icona_youtubefacebook

Focus 1: Storie di guerra e di pace

rit 

“[…] c’è bisogno di tenere da conto ogni forma di attivismo per smontare l’idea malsana
che quando c’è guerra c’è storia, quando c’è pace no, o non a pieno titolo - come se la pace
fosse un dono della fortuna o un vuoto tra una guerra e l’altra, mentre è il frutto di un
lavorio umano, è quel lavorio stesso”.
(Anna Bravo, La conta dei salvati, dalla Grande Guerra al Tibet:
storie di sangue risparmiato, 2013, p. 14)

Le storie, le nostre e quelle altrui, consentono di mettere ordine nella memoria e dare senso alla propria esistenza. Raccontarle è un atto che richiede notevole capacità di ricostruzione del contesto e delle esperienze vissute; raccontarle consente di custodirle, di tramandarle; raccontarle è però anche un modo per interpretarle, quindi inevitabilmente per modificarle. Attraverso le storie e la loro narrazione si costruiscono la realtà, le sue immagini, l’immaginario che l’accompagna. Conoscere le storie e i percorsi di vita in esse contenuti è un mezzo per entrare nelle società di ieri, leggere i cambiamenti e provare a comprendere ciò che accade oggi, pensare a ciò che potremmo essere domani.

Di storie se ne raccontano tante, ma quelle di guerra sono sicuramente particolari per diverse ragioni. La guerra e le sue rappresentazioni – pensiamo ad esempio ai film, ai cartoni animati, ai fumetti – piacciono a molte persone in quanto vengono costruite come simbolo della virilità, della forza, del potere dell’uomo, fanno spettacolo, rumore. Non c’è competizione con le immagini di pace associate ad una visione femminile della vita che attrae meno perché silenziosa, dimessa, non spettacolare, senza effetti speciali.

Da bambini, molti di noi sono rimasti affascinati ed incuriositi dai racconti dei nonni e delle nonne, per alcuni dei bisnonni e delle bisnonne: la prima e la seconda guerra mondiale sono gli ultimi ricordi di guerre combattute direttamente sul suolo italiano. Quanti bambini e bambine potranno attingere ancora da queste memorie?

Le guerre di oggi si combattono altrove e sembrano pertanto più lontane. Sono invece ancora molte le famiglie italiane coinvolte in partenze, qualcuna anche senza ritorno, di chi si ritrova – per scelta o meno – in luoghi stranieri ad onorare gli impegni e i coinvolgimenti bellici del nostro Paese. Queste persone però vanno appunto a combattere delle guerre lontane, che sembrano non toccarci nel profondo, eppure le storie di chi le vive sono più vicine a noi di quanto possiamo immaginare. Poi ci sono altre persone, che giungono molto vicino a noi, provenienti da quegli stessi paesi dove si combattono quelle guerre apparentemente così lontane: molte storie di migrazione sono infatti legate a pesanti esperienze di conflitti bellici.

C’è da chiedersi e sicuramente lo avremo fatto mille volte, quale sia il senso di una guerra. Ma c’è un senso? Ce lo domandiamo perché le Nazioni Unite, ma anche l’Italia la ripudiano.
L’articolo 2 della Carta delle Nazioni dichiara che i paesi membri devono risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace, la sicurezza internazionale e la giustizia non siano messe in pericolo. Nell’articolo 11 della Costituzione del nostro Paese viene rifiutata la guerra come soluzione di controversie o strumento di offesa alla libertà degli altri popoli; però è ammessa come difesa, solamente in caso di aggressioni esterne.
Gli interventi armati che puntellano oggi il planisfero – in cui l’Italia è direttamente o indirettamente coinvolta – sarebbero quindi tutti conseguenze inevitabili di aggressioni esterne? La guerra è davvero un principio costitutivo del nostro essere umani in relazione con altre persone o società come molti sostengono?

Nell’anno scolastico 2015-16, Fondazione Fontana, attraverso il progetto World Social Agenda “Armi e bagagli. Guerre, conflitti e diritto alla pace”, intende proporre una riflessione a partire dalla considerazione che la guerra è solo una delle soluzioni possibili, che non è sempre inevitabile – in quanto lo è solo quando scoppia –, che ci sono altre strade da perseguire per prevenirla, per contrastarla, per contenerla. La convinzione è che queste strade siano parte della nostra storia che è fatta anche di pace, di ricerca della pace; non si tratta di un’altra storia.

Fondazione Fontana è convinta che una storia di pace sia possibile; si interroga sugli autori di questa storia, sull’identità delle parti, sui vissuti, sui bisogni, sui sogni di ogni persona a prescindere dal ruolo che la “storia dei vincitori” abbia deciso di affidarle. È una storia che può farsi attraverso un processo di convivenza con le differenze, di cura e di costruzione di un progetto condiviso.

In questa convivenza c’è anche spazio per il conflitto, ma non per la guerra. Il conflitto, a differenza della guerra, è un principio costitutivo del nostro essere umani in relazione con altre persone o società. I processi di riconoscimento e di trasformazione di un conflitto sono strategie complesse dello stare insieme, pratiche attraverso le quali si impara, si costruiscono sapere e conoscenza condivisi, si edifica la pace. È solo in questa accezione che riconosciamo un valore positivo al conflitto: essa prevede la necessità di far convivere pacificamente le differenze, non di annientarle.

 

pace movimento 0

Bandiera della pace (Foto: peacelink.it)