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MAI PIÙ TORTURA IN BRASILE
Intervista a Gino Tapparelli, docente all'università dello Stato di Bahia - Salvador.

All'interno di AMERICA LATINA QuestAltroMondo
di Marco Pontoni

I gruppi "Tortura nunca mais" presenti in diverse città brasiliane si battono sia per fare luce sui crimini e le sparizioni di oppositori politici avvenute negli anni della dittatura - dal 1964 al 1985 - sia per denunciare il ricorso alla tortura, anche oggi, da parte di polizia e militari, nelle carceri, nelle delegacias (i commissariati della polizia civile) e nelle strade del paese. Ne abbiamo parlato con il professor Gino Tapparelli, sociologo dell'università dello Stato della Bahia di origini italiane, impegnato da anni nella difesa dei diritti umani e, con il nucleo bahiano di "Tortura nunca mais", nella campagna nazionale "Sos Tortura".

Professor Tapparelli, innanzitutto com'è arrivato in Brasile? Sono nato in Trentino, in un paese della valle di Non, Castelfondo, nel 1939. Sono andato in Brasile negli anni '60, con un gruppo religioso, come missionario. Inizialmente sono andato nel Paranà. Era appena iniziata la dittatura militare, quindi era praticamente impossibile non sentirsi coinvolti, in un modo o nell'altro, nelle vicende politiche del paese. Poi, quando ai militari sono subentratri i governi civili, non si è più parlato di tortura e di desaparecidos.

Invece lei - assieme ad altri - ha continuato ad occuparsene. Si, nel frattempo avevo fatto il mio percorso accademico in Brasile, in campo sociologico. All'università dello Stato della Bahia ho condotto per dieci anni una ricerca sulla tortura. Da qui è nato il progetto di diffondere nelle comunità, a partire proprio dall'università - parlo dell'università pubblica, che ha sedi distaccate in 24 diverse città dello Stato oltre che nella capitale Salvador - la consapevolezza dei diritti umani.

L'università è così impegnata nel sociale? La nostra università ha tre grandi missioni. Due sono comuni anche a tutte le università italiane: l'insegnamento e la ricerca. La terza mi pare che in Italia non ci sia, almeno non in questi termini: l'impegno nei confronti della società civile. In pratica l'attività sociale dell'università, e dei suoi studenti, si svolge su tre fronti: l'alfabetizzazione degli adulti, lo sviluppo delle comunità, la tutela dei diritti umani. Il contesto nel quale ci muoviamo è molto difficile: a Bahia - città di 3 milioni di abitanti, molti dei quali poveri - ci sono circa 1.600 morti violente all'anno. Abbiamo una media di quattro morti violente al giorno, metà delle quali sono omicidi.

Come si svolge l'attività a difesa dei diritti umani? L'attività è svolta da piccoli gruppi di studenti, coordinati da un professore, a cui si aggiunge l'appoggio di alcuni avvocati. I gruppi hanno seguito un percorso di formazione sul tema; quindi vanno nelle comunità locali - soprattutto nei barrios, nei quartieri poveri - per incontrare la gente e sviluppare strategie di lotta comuni.

Chi partecipa a questi incontri? In genere rappresentanti di associazioni rionali, studenti delle scuole superiori (che poi intendono iscriversi all'università), leader sindacali o di comunità parrocchiali. Sono loro a suggerire i temi di cui occuparsi. Ad esempio episodi di violenza avvenuti nei commissariati per estorcere delle confessioni, o in carcere, o ancora nel cosiddetto "29esimo commissariato", ovvero nella mata, nel bosco, perché a Bahia ci sono 28 commissariati, ma molti casi di maltrattamenti o tortura avvengono fuori, lontano da occhi indiscreti. L'obiettivo è creare una vera e propria equipe che segua i casi di tortura sul piano legale e su quello dell'informazione. Siamo anche sostenuti dall'esterno, in particolare dalla Fondazione Fontana, che ha iniziato a sponsorizzarci già nel 2001, e dalla Provincia autonoma di Trento, molto attiva sul versante della solidarietà internazionale, che ci appoggia dall'anno scorso. Grazie al sostegno finanziario che riceviamo abbiamo avviato finora 63 inchieste riguardanti torture.

Perché si tortura in Brasile e chi sono le vittime? La tortura viene praticata per strappare delle confessioni ai presunti criminali (dico presunti perché non sempre sono realmente colpevoli di qualcosa) oppure per dare una punizione esemplare. Oggi le vittime sono soprattutto i poveri, gli indiziati comuni, i criminali "di strada". Molti sono giovani, di pelle nera, senza lavoro o con un lavoro precario. A Bahia i casi di tortura ufficialmente riconosciuti al momento sono un centinaio, anche se nella realtà sono molti di più. Per questi crimini siamo il quarto stato del paese, dopo Minas Gerais, San Paolo e Parà. Si tortura ad esempio con il facão, una specie di coltello, o con l'elettroshock. Botte e frustate sono ugualmente diffuse, in carcere e fuori dal carcere. Quando la vittima muore, di solito riceve una pallottola in testa.

Immagino che il profilo delle vittime sia cambiato rispetto agli anni della dittatura. Sì, all'epoca le vittime erano gli oppositori politici della sinistra, la maggior parte di essi apparteneva alla classe media. I comitati di pressione "Tortura nunca mais" ("Tortura mai più") nati begli ultimi vent'anni cercano di fare luce anche sugli episodi avvenuti all'epoca, che sono stati velocemente insabbiati dopo il ritorno della democrazia. Quello di Bahia, presieduto da Diva Soares Santana, che è anche membro della Comissão Nacional de Familiares de Desaparecidos Políticos, è uno dei più vecchi.

Avete anche scritto una lettera aperta al governo Lula, affinché renda pubblici i documenti dell'epoca. Sì, i militari non hanno mai voluto consegnare i documenti relativi al periodo della dittatura in loro possesso. Recentemente il potentissimo network televisivo Rete Globo ha filmato degli agenti nell'atto di bruciare documenti degli anni della dittatura. C'è stato un grande scandalo e in conseguenza di ciò, al termine di un processo, un giudice ha sentenziato che il Governo deve informare le famiglie dei desaparecidos circa il luogo e le circostanze in cui i loro familiari sono morti. Ma il Governo Lula ha presentato ricorso contro questa sentenza, evidentemente a causa delle pressioni subite dai militari. Quello che ha fatto, invece, è stato di riconoscere un indennizzo per le vittime della dittatura.

Gli anni della dittatura militare in Brasile sono poco noti all'opinione pubblica occidentale. Sono molto più conosciute le nefandezze perpetrate da Pinochet in Cile o dai generali Argentini. Come mai? Forse i militari sono stati più bravi a nascondere ciò che facevano. In effetti oggi anche i giovani sanno poco degli anni dal 1964 al 1985. Nessun militare è mai stato condannato. I gruppi di pressione sono nati per questo; poi si sono rivolti anche ai casi che avvengono oggi. Solo pochi mesi fa un generale si è espresso pubblicamente in favore della tortura. Il problema, insomma, è tutt'altro che debellato.

Com'è la situazione sul piano legale? La costituzione del 1988, con la quale il Brasile si è democratizzato, all'articolo V tutela i diritti umani e condanna ogni forma di tortura. Nell'aprile del 1997 è stata varata la legge 9455 "Crimini di tortura". La sua finalità è di identificare, prevenire e punire la pratica della tortura. L'approvazione della legge è stata aiutata anche da un caso che ha fatto molto clamore in Brasile: a San Paolo un fotoreporter amatoriale aveva filmato dei poliziotti che torturavano dei giovani e ne uccidevano uno. In genere è difficile avere dei dati certi sulle violenze commesse dalla polizia perché l'unico testimone è la vittima o l'istituto medico-legale se la vittima viene visitata dopo avere subito tortura. C'è anche il problema della magistratura. In passato era totalmente asservita al potere politico. Oggi si sta rendendo più indipendente. In ogni stato c'è un pubblico ministero che ha il compito di difendere la costituzione e la cittadinanza. Esso può obbligare la polizia ad aprire un'inchiesta, e se qualcuno viene condannato per torture non può uscire di prigione su cauzione, né il suo reato cade in prescrizione.

Le condanne sono molte? A Bahia non c'è nessun poliziotto in prigione per queste ragioni. A livello nazionale dopo la campagna "SOS Tortura" sono stati fatti 16 processi; 11 di questi si sono conclusi con condanne, ma non ancora definitive. Un poliziotto ha anche aperto una causa contro di noi per diffamazione.

Avere una legge non significa necessariamente che essa venga applicata. Infatti. Nel 2000 il relatore della commissione dei diritti umani delle Nazioni Unite Nigel Rodley ha visitato alcuni stati brasiliani. Nella sua relazione, presentata l'11 aprile 2001 a Ginevra, si legge che "la tortura è praticata in tutte le fasi della detenzione e riguarda soprattutto i criminali comuni, poveri e neri, coinvolti in crimini minori". Il Governo è consapevole di questo stato di cose; infatti ha appoggiato la campagna nazionale "Sos Tortura" Ianciata dal Movimento Nazionale dei diritti Umani. Nella Bahia, come ho detto, la campagna é portata avanti dal gruppo "Tortura nunca mais" assieme alla Fondazione Fontana e alla Provincia autonoma di Trento.

Come funziona questa campagna? Lo strumento fondamentale è il telefono. (SOS Tortura 0800 707 5551) Le vittime di violenze e torture telefonano ai gruppi di riferimento presenti in ciascuno stato e denunciano i fatti. Quindi un avvocato dell'associazione avvia il percorso giuridico. Spesso è oggettivamente molto difficile accertare i fatti. Tempo fa ad esempio un ragazzo è stato portato al commissariato della polizia civile e lì torturato. I suoi parenti hanno contattato il nostro avvocato. Ma il comandante della stazione di polizia non è obbligato a farlo entrare. C'è sempre tensione in questi momenti. Così, abbiamo forzato la situazione, e ci hanno fatto incontrare il ragazzo. Quando siamo andati via, l'hanno torturato ancora di più. Il problema non è solo l'illegalità; è anche la mentalità che ci sta dietro.

Una cultura che giustifica la tortura? Sì, molti ritengono che sia l'unico modo per combattere la criminalità. In Brasile si dice che chi difende i diritti umani in realtà difende i banditi. In Brasile ci sono gruppi di sterminio clandestini, spesso finanziati dai piccoli commercianti, che torturano e uccidono persone sorprese a rubare o sospettate di far parte della microcriminalità. Fanno parte di questo gruppi di 'giustizieri' anche poliziotti o militari.

Che cosa pensate di fare per aumentare l'efficacia della vostra azione? Vogliamo accrescere i contatti con l'esterno. È importante sia la pressione dell'opinione pubblica internazionale, sia l'appoggio dato a progetti specifici. Ad esempio, un problema per noi è la formazione degli avvocati sul tema dei diritti umani. Se non sono formati a sufficienza il processo non va avanti. Vogliamo sollecitare un impegno anche in questa direzione, coinvolgendo le università e le istituzioni locali. Un'altra cosa importante è offrire protezione alle vittime. Altrimenti non accetteranno mai di esporsi in un processo pubblico, e i crimini continueranno a rimanere impuniti.
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