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Strategie di superamento
STRATEGIE DI SUPERAMENTO


Ma ancora una volta, strategie di superamento, sono state attuate dall'universo femminile del continente in questione.Il post colonialismo, lo sgretolarsi della struttura sociale del mondo tradizionale, le guerre, la globalizzazione, le migrazione e l'AIDS, hanno prodotto accelerazioni nel superamento di tali orribili pratiche. Modelli di prevenzione, cure ed attenzione alla salute riproduttiva della donna, campagne di informazione sulla trasmissione dell'AIDS, attraverso le pratiche di taglio tradizionale, ricerche di riti simbolici di iniziazioni alternative alle Mgf e leggi nazionali creati ad hoc, stanno formando una nuova generazione di bambine molto più fortunate delle loro madri e nonne. Un capitolo a parte è rappresentato dalle donne africane in Europa e nell'Occidente in generale. Escluse o comunque in difficoltà nell'essere cittadine attive, molte si ritrovano ad affrontare una mediazione difficile, senza un valido sostegno, tra tradizione e modernità. Per questo motivo sempre più se ne discute. E si agisce. In Lombardia , per esempio, è stato da poco approntato un progetto pilota, gestito dall'Associazione Adir (formata da donne africane e italiane), insieme al dipartimento della Sanità della Regione, che avrà il compito di monitorare il fenomeno, in modo da fornire raccordi con centri di salute della donna immigrata, consultori, punti nascita, pediatri e comunità interessate ed istituzioni, nell'ambito di un coordinamento regionale che vuole avere al centro della sua attenzione il superamentoe e la prevenzione del fenomeno. Ma anche la salvaguardia della dignità della persona segnata profondamente (per tutta la vita) nel suo essere donna. Non a caso Adir, ha fatto suo il motto del progetto "Daphne" Europeo, di nome IDIL (acronimo che significa Integrità, in lingua somala), che dice : "Salviamo le Diversità, ma non le Sofferenze".
Altri diritti negati alle donne, proprio per l'idea che se ne ha tradizionalmente, sono certamente il diritto all'istruzione dove le bambine sono penalizzate in massa. Le società tendono, laddove è possibile, a favorire la scolarizzazione maschile. Un'altro dei diritti maggiormente negati alle donne africane è l'accesso al credito. Fin dalla quarta Conferenza mondiale delle donne di Pechino (1995) la necessità di aprire all'universo femminile l'accesso al risparmio e, prima ancora, al credito è stata posta tra gli obiettivi strategici in un quadro di lotta alla povertà. Eppure gli ostacoli sono molti, perfino di natura giuridica, basti pensare che in molti Paesi le donne non hanno alcun titolo per entrare in banca, se non accompagnate dal marito o da un parente di sesso maschile. In Camerun, ad esempio, paese delle "businesswomen", una donna non può ancora uscire dal paese senza l'autorizzazione del marito.

La rottura dei codici di comportamento tradizionali comporta, inoltre, l'inasprimento delle tensioni tra uomo e donna e questo, a sua volta, determina un forte incremento della violenza nei confronti delle donne. Così come il gravarsi della posizione delle donne di fronte ad eventi quali guerre di liberazione (in Algeria le donne furono sottoposte a stupri sistematici dai militari francesi, così come le donne torturate nei trent'anni di guerra in Eritrea, per non parlare del silenzio che circonda la drammatica situazione delle donne del Sahara Spagnolo Saharawi), guerre civili ed etniche ( ancora l'Algeria per l'integralismo islamico, il Ruanda, il Burundi, le grandi regioni dei Laghi Africani, il Congo, la Somalia, la Liberia, la Costa d'Avorio e l'attuale Darfur) La donna africana viene a trovarsi al centro di un meccanismo di conservazione e dissoluzione, solo apparentemente contraddittorio. Da un lato, lo sgretolarsi della famiglia patriarcale le dà una maggiore autonomia, dall'altro però, la priva di sicurezza sociale e materiale. Dissolta l'unità familiare come unità produttiva, infatti, la donna viene relegata ai margini del mercato lavorativo privato, statale od industriale che sia e sottoposta a subordinazioni sociali ed a discriminazioni imposte da capi tribali o da signori della guerra

Quante Safiya e quante Amina ci sono in Africa? Quali condizioni deve sopportare una donna colpita da vessazioni derivanti da regole religiose trasposte in maniera strumentale nella società? Dalle esclusioni e discriminazioni di genere e di ogni genere? E quanto possiamo fare per migliorare la situazione in questi paesi?

Qualcosa si sta facendo e le donne ne sono autrici (ancora una volta).

Stretta tra due violente forme di oppressione come la tradizione e la fedeltà alla comunità di appartenenza, da un lato, ed il mondo che cambia dall'altra, la donna africana sta affrontando una realtà, in drammatica trasformazione dove anche la fertilità ha assunto nuovi significati. Ella è al centro di un profondo senso di solidarietà veicolato dalla famiglia nell'amara realtà quotidiana,in cui tutto sembra tendere a sottolineare le divisioni economiche, politiche e sociali. Sempre più numerosi, infatti, sono i nuclei familiari in cui non esiste una figura maschile di riferimento o, se esiste, svolge un ruolo secondario. L'identità femminile è in una fase di doloroso e violento interregno.

L'effettivo trasferimento delle responsabilità in mano femminile deve essere accompagnato da un equivalente rispetto sociale,perché, la donna sopporta le fatiche delle responsabilità maschili acquisite e le discriminazioni sociali storicamente riservatele. Il pesantissimo grado di oppressione e di disagio di cui è vittima la donna africana ha innescato un meccanismo 'ufficioso' di progressiva autonomia dalla figura maschile e sta determinando i confini di una nuova identità femminile, che passa attraverso la sua appartenenza a comunità al femminile. Ove le donne hanno creato, in situazioni difficilissime, modelli di auto - aiuto e di solidarietà collettiva. Condizioni necessarie per superare bisogni primari, quali il cibo, l'acqua, un tetto, i medicinali e la cura della prole.

Ecco, riuscire ad aiutare le donne in un percorso di autostima, favorire la loro istruzione, dire che per tutta l'umanità sono e saranno importanti, fare l'impossibile per salvare queste straordinarie madri coraggio, potrà essere l'unica risposta possibile per un mondo a misura di mamma e quindi pieno di vita e di pace.

Maryan Ismail.
Presidente Associazione Donne In Rete

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