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Caro Josè Maria Arguedas….Ernesto.
Elaborato redatto all'interno dell'iniziativa dei laboratori di narrativa e scrittura
Un giorno come tanti altri, mi fu offerta la possibilità di conoscere la tua storia e accettai.
Lessi con attenzione quelle pagine che, chissà, forse scrivesti sentendo dentro di te quell'alternarsi di emozioni e sentimenti che io, come lettore, ho provato dentro il mio animo.
E ho capito come la vita possa cambiare, oltrepassando l'oceano e approdando nel tuo paese: il Perù.
Ho attraversato con l'immaginazione i luoghi che tu percorresti con tuo padre. Ho rivisitato quei paesi sperduti sulle Cordigliere, laddove il caldo e il freddo generavano gioia e dolore. Ho assistito a quelle rumorose e devote celebrazioni nella lingua degli indios e ho vissuto tra le mura del collegio di Abancay dove tu desti prova della tua incredibile sensibilità scrivendo le lettere per Antero alla sua amata Salvinia, mentre il tuo cuore volava verso quello delle ragazze indie dalle lunghe trecce corvine, tra le quali sei cresciuto. Ho passeggiato sulle note del tuo zumbayllu, come solo tu sapevi suonare, per i cortili dell'internato.
Viaggiavo con la mente…. e scoprivo. Scoprivo un mondo diverso, abbandonato e povero forse, ma incredibilmente profondo.
La forza delle cholas, nella lotta per un pugno di sale, mi ha trasmesso quel senso di dovere e di giustizia, che, lo confesso, mi spaventa ma che spero, un giorno, mi aiuti a credere di più in me stesso e in un mondo migliore.
E poi la gioia, con cui quegli uomini seduti davanti alle chicherìas ti offrirono la loro allegrezza racchiusa in un bicchiere di chica e che tu accettasti e bevesti, osservandoli con ammirazione mentre battevano i passi di antiche danze e canti indio, sul suolo polveroso delle strade di Abancay.
Tutto questo è ciò che più mi ha colpito, caro Ernesto, ed è tutto ciò che il tempo mi ha permesso di apprendere.
Si perché quando ti dissi di aver conosciuto la tua storia, in realtà non riuscii a finirla, non riuscii a sfogliare l'ultima pagina e chiudere la copertina e non potei provare quella solita sensazione di solitudine e svuotamento che mi investe l'animo appena un libro, che mi ha riempito di emozioni e mi ha accompagnato per lungo tempo, finisce.
Sai, prima di cominciare a leggere, venni a conoscenza del passato del tuo paese. Rimasi colpito dall'incredibile quantità di civiltà che il Perù, con il passare del tempo, accolse sulle sue terre come culla di quella che sarebbe divenuta l'origine delle sue tradizioni, dei sui costumi, della antica lingua quechua: la civiltà degli inca. Un nome carico di forza, coraggio, saggezza, che accomunava uomini e donne costruttori di una delle più belle e spettacolari città, conosciuta in tutto il mondo con il nome di Machu Picchu.
Da tanto tempo vorrei visitare il tuo paese, caro Ernesto, per rivivere l'affascinante storia dei sovrani che a lungo hanno combattuto per la libertà e l'indipendenza del loro popolo contro un nemico invasore, amico della distruzione e della morte e nemico del rispetto della cultura del "diverso".
Si perché così venivano chiamati i tuoi avi: "diversi", "selvaggi", sprezzanti aggettivi per indicare persone che non parlavano nella stessa lingua o non possedevano lo stesso colore della pelle.
Ma saprai anche tu, che da sempre, il mondo è stato vissuto da uomini che comunicavano così, attraverso armi e violenza e che il mostro dentro di loro ruggiva in azioni imperdonabili.
Ti scrivo queste mie riflessioni, proprio perché credo che tu lo abbia capito prima di me.
Quella violenza che esplodeva tra le mura dell' internato ad Abancay, con l'Añuco e il Lleras che picchiavano gli altri per affermare un' inutile superiorità, tu l'affrontasti sempre in maniera diversa dagli altri.
Mai provasti paura e mai ti facesti mettere i piedi in testa. Restavi li a guardare, provando pietà per coloro che invece reagivano, proprio per paura. Eri saggio perché cresciuto tra gli indios, dai quali avevi appreso il loro rispetto per tutto ciò che rappresentava la natura, anche il genere umano.
Se ti provocavano ti rifugiavi nel tuo mondo, non per codardia, ma perché era il tuo unico luogo felice e lì ascoltavi il suono lontano del piccolo fiume che scorreva veloce attraverso le valli, le cui rive gelavano d'inverno e su cui i bambini del tuo villaggio facevano navigare le loro barchette di legno lasciandole andare come fossero desideri e sogni che un giorno, forse, si sarebbero avverati.
E tu aspettavi lì la bambina, la ragazza, la donna dai capelli biondi che avresti portato per sempre con te e che avresti amato.
Grazie a questi ricordi, Ernesto, hai potuto in parte sconfiggere la violenza dell'Añuco, grazie alla tua sensibilità, alla tua gioia di vivere e di gustare ogni opportunità, ogni dono che la natura che tanto amavi ti offriva e hai saputo vivere in pace con te stesso anche nelle molteplici difficoltà che hai dovuto affrontare.
So che non ci sei più Ernesto e me ne rammarico. Avresti potuto insegnarmi tante cose e raccontarmi ancora tante storie del tuo paese.
Ora tu guardi il Perù dall'alto delle nubi che avvolgono Machu Picchu, assieme a tuo padre e agli spiriti dei re del passato.
Ti ringrazio di avermi fatto capire l'importanza di guardare oltre me stesso e di credere nelle mie capacità, come hai fatto tu.
Chissà se ti rincontrerò di nuovo. Sarà il tempo a decidere.
Arrivederci, Ernesto….

Flavio
IVC - liceo Modigliani
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