Caro Ernesto, credi nel destino? Elaborato redatto all'interno dell'iniziativa dei laboratori di narrativa e scrittura
Io un po' ci credo. La scorsa settimana sono andata in centro, con l'intenzione di comprare una maglietta; avevo quasi deciso di comprarne una con la tua foto su sfondo rosso quando un libro ha attirato la mia attenzione. "Nunca màs" . "Mai più". L'ho letto tutto d' un fiato avendo la tua stessa passione per i libri e, quando l'ho terminato, ho deciso di scriverti questa lettera perché sono rimasta scioccata da quello che ho letto. Non esiste nulla di meglio di una lettera per riordinarsi le idee e, conoscendo il tuo impegno per i diritti civili, mi sono subito domandata cosa avresti fatto, per i tuoi concittadini, se fossi vissuto alcuni anni dopo.
Circa dieci anni dopo la tua morte, tra il 1976 e 1983, scomparvero 30.000 cittadini argentini. Desaparecidos. Scomparsi. Oppositori politici, intellettuali, studenti, sindacalisti, lavoratori, religiosi, donne e persino bambini, tutti sequestrati illegalmente dal governo militare di Videla. Torturati, uccisi e fatti sparire con l'accusa di essere dei traditori. Ricordo di aver letto queste tue parole: "Siate sempre capaci di sentire, nel più profondo, qualunque ingiustizia, commessa contro chiunque , in qualunque parte del mondo". E' ciò che cerco di fare, ma è davvero difficile. E' così difficile perché, se davvero ci immedesimassimo negli altri, saremmo schiacciati dalle ingiustizie. Se comprendessi appieno il dolore di una madre che non ha più trovato il figlio all'uscita della scuola non riuscirei più ad andare avanti, non sono abbastanza forte. Ho anche letto la confessione di Giangiacomo Foà, uno dei torturatori, un militare come te, un argentino come te, un uomo come tutti noi; egli ha detto che aveva agito seguendo ordini dei suoi superiori, gli stessi che ancora oggi non sono stati giudicati; ha detto che non provava nulla e non pensava mentre uccideva. Che non pensava a cosa? Che non pensava che stava uccidendo innocenti? O che non pensava che ciò che faceva era disumano anche se quelle vittime fossero state colpevoli? Probabilmente l'avrebbero ucciso, se si fosse ribellato ai suoi superiori, ma non riesco comunque a concepire che una persona faccia cose che non ritiene giuste soltanto perché le vengono ordinate. Tu, da soldato, cosa avresti fatto? Tu che hai combattuto e dato la vita per popoli diversi dal tuo pur di seguire un ideale. Saresti arrivato a tanto pur di ottenerlo? Come si può capire se una causa è tanto giusta da valere la vita di un essere umano? Ho scoperto che interrogavano i detenuti con il "picana" uno strumento che dà scariche elettriche più o meno dolorose a seconda del voltaggio scelto. Lo applicavano alle gengive, ai seni, agli organi genitali. Altre volte, invece, usavano il metodo del "sottomarino": immergevano il detenuto in una vasca da bagno e dopo qualche minuto, quando stava per affogare, lo tiravano fuori ripetendo poi l'azione decine di volte. Se le torture non bastavano per ottenere una confessione torturavano e stupravano i figli delle vittime davanti ai loro occhi. Ernesto…è così doloroso immaginare le sofferenze di quegli uomini che faccio fatica addirittura a scrivertele. Se fossero stati i tuoi figli cosa avresti fatto? L'uomo è incomprensibile e spaventoso. Molti bambini dei desaparecidos vennero addottati dai carnefici dei loro stessi genitori. Sembra uno scherzo. Non lo è. I miei coetanei indossano tue magliette, comprano tuoi poster, ma invece di ricordare quanto tu abbia lottato per la parità e la giustizia ricordano soltanto ciò che vogliono. All' inizio della lettera ti ho scritto che capire il dolore degli altri è terribilmente difficile, ma questo non vuol dire che dobbiamo restare indifferenti. La prima cosa è informarsi, sapere quello che accade intorno a noi e opporci se non lo condividiamo. Molti argentini non si resero conto di ciò che Videla stava facendo, proprio come molti tedeschi non immaginavano cosa stesse accadendo nei campi di sterminio. Siamo molto bravi a coprirci gli occhi. Siamo molto bravi a zittire le nostre coscienze. Dovremmo essere più bravi, invece, a pensare con la nostra testa. Dovremmo essere più bravi a guardare oltre il nostro naso. " Se smettessi di sperare, senza avere delle prove, sarebbe come uccidere mio figlio a mani nude" dice una delle madri di piazza de Mayo, una delle tante persone che continuano a battersi perché i colpevoli vengano puniti e i corpi ritrovati e identificati. Anche se sono rimaste sole a lottare, non possono essere le uniche a ricordare. Ricordare è importante per capire e soltanto comprendendo a fondo ciò che è accaduto possiamo evitare di rifare lo stesso errore. Grazie di avermi ascoltato. So che sarai sempre felice di lottare contro le ingiustizie e consolare chi di coraggio ne ha meno del tuo ma non vuole comunque restare a guardare. Affettuosi saluti Arianna IV C - liceo artistico Modigliani |