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7.1 La scuola che ci piace

Tre sono le gambe sulle quali il percorso cammina: costruzione di competenze di cittadinanza, di competenza professionale, di competenze cognitive. In questo ordine, perché le prime sono condizione e motore delle altre; la loro acquisizione avviene non sui libri ma tramite esperienze ed incontri, itineranti e stanziali" (Melazzini C., Insegnare al principe di Danimarca, 2011)

Qual è la scuola che ci piace?

Innanzitutto, la scuola che ci piace è un ospedale che cura i malati e non guasta i sani, e non un "ospedale che cura i sani e respinge i malati" (Scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa, p. 20).

La scuola che ci piace è quella del qui ed ora. Lo spazio e il tempo della scuola sono legati allo spazio e al tempo dell'esistenza. È la scuola che prende forma dall'esperienza di ognuno, di ognuna; ma anche dall'attualità, dal territorio di riferimento: nella relazione scuola – territorio non ci possono essere deleghe, bensì imprescindibile collaborazione. Edoardo Martinelli, allievo di Don Milani, nel descrivere il modo di insegnare del suo maestro e di apprendere direttamente dalla realtà, usa il concetto di "pedagogia dell'aderenza" (Don Lorenzo Milani, dal motivo occasionale al motivo profondo, 2007).

Il tempo è quello medio-lungo, cioè il tempo dei progetti di vita. Scholè (in greco, da cui deriva la parola scuola) è il tempo dilatato, libero da cure e preoccupazioni per la contingenza e che per questo può essere dedicato alla riflessione ed allo studio. Il tempo è quello lento delle relazioni. Per costruire buone relazioni ci vuole tempo. Anche una buona scuola ha bisogno di tempo: lo sa bene chi ogni giorno, in classe, prova ad allargare i tempi e gli spazi di Cronos, il rigido tempo scolastico scandito dal suono della campanella.

La scuola che ci piace è un progetto collettivo. È un percorso in cui vengono date opportunità d'incontro: in cui si confrontano le esperienze, in cui le persone si riconoscono nell'idea del gruppo, in cui ognuno, ognuna sente la scuola come sua perché ha contribuito a crearla, a determinarne le forme e i colori. È la scuola in cui vengono proiettate le aspettative di ognuno e ognuna. È la scuola che accoglie; perché l'accoglienza è la condizione della competenza. È la scuola di tutti e tutte, dove le differenze sono risorse e dove l'inclusione non è incompatibile con le eccellenze. La scuola che ci piace è pubblica.

La scuola che ci piace è anche nostra, le apparteniamo e ci appartiene. È la scuola plurale, dove "noi" non è la semplice somma di ogni singola storia personale, ma influenzamento, reciprocità, che significa che si cresce insieme.

La scuola che ci piace è quella che diventa linfa di futuro e servono buone radici per far arrivare questa linfa ai rami. Prendiamo a prestito una considerazione di Carla Melazzini nella quale sostiene che c'è un unico significato positivo nella metafora delle radici.

"Se proprio vogliamo considerare una persona come una pianta, allora le sue radici stanno dentro di essa, e trasportano i succhi nutritivi di colore che l'hanno generata e educata, cioè 'tirata fuori': se le radici sono sufficientemente buone, la pianta si deve alzare ed espandere nel mondo circostante" (dallo stesso testo sopra citato di Carla Melazzini, p. 251).

Tutti gli altri significati, radici locali, etniche e quant'altro danno significato solo al soffocamento.

La scuola che ci piace è, quindi, quella nella quale impariamo ad essere tutti più cittadini e cittadine di un mondo aperto, globalizzato, che incorpora il locale e il globale. Per parafrasare un fortunato verso di una poesia di Friedrich Hölderlin, la scuola che ci piace dovrebbe formare l'uomo e la donna che abita poeticamente il mondo. Ci piace, quindi, una scuola che non formi solo l'homo economicus, il lavoratore, il consumatore, ma l'uomo e la donna che sanno avvicinarsi umilmente all'essenza vera delle cose attraverso la poesia o l'arte o altri saperi indispensabili per la democrazia come quelli umanistici e letterari.

Martha Nussbaum, filosofa statunitense, nel libro Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica (2011), sostiene che oltre alla logica e alle conoscenze fattuali (che sono peraltro fondamentali), alla scuola dovrebbe spettare il compito di coltivare l'empatia, uno dei punti chiave delle migliori concezioni moderne di istruzione democratica. Per capire la complessità del mondo, infatti, è necessaria l'immaginazione narrativa, cioè "la capacità di pensarsi nei panni di un altro, di essere un lettore intelligente della storia di quella persona, di comprenderne le emozioni, le voglie, i desideri" e il pensiero critico rigoroso.

La scuola che ci piace è quella che investe le sue risorse migliori laddove maggiori sono le difficoltà invece che tagliare; un po' come fanno le aziende quando vogliono crescere in termini di profitto.

La scuola che ci piace è anche quella che già c'è, fatta di alunni, studenti, insegnanti, collaboratori, famiglie ed amministrazioni presenti, nell'oggi, con le sfide della multiculturalità, dei bisogni speciali, delle eccellenze e delle "normalità"; è la scuola che si mette in ascolto e prova a dare risposte alle domande poste da chi non ha voglia, da chi vorrebbe essere ovunque tranne lì, da chi alla scuola non chiede alcunché e da chi, invece, ci sta bene. Piacevole anno scolastico a tutte e tutti!

Infine, ma non da ultimo, la scuola che ci piace è la scuola che c'è, fatta di mattoni o di altri materiali, qui e altrove, in Europa, nel mondo, nei tanti centri e nelle innumerevoli periferie.

 

“La scuola che ci piace” mi ha commossa, come quando si ritrova un amico della giovinezza con cui hai condiviso sogni e ideali e ti accorgi che anche lui ci crede ancora. Questo capitolo  del vostro “Dossier” ha suscitato in me lo stesso benessere   di un incontro con qualcuno che sa esprimere con tanta perfezione quell’idea di scuola che mi ha spinta a voler diventare insegnante fin da quando, ancora al liceo, ho letto per la prima volta “Lettera a una professoressa”. La scuola che mi piace non è la scuola- azienda, non è la scuola che enfatizza competenze astratte “misurate” in modo meccanico,  attraverso procedure valutative che non lasciano spazio al racconto di storie di crescita,  alla descrizione di un “profilo” umano dell’alunno-persona.Tanti dei miei alunni  non potranno mai  raggiungere  significativi “traguardi” nello sviluppo di quelle competenze scolastiche previste dalle “Indicazioni nazionali per il curricolo della scuola". Hanno già alle spalle, o vivono tuttora,  esperienze a volte  drammatiche: emigrazione,  disagio familiare, violenze. Nella mia scuola, i risultati INVALSI sono sempre  deludenti. Ma chi vuole ascoltare altri traguardi, altri risultati che i miei alunni  hanno brillantemente raggiunto? P.S.  Sto lavorando alla stesura del mio Piano di lavoro secondo le nuove indicazioni ministeriali (C.O., scuola secondaria di primo grado)

 

"Formare uomini e donne capaci di abitare poeticamente il mondo e coltivare il futuro". Ho letto e mi sono molto ritrovata sulla lunghezza d'onda di un comune sentire che è alla base del mio fare scuola: una scuola che non formi solo l'homo economicus, il lavoratore, il consumatore, ma l'uomo e la donna che sanno avvicinarsi umilmente all'essenza vera della cose attraverso la poesia o l'arte o altri saperi indispensabili per la democrazia; una scuola che ascolta le domande di chi ha di fronte e si mette alla ricerca delle risposte accettando di perdere le sue monolitiche certezze; una scuola volta a capire la complessità, dove si coltivi l'empatia, "la capacità di pensarsi nei panni di un altro, di essere un lettore intelligente della storia di quella persona, di comprenderne le amozioni, le voglie, i desideri" e il pensiero critico rigoroso; una scuola dove le competenze di cittadinanza abbiano la loro centralità trasversale alle discipline (che non sono comunque le materie come elenco di semplici conoscenze). Grazie per aver dato voce al mio sentire, consapevolezza di non essere sola in questa impresa. Perché a volte la scuola in cui mi imbatto è davvero tutt'altro! (L.T., scuola secondaria di primo grado)