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World Social Agenda 2016-17
Armi e bagagli. Migrazioni e diritto al futuro
 

Ci si muove. Camminando o altro. Partendo. Verso una meta non sempre nota. Si arriva, anche se non sempre. Si riparte, non sempre. Si resta. Si vive il presente sognando il futuro. Questo accade tante volte nella vita o una sola: quella in cui viene voglia di andare. Questo accade a molti di noi o può accadere. È una storia che ci accomuna, da sempre. La storia dell’umanità è una storia fatta di andate e di ritorni, discontinua nel tempo e nello spazio, comunque una storia di spostamenti.

Le tracce lasciate da questi spostamenti sono differenti, spezzate, curve, miste, zigzaganti a seconda delle storie. In ogni caso, non sono mai lineari. Anche il loro peso differisce; grossa o sottile, la linea è percorsa in avanti, viene tracciata a mano a mano che si avanza: voltarsi indietro potrebbe far perdere l’equilibrio. Tenersi in bilico qui ed ora, tra un passato ancora vicinissimo e un futuro così irraggiungibile, crea una tensione che fa vibrare la linea e chi ci sta sopra.

La linea dà forma a quel filo che connota l’avventura: racchiude i rischi e le opportunità. Descrive attraverso la sua ombra l’incertezza dello sguardo che vuole andare oltre, verso il domani.

Lo sguardo è quello di chi si sta muovendo lungo il filo. Un piede su, l’altro giù, fuori: quale dei due consente una certa stabilità? Il piede che si appoggia è testardo, la sua presenza pesa sul filo che cambia direzione. O è solo la proiezione di un’ombra?

Quel tratto di filo che sta dietro, è forse il passato di chi si sta muovendo: è ciò che è noto, è il vissuto che c’è stato, che è anche molto presente. Il resto del filo, quello che corre all’infinito verso est trova solo la linea dell’orizzonte fisico ad interromperlo, ma dà l’impressione di andare verso la vita che nasce, verso la speranza. Due dita, incrociate dietro quella che potrebbe sembrare una schiena, ci dicono che l’idea di quel viaggio, di quello spostamento, non è venuta per puro caso. A volte improvvisa, anche se non improvvisata; a volte meditata, progettata; altre volte costruita passo dopo passo senza troppi preavvisi né previsioni. In tutti i casi si tratta di una presa di decisione per la vita più o meno consapevole.

L’impressione o l’illusione è che il filo si muova. È il movimento in avanti, o indietro, che fa cambiare la sua direzione. Ogni filo è una storia, individuale, solitaria, anche se esperita insieme ad altri. Perché il movimento della migrazione, grande o piccola che sia, è comunque un movimento personale. Ogni esperienza ha la sua unicità, non è sovrapponibile con le altre: le storie non si possono confondere o conformare.

Camminare sul filo è un modo di stare, ma anche di essere. Ci richiama a tutte quelle situazioni di rischio, connotate da instabilità e precarietà che potrebbero rivelarsi compromettenti, se non letali, per questo da evitare, ma anche a quelle opportunità che non sempre ci vengono incontro se non le andiamo a cercare.

Migrare quindi può essere un modo di essere e di stare descrivibile come un camminare su quel filo?

Un po’ lo è anche se il richiamo ai rischi è sempre maggiore rispetto alle opportunità, in particolare quando assumiamo la stanzialità come condizione di certezza, sicurezza e controllo. Questo è legittimo per società che hanno fatto della permanenza in un luogo esclusivo il loro principio fondante, ma non può essere assunto come universalmente valido. Le società nomadi ci mostrano che è bene fare opportune distinzioni e soprattutto riconoscere che ci sono diversi modi di stare: anche spostarsi è uno di questi.

La migrazione è dunque un fenomeno controverso, plurale, globale, antico: è la sommatoria di tante storie, dislocate sul planisfero le cui rotte tracciano linee che non corrispondono a meridiani e paralleli, hanno traiettorie differenti. La migrazione è un viaggio che più di ogni altro significa sradicamento. Si tratta di un viaggio che ha inizio nelle mente ancora prima dell’effettiva partenza dal paese d’origine al quale forse il migrante farà ritorno, o forse no perché si tratta di uno spostamento, una volta intrapreso, che non si concluderà mai, fatto di grandi cambiamenti spaziali, temporali e psicologici. A spostarsi, infatti, non sono solo i piedi [SB].