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Per una riflessione critica Il Terzo Obiettivo di Sviluppo del Millennio ha a cuore il concetto di uguaglianza tra uomini e donne, un concetto ancora profondamente legato a discriminazioni e violazioni dei diritti fondamentali che necessita di essere rinforzato nei suoi contenuti e pratiche. Nella proposta educativa e culturale del progetto World Social Agenda di Fondazione Fontana centrata sul Terzo Obiettivo si è voluto ritarare il discorso delle Nazioni Unite sui concetti di parità tra uomo e donna e di differenza di genere ritenuti più idonei a rappresentare la complessità della problematica in questione. Negli intenti e convinzioni di chi ha redatto questo documento, sono da prendere in considerazione alcuni rischi imbrigliati nel tanto acclamato diritto all’uguaglianza. Uno dei principali rischi, legato al presupposto che donne ed uomini siano uguali, è il venir meno o il non riconoscimento della differenza. É nostra convinzione sostenere che donne ed uomini non sono uguali, che “donna” è un genere, come “uomo” e che i diritti delle donne non sono un problema delle donne, ma un interesse di tutti. Luce Irigaray, nel suo In tutto il mondo siamo sempre in due (Baldini Castoldi Dalai Editore, Milano, 2006), ci ricorda che “nel rivendicare l’uguaglianza con l’uomo, la donna corre il rischio di raddoppiare la propria esclusione dalla società e dalla cultura. Forse così otterrà un posto sociale e culturale, ma spesso al prezzo di conformarsi a norme e a valori che non le sono propri”. Marina Terragni, giornalista, rincara la dose affermando che la differenza femminile è sul punto di estinguersi. “Le ondate dell’emancipazione e dell’empowerment lambiscono anche le lande più remote del pianeta. Non c’è quasi più nessuna che voglia prendersi la briga di essere una donna. Tutte veri uomini senza nemmeno avere saputo come sarebbe stato essere ‘vere donne’. È il più imponente tra tutti i fenomeni della globalizzazione, la definitiva riduzione del due all’uno, all’unico conveniente tra i due sessi” (Terragni M., La scomparsa delle donne. Maschile , femminile e altre cose del genere, Mondadori, 2007). Inoltre, è forte la convinzione che la ricerca della parità nell’accesso ai diritti fondamentali possa essere una strada che conduce alla possibilità di essere differenti e di esprimersi nella differenza senza essere rinchiusi in un contenitore di stereotipi. La scomparsa della differenza comporterebbe una perdita di umanità, dell’Altro qualunque sia il suo genere. È compito di ogni donna e di ogni uomo riconoscere, onorare la propria differenza per stare nel tempo del due e non dell’uno: essere donna ed essere uomo. Non certo da ultima, la convinzione che la differenza sia un diritto che per potersi attualizzare necessita di riconoscimento. L’essere due va preservato attraverso una nuova alleanza, cioè nuove regole condivise. Riprendendo ancora Marina Terragni, viene da pensare che “forse è venuto il momento di diventare grandi. Forse questo è il prezzo da pagare, per levarci da questo pantano di infelicità: crescere e imparare tutti, donne e uomini, a convivere con il differente, accettando che l’altro non sia solo una nostra immagine deformata, ma una possibilità di essere che è fuori di noi, che non capiremo mai del tutto e non potremmo mai possedere, davanti alla quale ci toccherà a un certo punto fermarci per accettare l’estraneità che ci separa, il silenzio, il mistero, la verginità dell’uno di fronte all’altra. E non fare altro che ammirare. È ora che l’infanzia del genere umano finisca, che diventiamo tutti adulti e che smettiamo di voler ridurre tutto a uno, che facciamo diventare adulto il mondo, che ne facciamo finalmente un mondo del due. È il terzo atto, il tempo delle nozze, l’ora di ammirarci senza possederci. E di desiderarci nella nostra differenza (Marina Terragni, La scomparsa delle donne. Maschile e femminile e altre cose del genere, Mondadori, Milano, 2007, pp. 17-18). Nel concetto di differenza è racchiusa l’importanza di essere riconosciuti non solo nella differenzazione di essere due, ma anche nell’unicità di essere sé stessi. Al di là dei traguardi quantitativi fatti di quote, percentuali e tassi, il terzo Obiettivo di Sviluppo del Millennio solleva una questione di difficile trattazione che riguarda donne e uomini a prescindere da confini geografici, frontiere culturali e religiose, appartenenze e stati sociali. Tra gli otto impegni delle Nazioni Unite, il perseguimento della parità di genere è probabilmente quello più scomodo ed imbarazzante da affrontare. La posta in gioco è alta e presuppone il rovesciamento di una logica secolare, quindi radicata, naturalizzata, di dominio del pensiero maschile su quello femminile che regge i sistemi sociali e le relazioni alla scala globale. Al rovesciamento della logica dominante dovrebbe seguire o corrispondere la costruzione di una cornice istituzionale che renda possibile, non solo culturalmente ma anche istituzionalmente (leggi, regole, politiche e pratiche), il verificarsi di condizioni che permettano l’accesso di tutte e tutti al diritto all’istruzione, alla partecipazione alla vita economica e politica e ad ogni altra opportunità di sviluppo. Prima iniziamo, donne e uomini insieme, prima impariamo a “fare la differenza”, prima potremmo auspicare in un recupero di “virtù sociali che dovrebbero essere semplicemente umane: l’attenzione e la sensibilità verso il prossimo, l’empatia e la capacità di identificarsi nell’altro, saper ascoltare, consolare, accudire, curare”, come ci ricorda Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice, in Ancora dalla parte della bambine, Feltrinelli, 2007. |
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