2. MAL D’AFRICA: DOCUMENTO DI PRESENTAZIONE
Mal d’Africa è il titolo di una “due giorni” che avrà luogo a Trento il 5 e 6 aprile 2004 all’interno del World Social Agenda, manifestazione su temi di carattere sociale ed internazionale presente in Trentino, a cadenza annuale, dal 1999 . Seguirà a Padova il 29 aprile 2004, nell’ambito di Civitas una manifestazione che rivolgerà i suoi riflettori sempre sull’Africa e che vorrà continuare il programma culturale di Trento.
L’Africa, culla dell’umanità, darà inizio ad un percorso che vedrà aggiungersi nel 2005 l’America Latina, nel 2006 l’Asia e nel 2007 l’Europa dell’est.
Si vorrà, in questa due giorni, fare attenzione all’Africa partendo dal territorio e quindi coinvolgendo:
1) le Associazioni/Organizzazioni, in seguito ong, del Trentino che si occupano di cooperazione allo sviluppo/solidarietà con l’Africa tra i quali il Centro Missionario Diocesano;
2) il mondo della cooperazione sociale e del volontariato e quindi il Centro Servizi Volontariato, Solidea, le reti che animano il territorio. Dall’Università alla rete di Lilliput;
3) almeno 12 scuole superiori che da tempo stanno approfondendo alcune storie e studiando altrettanti libri che parlano d’Africa;
4) le organizzazioni d’immigrati presenti in Trentino e/o gli immigrati africani già o non residenti. Assieme a loro, i negozi d’arte africana presenti nel Capoluogo.
5) le realtà contigue alle ong: internet per la solidarietà, Università per la pace, settore per la Cooperazione allo sviluppo della PAT, commercio equo, altrafinanza, Centro di documentazione.
Sarà un’occasione in più per le ong trentine per trovare del tempo per conoscere e conoscersi, che va ad aggiungersi al prezioso tempo di formazione già per loro riservato dai percorsi formativi PAT (Provincia Autonoma di Trento)/UNIP (Università per la Pace). Per far ciò verrà organizzato un momento espositivo che avrà il compito di facilitare la reciproca conoscenza sia tra gli attori della solidarietà internazionale e sia tra gli attori ed il pubblico in genere.
All’esterno, l’appuntamento vuol essere il primo passo di un percorso che porterà annualmente le ong a trovarsi ed ad abitare un luogo ove la gente possa incontrarle/conoscerle; ove le scuole possano rendersi conto su chi sono gli attori della solidarietà internazionale ed ove il giovane, desideroso d’impegno, qui ed all’estero, possa conoscere altre opportunità di volontariato. Convinti che la solidarietà sia un valore fondante la società, anche dal punto di vista economico.
A proposito di Africa, sarà quindi possibile sapere chi fa che cosa, da quando e dove. Sarà possibile parlare direttamente con i responsabili delle organizzazioni che presiederanno il piccolo expò. Gli strumenti già creati dalla Provincia Autonoma a riguardo, come la rivista, i libri ed il web, si sono dimostrati d’ampia utilità e quindi necessari ma forse non sufficienti, mancando il diretto contatto tra le ong e la gente che, a ben guardare, è l’approccio tipicamente africano.
L’incontro personale potrà inoltre, un domani, favorire progetti consortili perché è “imbarazzante”, per usare un eufemismo, che in una stessa area geografica operino soggetti provenienti dalla stessa Provincia che non si conoscono. Lavorare assieme oltremare non può che favorire l’incontro e la sinergia nel locale; in Trentino. E viceversa.
La diversità come ricchezza potrà aiutare a ripensare continuamente il proprio fare cooperazione in Africa, oggi, con modalità diverse da quelle di ieri, perché diversi sono i luoghi ed i tempi. Non vi sono quindi “migliori o peggiori pratiche” di cooperazione allo sviluppo ma pratiche diverse dalle quali attingere idee. L’expò potrà favorirne la diffusione e la conoscenza.
L’appuntamento cade, non casualmente, a dieci anni dal genocidio del Rwanda. Sarà importante, assieme a molti ragazzi delle scuole superiori, ma non solo, farne memoria. Dieci anni fa c’è stato il tragico fallimento della cooperazione e della prevenzione del conflitto da parte delle Nazioni Unite. Assieme è fallita ogni altisonante dichiarazione da parte della Comunità Internazionale. Sotto gli occhi di mezzo mondo si stava infatti compiendo un genocidio, e cioè l’estinzione di un popolo per opera di un altro popolo. Gli Stati Nazione e quindi, conseguentemente, l’ONU non hanno avuto nemmeno il coraggio di ammettere che un genocidio fosse in atto anche perché la Convenzione internazionale per la prevenzione dello stesso li avrebbe obbligati ad intervenire per porvi fine. Fu Giovanni Paolo II° a chiamarlo, finalmente, tardivamente ed inutilmente per nome. Tragicamente l’Africa non è rimasta sola in quanto, ad altre latitudini e nello stesso periodo, nel cuore dell’Europa, riapparivano i campi di concentramento e la pulizia etnica sradicava popolazioni intere.
3 genocidi vi sono stati il secolo scorso: armeni, ebrei e tutsi.
Quest’ultimi, nel vendicarsi, hanno poi usato metodi affatto differenti da quelli dei loro oppressori ed hanno dato vita ad una guerra, nella Repubblica Democratica del Congo, che sta causando un numero di morti maggiore dello stesso genocidio. La posta in palio, come spesso capita, è la conquista di un sottosuolo ricchissimo e non c’è analista che escluda una nuova “guerra fredda” tra francofonia ed anglofonia per la contesa dei ricchi sottosuoli e delle foreste.
Le Associazioni del Trentino che operano, non solo nei Grandi Laghi ma in tutta l’Africa subsahariana, fermandosi per un giorno potranno chiedersi quale senso abbia fare cooperazione e quindi dirigere distretti sanitari, fare scuola, scavare pozzi, mobilitare la comunità riguardo un problema, prevenire l’AIDS quando, all’insaputa dei più, può succedere un’ecatombe. Probabilmente non si avranno risposte ma il confronto tra le organizzazioni che accetteranno l’invito sarà d’aiuto per affrontare queste ed altre problematiche che sorgono nel “fare cooperazione”. E di seguito avrà senso cooperare in queste zone a rischio o è forse meglio operare in zone di maggior sicurezza al pari delle grandi organizzazioni o, dopo, seguendo la logica aberrante dell’emergenza, laddove scorrono fiumi di denaro?
I micro-progetti di educazione alla nonviolenza e rielaborazione del conflitto allora potrebbero diventare centrali in determinate aree anche se, nel contempo, non trovano i consensi e quindi i denari da parte dei donatori privati quanto, per esempio, le cisterne per l’acqua potabile. Senza nulla togliere, naturalmente, alla grande utilità di quest’ultime.
Il 2004 sarà inoltre l’anno dedicato, dall’ONU, alla memoria della piaga della schiavitù delle popolazioni africane. La lotta di liberazione aprì, dopo la seconda guerra mondiale, la strada per la decolonizzazione del pianeta che, a tutt’oggi, s’è verificata essere più politica che economica.
L’africano non può scordare quattro secoli di feroci deportazioni seguite dall’occupazione del proprio territorio né può sottovalutare l’attuale economia di rapina che favoriscono più i vecchi e nuovi coloni anziché le popolazioni locali. Queste ferite sono impresse nelle nostre controparti in Africa e non fa meraviglia se queste considerano, talvolta, l’organizzazione del nord come un’ opportunità di guadagno non sempre condividendo la progettualità od il tentativo di progettualità da far assieme.
Ciò non solleva molti quadri dirigenti africani dall’aver contribuito ad edificare un’economia di rapina che ha schiacciato in primis le popolazioni da loro governate.
Ma in verità, nonostante gli innumerevoli fallimenti, l’Africa ha bisogno d’Europa. Un’Europa che sappia frenare la grandeur francese che ancor oggi considera il Continente nero solo un luogo da sfruttare o il disinteresse italiano che ha cancellato ogni forma di cooperazione dalla politica estera o, ancor peggio, la politica estera stessa. L’Africa ha bisogno di una controparte che demolisca le barriere doganali per i paesi più poveri, perché questa semplice operazione è di gran lunga più utile di tutto lo sviluppo messo in atto non solo dal pluriverso di ong ma anche dalle stesse Agenzie ONU. Un’Europa che sappia contrapporre all’insaziabile bisogno di energia da parte dei paesi non solo anglofoni un bisogno planetario di giustizia e diritto, chiedendo maggior ONU per abitare e prevenire i conflitti.
L’Africa sta guardando all’Europa, all’Euro, agli accordi UE-ACP (Africa - Caraibi - Pacifico), all’Unione Europea che ha aiutato non poco il sorgere dell’Unione Africana. Oggi con l’Euro si possono pagare le tasse aeroportuali in quasi tutti gli Stati africani. Una rivoluzione copernicana per lo sviluppo del continente.
L’Africa ha inoltre bisogno della società civile europea e delle battaglie già in parte assieme combattute e non del tutto vinte come quella contro il MAI (Accordo multilaterale sugli Investimenti), le mine antiuomo, la cancellazione del debito, i farmaci retrovirali. L’Africa ha bisogno della certezza del diritto che c’è, pur con tutti i distinguo, in Europa e quindi della tutela dei diritti del singolo cittadino, della salvaguardia della natura, dell’arte, della storia, del bello. Ha, inoltre, estremo bisogno di una classe dirigente autoctona, non succube alle multinazionali, pronta a lavorare per il “bene comune” e che l’aiuti a superare il suo “complesso d’inferiorità” e l’egoismo che l’ha distinta per decenni. Una minoranza, tra i quali appartiene Julius Nyerere, Nelson Mandela e l’attuale viceministro all’ambiente del Kenya Wangari Maathai, oppure la già ministra della cultura del Mali Aminata Traoré ci dice che un’altra classe politica è possibile.
Ma anche l’Europa ha bisogno d’Africa. Non solo per la manodopera immigrata impiegata nei lavori più umili e senza la quale vi sarebbe un tracollo industriale ma anche per la capacità d’incontro che l’Africa ancora offre. Il collettivismo comunitario come antidoto all’individualismo. Oppure la dimensione temporale che aiuta a vivere bene il presente con meno ansia per il futuro. La stessa accettazione africana del dolore prima e della morte poi oppure dello stesso invecchiamento come componenti della vita stessa potrebbe aiutare l’uomo europeo a ridimensionare la sua onnipotenza che, a ben vedere, ha molto di tecnologico e poco di umano. Per l’africano è un onore esser vecchio.
La stessa rielaborazione del conflitto, da parte dei popoli oppressi, prima sudafricani e poi kenioti, potrebbero offrire un’idea per riconciliare, per esempio, le popolazioni europee appena uscite anch’esse da guerre fratricide.
Il “saper far festa” come modalità per stare assieme ove tutti danzano, cantano e condividono non può che aiutare la vecchia e talvolta rancorosa Europa la quale ha, in breve, bisogno di superare il suo “complesso di superiorità”.
Gli inizi di Aprile ricorderanno anche l’indipendenza del Senegal. La comunità senegalese presente in Trentino vorrà, con la loro presenza, attiva proporre un afro-ottimismo. Una via certamente diversa dal pietismo.
Ufficio stampa WSA
Federica Detassis
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