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Il Terzo Obiettivo in Italia: politica


Tra gli indicatori del Terzo Obiettivo, la partecipazione politica delle donne è misurata esclusivamente sul dato quantitativo dei seggi occupati in parlamento. Questo è un dato facilmente confrontabile ai ifni di un’indagine comparativa, ma toglie valore al discorso politico in quanto riduce la politica ad una questione di rappresentanza ed esclude invece la natura relazionale dell’incontro e dello spazio politico dove si producono risultati per il bene comune.
I dati riportati dalle Nazioni Unite relativi all’indicatore della “proporzione di seggi detenuti dalle donne nel parlamento nazionale” mostrano la seguente evoluzione dal 1990 al 2012:


1990 1997 1998 1999 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012
12,9 11,1 11,1 11,1 11,1 11,1 9,8 11,5 11,5 11,5 11,5 17,3 17,3 21,3 21,3 21,3 21,6

% di seggi detenuti dalle donne nel Parlamento Nazionale

 

(Fonte: UN Statistics Division, MDGs Indicators, aggiornamento 2 luglio 2012)


Tenuto conto che la Camera dei Deputati è formata da 630 seggi e il Senato da trecentoquindici, 269 sono i seggi occupati dalle donne in Parlamento nel 2012. Ancora troppo pochi se confrontati con la media europea e soprattutto con i Paesi scandinavi, senza contare il Nicaragua e il Rwanda dove le donne in Parlamento rappresentano oltre il 50% dei seggi.
Scrive Marina Terragni, “se una questione in Italia c’è, allora è una questione maschile, e per la precisione la questione di quella maggioranza di maschi politici determinati a conservare più a lungo possibile la consuetudine e il privilegio di quote non scritte a proprio favore” (La scomparsa delle donne. Maschile e femminile e altre cose del genere, Mondadori, Milano, 2007, p. 61).
Il sistema delle quote non piace molto alle donne, ma è forse una delle strade da percorrere per raggiungere settori decisionali dominati dell’ “egoismo maschile”, come scritto da Terragni . È una finestra di opportunità dalla quale guardare lo sfondo culturale per modificarne i costrutti, le convinzioni che potrebbe essere abbandonata una volta cambiato il costume dominante.
Forse non è solo “l’egoismo maschile” ad escludere le donne dal Parlamento. Se per difendere alcuni diritti le donne scendono in piazza e protestano (l’aborto, la parità salariale, ecc.), per avere una “rappresentanza più equa” non si sono mai viste grandi manifestazioni di protesta. Allargando lo sguardo, infatti, le donne, in Italia, hanno prodotto trasformazioni sostanziali, anche in politica, senza stare alla Camera o al Senato: nel mondo della scuola, delle organizzazioni sociali e sindacali, della cultura.
Ne Il Dio delle donne (Mondadori, Milano, 2003), Luisa Muraro scrive che “in questo momento storico, c’è una pressione sulle donne perché si uniscano agli sforzi di credere nelle imprese della buona volontà umana maschile. Ci viene offerta l’integrazione in queste imprese (parlamenti, partiti, eserciti, università, società scientifiche e sportive ecc.), alla pari con gli uomini, in cambio di quello che io chiamerei un servizio simbolico. Che consiste nel dare credito a queste imprese spostando su di esse i nostri più grandi desideri. Perfino i rotocalchi femminili fanno campagne perché le loro lettrici lascino perdere i sogni d’amore e si diano all’amore della carriera e del potere”.
Da un lato, la politica dei partiti, delle istituzioni governative, dei giochi di potere è uno spreco di tempo e soprattutto uno “spreco di spirito”, secondo Virginia Woolf; dall’altro però, come sostiene Michelle Bachelet (politica socialista, Presidente del Cile dal 2006 al 2010), “quando una donna fa politica, cambia la donna, ma quando tante donne fanno politica cambia la politica”.
Ciò che è interessante sottolineare è la numerosa, intensa e silenziosa partecipazione delle donne alla vita politica intesa come "presa in carico" della cosa pubblica. Le donne sono politicamente impegnate nel mondo dell'associazionismo e della rappresentanza scolastica in tutti gli ordini e gradi, nei sindacati ed in molte altre occasioni in cui è richiesta la mobilitazione finalizzata all'azione. Questo contributo politico delle donne è scarsamente riconosciuto e legittimato.