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Il Terzo Obiettivo in Italia: lavoro
In Italia, la quota di donne salariate nel settore non agricolo – il secondo indicatore che misura lo stato di avanzamento del Terzo Obiettivo – è del 44,3% nel 2010.
(Fonte: UN Statistics Division, MDGs Indicators, aggiornamento 2 luglio 2012) Questo dato relativo al lavoro formale viene rilevato nel calcolo del PIL – è una percentuale che conta nell’analisi dello stato di benessere del Paese, mentre il lavoro non retribuito informale e di cura che le donne svolgono quotidianamente non lascia traccia nelle statistiche ufficiali.È dato consolidato che le donne svolgano la maggior parte del lavoro complessivo (formale, informale, di cura) e che nel lavoro formale il loro contributo sia concentrato nei settori meno retribuiti. Il mondo del lavoro e dell’economia[1] è regolato dal pensiero maschile ed è costruito dagli uomini e per gli uomini. Elena Sisti e Beatrice Costa, nell’Introduzione al libro “Le donne reggono il mondo. Intuizioni femminili per cambiare l’economia” (2010), ribadiscono che “una visione più al femminile ci consente di dare maggiore valore ad alcuni aspetti della vita a cui le donne tengono di più” (p. 6) e ci aiuterebbe a “notare quanto lavorano le donne che 'non lavorano', quanto contribuiscono all’economia e al benessere comune, come il benessere stesso debba essere rimesso al centro dell’analisi della nostra società e come quello individuale sia correlato a quello collettivo” (ascolta qui).Queste ultime, una minoranza, sono considerate economicamente attive in quanto retribuite dal mercato del lavoro formale, mentre le loro sorelle che “lavorano” in settori informali non retribuiti (come il lavoro domestico o il lavoro di cura quotidiano) sono considerate inattive. Non servono calcoli complessi per evincere che se venisse incluso nel calcolo del contributo economico anche il lavoro non retribuito, quello delle donne sarebbe nettamente maggiore di quello degli uomini.In generale, negli ultimi decenni, il numero di donne inserite nel mercato del lavoro è aumentato, anche se alla fine del 2011, in Italia, il tasso di occupazione delle donne senza figli tra i 25 e i 54 anni, secondo i calcoli dell’Unione Europea (Eurostat), è pari al 63,9%. La media dell’Unione è del 75,8%. L’Italia è in fondo alla classifica europea per il contributo della donna ai redditi della coppia: il 33,7% delle donne tra i 25 e i 54 anni non percepisce redditi (il 19,8 % nella media UE 27). Nei paesi scandinavi le coppie in cui la donna non guadagna sono meno del quattro per cento, in Francia il 10,9 per cento e in Spagna il 22,8%.Il Rapporto 2012 dell’ISTAT inserisce le minori opportunità di occupazione e lo svantaggio retributivo delle donne tra le cause più rilevanti di disuguaglianza (vedi in particolare il capitolo 4 del Rapporto ISTAT, .in pdf). Queste hanno effetti sugli squilibri economici all’interno della coppia, sulle scelte di allocazione del tempo tra lavoro e cura domestica e sulla divisione del lavoro e delle responsabilità familiari tra i coniugi. L’Europa del Nord (in particolare Finlandia, Svezia e Danimarca) e dell’Est (in particolare Lituania, Lettonia ed Estonia) rivelano modelli familiari e socio-economici in cui il ruolo della donna non è secondario. La donna,oltre a percepire un reddito simile a quello del partner, è indipendente economicamente e partecipa alle decisioni rilevanti che riguardano le scelte familiari.Ben diverso il modello italiano in cui la divisione dei ruoli di genere all’interno della coppia è profondamente ancorata al patriarcato tradizionale: l’uomo resta il maggior percettore di reddito della famiglia (breadwinner) e la donna, indipendentemente dalla sua condizione occupazionale, continua a farsi carico totalmente o quasi del lavoro domestico e di cura. Nei due terzi delle coppie in cui la donna ha tra i 25 e i 54 anni, il suo contributo economico è nullo o inferiore al 40% del reddito della coppia (dati dell’indagine Eu-Silc sulle condizioni di vita del 2011).La complessità della vita sociale e familiare delle donne si evince al di là delle considerazioni sui numeri. Le politiche economiche e sociali, portatrici dei dettami culturali dalle quali nascono, continuano ad essere inadeguate in quanto perpetuano meccanismi e stereotipi non in cui le donne restano subordinate all’ordine maschile e il loro lavoro, di conseguenza, conta meno rispetto a quello del marito o dell’uomo in generale. Il sistema di welfare, i servizi sociali e alla persona, la cultura della compartecipazione alla gestione familiare (incluso il lavoro di cura) così come sono organizzati oggi non facilitano la riduzione delle disparità di genere. Nel documento che raccoglie la riforma del mercato del lavoro in una prospettiva di crescita (proposto da Elsa Fornero, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, nel marzo 2012), il capitolo 7 è dedicato alla presentazione di una serie di misure (contro il fenomeno delle dimissioni in bianco, congedo di paternità obbligatorio, voucher per la prestazione di servizi di baby-sitting) finalizzate ad una maggiore inclusione delle donne nella vita economica (in .pdf). Le intenzioni di questa riforma sono volte a migliorare l’attuale situazione socio-economica caratterizzata da forti disparità di genere, garantendo maggiori servizi ed un’organizzazione del mercato del lavoro che da un lato consenta maggiori possibilità di conciliare vita familiare e lavorativa e dall’altro che rafforzi la tutela della genitorialità[2].
La soluzione all’annosa questione sembrava risolta dalla Piattaforma d’Azione di Pechino, redatta a conclusione della IV Conferenza Mondiale delle Donne nel 1995: “uguale condivisione di responsabilità nella famiglia tra uomini e donne e una armoniosa collaborazione tra essi sono essenziali per il benessere loro e delle loro famiglie così come il consolidamento della democrazia”, ma Pechino +15 ha ammesso i ritardi e gli insuccessi. Gli errori vengono perpetuati perché ancorati a convinzioni e costrutti culturali consolidati che naturalizzano i ruoli sociali dell’uomo e della donna. Se una delle misure per calcolare lo stato di avanzamento del Terzo Obiettivo di Sviluppo è la quota di donne salariate (cioè partecipanti al mercato formale) nel settore non agricolo, è evidente che si continua a non prendere in considerazione il lavoro non retribuito e informale ritenuto subalterno in quanto non contribuisce alla formazione del PIL. La convinzione che l’aumento del PIL faccia aumentare il livello di benessere e diminuire le disuguaglianze è da decostruire: l’attuale crisi economica potrebbe essere un buon punto di partenza per demitizzare l’assioma più PIL uguale più benessere. Nonostante una maggiore attenzione e sensibilità introdotte dal gender mainstreaming, l’analisi di genere è stata, nel corso di questi ultimi anni, più un’etichetta aggiunta a politiche e prassi che un’occasione per modificare dall’interno il sistema e le strutture socio-economiche e culturali esistenti. L’Italia non è esonerata da questa critica. Nel 2009, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e il Ministro per le Pari Opportunità hanno redatto un programma di azioni per l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro proiettato al 2020 (in .pdf) nel quale ancora una volta l’inclusione delle donne nel mercato del lavoro viene ridotta al problema della conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, proposta come esclusivo affare di donne. Differentemente, politiche di genere attente e sensibili considerano il problema della conciliazione anche una questione di uomini (in particolare dei padri divorziati), puntano sulla condivisione dei ruoli, sull’educazione alla maternità e alla paternità. Un maggiore coinvolgimento dei padri nel lavoro di cura aumenta anche la fecondità della coppia. Secondo alcune conclusioni del Rapporto ISTAT, Diventare padri in Italia. Fecondità e figli secondo un approccio di genere, 2005 (in .pdf) risulta chiaramente che solo un’esigua minoranza di padri svolge quotidianamente tutte le mansioni necessarie alla cura primaria dei figli, ma che il coinvolgimento paterno aumenta sensibilmente se la madre lavora. Secondo l’ISTAT, questo è un segnale di un lento, ma progressivo, adattamento dei padri al modello familiare a due redditi, ma anche di un maggiore potere della donna lavoratrice di negoziare con il partner la gestione delle attività domestiche. Inoltre, il coinvolgimento paterno nelle attività di cura è maggiore per i padri residenti nei centri urbani delle Regioni del Centro Nord(in città i ruoli di genere sono modellati in modo meno tradizionale) e dipende dal grado di istruzione sia del padre che della madre. Da un lato, dunque, contano aspetti di tipo culturale e valoriale: livelli di istruzione più elevati corrispondono ad una maggiore consapevolezza del ruolo di padre e soprattutto ad una maggiore disponibilità a mettere in discussione i ruoli tradizionali; e una rinnovata consapevolezza culturale della donna verso l’importanza della partecipazione dell’uomo nel lavoro di cura consente una più marcata disponibilità di quest’ultimo ad investirsi in un ruolo nuovo. Investire sulle donne e sull’eguaglianza può avere impatti trasformativi solo se si riusciranno a modificare quei fattori che rendono l’attuale mondo economico ingiusto e parziale, non certo creando nuove consumatrici per un mercato sempre più insostenibile. I Paesi europei che attraverso attente politiche di genere hanno saputo incoraggiare i congedi parentali, hanno anche contribuito a valorizzare il ruolo dei padri. Politiche finalizzate alla riduzione dell’orario di lavoro o la possibilità di ottenere il part-time nei primi di anni di vita dei figli per entrambi i genitori sono sicuramente uno stimolo efficace alla piena condivisione dei compiti di cura tra uomini e donne che, forse, renderebbe anche meno difficoltosa la scelta di avere figli. [1] L’economia è diventata una scienza quasi esatta, mentre in origine era una scienza sociale; l’etimo greco della parola significa “legge della casa”; ancora oggi la famiglia è il fulcro delle attività produttive, di consumo e di scambio, ma l’economia sembra essere in un altro luogo meno fisico, nel cosiddetto mercato abitato da uomini e dove – da relativamente poco tempo – sono entrate anche le donne.[2] In un recente articolo “La scelta obbligata delle donne”, pubblicato da Internazionale (n. 957, 13 luglio 2012), Anne-Marie Slaughter – la prima donna a dirigere il policy planning del dipartimento di Stato USA (gennaio 2009-febbraio 2011), docente di scienze politiche e relazioni internazionali all’Università di Princeton – dichiara che “possiamo avere tutto contemporaneamente”, cioè essere madri e professioniste affermate, “ma non oggi, non con un’economia e una società strutturate così”. “Ma temo che gli ostacoli che impediscono alle donne di arrivare in alto siano molto più prosaici della mancanza di ambizione”. “Gli uomini sono ancora educati a credere che il loro dovere principale nei confronti della famiglia sia provvedere ai bisogni materiali, le donne sono educate a credere che il loro primo dovere sia la cura”. |
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