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PADOVA 2 MAGGIO 2003
COSTRUIRE LA PACE IN TEMPO DI GUERRA di Ekkehart Krippendorff Si vis pacem, para pacem. Pensare la pace in tempo di guerre trionfanti sembra inutile, quasi masochista. Essere contro-corrente per auto-contentezza, per darsi und buona coscienza? Cosa significa in questo momento la mobilizzazione per la pace? Perchè ora e non per questa dozzina di guerre in corso da più di un decennio in tutte le parti del mondo? Importante è ritrovare il lungo respiro: Rinunciare all'aspettazione di unfluenzare direttamente e subito la politica attuale. Occorre, invece, un cambiamento di cultura di fondo: un processo faticoso, sottile, lento e con risultati visibili solo in un futuro lontano. Lavorare sulla coscienza culturale della società - e di tutti noi stessi. La politica è educazione e riflessione culturale e etica - o non è politica. Il ruolo fondamentale del discorso estetico: letteratura, arte, musica. Per la rifondazione della politica come auto-nomia e contro la "politica" del lotto di potere oppure servo di interessi economici. Una politica così concepita è in fondo e per necessità pacifica. L'identità politica europea è da costruire sulla base della sua identità storico-culturale, come rottura con il suo passato bellico e come rivendicazione della sua eredità pacifica.
PADOVA 3 MAGGIO
IL DIRITTO ALLA COMUNICAZIONE Civil Society, the Moral Economy and the Means of Communication di Andrew Calabrese University of Colorado, USA Since the 1980s, the idea of civil society has undergone a dramatic process of renewal, appropriation, and re-definition. At the time leading up to the fall of communist governments in Central and Eastern Europe, civil society was treated as the locus of opposition to overweening state power and an "official" public sphere. Then, in the late 1990s, the idea of civil society metamorphosed from the boundaries of the state and into the context of heightened awareness and conflict over the process of the expanding influence of global capitalist institutions. Numerous events marked the rising importance of new means of global communication for the coordination and mobilization of activism to oppose the global consolidation and penetrating influence of powerful institutions of global governance, including the World Trade Organization, the International Monetary Fund, the World Bank, the G8, and the World Economic Forum. Today, for better and for worse, the idea of "civil society" carries a new and very different set of connotations than are found in the writings of 18th century political theorists. Today, "civil society" is closely associated with NGOs and with transnational activism, and it is also often linked to the idea of "global justice." However, despite the positive connotations given to this new use of the term, it is important to recognize also the limitations of this new and very popular understanding. This presentation will discuss the contemporary re-invention of the idea of civil society, and it will link contemporary uses of the term with the concept of a "moral economy." British historian Edward Thompson describes the idea of a moral economy in terms of the pursuit of social justice by the English poor, whose lives and well-being were threatened by changing patterns of commercial control over food production and distribution. The idea of a moral economy, which motivated the 18th century protests, will be shown to provide a valuable way of thinking about the ends (telos) of global civil society, specifically to the extent that it emphasizes communication rights and their relationship to social justice PADOVA, 4 MAGGIO 2003 CI SONO ALTERNATIVE di Sabina Siniscalchi Uno dei compiti che la società civile mondiale si è assunta è quello di "denunciare gli effetti negativi della globalizzazione, evidenziandone i costi" sociali e mettendo in luce le inadempienze dei responsabili politici. Sotto questo profilo, il Social Watch rappresenta un'esperienza del tutto originale: si tratta di una coalizione di oltre 200 ONG del Nord e del Sud del mondo che, attraverso un Rapporto annuale, tiene sotto controllo il comportamento dei Governi in materia di lotta alla povertà, alla disoccupazione e all'esclusione sociale, con riferimento agli impegni presi al Social Summit di Copenaghen. Bisogna ormai riconoscere che il movimento mondiale ha avuto un primo, evidente successo: la presa di coscienza dei difetti e dei rischi della globalizzazione. Proprio grazie alle critiche della società civile, si inizia a capire che affidare la vita dei popoli e dei cittadini solo all'economia non è una cosa saggia, perché l'economia segue propri criteri, legati alla ricerca del profitto e agli interessi degli investitori, ed essi non sono affatto una garanzia per il bene collettivo. Si comincia ad accettare l'idea che il mercato mondiale è asimmetrico e non funziona secondo quella libera concorrenza che, in modo paritetico, potrebbe assicurare la crescita economica di tutti i paesi. Inoltre la mancata soluzione del problema del debito, le distorsioni indotte dal protezionismo dei paesi industrializzati, la continua diminuzione degli aiuti allo sviluppo fanno sì che l'economia globale segua un metodo contrario a quello di Robin Hood: sottrae risorse ai poveri per darle ai ricchi. Dunque la globalizzazione non è buona di per sé, ma per essere davvero utile allo sviluppo e al benessere di tutti i paesi e di tutti i popoli deve essere governata. Anche questa visione è ormai condivisa dai più: il capitalismo selvaggio e sfrenato, infatti, comincia a fare paura anche ai ricchi, perché speculazioni e frodi possono colpire ovunque e chiunque; nonostante i dogmi del liberismo li aborriscano, sono dunque indispensabili regole e controlli. Anche su questo versante, le organizzazioni della società civile sono un passo più avanti dei responsabili istituzionali: per ognuno dei problemi individuati, hanno messo a punto soluzioni, hanno maturato posizioni comuni, in un percorso di "globalizzazione dal basso", che è cresciuto di pari passo con la globalizzazione economica e finanziaria. Spesso queste strategie sono mutuate dall'impegno che le associazioni portano avanti nei vari settori sociali, a fianco dei poveri e degli emarginati; l'azione di pressione politica mantiene un forte legame con l'azione di solidarietà: ne trae impulso e, nel contempo, la rinvigorisce. Le Associazioni non si riconoscono più in un clichè che le vuole soccorritrici dei deboli, reti di salvezza per coloro che non ce la fanno, erogatrici di servizi a buon mercato; ormai sono diventate veri e propri soggetti politici, interlocutori delle istituzioni, depositarie di conoscenze ed esperienze utili a migliorare il mondo. |