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0 Cosa si mangia?

“Il mondo è diviso tra coloro che non dormono perché hanno fame e
coloro che non dormono perché hanno paura di quelli che hanno fame”
Paulo Freire

È una domanda consueta: tante volte ripetuta, tante volte sentita; fa parte del quotidiano; scandisce i tempi della giornata: avvisa quando ci sono appetiti da soddisfare, interroga sul cibo da preparare, manifesta una curiosità; in un modo o nell’altro mette in moto una relazione che può confluire in una condivisione, a tavola o in qualsiasi altro luogo. La domanda attiva la “rete del cibo”: chi lo produce, chi lo trasforma, chi lo distribuisce, chi lo prepara, chi lo consuma, …

Se il cibo è al centro della nostra vita non lo è altrettanto però la consapevolezza di quanto il cibo sia una rete fitta e complessa. “Dietro a un alimento, a un piatto, ci sono le storie di tutte le persone che hanno concorso a portarlo fino alla mia bocca, persone che magari si sono incontrate, si sono conosciute, hanno avuto scambi commerciali e culturali, hanno messo a disposizione il loro sapere, la loro arte o il loro tempo (Sepulveda e Petrini, Un’idea di felicità, 2014, p. 104).

Cosa si mangia? è anche una domanda–stimolo, di quelle che potrebbero aiutare l’avvio di un percorso di ricerca. Cosa mettiamo (o non mettiamo) nei nostri piatti e dove finisce quello che resta?

La fame e lo spreco sono due facce della stessa medaglia. Secondo la FAO oggi 842 milioni di persone soffrono la fame, ma il pianeta produce una quantità di cibo per sfamarne 12 miliardi; secondo dati del 2012, dal 30 al 50% del cibo prodotto non viene mangiato: lo spreco interessa tutto il pianeta, evidentemente con delle differenze geografiche; spreco di cibo significa anche spreco di terra, di acqua, di energia.

Cosa si mangia? invita, quindi, a riflettere sul fatto che tutte le persone dovrebbero poter rispondere in modo pieno, affermativo. Il diritto al cibo è di tutti e tutte, senza distinzioni. Non si tratta però solo di riempire la pancia: ciò che si mangia deve essere di buona qualità, nutriente, sano e adeguato ai bisogni delle persone e dei territori. Il cibo infatti è lo specchio della storia presente e passata, dell’intreccio delle culture, del sovrapporsi di diversi sistemi produttivi; rispecchia pertanto la complessità del mondo fatta di contraddizioni sempre più legate agli squilibri nella distribuzione della ricchezza e quindi anche del cibo. Oggi ne produciamo un quantitativo che potrebbe sfamare il doppio dell’attuale popolazione mondiale, ma a quasi un miliardo di persone viene negato l’accesso: conflitti, disuguaglianze, squilibri sociali, marginalizzazione, irresponsabilità o volontà politica sono solo alcuni dei fattori che caratterizzano questo paradosso.

Cosa si mangia? fa prendere in mano la propria relazione con il cibo, suscitando le domande da dove viene?, cosa contiene? come è preparato? ciò che entra dentro di noi e queste domande mettono al centro la nostra posizione, la nostra possibilità o meno di scegliere e di decidere. Ma quali condizioni ci vengono offerte per scegliere?

Cosa si mangia? ci mette in relazione con le persone e con la “madre terra”. La prima relazione ci riconduce ad una storia alla quale ognuno/a di noi appartiene che è quella del nutrimento che inizia fin dal concepimento. Attraverso il cibo avviene una presa in carico, si manifesta una cura che crea legami, quindi storie. Interrogarsi su queste storie significa entrare in contatto con le mani e il cuore di chi ha coltivato, trasformato, cucinato il cibo che mangiamo. Ma quanto siamo disposti/e ad ascoltare, a conoscere o quanto siamo disposti/e a “non vedere” a “non ascoltare” di queste storie? La seconda relazione invece ci conduce verso la terra, il suolo che usiamo per produrre: il cibo che mangiamo riflette questa relazione che può assumere diverse forme più o meno rispettose dei ritmi della natura, più o meno aggressive. Mangiando introiettiamo anche la nostra relazione con la terra.

Se noi definiamo la nostra identità umana e sociale sulla base del cibo che mangiamo è opportuno iniziare a porci qualche interrogativo partendo da qualche esperienza di campo quotidiana come l’apertura del nostro frigorifero o una passeggiata all’interno di un supermercato, anzi di un ipermercato che già nella sua denominazione dichiara in modo esplicito l’eccesso che contiene.

Cosa si mangia? è l’interrogativo con il quale il progetto World Social Agenda di Fondazione Fontana intende indagare il primo obiettivo di sviluppo del millennio attraverso il quale l’ONU prevede di dimezzare la povertà estrema e la fame entro il 2015 (vedi il capitolo 2 sulla fame nel primo obiettivo). Questo dossier è l’espressione dell’indagine in corso sulla problematica sollevata dall’obiettivo, in particolare sulla fame, senza però trascurare le relazioni che questa rivela con la povertà e il lavoro. L’indagine è fatta di parole: fame, povertà, autosufficienza, sicurezza, sovranità alimentare (vedi il capitolo 1 sulle parole che contano) e di esperienze, racconti e vita vissuta che conducono dentro il diritto al cibo e che in qualche modo ci aiutano a ripensare molte convinzione e consuetudini profonde di ognuno di noi (vedi il capitolo 5 sul diritto al cibo). Le parole ci consentono di intrecciare il tempo e lo spazio su una molteplicità di scale geografiche dal locale, in questo caso l’Italia (vedi il capitolo 4 sulla fame in Italia) al globale con alcuni casi specifici che ci conducono in Messico, Egitto, Tunisia, Algeria, Cina, India, Cile (vedi il capitolo 3 sulla fame nel mondo) e in Burkina Faso (vedi il paragrafo 1.3.1) per riportarci sempre alla dimensione della rete e delle comunità, in questo caso specifico, del cibo.

Ogni capitolo è come un filo colorato che si intreccia con gli altri e che alla fine del gioco finisce per comporre una tela a maglia reticolare all’interno della quale il colore dominante è quello che descrive il cibo come un diritto di tutte e di tutti, in cui ogni persona, ogni comunità è sovrana della propria “tavola”.