutti gli stati dei Balcani; questo contribuisce a creare un clima favorevole alla mobilitazione popolare su base nazionalistica.

Il mutamento democratico in atto nella regione è lento e in alcune aree ha subito un arresto.

Il livello di criminalità nell'area sta raggiungendo dimensioni pericolose e inquietanti. La corruzione è in aumento e il crimine organizzato sta minacciosamente diventando l'attività dominante.

Fino a che c'è instabilità politica nei Balcani, ossia fino a che manca in sicurezza nell'area, la regione ed ogni singolo stato non possono raggiungere progressi economici e sviluppo sostenibile. Né in tali condizioni gli investimenti esteri possono dare risultati. Senza sviluppo e con l'attuale instabilità politica esistente a livello regionale e nazionale, la riuscita realizzazione delle riforme economiche e politiche fortemente necessarie in ogni singolo stato non è immaginabile.

Avere buon senso nei Balcani significa convivere, ma ciò non può essere ottenuto se si genereranno costantemente tensioni, contrasti, conflitti e instabilità, a discapito di se stessi e di tutti gli altri.

La situazione in Kosovo è tuttora lontana dall'essere risolta. E' evidente che l'intervento della NATO ha ottenuto alcuni risultati. Comunque, sia la NATO sia l'insieme della comunità internazionale subiranno una sconfitta se:
1.si cambieranno con la forza gli esistenti confini;
2. continuerà la pulizia etnica attuata da entrambe le parti;
3. gli sfollati degli ultimi due anni non rientreranno nei luoghi di origine;
4. non si dovesse creare in Kosovo un'atmosfera democratica, con istituzioni democratiche e condizioni per una pacifica convivenza.

La complessità della questione kosovara impone la presenza delle forze internazionali di pace per un lungo periodo di tempo. Questo è il presupposto per il mantenimento della situazione sotto un certo livello di controllo. Comunque in Kosovo non si può parlare di risoluzione permanente della crisi, senza la costruzione di istituzioni democratiche e l'instaurazione dello stato di diritto. E' necessaria una fondamentale trasformazione in senso democratico anche in Serbia e in Albania.

Sfortunatamente, l'Albania è la maggior fonte del nazionalismo fondato sull'idea della grande Albania. A seguito del collasso delle istituzioni statali albanesi avvenuto nel 1997, la situazione interna è caotica. Le autorità di Tirana non hanno alcun controllo sul territorio del proprio paese. L'Albania non difende i propri confini di stato, per lo più perché circondata da una massa relativamente compatta di etnia albanese presente in ciascun paese confinante. Le autorità albanesi sanno che la comunità internazionale non accetta mutamenti dei confini esistenti nei Balcani. Sono altrettanto coscienti delle difficoltà insite nel realizzare l'idea della grande Albania. Comunque, l'Albania, supportando l'idea di un Kosovo indipendente, così come la creazione di diritti comuni dell'etnia albanese in Macedonia, nel sud della Serbia o in Montenegro, sta tentando di dare forma ad uno spazio etnico albanese, che comprenda parti di territorio di paesi limitrofi.

Successivamente alla caduta di Milosevic, il processo di democratizzazione della FRY ha avuto inizio. Tale percorso sarà lento e dovrà essere accurato. La FRY sta tuttora fronteggiando questioni di destatalizzazione, privatizzazione e costruzione di istituzioni democratiche. Il contesto viene ulteriormente complicato dall'instabilità delle relazioni all'interno della Federazione, e altresì all'interno della Serbia.

La situazione in Bosnia Erzegovina non è tuttora stabilizzata. La Bosnia Erzegovina di Dayton ha già mostrato i suoi lati deboli. La presenza della forze internazionali di pace sarà essenziale per un certo periodo di tempo a venire. I recenti movimenti avvenuti all'interno dell'etnia Croata sono indicatori della complessità della situazione.

Gli ultimi sviluppi in Macedonia sono in parte di origine autoctona (radicalizzazione e richieste avanzate da cittadini macedoni di etnia albanese, la debolezza della coalizione governativa, la tolleranza nei confronti delle attività criminali, ecc.) e in parte importati dal Kosovo e dall'Albania, come espressione di estremo nazionalismo pan-albanese.

Guardando al passato, è come se nei Balcani fosse andata perduta la possibilità di agire in maniera preventiva: in una prima fase della crisi jugoslava (l'esperienza positiva dell'UNPREDEP) così come in seguito.

E' servito molto tempo per capire che l'origine del nazionalismo serbo non è in Kraijna, né nella RS di Bosnia, né in Slavonia, ma piuttosto in Serbia. Il caso attuale del nazionalismo albanese e delle sue origini è simile. La fonte di tale nazionalismo non è né in Kosovo né in parti della Macedonia o del Montenegro, ma proprio in Albania. I rischi sussistono e aumenteranno fino al definitivo prevalere della democrazia, prima in Albania e poi in FRY e in Kosovo.

A causa di numerose ragioni, i partiti politici nei Balcani sono formati su base etnica. Questo è contrario alla pratica politica dell'Europa. La condizione di eterogeneità etnica esistente in tutti i paesi dei Balcani, tendenza obsoleta ed essenzialmente anti-europea, privilegia i diritti collettivi dei gruppi etnici a spese di quelle del singolo, andando in senso opposto ai basilari principi delle democrazie civili dell'Europa Occidentale. La realtà politica ha fondamentalmente dimostrato che questa procedura spinge al risveglio delle aspirazioni nazionalistiche e al rafforzamento dei processi di disintegrazione, ancora una volta in senso opposto all'orientamento dell'Europa occidentale.

Sfortunatamente le realtà balcaniche delineatesi in questa direzione sono state accettate dai più influenti attori internazionali. La conseguenza di questo stato di cose è stata la tardiva reazione delle democrazie occidentali alle consecutive crisi nei Balcani, sfociate in terribili guerre.
Gli stati dei Balcani, specialmente quelli che hanno espresso il loro orientamento in direzione di un più stretta riavvicinamento all'EU e alla NATO, necessitano del supporto e dell'assistenza internazionale.

Sembra che NATO ed EU non hanno utilizzato in maniera abbastanza efficiente mezzi e meccanismi a propria disposizione per guidare lo sviluppo democratico degli stati nei Balcani, mezzo essenziale della prevenzione. L'orientamento dichiarato dalla maggior parte degli stati dell'area verso l'EU e la NATO non significa nulla, se non considera l'implementazione dei valori democratici occidentali e dei basilari principi di democrazia.
A seguito di tali considerazioni, il Patto di Stabilità per il Sud-est Europa è destinato a rimanere solo un'idea sulla carta, se sarà incapace di dirigere gli stati balcanici verso l'assunzione del modello civile e democratico occidentale, fondato sull'uguaglianza dei cittadini di ogni stato nei Balcani, senza distinzione razziale, etnica, religiosa, di genere e di altra natura.

Solo il modello civico può avvicinare i Balcani alla EU e alla NATO. Continuare ad insistere sui diritti collettivi può condurre solo a nuove dispute, conflitti e guerre.

Per trovare una via di uscita all'attuale crisi nei Balcani, è necessario persuadere le forze locali democratiche e le democrazie occidentali, attraverso uno sforzo coordinato e mirato, alla costruzione di istituzioni basate sui noti principi del modello civico democratico. In questo contesto, tutti i paesi dell'area balcanica necessitano dell'aiuto internazionale per la conduzione delle riforme e del processo di democratizzazione.
Il presupposto affinché ciò avvenga è legato alle parallele attività internazionali mirate a: prendere posizione inequivocabile che non tolleri alcun tipo di intenzione o pretesa di cambiare forzatamente i confini; insistere sul rispetto dei principi universali (no all'uso della forza o alla minaccia dell'uso della forza, risoluzione pacifica delle controversie, reciproco rispetto tra stati su base equa, e così via); rafforzare la lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione nella regione; rivitalizzare nei fatti il Patto di Stabilità e un più coraggioso orientamento della EU verso rapporti operativi con gli stati della regione.

Siamo consapevoli delle difficoltà insite nella trasformazione della EU. Il problema dei Balcani non potrà che ingrandirsi se il processo di allargamento della Comunità Europea non procederà. Ma è altresì necessaria una grande dose di coraggio politico per includere gli stati dei Balcani nella EU piuttosto che tenerli in disparte.

L'integrazione dei paesi del SEE nella Comunità Europea e nella NATO non possiede una dimensione politica, sociale e legata alla sicurezza, ma anche un aspetto relativo alla civilizzazione. Per esempio l'EU ha dimostrato che può risolvere con successo problemi di paesi cosiddetti piccoli ed economicamente sottosviluppati (Grecia, Portogallo, Irlanda...). Al contempo ha mostrato di possedere meccanismi da utilizzare in difesa dei valori democratici in paesi appartenenti all'EU stessa (Haider in Austria).

La Macedonia, fin dagli albori dell'indipendenza e malgrado le difficoltà, ha intrapreso al suo interno una serie di riforme (modello civile democratico, economia di mercato). Riguardo alle relazioni esterne ha perseguito la via dell'integrazione nell'EU e nella NATO e dei rapporti di buon vicinato e di cooperazione interni alla regione. I problemi attuali sono il risultato delle resistenze al funzionamento del modello civico, che si manifesta con il nazionalismo della grande Albania.

Idee obsolete, scovate nei programmi nazionali del 18° e 19° secolo, non possono portare ad una riuscita integrazione dei singoli paesi dei Balcani nell'EU e ad una positiva inclusione della regione nei moderni processi di integrazione europea e di globalizzazione, in atto nel 21° secolo.

 

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Pekka Haavisto: "I danni ambientali nei Balcani"

Introduzione
Che la guerra sia pericolosa non è una grossa rivelazione, ma la guerra moderna ha creato pericoli moderni, mai contemplati prima dalla storia. Dagli Zeppelin e dai biplani della Prima Guerra Mondiale ai missili Cruise e alle bombe a guida laser di oggi, il raggio d'azione della guerra è aumentato. Nelle modalità moderne di conflitto, gli obiettivi quali il sistema economico del nemico, le sue industrie, i trasporti pubblici e le reti di comunicazione sono tutti ritenuti validi. La guerra non è più limitata al campo di battaglia: le armi, gli obiettivi e le tattiche moderne hanno esteso la guerra a tutto l'ambiente.
Il mondo intero ha riconosciuto la nuova portata della guerra: nei congressi internazionali vengono vietate le armi che modificano l'ambiente come parte della tattica di guerra (causando inondazioni, terremoti, cambiamenti climatici, ecc.). In secondo luogo l'accuratezza della guerra moderna carica i soldati di nuove responsabilità rispetto al passato: ora per esempio, le cisterne che contengono prodotti chimici possono essere individuate mentre lasciano il magazzino e se contengono sostanze pericolose per l'ambiente. Per concludere, la guerra ha sempre avuto ripercussioni sulla salute delle popolazioni locali, ma, coi rischi attuali di inquinamento chimico, questo deve diventare un argomento che risvegli la profonda responsabilità morale delle parti in guerra.
Il danno ambientale provocato dalla guerra può manifestarsi in più modi: il primo accidentale - come i bombardamenti a fabbriche o raffinerie considerate vitali per il nemico, ma gli effetti dei quali sono dannosi per l'ambiente, o perfino solo lo spostamento di truppe di grandi dimensioni, di veicoli e accampamenti, che avranno ripercussioni dirette sull'ambiente. Il secondo tipo di danno ambientale può essere intenzionale: durante la Guerra del Golfo fu scaricato del petrolio nel Golfo Persico, con l'intenzione di aumentare il costo della guerra per il nemico sfruttando il terrorismo ambientale. Una terza fonte di danno ambientale provocato dalla guerra è causata dagli esodi di massa di popolazione civile: i profughi sono costretti a spostarsi in cerca di assistenza verso accampamenti privi di infrastrutture. Ciò avrà un impatto diretto sull'ambiente, partendo dalla deforestazione fino ai problemi di gestione delle risorse idriche. In ognuno dei casi descritti, tali interventi avranno ripercussioni a breve e a lungo termine, sia sull'ambiente sia sulle persone che vi abitano.

La guerra e l'ambiente: il conflitto in Kossovo
Il conflitto della primavera 1999 è stato visto da molti come una crisi umanitaria. L'ONU ha da tempo un ruolo fondamentale nella risoluzione delle crisi umanitarie, ma l'attenzione si è contemporaneamente concentrata su un tipo di crisi correlata a quella umanitaria, se pur differente. Quella dell'effetto delle guerre sull'ambiente. Su questo argomento ha preso la parola l'UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l'Ambiente), dando inizio a quello che è diventato il primo vero organo di "Valutazione Ambientale Post-Conflitto" a livello mondiale.
La campagna condotta in Kossovo ha visto reciproche accuse di terrorismo ambientale avanzate da entrambe le parti coinvolte. E' stato forse il primo conflitto a sollevare denunce di violazione dell'ambiente in modo così sentito. Dopo gli attacchi aerei delle forze NATO contro gli insediamenti industriali jugoslavi, la parte colpita richiamò l'attenzione sui pericoli legati ai rischi di inquinamento, anche oltre confine, dell'aria e delle acque (nel caso specifico, del Danubio). Ma la NATO sostenne che le procedure di scelta degli obiettivi da colpire tenevano conto delle ripercussioni ambientali e che quindi sarebbero state fatte con scrupolosa accuratezza.
Questi fatti hanno dato maggior impulso alle valutazioni ambientali successive al conflitto, per cui solo un esame imparziale a livello internazionale avrebbe potuto giudicare la validità delle varie rivendicazioni di diritti, e quindi valutare i pericoli che le popolazioni locali si trovavano a dover affrontare.
Il lavoro dell'Unità Operativa nei Balcani è partito nel 1999, sotto la guida del Dottor Klaus Toepfer, Direttore Esecutivo dell'UNEP. Il progetto è stato finanziato dai governi di Austria, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito. Ma anche i governi di Russia e Slovacchia e varie ONG come Greenpeace, il WWF, l'IUCN (Unione per la Conservazione del Mondo) , la Croce Verde Internazionale e il Centro Mondiale per il Monitoraggio e la Conservazione hanno dato un sostegno simile.
I danni causati dalla guerra all'ambiente possono dipendere dagli obiettivi distrutti o dal tipo di armi utilizzate. I testi pubblicati dall'UNEP si possono suddividere utilizzando lo stesso criterio. Il primo rapporto pubblicato è stato "Il conflitto in Kossovo: ripercussioni sull'ambiente e gli insediamenti umani", concluso nell'ottobre 1999. Si tratta di uno studio che riguarda soprattutto i danni causati all'ambiente dopo che obiettivi militari, come stabilimenti industriali e altre infrastrutture sul territorio della Repubblica Federale di Jugoslavia, erano stati colpiti. Nel suo complesso lo studio prende in considerazione varie missioni, una delle quali ha analizzato la situazione ambientale nelle zone vicine a stabilimenti industriali. In questa occasione sono stati testati in particolare gli effetti sulle coltivazioni adiacenti le zone colpite. Un'altra spedizione si è concentrata sugli effetti della guerra nella zona del Danubio, vista la preoccupazione suscitata dalle possibili conseguenze dell'inquinamento di un fiume così importante per l'equilibrio dell'ecosistema. Un terzo studio ha considerato invece gli effetti della guerra sulla biodiversità, ed è stato condotto soprattutto in diversi parchi nazionali e altre zone ritenute importanti oasi regionali di biodiversità. La quarta spedizione ha considerato l'impatto della guerra sugli insediamenti umani, mentre nell'ultima si è condotta una prima ricerca sugli effetti dell'uranio impoverito.
Nel marzo 2001 l'UNEP ha infatti pubblicato "Uranio impoverito in Kossovo: valutazione ambientale dopo il conflitto". Si tratta di un'analisi dei rischi ambientali legati all'utilizzo di armi durante il conflitto, più che dei loro effetti sugli obiettivi militari.

Danni ambientali post-bellici nella Repubblica Federale di Jugoslavia
La missione nella RFY ha rivelato quattro "punti caldi" a livello ambientale: Pancevo, Kragujevac, Novi Sad e Bor, tutte situate in Serbia. Solamente a Pancevo sono stati scaricati 60 prodotti chimici differenti, per l'esattezza nel canale che attraversa la città. Il suo inquinamento non è stato causato solo dalla guerra; le stime fanno oscillare le percentuali di inquinamento preesistente oscillante fra il 60 e l'80%. L'UNEP sta ora svolgendo operazioni di bonifica a Pancevo e Novi Sad, un'altra città dove esistevano già gravi problemi di inquinamento prima della guerra.
L'UNEP ha inoltre prodotto studi ambientali riguardanti l'Albania e la Macedonia, paesi indirettamente coinvolti nel conflitto in Kossovo. Il lavoro si è concentrato soprattutto sull'inquinamento dovuto a stabilimenti industriali non connessi con il conflitto, anche se dal rapporto è risultato che l'impatto ambientale dovuto agli spostamenti dei rifugiati sia stato un risultato della guerra in Kossovo. Mentre la questione dei rifugiati è stata considerata innanzitutto un problema umanitario, l'UNEP ha dimostrato come le strategie militari che costringono la popolazione civile ad abbandonare le proprie case abbia implicazioni ambientali.
In aggiunta a queste osservazioni, anche la distruzione sistematica di abitazioni avvenuta in Kossovo ha avuto conseguenze sull'ambiente. Per quanto riguarda il rapporto originale, che si intitola "Il conflitto in Kossovo: conseguenze sull'ambiente e sugli insediamenti umani", l'UNEP ha collaborato con l' UNCHS (UNHABITAT). L'UNCHS stima che il numero di abitazioni danneggiate durante il conflitto ha raggiunto le 120.000 unità, e che 40.000 non hanno alcuna possibilità di essere ricostruite. I rifugiati sono ritornati nelle città più grandi - a Pristina ad esempio hanno raddoppiato la popolazione originaria - con tutti i problemi che ne conseguono, come ad esempio la gestione delle risorse idriche e dello smaltimento dei rifiuti.

La questione dell'uranio impoverito
I possibili utilizzi dell'uranio impoverito erano noti all'esercito americano fin dal 1940. E' stato utilizzato per la prima volta durante la Guerra del Golfo del 1991, dalle forze militari britanniche e statunitensi. L'uranio impoverito viene ricavato dagli scarti dell'uranio arricchito o come combustibile nelle centrali nucleari, o ancora nella produzione di armi nucleari. E' meno radioattivo dell'uranio naturale, che presenta l'isotopo U-235 in una percentuale isotopica dello 0.7%, mentre l'uranio impoverito ne contiene lo 0.2%, da qui il termine "impoverito" e quindi meno radioattivo. Viene usato per scopi militari perché grazie alla sua densità fornisce ai proiettili all'uranio impoverito un'alta capacità di penetrazione: quando vengono a contatto con una superficie rigida, come la corazza di un carro armato, hanno la capacità di "auto-affilarsi". E cioè, invece di distruggersi al momento dell'impatto, il proiettile diventa più affilato mentre attraversa la corazza. L'uranio impoverito non è esplosivo, ma la polvere scaturita dall'impatto prende fuoco alle alte temperature prodotte, rendendo il proiettile ancora più efficace. Trattandosi di un materiale di scarto, l'uranio impoverito risulta inoltre relativamente economico. Un ufficiale del Dipartimento della Difesa Americano sembra aver confermato che il 3 maggio 1999 aerei militari A-10 fecero uso di munizioni all'uranio impoverito. Ciò non è stato seguito da altre dichiarazioni ufficiali che confermassero o negassero il suo utilizzo come contrappeso sui missili Cruise, armi fondamentali per gli attacchi della NATO. Durante l'estate del 1999, l'UNEP costituì un team di valutazione con l'intenzione di analizzare proprio l'argomento uranio impoverito. In diversi siti bombardati durante il conflitto in Kossovo furono fatte misurazioni preliminari sul tasso di radioattività, ma non risultò nulla di sospetto. Il Team di Valutazione concluse che non era necessario condurre ulteriori ricerche, e che comunque esse non sarebbero state possibili senza ottenere maggiori informazioni da parte della NATO.
Nell'ottobre 1999 il Segretario Generale delle Nazioni Unite - Kofi Annan - inviò una richiesta formale al Segretario Generale della NATO, Lord Robertson. Nel febbraio del 2000 venne confermato l'utilizzo di uranio impoverito e dalla NATO giunsero informazioni più precise sul quantitativo di proiettili utilizzati e sulle zone da essi colpite. Questo non fu però considerato sufficiente per garantire una ricerca scientifica su larga scala, quindi Kofi Annan inviò una seconda richiesta. Nel giugno 2000 la NATO fornì alle Nazioni Unite una mappa con le coordinate dei 112 attacchi in cui fu utilizzato l'uranio impoverito: risultava anche un resoconto quantitativo delle scariche per ogni missione. Un incontro tenutosi a Ginevra nel settembre 2000 diede l'avvio alla "missione uranio impoverito", a cui parteciparono agenzie delle Nazioni Unite e rappresentanti della NATO. La missione fu organizzata in breve tempo e partì per il Kossovo il 5 novembre.
Il team visitò 11 siti colpiti da armi all'uranio impoverito, e raccolse 355 campioni destinati ad analisi scientifica: includevano 249 campioni di terra e cemento, 46 di acqua, 36 botanici (erba, licheni, funghi, ecc.), 3 campioni di latte, 13 strisci, 3 "punte" ( la parte di munizione all'uranio impoverito costituita esclusivamente da tale sostanza) e 4 "jacket" (un'altra parte della munizione all'uranio impoverito che aiuta la punta a seguire una traiettoria rettilinea).
Il rapporto ha concluso che non è avvenuta alcuna contaminazione diffusa, tossica o radioattiva, dovuta all'uso di armi all'uranio impoverito. Questa scoperta è stata molto importante sia per le popolazioni locali che per i soldati al servizio della KFOR. L'UNEP riportò l'esistenza di una contaminazione superficiale del terreno, limitata a pochi metri attorno alle zone di ritrovamento delle punte di proiettile, o ai squarci d'impatto da esse provocate. L'UNEP poteva così dichiarare sicuri i villaggi situati in vicinanza delle zone di utilizzo dell'uranio impoverito, come pure le zone agricole circostanti. Il più alto rischio deriva invece dall'ingestione di terra contaminata, come ad esempio per i bambini che mettono in bocca le mani sporche dopo aver giocato all'aperto. Ma se anche questo è accaduto, l'ingestione di così minime quantità rende il rischio radiologico irrilevante. Invece dal punto di vista tossicologico, la possibile assunzione di tali sostanze è da considerarsi in qualche modo superiore alla quantità limite consentita. Infine, i campioni d'acqua non sono risultati contaminati.
Verificato il basso numero di punte ritrovate nei siti presi in esame, rispetto a quelli sparati, si può affermare con sicurezza che un'alta percentuale di questi è rimasta sotterrata. Non si conoscono gli effetti che tali punte potranno manifestare in futuro, ma si suppone che si corroderanno e, dove la loro quantità sarà concentrata, la quantità di uranio filtrata nell'acqua salirà oltre il limite per l'acqua potabile definito dall'Organizzazione Mondiale della Sanità.
Il rapporto riporta anche raccomandazioni relative agli interventi futuri riguardanti l'uranio impoverito. Ad esempio, sarà necessario visitare tutti i siti dove è stato utilizzato, e tutti dovranno essere analizzati per verificare la presenza di contaminazione del suolo. Si dovrà asportare le punte o i "jackets" rimasti sulla superficie del terreno e successivamente etichettarli come pericolosi. Dove possibile, bisognerà procedere alla decontaminazione e la qualità dell'acqua andrà monitorata nel lungo termine, per assicurarsi che l'uranio impoverito non possa contaminare le riserve idriche delle aree colpite.
Dopo aver smentito molte affermazioni sulla pericolosità dell'uranio impoverito, il rapporto conferma che restano dei dubbi su questa sostanza. Lo studio condotto dall'UNEP è stato il primo ad analizzare in modo scientifico il comportamento dell'uranio impoverito lontano dalle aree ambientali controllate in cui avvengono i test di tiro. Una delle raccomandazioni che si legge nel rapporto prevede che l'UNEP conduca una missione simile anche in Bosnia-Erzegovina, dove l'uranio impoverito fu utilizzato in quantità minori oltre 5 anni fa, quando la NATO attaccò le posizioni serbo-bosniache. Ciò fornirebbe un'interessante casistica riguardo agli effetti dell'uranio impoverito sulle risorse idriche nel medio termine.

Conclusioni
Non potrà mai esistere una guerra pulita, ma la valutazione post-conflitto dimostra come i danni ambientali durante il conflitto possano essere drasticamente ridotti. La comunità internazionale deve far sì che i civili del luogo colpito non soffrano dei danni ambientali provocati dalla guerra. Analisi come quelle condotte dall'UNEP nei Balcani fungono da esempio per quelle future e vanno seguite da interventi di pulizia concreti ed efficaci.
E' forse giunto il momento di riprendere in considerazione il bilancio costi-benefici degli attacchi agli insediamenti industriali, che come risultato portano senza dubbio all'inquinamento dell'aria e dell'acqua. I vantaggi a breve termine per i soldati è chiaro, ma una previsione di quelli a lungo termine richiede una lungimiranza decisamente superiore.
Per concludere, il degrado ambientale causato dalla guerra e dai conflitti in genere ci motiva ancora di più nella ricerca di un'alternativa pacifica al conflitto. Un'alternativa che guardi oltre le risoluzioni militari.

 

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Muhidin Hamamdzic: "Sarajevo e l'instabilità della Bosnia Erzegovina"

Sento questo incontro come la riunione degli amici della libertà, della democrazia e della gioia di vivere in generale. Come sindaco di Sarajevo, la città che è sopravvissuta all'assedio militare più lungo della storia moderna, ho forte questa sensazione, e voi che siete presenti qui siete la conferma delle mie speranze e aspettative di quelle difficili 1.000 notti, senza sonno e senza cibo, sotto il fuoco dell'artiglieria, quando continuavo a dire a me stesso e agli altri: "Prima o poi, l'Europa riconoscerà i valori che si difendono a Sarajevo e in Bosnia Erzegovina".

Il tema suggerito per il mio discorso è "Sarajevo e l'instabilità della Bosnia-Erzegovina"; se mi permettete, vorrei allargare un po' e intitolarlo "Sarajevo, Bosnia e l'instabilità dell'Europa".

Questo perché, se Sarajevo avesse ceduto fra il 1992 e il 1995, se fosse stata conquistata dall'esercito che attaccava la città sotto la bandiera dell'odio nazionale di un qualsiasi Slobodan Milosevic, sono sicuro che questa sarebbe stata la più disastrosa sconfitta dell'Europa democratica.

A Sarajevo si è lottato per, e si è difesa, l'idea di un'Europa senza confini, di un'Europa di cittadini eguali, di un'Europa delle autorità statali e locali responsabili e al servizio dei cittadini, di un'Europa in cui si viva bene e felicemente.

Vorrei cogliere l'occasione per rilevare che i grandi principi della civilizzazione occidentale devono vigere anche per i piccoli popoli e per i paesi confusi nella transizione, che sembrano essere, per usare le parole dei media, in situazione di 'adolescenza prolungata'. L'attenzione materna dell'Europa democratica è necessaria e noi in Bosnia Erzegovina comprendiamo quest'attenzione come una supervisione opportuna e bene accetta, fino a quando le cose non cambieranno, assumendo un corso normale, logico, maturo e quotidiano. I conflitti e l'incomprensione con la comunità internazionale, e sto parlando della parte democratica della politica e dell'opinione pubblica della Bosnia, sono il risultato della nostra impazienza e del nostro desiderio di accelerare il processo che condurrà la Bosnia al luogo a cui essa da sempre appartiene: l'Europa. Spero che le ambizioni nostalgiche e imperiali di certi personaggi, che vedevano la Bosnia come una colonia africana del XIX secolo, e se stessi nel ruolo di missionari, siano definitivamente tramontate.

Poiché rischio di allontanarmi definitivamente dal tema, e questa è una specialità balcanica, cercherò di spiegare la correlazione fra Sarajevo e la Bosnia e fra la Bosnia e l'Europa. Un bravo matematico potrebbe esprimerla con una formula matematica. E dove c'è la matematica, non c'è spazio per le emozioni e la soggettività.

Quanto più Sarajevo è instabile, quanto più sono negativi o in deterioramento i processi politici ed economici nella città, tanto più c'è instabilità nell'intera Bosnia Erzegovina. Parallelamente a quanto accade a Sarajevo, le cose peggiorano molto più intensamente nelle province. E viceversa, ogni progresso, ogni evoluzione a Sarajevo significa il rilassarsi delle tensioni e delle passioni nelle aree della provincia. E questa idea, l'idea di offrire alla gente il senso della prospettiva e della visione del futuro, è ciò che ha condotto Sarajevo a candidarsi per ospitare le Olimpiadi invernali del 2010. Sarajevo potrebbe essere l'unità di misura della situazione politica dell'intera Bosnia Erzegovina.

Senza una Sarajevo stabile, non può esistere una Bosnia Erzegovina stabile.

Andiamo avanti. L'assenza di una Bosnia stabile, pacifica, multireligiosa e multiculturale mette in questione questi stessi valori nell'Europa occidentale. Erigere confini interni alla Bosnia, insistere su divisioni e barriere, sulla pulizia etnica etc. è, di fatto, un modo per gettare le basi per l'estensione della piaga nazionalista anche a questa parte, speriamo sana, dell'Europa. Ciò che è avvenuto in Bosnia Erzegovina è stato infatti il revival dell'idea, e ancor più della pratica, del fascismo e del totalitarismo, organizzato sulle rovine di un altro totalitarismo. Durante la disgraziata guerra in Bosnia Erzegovina, tutte, ma proprio tutte, le organizzazioni e i movimenti terroristici, separatisti e fascisti in Europa hanno acquisito "esperienza" attraverso l'azione dei loro simili bosniaci. Sarajevo ebbe la forza di resistere, all'inizio dolorosamente sola, al neofascismo di tipo mafioso, che avrebbe dovuto portare al vertice della piramide sociale ed economica numerose famiglie delle cosiddette élite nazionali. Sebbene questo piano non sia riuscito a Sarajevo durante la guerra, esiste il reale pericolo che tale idea possa essere realizzata in tempo di pace, attraverso la conquista economica dell'area. Quello che non è stato possibile realizzare con le armi e con il genocidio, adesso, nelle nuove circostanze, sta avvenendo attraverso le banche e una generale corruzione. Il miglior esempio di questa affermazione sono i recenti avvenimenti a Mostar, ossia le attività di un partito politico sulle tipiche posizioni di "Cosa Nostra" in cui un capo della polizia organizza un attacco ad una banca etc., etc.

E adesso l'equazione, con due elementi noti, è risolta.

La pratica dell'apertura assoluta di Sarajevo verso tutta la Bosnia Erzegovina dovrebbe essere di ispirazione anche per l'Europa. Noi stiamo cancellando i confini interni alla Bosnia. Ma, dopo la caduta del muro di Berlino, l'Europa sta costruendo nuovi muri verso l'Est! I paesi in transizione sono letteralmente "tagliati fuori" dall'Occidente. L'Europa senza frontiere ha una nuova linea Maginot, un "corridoio sanitario" tra se stessa e i paesi in transizione, e, oso dire, in particolare verso la Bosnia.

Il visto Schengen è un nuovo male e un nuovo Muro di Berlino. In Europa ci sono due categorie di cittadini: quelli che hanno passaporti di valore e gli altri, che perdono ore e giorni aspettando in coda davanti ai consolati dei paesi dell'Unione Europea, per ottenere visti umilianti che scadono di lì a tre o cinque, al massimo venti, giorni.

I grandi principi cadono sulle piccole cose.

La città di Sarajevo e il mio intero paese sono immensamente riconoscenti alla Comunità Internazionale per avere fermato la guerra in Bosnia. Ma, saremmo molto più felici se poteste impedire altri potenziali conflitti che rappresentano un effettivo pericolo, prima di tutto, per il nostro buon Vecchio Continente. L'Europa, con il sistema di Schengen, si comporta come una brava donna di casa che cerca di nascondere le immondizie sotto il tappeto, ma senza risolvere nulla. La differenza tra poveri e ricchi è sempre più grande e sempre più profonda.

Ai confini di Schengen c'è un nuovo esercito di gente amareggiata, delusa e discriminata. Sarajevo e la Bosnia Erzegovina non stanno commettendo quest'errore. Vi prego di tenerlo a mente.

Vi saluto e vi ringrazio per l'attenzione.

 

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Rada Ivekovic: "Transizioni"

Nelle pagine seguenti, cercherò di spiegare (anche se in modo insolito) il termine transizione, confrontando le transizioni post-colonialiste e quelle post-socialiste. Oggi si parla di transizione, all'interno della globalizzazione, contrapponendola alle frammentazioni che si creano lungo i confini "etnici" delle nazioni. Cercherò inoltre di spiegare l'importanza della soglia del 1989 e in particolare il suo significato per la costruzione dell'Europa.

"Transizione" è un termine tornato in uso dopo lo smantellamento del muro di Berlino, per indicare ciò che è normalmente definita la "transizione post-comunista". Prima di allora il termine era principalmente usato per indicare le transizioni latino-americane dalla dittatura alla democrazia. Il termine non è molto chiaro e spesso comprende il trionfalismo legato alla restaurazione del capitalismo occidentale. Piuttosto, vorremmo parlare di integrazione europea nel contesto della globalizzazione, e non solo in quello della transizione post-comunista, che è davvero un ambito troppo limitato, per molte ragioni. Prima di tutto è limitato perché il muro è caduto da entrambi i lati e non solo da uno, e perché è l'intera dicotomia della Guerra Fredda, Est/Ovest, comunismo/capitalismo, che ha ricevuto un duro colpo: non è solo il comunismo, quindi, ad aver fallito, ma l'intero sistema di equilibrio è crollato. Il termine transizione è limitante anche perché l'integrazione dell'Europa si svolge all'interno di una ben più grande cornice, che è l'intero mondo della globalizzazione, sia di Davos che di Porto Allegre nel 2001. Il mio lavoro sul post-colonialismo, sulla spartizione del continente sub-indiano e su spartizioni simili, mi ha convinto che la transizione post-coloniale assomiglia alla transizione post-comunista, e che il difficile sviluppo del terzo mondo assomiglia sempre più a ciò che accade in alcuni paesi dei Balcani e dell'Est Europa, se non in tutti. E mi ha anche convinto che possiamo imparare qualcosa da queste esperienze.

Le due transizioni

In cosa sono simili le due transizioni? Lo sono soprattutto dopo la Guerra Fredda che non è un fenomeno e una linea di demarcazione solo europea (è stato un fenomeno molto acuto, e non così "freddo" anche nel terzo mondo). La fine della Guerra Fredda coincide nella forma, e anche nella struttura, alla nuova configurazione economica e geopolitica del neo-liberismo globalizzato, che crea difficoltà allo sviluppo dei paesi del terzo mondo così come impedisce la ripresa dei paesi ex-comunisti (che è ciò che ci si aspetta). La similitudine della transizione post-comunista non è con la prima fase del post-colonialismo: allora i nazionalismi anti-coloniali furono i fautori della liberazione e ottennero la legittimazione dopo la Seconda Guerra Mondiale, attraverso gli anni sessanta, fino alla stessa linea di demarcazione del 1989 circa, decisiva anche per l'Europa. Maggiori movimenti di integrazione (Europa) e di globalizzazione producono sempre più frammentazione da una parte, e fondamentalismi etnici dall'altra, come abbiamo visto nel caso dei Balcani e di altri separazioni in Europa. Credo fermamente che l'integrazione europea e la disgregazione/ristrutturazione dei Balcani siano un solo e unico processo, e che la violenza in quegli stati fu il costo dell'integrazione europea. Un costo, che avrebbe potuto essere gestito diversamente, pagato per l'impazienza dei Balcani di entrare in Europa entro la fine degli anni Ottanta, e per l'esitazione dell'Europa ad integrarli o a stabilire un graduato programma di inserimento. In quel momento l'Europa non aveva il coraggio (né l'identità politica) di dire loro che sarebbero stati ammessi tutti assieme, o non sarebbero stati ammessi affatto. Molti di questi paesi credevano di poter essere meglio inseriti separatamente.

C'è una sorprendente somiglianza tra alcuni paesi del terzo mondo, vedi il caso dell'odierno Guatemala e di alcuni suoi processi interni, e le tensioni, la guerra e la violenza che avvengono all'interno di (o tra) alcune etnocrazie dell'Europa dell'Est. In Guatemala sono proprio ora i fondamentalismi identitari a spingere, una grossa novità, visto che sono elementi mai emersi duranti gli ultimi 36 anni di guerra civile, e apparsi solo dopo la reintegrazione del Guatemala nella comunità internazionale. Prima di questa ultima fase della globalizzazione, che impone un nuovo confronto etnico e processi di frammentazione socio-politica nella comunità, i conflitti in Guatemala erano espressi in termine di classi, ineguaglianze economiche, etc. Non che tutti i conflitti siano improvvisamente divenuti etnici (la Seconda Guerra Mondiale fu dopo tutto anche una "guerra etnica" secondo il vocabolario odierno, ma non era il modo in cui veniva chiamata), ma la terminologia è cambiata con la globalizzazione. Il periodo della Guerra Fredda fu un momento di Stati ideologicamente opposti, di armi e di violenza, e fu davvero una guerra civile diretta contro la popolazione intera, in Guatemala attraverso gli stati e le armi. Non è certamente paragonabile con la storia dei paesi socialisti (sebbene la storia post-coloniale nei paesi decolonizzati lo sia), ma le conseguenze sono molto simili, causate della nuova tendenza ad uniformare. La Guerra Fredda fu inoltre una rigida divisione in due blocchi. Ora la nuova configurazione del mondo favorisce le integrazioni planetarie di capitali, accompagnate da una frammentazione a livello locale, sociale e geopolitico.

In India, allo stesso modo, i movimenti nazionalisti di liberazione anti-coloniale legittimarono un processo secolare per ricostruire il paese. Con il suo sgretolamento, globalmente contemporaneo alla fine della Guerra Fredda, e localmente con la liberalizzazione dell'economia da parte dello Stato, sono emersi vari gruppi etnici, localismi e movimenti fondamentalisti. Hanno questi la stessa natura di quelli sorti in Europa (inclusi gli stati occidentali dove particolarismi locali non si sono sempre ben integrati nel sistema regionale e trans-nazionale): quasi tutti i paesi europei hanno esempi di questo tipo, e il caso italiano è tra i più evidenti (1). Non tutti questi fenomeni si possono attribuire al "post-comunismo". Esistono casi specifici ad esso riferibili, ma hanno caratteristiche molto varie, scoraggiando ogni stereotipo, ma stimolandone il confronto. Ciò che oggi chiamiamo "comunismo" non proveniva da un altro pianeta, ma era una diversa espressione della modernità, come lo era il "capitalismo". La complementarietà si estende e prosegue anche dopo la Guerra Fredda. Non dobbiamo perdere di vista un'integrazione che è più ampia ma anche sempre più incerta, rispetto a quella attuale in Europa (vale a dire la globalizzazione).

Confronto fra:
A) l'Europa dell'Est, nel mio esempio la Yugoslavia e
B) i paesi post-coloniali, nel mio esempio l'India (escludendo però l'altro mio altro esempio, il Guatemala).

Lo spartiacque della Seconda Guerra Mondiale condusse a situazioni come le seguenti:

Prima fase, dove socialismo (A) e post-colonialismo (B) hanno particolarità simili; Guerra Fredda;

a) Socialismo reale (con caratteristiche differenti tra, per esempio, USSR e Yugoslavia; certamente durante questo periodo Stati come la Polonia, la Cecoslovacchia o l'Ungheria evitarono lo spettro di un passato, fatto soprattutto di violenza, e avendone quindi un vantaggio), periodo di consolidamento dei Partiti-Stato. Il periodo si conclude con le ripartizioni (Yugoslavia, USSR, Cecoslovacchia). Paesi del terzo mondo come il Guatemala, d'altra parte, non hanno goduto di una vera e propria liberazione, subendo una brutale repressione durante tutta la Guerra Fredda (essendo nella sfera di interessi degli Stati Uniti).

b) Qui, per i paesi post-coloniali (B), le ripartizioni avvengono all'inizio di questa prima fase e sono occultate dall'immagine ufficiale di rivoluzioni post-coloniali (corrispondendo alla rivoluzione socialista nel modo in cui questi due eventi sono "fondanti"); è il primo periodo post-coloniale del progetto laico Nehruvian, il consolidamento della centralità laica dello stato.

Sia nel socialismo (A) che nel post-colonialismo (B), nella prima fase si ha a che fare con forme di modernità, ma questa ("incosciente", ma "felice", o felice perché incosciente), finisce tra diverse situazioni causate da una reale mancanza di democrazia. Nella seconda fase post-socialismo e post-colonialismo hanno caratteristiche simili nelle nuove frammentazioni, nazionalismi, fondamentalismi religiosi, ecc., e nel modo in cui le oligarchie in entrambi cercano di preservare/riformulare sè stesse e di escogitare nuove omogeneità; tutto questo entro un nuovo processo mondiale di globalizzazione che mostra da un lato integrazioni globalizzanti, dall'altro frammentazioni identitarie (restando due facce della stessa medaglia). È il difficile 1989 (una soglia mai fu così netta per il post-colonialismo, quanto lo fu per post-socialismo).

a) Come nel post-socialismo (A), qui le separazioni avvengono alla fine della seconda fase, che fu anche la delegittimazione del progetto socialista; il post-socialismo ha etnocrazie e gruppi di "centro" o di destra al potere; gli effetti del primo periodo di post-socialismo furono violenze, guerre e consolidamento delle etnocrazie; questo periodo non può essere confrontato con alcuni casi di "decolonizzazione" dal socialismo, sebbene siano stati fatti dei tentativi. Anche perché il socialismo sovvenziona le regioni sottosviluppate (2).

b) Erosione del progetto laico nazione, il post-colonialismo (B) è turbato da numerosi movimenti identitari (nazionalismi, etc.) e/o anche etnocrazie. L'erosione del progetto laico qui, corrisponde là all'erosione del progetto socialista. Gli effetti della esplosiva partizione dell'India si moltiplicano nei livelli interni, e continua nei livelli regionali e internazionali. Ed inoltre "etnicizzazione". Dopo questo periodo, paesi del terzo mondo come il Guatemala entrano direttamente nella "seconda fase", un momento di ulteriore etnicizzazione che viene dalle dinamiche della globalizzazione. Le rivendicazioni di riconoscimenti etnici trovano posto all'interno di formali progetti di diritti umani e di democrazie (liberali) dovunque, ma in modo davvero energico soprattutto nelle aree del terzo mondo e nell'ex blocco orientale.

Tutti questi meccanismi possono quindi essere efficacemente confrontati.

Osservando i paesi dell'ex Yugoslavia come sono oggi (3), in una forma che ostenta apertamente la sua natura transitoria, non possiamo che mostrarci scettici. Incontriamo solo una tiepida euforia attorno a queste etnocrazie, attorno a questi stati dove la "de-nazificazione" dopo le sanguinose guerre degli anni Ottanta non è ancora stata archiviata (4), o attorno a queste entità pseudo statali. Considerando che le nazioni sono per definizione incomplete e hanno forma instabile, non identiche a se stesse nella ricerca della loro identità, bisogna ammettere che occorrono perlomeno alcuni decenni perché un'area assuma una forma geopolitica e sani le ferite delle protratte violenze del passato. E l'accordo prenderà forma, mentre l'Europa ne sagoma il contorno. Ma l'Europa è costruita dello stesso materiale, sopra le stesse fondamenta e alla stessa stregua delle sue periferie, con l'unica differenza che il processo è più violento ai margini. Allora, nonostante non ci sia alternativa all'Europa e nonostante il processo sia ormai avviato, sono presenti consensi non solo positivi per il modo in cui l'Europa è costruita, ma nemmeno sembra possibile proporne degli altri. È anche vero che, per come stanno le cose, non ci sono alternative all'integrazione dell'Est Europa e dei paesi Balcani all'interno dell'Unione Europea. E nemmeno su questo c'è troppo ottimismo. È chiaro che ogni inclusione implica qualche esclusione. L'Europa impedirà l'ingresso alla Turchia? E un giorno lo impedirà all'Azerbaijan? È certamente questione di tempo, ma l'Europa non è un continente a se stante, può essere anzi visto come l'appendice occidentale dell'Asia, e il processo di integrazione rende lo spostamento dei confini alquanto favorevole all'Est, mentre il meccanismo, fin qui, rimane lo stesso. Nella buona presentazione di questo convegno "Di-segnare l'Europa", che abbiamo ricevuto assieme all'invito a partecipare, non c'è alcun riferimento a tutti i meccanismi interni all'Europa occidentale di etnicizzazione, ai crescenti partiti populisti di destra regionali, alla disintegrazione, meccanismi che non sono del tutto diversi, sebbene siano per il momento più sfocati, di quelli che hanno luogo nei Balcani e che vengono descritti nella stessa introduzione. È necessario tenerne conto nella ricostruzione che sta avendo luogo. Perché i paesi Balcani siano considerati come "membri virtuali" (sebbene non sia ancora chiaro cosa significhi) dell'Europa occorreranno più di dieci anni. Se ci fosse stato un principio di integrazione dieci anni fa, il processo di integrazione sarebbe certamente stato più lento, ma possibilmente meno violento nei Balcani, e forse l'aspettativa prima delle elezioni in Italia in due settimane, sarebbe stata differente. Si potrebbe riflettere su cosa significa la cittadinanza europea. Perché si possono spostare i confini europei ulteriormente a Est, ma se non si cambia l'idea di cittadinanza e il concetto di confine, stato, nazione, resteranno gli stessi problemi - clandestini, illegali. L'identità europea transnazionale sarà pensata in modo diverso dall'appartenenza alla sola propria nazione? Per i primi tempi, nazionale e identità dello stato è un concetto esclusivo, esclude coloro che non sono "appartenenti".

Non credo che confidare nelle idee di società civile, auto-governo e simili possa essere una soluzione, e certamente non penso che ogni tipo di comunità o di comunitarianismo, autonomismo, possa essere di alcuna utilità, per la sua intrinseca struttura patriarcale: la società civile non è un miracolo, ma riproduce le qualità della società o della comunità da cui si parte. Abbiamo visto negli ex paesi iugoslavi come la società civile e lo spazio pubblico abbiano permesso la libertà e la possibilità di esprimere ogni possibile razzismo e punto di vista etnico. Se si ha una società non democratica, anche la sua società civile non sarà democratica, non sarà civica (cf. civico/civile). Se non coltiviamo la resistenza, il pluralismo democratico, l'opposizione, le sfide dei cittadini all'autorità e il controllo del potere, così come l'apertura e l'ospitalità agli altri nel cuore dell'Europa, se neghiamo la libertà di espressione alle numerose cittadinanze di tutti gli individui, non faremo altro che gettare le basi di futuri conflitti, sia interni che esterni. Credo che l'Europa possa anche essere immaginata differentemente.

Ciò di cui abbiamo veramente bisogno, è di ricostruire filosoficamente e seriamente i concetti che stiamo usando (sono una filosofa), ma non credo sia né il momento né il posto giusto. Tuttavia, possiamo imparare molto dal passato. Per esempio, la partizione che sta ancora avendo luogo di India e Pakistan, che è comincia nel 1947-48 attraverso una piccola guerra civile, non riconosciuta come tale perché iniziata all'interno dei movimenti anti-coloniali, può aiutarci molto a capire la disintegrazione iugoslava. Ho scritto molto a questo proposito (5). Ciò che posso riassumere brevemente su questo punto è che non esiste alcuna particolare ragione per cui il processo di disintegrazione debba finire. Si può immaginare che vada ulteriormente avanti, anche all'interno dell'Europa, come parte di una riconfigurazione più avanzata. La ripartizione conduce a nuove nazioni, e le nazioni causano ripartizioni, sembra essere una regola generale, se consideriamo le nazioni come mai identiche e mai sufficienti a se stesse, e anche come un'invenzione, qualcosa di immaginario che si usa nelle narrazioni e nei discorsi. La nazione è l'ideale che diamo a noi stessi in anticipo con la promessa di esaudirlo in futuro, come un patto su ciò che potrebbe essere. È un processo. Inoltre, è una comunità e non una società, e occorre del tempo per trasformarla in una società, per mezzo dello stato, il fatto che lo stato sia piuttosto pubblico (patriarcale) non è sempre davvero utile. Ma, alla fine degli anni Ottanta, l'Europa non concesse nessuna possibilità all'ex Yugoslavia di essere un futuro membro, non c'era nessuna prospettiva futura, l'unica possibilità era entrare immediatamente. "Immediatamente" può significare solo violenza e guerra. Ma il meccanismo della violenza non era stato previsto dai fautori della nostra Europa.

Il vero problema è come comprendere le integrazioni locali, la soglia che arriva al nostro oggi dal 1989, che è anche la data da cui la globalizzazione diventa visibile come una configurazione economica ultra-liberale. È in questo contesto che l'Europa sta costruendo le sue basi, con i suoi interni, ma anche esterni, paradossi e contraddizioni.

La soglia del 1989

L'anno 1989 segna la demarcazione della fine del socialismo ed è la data in cui inizia la "transizione" post-socialista, mai realmente ben definita. La generale perdita dell'universale, o la sua corruzione dal 1989, sembra indicare la ricerca di una nuova totalità attraverso sforzi come l'allargamento dell'Europa, etc. D'altra parte persino i talebani sembrano confermare questo. Il loro alimento è una incanalamento politico basato su una enorme frustrazione sessuale e sulla segregazione, intelligentemente (e con perseveranza) mantenuta e strumentalizzata da un movimento anti-politico e totalitario. La loro pazzia collettiva non solo mostra che le differenze sessuali sono il principio di ogni problema politico, ma anche che ciò che è sotto accusa è la modernità (occidentale), di cui "socialismo" e "capitalismo" ne rappresentano solo forme particolari. Il nazionalismo (le cui origini durante la rivoluzione francese vennero senz'altro dal partito di sinistra, da cui, però, si è esso stesso presto distaccato) non è altro che un tentativo di ricostruire un valore universale dopo il collasso di quelli precedenti, diventati ormai falsi: viene proposto così come universale un interesse puramente particolare.

Dopo la dicotomia che ha diviso il mondo, l'integrazione nazionale e trans-nazionale, come quella europea (è solo un problema di denominazione), era e rimane un tentativo di evitare le divisioni sociali attraverso un alto principio ideologico e un incarico ideale. È un principio che viene dall'alto, imposto, che si suppone possa procurare una coesione al di là delle divisioni, investito di un potere divino, trascendentale (che rimpiazza, e secolarizza, il divino potere dell'Antico Regime). La nazione si rivela così essere una delle più grandi figure storiche di trascendenza. Si rivendica uno stato anche laddove esso non ha ragione d'essere, invece di avere una struttura giuridica che miri alla neutralizzazione delle differenze. Allo stesso tempo, mentre viene finalmente archiviato come "ritardatario" ciò che abbiamo in modo eufemistico chiamato "sviluppo delle nazioni", all'interno delle struttura della globalizzazione (mondializzazione) del modello occidentale di modernità, il "capital-sans-frontières" diventa trans-nazionale e indica la direzione di nuovi principi universali, in relazione ai quali si sarà comunque sempre in "ritardo". Questo è normalmente definito multiculturalismo, in riferimento al riconoscimento delle differenze... all'interno della gerarchia neoliberista. Le transizioni si svolgono sotto queste inique condizioni.

In tutti questi paesi, lo spazio politico ha bisogno di aperture e di ricostruzione, e i soggetti politici, i cittadini, hanno bisogno di essere più partecipi, anche quelli che sono stati silenziosi in passato. Questo è il luogo per la negoziazione su chi dovrà avere accesso (e in quali condizioni9 al potere pubblico e politico. Questo è ciò che significa "transizione", un periodo di rinegoziazione delle relazioni politiche. Ma un soggetto politico democratico sarà ricostruito solo con il giudizio condiviso e reciproco di tutti gli individui che lo esercitano, evitando qualsiasi tipo di estremismo, sia invidualistico che colletivistico, e forzature identitarie. L'auto-realizzazione deve ora includere le condivisione, come avrebbe detto Romano Màdera (6). D'altra parte è chiaro che abbiamo bisogno di nuovi strumenti epistemologici piuttosto che aggrapparci ai cambiamenti in atto. "Resta da vedere cosa accade durante questa transizione del sistema attuale verso un nuovo sistema o verso numerosi altri", scrive Immanuel Wallerstein parlando delle trasformazioni del "sistema globale" all'interno della globalizzazione (7). E continua dicendo: "non sembra che il solito modo di vedere le cose possa essere ancora appropriato".

La costante affermazione di differenze nella retorica dei signori della guerra e in quella dei peacemaker stranieri è solo il segno del loro rifiuto alla collaborazione. Il loro appello appare ambiguo per il suo carattere imperativo, perché è la sola espressione che ricopre sia l'approvazione che il rifiuto. Il linguaggio, rinforzando le differenze, pretende di saper definire qualsiasi cosa, di dar fondo a ogni significato e di legiferare. Pretende di possedere la verità e di stabilirne il solo significato.

Così l'Europa auto-legittima se stessa attraverso l'immagine benevola e universale che dà di sé, prendendo giustificazione e riconoscimento dagli aiuti verso gli altri (come in uno specchio) a coloro a cui vorrebbe servire da modello da imitare: l'Europa dell'Est ha già giocato questo ruolo, ora tocca al terzo mondo.

Le promesse non mantenute: il godimento anticipato dell'Europa (Europa costruita, ma anche da essere costruita) avviene attraverso la violenza, perché segue lo stesso schema del liberismo che "imita la distribuzione dei diritti" (8) mentre costruisce una nuova teoria politica che rimpiazzi l'economia. Diritti inutili e astratti, come questo luogo immaginario di investimenti che è la Nazione, sono opposti al concreto luogo di godimento dei beni, da loro anticipati, ma senza averne nemmeno il comando. Il socialismo, come la sua promessa di felicità futura rimasta fuori portata, si basa sulla stessa sostanza. Inoltre, i Balcani imitano l'Europa perché è l'unico modo per goderne (in un continuo posporre). L'Europa è la grande promessa non mantenuta, insostenibile sotto le condizioni della dicotomia riaffermata. Sotto tali condizioni, potranno esserci tregue, ma non vera pace. Queste bugiarde anticipazioni di promesse insostenibili, come quella di un anticipato godimento della Nazione nella e attraverso la guerra, spiana in anticipo la dimensione temporale sostenendo le diversità e le differenze, tanto da permettere loro di giustificare la violenza.

 

Note
(1) Vedi il concetto di "populismo Alpino" di Paolo Rumiz, o il lavoro di Bruno Luverà e altri. P.Rumiz, "Le populism alpin", in Transeuropéennes 18, 2000, p. 103-123 ; La secessione legggera. Dove nasce la rabbia del profondo nord, Editori Riuniti, Roma 1998. B.Luverà, I confini dell'odio. Il nazionalismo etnico e la nuova destra europea, ER, Roma 1999; Il Dottor H. Haider e la nuova destra europea, Einaudi, Torino 2000. E inoltre: M.Huysseune, "Masculinity and secessionism in Italy: an assessment" in: Nations and Nationalism, vol. 6, Part 4 ooctober 2000, edizione speciale su "Gender and Nationalism", ed. By D. Kandiyoti, pp. 591-611. (torna su)
(2) Ivan Ivekov, "Yugoslavia, Fragmentation and Globalizzation: Some Comparisons", manoscritto preparato per il "Wourld Form for Alternatives" (WFA) come uno dei testi base per la sua Relazione Annuale "The Wourld Seen By Its People" (2001). (torna su)
(3) Gabriella Fusi, "Il movimento studentesco in Yugoslavia", in Pimavera di Praga e dintorni. Alle origini del '89, a cura di Francesco Leoncini e Carla Tonini, Ed. Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole 2000. (torna su)
(4) Ma la de-nazificazione della Germania fu possibile tra le altre cose grazie alla colonizzazione degli alleati nel dopo guerra, che, tranne per il Kossovo e per parte della Bosnia-Ervegovia, non fu fatta qui. (torna su)
(5) Vedi l'edizione speciale del giornale "Transeuropéennes" 19/20, 2001 (Parigi) sulle partizioni comparate. (torna su)
(6) Romano Màdera, L'alchimia ribelle. Per non rassegnarsi al dominio delle cose, Palomar, Bari 1997. (torna su)
(7) I.Wallerstein, "De Bandoung à Seattle. C'était quoi, le tiers-monde?", in Le monde diplomatique, agosto 2000, pp.18-19. [Tradotto da me in inglese]. (torna su)
(8)
Jacques Poulain, alla conferenza "Gué de la guerre et jurer la paix", Università di Parigi-8, giugno 1995, e altri scritti. (torna su)

 

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Giulio Marcon: "Promuovere la crescita delle società civile"

I contributi che abbiamo ascoltato hanno messo in evidenza come i Balcani siano ancora una ferita aperta, come ancora dopo 10 anni di conflitti ci siano molti punti interrogativi, molte incertezze. Le prospettive di sviluppo, di democratizzazione devono essere ancora sviluppate e ulteriormente consolidate. Non bisogna però cadere nel pessimismo, perché anche nei Balcani la società civile ha fatto passi molto significativi: anche in queste aree le forze democratiche antinazionaliste hanno vinto e hanno affermato anche a livello di governo la loro presenza. Le leadership nazionaliste che sono state responsabili di queste guerre non sono più al potere nei Paesi che furono interessati da questi conflitti. Si afferma così una speranza che questo lento, faticoso, ma inevitabile processo di rafforzamento democratico possa svilupparsi ancora di più e porre delle basi solide per il futuro di questi Paesi.

Le importanti testimonianze di questa sera dimostrano che in queste aree c'erano e ci sono punti di vista, esperienze, elaborazioni, proposte che, negli anni Novanta, avrebbero dovuto essere sostenute con più forza dalla Comunità Internazionale e dai governi. Ci sono state forze e posizioni che non sono state ascoltate e sostenute e che invece molti di noi (ong, forze della cultura, società civile) hanno cercato di sostenere e aiutare.

Noi come Consorzio Italiano di Solidarietà abbiamo cercato di praticare quella ingerenza umanitaria dal basso caratterizzata da una diplomazia dal basso, una diplomazia popolare. Un errore di fondo commesso in questi anni dalla Comunità Internazionale è stato quello di avere verso questi Paesi "in transizione" - che uscivano cioè dal processo avviato con la caduta del muro di Berlino - un approccio estemporaneo. Si aveva l'impressione che la Comunità Internazionale suddividesse questa zona d'Europa in spazi diversi: coloro che andavano integrati erano separati da coloro che dovevano essere lasciati al loro destino. Se l'Europa avesse avuto un atteggiamento coerente, il Patto di Stabilità sarebbe stato promosso nel '89, non nel '99. E senza creare discriminazioni, si avrebbe cercato di favorire la soluzione di quei conflitti che inevitabilmente sarebbero emersi con un approccio integrato, che cioè guardava a questi Paesi come parte integrante dell'Europa. Il progetto della costruzione di una "casa comune europea" è stato progressivamente abbandonato.

Occorreva invece creare politiche di integrazione economica attraverso la salvaguardia di un processo graduale di transizione economica, un'integrazione istituzionale basata sulle compatibilità democratiche e di rispetto dei diritti umani, e infine un'integrazione e un confronto di carattere culturale attraverso scambi tra i popoli e le comunità. Il nazionalismo si radica nelle culture che rimangono chiuse, alle quali non viene data la possibilità di aprirsi e stabilire relazioni con gli altri. Ci siamo chiesti perché l'Europa non propone, come ha fatto per gli studenti universitari dell'Unione Europea, una sorte di progetto Erasmus per i giovani dell'Europa, inclusi quelli che vengono dall'area balcanica. Un meccanismo di circolazione che favorisca gli scambi, l'integrazione, il contatto, la conoscenza reciproca è il modo migliore per sconfiggere, a partire dalle giovani generazioni, la cultura nazionalistica. La stessa cosa vale per la difesa delle minoranze e dei diritti umani: nel Patto di Stabilità il tema dell'asilo, fondamentale, non è stato inserito nel primo tavolo - quello relativo alla difesa dei diritti umani - ma nel terzo, che affronta il tema della sicurezza, intesa anche come coordinamento delle forze di polizia, come fosse un tema di ordine pubblico.

L'Europa deve attrezzarsi in modo diverso. L'obiettivo è la sicurezza, la pace: è importante costruire la pace e condizioni effettive di uno sviluppo pacifico di questi territori (convivenza, giustizia, rispetto dei diritti umani). Occorrono però politiche concrete, di sostegno allo "sviluppo umano". Queste guerre hanno distrutto soprattutto il senso di appartenenza alla stessa comunità. Se poi il Patto di Stabilità raccoglie i soldi riservando il 90% al tentativo di ripresa economica e produttiva e destinando solo le briciole allo sviluppo umano e alla ricostruzione democratica di quei Paesi, come si può pensare di porre su basi solide la pace in quelle aree?

Serve quindi un intervento diverso e nuovo, puntando molto in questa direzione anche con investimenti concreti. Bisogna finalizzare bene l'aiuto, che deve essere un meccanismo per permettere uno sviluppo economico autocentrato, per consentire l'autogoverno delle comunità, per promuovere la crescita delle società civile. Quest'ultima è il vero antidoto contro il ritorno della guerra e della violenza.

Noi proponiamo che da questa conferenza parta un appello, che abbia una dimensione europea e che sia rivolto ai responsabili delle associazioni internazionali, perché ci sia una ripresa e uno slancio dell'intervento in questa direzione. Non vogliamo che questi popoli siano abbandonati al loro destino di "relativa sicurezza". Finita la costruzione dell'Europa delle finanze, occorre costruire l'Europa della pace e della convivenza, ma non senza i Balcani. Finché i Balcani non faranno parte integralmente dell'Europa, questo sogno non si potrà avverare. Dobbiamo avere la visione di un futuro comune, che abbia nelle parole della democrazia, dei diritti umani, della convivenza i suoi punti fondamentali.

 

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Gabriele Martignago: "Le risposte della Comunità Internazionale"

Vorrei raccontarvi alcuni elementi della mia esperienza quadriennale svolta in Kossovo, Macedonia, Bosnia e Montenegro. I collegamenti tra i vari Paesi sono molto difficili: per andare da Sarajevo a Podgorica ci sono 180 Km, ma se si vogliono utilizzare mezzi pubblici più moderni bisogna volare a Vienna o Zurigo. Questa difficoltà di comunicazione tra i vari centri non è un problema minimale: la maggior parte delle persone che hanno possibilità di muoversi ha più familiarità con città come Berlino e Londra che con le città loro vicine. Raramente trovo persone che da un Paese si muovono in un altro.

Il Patto di Stabilità, un prodotto voluto dalla Comunità Internazionale, non è nato dopo il Kossovo, ma è il primo tentativo per superare un tipo di approccio - quello per gestire il post-crisi - a favore di un altro, e cioè di una prevenzione del conflitto e della gestione a lungo termine della pace. E questo attraverso un cambiamento radicale, cioè passando da un approccio bilaterale a un approccio regionale. La Comunità Internazionale si è resa conto che se non esporta stabilità, importa instabilità e insicurezza.

Nei Paesi che noi consideriamo, per la parte civile dal 1991 al 1999 la Comunità Internazionale ha speso 9 miliardi di Euro; per la sicurezza ha speso nello stesso periodo più di 50 milioni di Euro. Questo dà la dimensione del problema.

Il Patto di Stabilità è il primo serio tentativo della Comunità Internazionale di superare la logica di reagire alle crisi con una strategia di lungo termine della prevenzione dei conflitti. L'idea è nata nel 1998, prima della crisi del Kossovo. La costruzione di una pace duratura passa attraverso la costruzione di un ambiente sicuro, la promozione di un sistema democratico e la promozione dello sviluppo economico e sociale. La struttura e il metodo di lavoro sono modellate sull'esperienza del CSCI in particolare ai tavoli regionali e di lavoro: per la prima volta e in pari dignità lavorano i responsabili dell'Europa del sud-est con i responsabili dei principali Paesi occidentali e delle istituzioni finanziarie internazionali. Insieme concorrono a definire il futuro delle regioni e le priorità dei contenuti di tutti i tavoli di lavoro. L'assistenza economica a supporto delle diverse iniziative è congiuntamente definita nel joined office tra la Commissione Europea e la Banca Mondiale: di questo joined office sono membri i ministeri delle finanze dell'Europa, dei Paesi del G8 e i dirigenti delle principali istituzioni finanziarie L'obiettivo del Patto di Stabilità è quello di facilitare la piena integrazione dei Paesi dell'area nell'ambito europeo e atlantico. L'attrazione principale per la collaborazione di questi Paesi e per ottenere il loro consenso è la promessa da parte della Comunità Internazionale dell'entrata in Europa. A tal fine il Consiglio d'Europa ha fissato dei criteri, che riguardano un minimo di riforme democratiche, istituzionali ed economiche . Quindi come passo intermedio è stato generato il Patto di Stabilità e Associazione. Questo oggi riguarda tutti i Paesi, mentre inizialmente escludeva la Croazia e la Federazione Jugoslava. Accanto ai fondi del Patto di Stabilità, l'Unione Europea ha messo a disposizione ulteriori 4 miliardi di Euro per i prossimi 5 anni. Se è importante l'aspetto economico, che assorbe circa il 90% dei fondi, non meno importanti sono gli aspetti relativi allo sviluppo della società civile e della sicurezza. Questi sono organizzati su tre tavoli di lavoro distinti: la società civile, lo sviluppo economico, la sicurezza.

Il Patto di Stabilità è in funzione da circa un anno. E' noto che la storia della cooperazione internazionale è tutt'altro che positiva: alla fine ciò che rimane è il 30% dei fondi e i tempi degli interventi, soprattutto bilaterali, lasciano molto a desiderare. Il Patto di Stabilità cerca di agire lavorando per instaurare un processo comune, perché "il sentiero si fa camminando": è dunque importante lavorare insieme per poter sviluppare un discorso regionale.

 

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Andrea Segré: "Lo sviluppo locale autocentrato"

Ci sono molti modi per presentare i Balcani, questo spazio che produce più storia di quanto possa consumarne, per alcuni la vetrina del nostro continente e per altri il suo termometro, la culla d'Europa o la sua polveriera.

Cercherò di illustrare una proposta per un percorso concreto di sviluppo dei Balcani e che ruota intorno alla nozione di sviluppo locale autocentrato, un approccio che manca totalmente nel sistema degli aiuti pubblici portato avanti dalla diplomazia ufficiale in forma bilaterale. Illustrerò questo sviluppo economico endogeno, o integrato, dal punto di vista teorico.

Si tratta di uno sviluppo che porta a un capovolgimento della tradizionale logica di sviluppo, che assegna alle autorità di governo il compito di disegnare una strategia di sviluppo dall'alto, per introdurre invece un ruolo attivo dell'individuo nel contribuire ad azioni collettive di sviluppo che provengono dal basso. In questo senso la partecipazione degli attori locali diventa un punto centrale e una strategia, che comunque deve essere promossa dalle istituzioni per designare poi degli strumenti in grado di aggregare le forze locali. E' dunque un approccio molto complesso: dobbiamo capire le caratteristiche di una strategia di sviluppo endogeno e approfondire le reali potenzialità di una regione depressa, non solo attraverso dei dati quantitativi ma attraverso analisi conoscitive sul campo. Si devono promuovere delle azioni nel campo dei diritti civili, dell'istruzione, della sicurezza igienico-sanitaria, azioni dimostrative per il trasferimento di procedure che potrebbero essere introdotte, un coinvolgimento di forze locali. Bisogna poi definire il ruolo delle autorità di governo per capire le logiche di consenso, per definire un sistema credibile di tutela dei diritti dei cittadini. Occorre capire il ruolo degli attori locali, cercare di garantire attraverso forme di aggregazione il massimo coinvolgimento degli individui. E' evidente però che uno sviluppo di questo tipo, proprio per gli elementi che mette in gioco, deve fare sistema e creare delle reti, partendo dal territorio attraverso una forma di autogoverno delle autorità locali. Ciò deve avvenire in una dialettica aperta tra il locale e il globale, perché questo porti a un reale processo di integrazione.

Nella pratica c'è però un'assenza di un disegno complessivo di una ricostruzione economica nell'area balcanica: manca un coordinamento tra la miriade di organizzazioni internazionali che operano in quest'area. Ognuna di queste ha un fine, un obiettivo diverso. C'è poi un'esiguità di fondi per la ricostruzione. Il problema sta a monte: il sistema degli aiuti internazionali allo sviluppo ha altri obiettivi, l'aiuto effettivamente non aiuta i cosiddetti beneficiari, inoltre questi progetti non fanno per nulla riferimento alle realtà locali. L'approccio a questi Paesi del secondo mondo è lo stesso adottato nei confronti dei Paesi del terzo mondo.

Questa logica perversa è soprattutto miope nel lungo periodo, perché sta portando a una progressiva marginalizzazione di quelle aree. Tale marginalizzazione provocherà un forte dualismo che si rivolgerà contro lo stesso mondo occidentale, se non si farà qualcosa subito. In questo senso va letta la proposta dello sviluppo locale autocentrato, vista non in chiave alternativa, ma complementare rispetto al progetto di globalizzazione. Una chiave di lettura che si sposa perfettamente con i valori della cooperazione non governativa e del volontariato.

 

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