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Donne e sviluppo: da WID a GAD

 

Trattando di un Obiettivo perseguito dalle Nazioni Unite, la più autorevole agenzia mondiale di sviluppo, è doveroso provare ad analizzare, attraverso alcuni nodi storici particolarmente rilevanti, le dinamiche instauratisi tra sviluppo e questione femminile che hanno portato l’attenzione sulla parità di genere.

Il primo nodo da investigare è quello dell’eco-femminismo che ha avuto inizio negli anni ’60 del Novecento – in coincidenza con il primo decennio dello sviluppo promosso dalle Nazioni Unite (1960-1970). In questo decennio si cominciò a mettere in discussione il modello di sviluppo occidentale per i nefasti effetti che si stavano progressivamente manifestando a livello ambientale. Il pensiero eco-femminista riconosce un parallelismo tra l’oppressione delle donne e l’oppressione della terra e mette in luce il rapporto preferenziale tra donne e natura suggerendo una maggiore attenzione ai legami tra i diversi elementi dei sistemi socio-ambientali.

All’inizio degli anni ’70, in coincidenza con l’avvio della seconda decade dello sviluppo (1970-1980), le femministe americane hanno iniziato a riflettere sulle teorie della modernizzazione e sull’incapacità di produrre degli effetti positivi sulle donne. In particolare, il discorso fu espresso dall’economista Ester Boserup in Women’s Role in Economic Development (1970) ed influenzò il dibattito sul ruolo della donna nel mercato del lavoro e nello sviluppo, e sulla possibilità di migliori opportunità educative e lavorative per le donne. L’approccio con il quale durante questo decennio si cercò di incoraggiare la partecipazione femminile alle attività economiche fu riassunto nell’acronimo WID, cioè Women in Development secondo il quale le donne rappresentavano le beneficiarie privilegiate dei progetti e delle azioni di sviluppo utilizzate come vettori di emancipazione. L’attenzione esclusiva sulle donne faceva, però, perdere di vista delle questioni irrisolte di ineguaglianza nella distribuzione del potere tra donne e uomini.

 


Parola chiave del WID: Welfare

 Donne = beneficiarie passive dello sviluppo

Obiettivo dei progetti di sviluppo = portare le donne all’interno dello sviluppo come madri migliori (progetti finalizzati all’aiuto alimentare, alla riduzione della malnutrizione, alla pianificazione familiare)

 



Nel 1975, infatti, alla Conferenza delle Nazioni Unite di Città del Messico si concentrò il massimo delle rivendicazioni femministe e ne scaturì un nuovo acronimo, WAD (Women and Development) che riassumeva una rinnovata posizione della donna come attrice dello sviluppo (e non più come beneficiaria). In quell’occasione fu lanciato dall’ONU il decennio delle donne e nel 1979 fu approvata la Convenzione sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW - in .pdf, in italiano). Nato dalle teorie marxiste della dependencia, questo approccio vedeva la donna inserita nel processo di sviluppo come parte integrante del sistema economico. Il ruolo lavorativo della donna dentro e fuori il focolare domestico veniva ritenuto essenziale per la sopravvivenza dell’unità familiare.

 


Parole chiave del WAD: antipovertà

Donne = partecipanti attive dello sviluppo

Obiettivo dei progetti di sviluppo = riconoscimento ruolo produttivo delle donne (progetti finalizzati alla generazione di reddito a piccola scala).


 

L’approccio fu in seguito molto criticato dalle femministe del Sud del mondo per i suoi fondamenti culturali occidentali veicolanti pensieri e azioni neocolonialisti. Secondo altre studiose, la partecipazione delle donne al processo economico non conduce necessariamente all’emancipazione, al contrario appesantisce un confine già ben marcato tra sfera produttiva e sfera riproduttiva. L’approccio WAD, infatti, fallì nel non prendere in considerazione – ad una più ampia scala di analisi – le relazioni tra patriarcato, differenti modelli di produzione e subordinazione ed oppressione femminile. Critiche e riflessioni sui primi tentativi di inclusione femminile nei processi di sviluppo hanno portato, attorno agli anni Ottanta, durante il terzo decennio per lo sviluppo, ai primi abbozzi dell’approccio di genere, consacrato negli anni Novanta dalla Conferenza delle Nazioni Unite delle donne svoltasi a Pechino nel 1995 che ha inaugurato il nuovo acronimo GAD (Gender and Development).

 

L’elaborazione del pensiero di genere (gender mainstreaming) mira ad integrare interessi, bisogni, opportunità e diritti sia delle donne che degli uomini in ogni politica e pratica. Nel 1996, il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC) ha definito l’integrazione di genere.

 

“L'integrazione delle questioni di genere consiste nel valutare le implicazioni delle donne e degli uomini in ogni azione pianificata che comprende la legislazione, le procedure o i programmi in tutti gli ambiti e a tutti i livelli. Questa strategia permette d'integrare i pregiudizi e le esperienze delle donne e degli uomini al concetto, all'attuazione, al controllo e alla valutazione delle procedure e dei programmi in tutti gli ambiti politici, economici e societari affinché ne possano beneficiare in maniera paritaria e affinché la disparità attuale non sia perpetrata”.

 

Questa definizione include una forte attenzione alla questione del potere e dell’empowerment che implica una partecipazione attiva nell’accesso alle risorse e al loro controllo, nel processo di scelta e di decisione, nell’attivazione di un meccanismo di inclusione dei diversi attori dello sviluppo, donne ed uomini.

 


Parole chiave del GAD = Equità ed Empowerment

Donne = partecipanti attive dello sviluppo

Obiettivo dei progetti di sviluppo = migliorare l’equità (progetti finalizzati ad aumentare l'autonomia politica ed economica, ridurre l'ineguaglianza rispetto agli uomini) / rafforzare le donne attraverso l’auto-organizzazione (progetti finalizzati alla mobilitazione dal basso sui bisogni pratici).

Equità è un diritto umano, cioè condivisione del potere e una più equa partnership tra uomini e donne



Da non dimenticare che prima della Conferenza di Pechino del 1995, nel 1992 c’è stata la Conferenza delle Nazioni Unite per l’ambiente e lo Sviluppo di Rio de Janeiro che ha introdotto nel discorso e nel linguaggio internazionale il concetto della partecipazione e dello sviluppo sostenibile attraverso l’inclusione degli attori/attrici nella presa di decisione che riguarda le politiche e le pratiche territoriali. Nell’Agenda 21, documento uscito dalle giornate di Rio, il capitolo 24 porta un contributo specifico alla riflessione sulle questioni di genere mettendo l’accento sulla rilevanza di un’azione mondiale in favore della partecipazione delle donne allo sviluppo sostenibile ed equo.

 

Con questi presupposti, nel 2000 la Dichiarazione del Millennio lanciò gli Obiettivi principali da raggiungere in quindici anni tra i quali quello dedicato alla promozione dell’equità di genere e dell’empowerment delle donne preso in considerazione da questo lavoro.

A vent’anni dalla Conferenza di Rio, sostenibilità, equità ed empowerment sono concetti sui quali l’ultimo Rapporto annuale dell’UNDP[s1]  (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) del 2011 ritiene di dover partire per costruire un futuro migliore per tutti.



 [s1]“Sustainability and Equity: A Better Future for All” è il titolo del Rapporto 2011 dell'UNDP. Il capitolo 1 è dedicato alla spiegazione di come sostenibilità, equità ed empowerment siano concetti profondamente connessi con il raggiungimento di uno sviluppo più umano a livello planetario per donne e uomini (in .pdf). In questo rapporto, oltre al Human Development Index (HDI), è possibile reperire un aggiornamento degli indici complementari introdotti nel 2010: Inequality-Adjusted HDI, Gender Inequality Index e il Multidimensional Poverty Index (cerca qui)