DONNE E ECONOMIA
In Africa l'agricoltura e la pastorizia sono, soprattutto, un lavoro quasi interamente al femminile. In linea generale le donne rappresentano l'80% della forza lavoro utilizzata nella produzione alimentare. Sono le milioni di mani e di braccia che alimentano il continente. Sono mani anonime, a lungo dimenticate dalle statistiche e dai piani di sviluppo. Mani invisibili, senza retribuzione, prive di diritto alla terra, alla proprietà, al credito, all'eredità. Sfruttate per terre che non appartengono a loro e che, in caso di divorzio o di morte del marito, sono subito tolte dalla famiglia del congiunto. Nell'agricoltura, i programmi di aggiustamento colpiscono duramente le contadine, privilegiando le coltivazioni di rendita e l'appropriazione privata delle terre.
Salvo poche eccezioni ( ad esempio, in Namibia le donne himba sono le proprietarie del loro bestiame, così come le donne somale commerciano liberamente i propri capi di bestiame, oppure in alcuni villaggi ove le zulu possiedono i loro granai e campi) il vecchio proverbio Peul, che dice : "La terra è un padre che non riconosce le sue figlie", conserva tutto il suo drammatico significato. Così è, come precisa la burkinabé, Georgette Konaté: "Generalmente considerata come un'estranea potenziale dalla propria famiglia e una vera e propria estranea dalla famiglia che la riceve, la donna non può né possedere né controllare un bene così prezioso come la terra".
In Africa lavorare non è una questione di scelta, e ancor meno di soddisfazione personale o di emancipazione, è una questione di sopravvivenza!!! Dai pochi spiccioli racimolati durante il giorno, ogni sera dipende la vita della famiglia. Infatti rappresentano il minimo indispensabile per sfuggire alla miseria ed all'indigenza più totale.
Anche le donne delle città assolvono ai lavori più faticosi e meno retribuiti. Come osserva l'economista della Costa d'Avorio Ginette Yoman (dati del 1995), nell'Africa occidentale il 30% delle famiglie è diretto da donne sole, e sono le più povere . La mancanza di formazione professionale le spinge in massa verso il lavoro nero: nell'Africa subsahariana il 60% delle donne che lavora lo fa in proprio divenendo a seconda piccole venditrici di frutta e verdura, mercanti di medicinali più o meno contraffatti, distillatrici di alcol di manioca o simili, venditrici di acqua o ghiaccio. L'impiego delle donne nel commercio all'ingrosso è circa al 60% o 70%, circa al 50% del valore economico.
Analizzando, ad esempio un'economia di guerra come quella somala, le donne, che rappresentano la stragrande maggioranza della forza lavoro in tutti i settori e nel commercio in particolare, trovano molto difficile salire la scala imprenditoriale, piena di ostacoli discriminatori. Gestiscono infatti più dell'80% del commercio al dettaglio, sia in quantità di addetti, che in valore economico. In questo caso lo scoglio più importante è rappresentato dalla rapida radicalizzazione islamica della pubblica opinione e della cultura somala che, di fatto, restringe sempre di più l'iniziativa delle donne. Tentano comunque di investire in società "per soli uomini", registrando le proprie azioni con il nome di un parente maschio, e sono spesso state derubate del loro investimento dal loro parente. Le donne sentono di "non avere più spazio per muoversi. Come dire: si sentono chiuse in casa". Si ritrovano senza alcuna protezione, sia economica che giuridica. Loro generalmente non viaggiano: non ottengono i visti. Gli uomini, invece viaggiano liberamente fra la Somalia e i paesi arabi, perché hanno relazioni con uomini influenti in quei paesi. Così le donne devono usare gli uomini per i loro import-export, e spesso finire truffate.In ogni caso devono sempre cedere a costoro la metà dei loro profitti (50% del profitto è il normale costo dell'intermediario che va a fare gli acquisti all'estero). Le imprese di soli uomini crescono in fretta grazie alla mancanza di legittimità e di diritti delle donne !
Nel mondo del lavoro ufficiale poi, le cose non vanno meglio.Sono le prime a essere licenziate, in caso di crisi, (in proporzione le donne hanno sofferto per le restrizioni di bilancio più degli uomini).
Maryan Ismail.
Presidente Associazione Donne In Rete.
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