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 Focus 4: Costruzione del nemico

Bansky muro pezzo

 

“Un nemico è un amico
stessa voglia di vita che tu hai
stessa musica in mente Oh…
le stessissime cose che tu fai.
Anche lui avrà un bel pacco di sogni
e speranze che si porta con sé,
un nemico è un amico
lui è te”.

(tratto da Amico nemico, di A. Testa - F. Testa - Cantata da Roberta Pagnetti;
38° edizione Zecchino d’Oro, 1995)

Sarà banale da dire, ma “nemico” è il contrario di “amico”; dal latino inimicus, che non è amico. Il nemico è una persona verso la quale si nutrono sentimenti di avversione, di ostilità e per questo si cerca di danneggiarla, desiderando farle del male e talvolta riuscendoci anche in modo irreversibile. Il lemma porta con sé definizioni dense. Anche il nesso amico-nemico è ancestrale: sembra appartenere alla storia dell’umanità. Siamo però persuasi che la natura umana non sia di per sé governata dall'istinto dell'Homo homini lupus, cioè “l’uomo è lupo per l’uomo” e che uomo e donna non siano di per sé spinti a vedere l'altro come nemico. Siamo convinti, invece, che “nemico” sia una categoria inventata, cioè una costruzione sociale, l’esito di un processo culturale.

Spesso il nemico si costruisce quando una società attraversa un momento di crisi, di mancanza di stabilità, in circostanze storiche caratterizzate ad esempio dalla scarsità di risorse alimentari, dalla necessità di conquistare nuove terre a seguito di un incremento demografico oppure ancora in presenza di profonde crisi economiche o sociali per le quali non si riesce a trovare soluzioni credibili. Allora avere a disposizione un nemico consente di veicolare le proprie frustrazioni, timori, odi e paure. Il nemico permette di avere qualcuno contro cui lottare, è qualcuno che si vuole conquistare, è il capro espiatorio di una situazione di crisi che si sta vivendo come popolo e/o come individui. Più ancora, identificare un nemico chiaro e condiviso crea “gruppo”, accresce l'identità di un popolo e lo rende più coeso, governabile, manovrabile. Sempre, ovunque.

Costruendo i propri nemici, tutte le società, la nostra compresa, definiscono se stesse, i propri confini culturali, etici e morali, il proprio valore e coraggio e si definiscono per opposizione: esse sono ciò che il nemico non è. Un ruolo fondamentale nel processo di definizione del nemico è giocato dai media, dalla cultura e, nei regimi totalitari, anche dalla scuola e dalla propaganda. La scelta del nemico cade facilmente su chi è altro, diverso: è una scelta più semplice perché in questo modo il nemico diventa immediatamente riconoscibile, si materializza e mobilita le masse. Nel ventennio fascista, in Italia, il nemico era la persona antifascista, ebrea, con disabilità fisiche o mentali o appartenente a minoranze etniche. Oggi il nemico è indicato, a seconda della circostanza e del punto di vista, nella persona immigrata, omosessuale, meridionale ecc.

Il nemico e la guerra vanno a braccetto, anzi la guerra è tale perché c’è un nemico da combattere. In una guerra ci sono i nemici e le armi (vedi focus 3) per combatterli; e in ogni guerra come in tutte le storie, ci sono i buoni e i cattivi. Chi sono costoro? Le identità dei buoni e dei cattivi rappresentano un punto di vista della storia e sulla storia. Ma basterebbe cambiare la prospettiva per capire che buoni e cattivi sono spesso l’esito di una narrazione, di un’invenzione. Nel libro Come cavalli che dormono in piedi (2014), Paolo Rumiz racconta:

ll 24 maggio del ‘15 la cavalleria italiana passa il confine austriaco dalle parti di Cervignano e chiede a un vecchio seduto sulla porta di casa: “Scusi buon uomo, dov'è il nemico?”. E il buon uomo, tranquillo, risponde “Veramente, signor ufficiale, il nemico siete voi.

Chi scrive la storia è il vincitore, l’eroe buono, il liberatore, il forte. Chi perde è iI cattivo che doveva essere combattuto, il nemico. Questi ruoli sono difficili da riscrivere; la difficoltà però non chiude la strada alla possibilità di farlo. Siamo convinti che ogni processo di costruzione di un’idea, di una categoria, di un simbolo sia dialettico, comprenda quindi in sé la possibilità della sua decostruzione. Così per il nemico.

Mario Rigoni Stern nel romanzo autobiografico Il Sergente nella neve (1953), dove racconta della ritirata dell’esercito italiano dalla Russia durante la seconda guerra mondiale (1943), non utilizza la parola “nemico”; scrive dei “russi”, di “loro”. In un’intervista, lo scrittore dichiara che quelli non erano nemici, perché i nemici bisogna conoscerli, bisogna sapere cosa ti hanno fatto:

Il nemico è uno che ti ha offeso o uno che ti ha fatto male. Ma loro non mi avevano fatto niente e allora la parola nemico nei miei libri non c’è.

Nemico è quindi un termine relativo, il suo significato cambia a seconda delle prospettive. È relativo perché ognuno di noi può essere “il nemico”. “Lui è te” canta la canzone Amico nemico dello Zecchino d’Oro (1995): il nemico è l’altro, ma possiamo essere anche noi nemici per qualcuno; entrambi ugualmente persone, quindi.

L’affermazione di Rigoni Stern ci aiuta ad entrare nella convinzione che prima ancora della costruzione di una categoria, sono il rispetto dell’altra persona, la comprensione, la volontà di conoscere e di conoscersi che contano, che strutturano le condizioni del dialogo tra le parti. Ecco perché anche nelle storie di guerra, quelle inevitabili (vedi focus 1), c’è spazio per la gentilezza, per la generosità, per l’umanità: con questi sentimenti bisogna guardare al proprio nemico scrive Mario Rigoni Stern, “bisogna saper chiedere con le dovute maniere senza violenza […] In guerra, quando sembra che tutto debba crollare e morire, un gesto, una parola, un fatto è sufficiente a ridare speranza e vita”.

Nel tempo e nello spazio, dalla scala più locale a quella internazionale, le esperienze che raccontano processi di decostruzione dell’idea di nemico e di costruzione di nuove possibilità di incontro sono molteplici.

Particolarmente interessanti a questo proposito sono i racconti tratti dal diario di Otello Ferri che ha vissuto la prima guerra mondiale da artigliere, testimone diretto di cortesie tra nemici e di amicizie sull’altopiano di Asiago (Vicenza) o il celebre episodio della “tregua di Natale” del 1914 nelle Fiandre, vicino a Ypres (Belgio) tra soldati nemici inglesi e tedeschi.

Jovan Divjak, generale di origine serba, durante l’assedio di Sarajevo (1992-1994) si schiera con i bosniaci per difendere la città che ama e i suoi abitanti. Negli anni della guerra si impegna a favore della pace. Concluso il conflitto nei Balcani, fonda l’organizzazione “cittadella della pace “Rondine”attiva nella promozione del diritto di bambini e bambine all’istruzione.

“Nemico è qualcuno che voglio far sparire dalla mia vita: se il mio ex nemico manca perché la mia felicità sia completa, allora la pace non è un’utopia e il nostro compito è farlo sapere”. Così dichiara un ragazzo palestinese dopo la partenza del compagno israeliano con cui ha condiviso una recente esperienza di studentato internazionale presso la cittadella della pace “Rondine” ad Arezzo, una sorta di “scuola europea della pace” che promuove la cultura del dialogo e della convivenza.

Barack Obama ha tentato di intraprendere la strada del dialogo con i nemici perché la storia cambia, perché si può imparare dagli errori, perché ogni persona ha diritto di poter cambiare proprio come vuole la più ortodossa delle convinzioni protestanti, la possibilità del born again, cioè di “nascere di nuovo”. È interessante a questo proposito la campagna di Obama e degli attivisti democratici in difesa dell’accordo sul nucleare con l’Iran, storico nemico-amico degli Stati Uniti, che ha fatto tanto discutere negli ultimi mesi, ma anche il processo di disgelo con Cuba e di costruzione di nuove relazioni perché todos somos americanos.

Nel suo Tentativo di Decalogo per la convivenze inter-etnica (1994), Alexander Langer parla dell’importanza di

mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono ‘traditori della compattezza etnica’, ma non ‘transfughi’. […] Accanto all’identità e ai confini più o meno netti delle diverse aggregazioni etniche è di fondamentale rilevanza che qualcuno, in simili società si dedichi all’esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione.


Bansky muro

Opera dell'artista Bansky sul muro di separazione tra Israele e Palestina (Foto: it.ibtimes.org)