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Il Terzo Obiettivo in Italia
Rispetto ai tre indicatori attraverso i quali viene monitorato lo stato di avanzamento del Terzo Obiettivo del Millennio, l’Italia riporta i seguenti risultati (MDG Monitor): rapporto di ragazze ogni 100 ragazzi iscritti alla scuola primaria: 99% (dato 2010), secondaria: 99% (dato 2010) e terziaria: 141% (dato 2009); quota di donne salariate nel settore non agricolo: 44,3% (dato 2010); proporzione di seggi detenuti dalle donne nel parlamento nazionale: 21,6% cioè 136 seggi su 630 (dato 2012). I risultati del primo indicatore non sono significativi: nella scuola la parità è raggiunta; non solo, i risultati finali e i tempi di conseguimento dei diplomi vedono bambine e ragazze superare i loro coetanei maschi. Per quanto riguarda, invece, i risultati degli altri due indicatori, i dati italiani non sono incoraggianti. Le disuguaglianze di genere persistono all’interno della famiglia: la distribuzione dei ruoli economici e la ripartizione del lavoro di cura sono squilibrate a sfavore delle donne e ciò influenza la partecipazione femminile al mercato del lavoro e, quindi, la distribuzione dei redditi. Confrontato con altri Paesi europei, l’Italia resta tra gli ultimi della fila nell’ambito del riconoscimento di maggiori opportunità per le donne. Lo conferma la classifica elaborata dal World Economic Forum attraverso il Gender Gap Report 2011 (in .pdf): l’Italia occupa il 74° posto su 135. Il Gender Gap è una misura di sintesi, cioè un indice, che riporta le differenze tra donne ed uomini in relazione al successo e alla posizione raggiunti in ambito sociale, politico, intellettuale, culturale o economico. In Italia, le lotte per l’emancipazione delle donne[s1] sono nate in tempi più recenti rispetto ad altri paesi europei toccati dalla rivoluzione industriale prima della fine del diciannovesimo secolo. A livello internazionale, fin dalla metà dell’Ottocento, il movimento delle donne che rivendicavano il diritto di voto (le suffragette) iniziava ad ottenere proficui risultati. Le prime concessioni di voto alle donne arrivarono in Wyoming nel 1869, in Nuova Zelanda nel 1893, in Norvegia e Finlandia nel 1901. L’Italia, con la legge elettorale del 1895, affermava da un lato l’allargamento del diritto di voto a tutti i cittadini in grado di leggere e, dall’altro l’esclusione delle donne (“Non sono elettori né eleggibili: gli analfabeti, le donne, gli interdetti e gli inabilitati” - R. 28 marzo 1895, n 83). Nel 1910 le rappresentanti delle associazioni femminili italiane parteciparono al Primo Congresso Internazionale Femminile di Copenaghen, durante il quale l' 8 marzo fu dichiarata Giornata della Donna. Durante la Prima Guerra Mondiale le donne iniziarono a sostituire gli uomini – impegnati nelle attività belliche – in fabbrica ed assunsero ruoli sociali di una certa rilevanza. I tempi stavano diventando maturi perché anche le italiane ottenessero il riconoscimento di alcuni diritti fondamentali. Nel 1919, ottennero l’emancipazione giuridica, cioè l’abolizione dell’obbligo dell’autorizzazione maritale sulla gestione dei propri beni, e nel 1923 il diritto di voto alle elezioni amministrative, non applicato a causa della riforma fascista degli enti locali. Fu solo il 30 gennaio 1945, quando l'Italia era ancora in guerra, che il Consiglio dei Ministri dell’Italia Libera presieduto da Bonomi approvò il decreto legge De Gasperi-Togliatti (i due ministri che con più decisione si espressero in favore del suffragio femminile) che estendeva il diritto di voto alle donne che avessero compiuto il ventunesimo anno di età al 31 dicembre 1944. Tale principio venne ripreso in seguito dalla Carta Costituzionale italiana. Il decreto del 1945 escludeva le prostitute schedate «che esercitano il meretricio fuori dei locali autorizzati» (norma abrogata nel 1947) e non riconosce alle donne il diritto di voto passivo, cioè la possibilità di essere anche elette (discriminazione cancellata nel marzo 1946). Il 2 giugno 1946, le donne votarono per la prima volta per l'elezione dell’Assemblea Costituente nella quale vennero elette 21 donne su 573 seggi. Nel 1948 entrò in vigore la Costituzione della Repubblica Italiana che prevede esplicitamente la parità tra uomo e donna sul lavoro come in politica (leggi qui). Qui di seguito sono riportati gli articoli specifici che descrivono i vari ambiti in cui tale uguaglianza deve essere applicata:
Art. 3 Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
Art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Art. 29 La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull'eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell'unità familiare.
Art. 37 La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.
Art. 51 Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini. La legge può, per l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica. Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro.
Negli anni ’50 del Novecento le rivendicazioni femministe puntavano all’ottenimento di riforme legislative a tutela delle donne lavoratrici, mondine[s1] ed operaie conserviere e tessili. Dagli anni '60 le donne ottennero alcune importanti conquiste[s2] :
[s1]La Commissione pari opportunità della Regione Veneto presenta interessanti pubblicazioni sulla condizione femminile e sulle opportunità di genere (scaricabili in .pdf) [s1]Nel 1949 esce nelle sale cinematografiche il film di Giuseppe De Santis, Riso amaro con Silvana Mangano e Vittorio Gassman. Il film racconta della vita delle mondine nelle risaie, di quelle con il contratto e di quelle "clandestine", della società e dell'economia post-bellica, del ruolo delle donne. É un capolavoro del cinema neorealista italiano (leggi qui la scheda del film). [s2] [s2]Vogliamo anche le rose (Film di Alina Marazzi, 2007) Terzo di una serie che la regista ha dedicato alle donne, questo film documentario racconta, attraverso tre profili femminili diversi per estrazione sociale e provenienza geografica, la trasformazione dell'Italia degli anni '60 e '70 del Novecento grazie alla liberazione sessuale e al movimento femminista. (Guarda il sito ufficiale e leggi qui un'intervista alla regista) |
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