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1.3.1 Caso di studio: Burkina Faso

L’autosufficienza alimentare e il riso in Burkina Faso

Il Burkina Faso è un Paese africano di circa 15 milioni di abitanti esteso poco meno dell’Italia. É stato fin dagli anni Ottanta un grande produttore di riso con una produzione, nell’ultimo decennio, di 300.000 tonnellate annue. I burkinabé ne consumano oggi 52 Kg all’anno; in particolare, sono gli abitanti delle città ad esserne i principali consumatori. La produzione nazionale attuale copre solo 1/3 della domanda e il Paese deve ricorrere alle importazioni: le quantità maggiori provengono dal contenete asiatico. Potremmo quindi dire che il Burkina Faso per quanto riguarda il riso non è ancora autosufficiente. C'è da chiedersi però come mai un Paese che viveva di agricoltura di sussistenza basata su cereali come miglio, sorgo e fonio fino a cinquant’anni fa, oggi sia diventato un grande consumatore di riso a tal punto da doverlo importare. La coltivazione del riso è un’iniziativa coloniale avviata negli anni Cinquanta del Novecento che ha introdotto delle varietà di riso asiatico. Prima della creazione delle “moderne” risaie, si coltivava una varietà locale di riso (detto riso del fiume o riso rosso), che non era però così produttiva come le varietà asiatiche.

La storia del nuovo Paese, ex colonia francese e indipendente dal 1960, è nata insieme ai discorsi sull’autosufficienza alimentare e sulla necessità di avere un’agricoltura moderna, tecnologica in grado di far fronte ad un crescente e rapido aumento della popolazione (da cinque milioni di abitanti nel 1960 a dieci milioni a metà degli anni novanta). Il Burkina Faso, come altri Paesi, ha vissuto il trentennio glorioso (1960-1990) e la rivoluzione verde beneficiando di importanti finanziamenti per lo sviluppo dell’agricoltura, in particolare quella irrigata con impianti meccanizzati, al fine di poter produrre tutto il cibo necessario per nutrire la popolazione. Grandi superfici fertili sono state trasformate in risaie o in campi di mais, spesso su terreni utilizzati dalle famiglie contadine per coltivare miglio e sorgo o in aree dove veniva praticata la raccolta delle noci di karité o di altri prodotti alimentari della foresta o dove venivano fatte pascolare le mandrie. L’agricoltura moderna finalizzata all’autosufficienza alimentare è stato il principale obiettivo dello Stato neo indipendente. In particolare, negli anni Ottanta, l’allora presidente del Burkina Faso, Thomas Sankara (leggi qui) tradusse l’autosufficienza alimentare nel motto “produciamo burkinabé, consumiamo burkinabé”. Il suo sogno era di rendere il Paese sempre più autonomo dagli aiuti stranieri, di rinforzare le capacità produttive locali, ma anche i consumi locali (leggi qui). Il suo messaggio significava, nel caso specifico del riso, “produciamo riso e mangiamolo; tassiamo il riso importato in modo che non costi meno di quello locale; produciamo le condizioni del nostro benessere senza dover accettare l’aiuto delle ex potenze coloniali”, ecc. Neppure Sankara riuscì a liberarsi totalmente dal controllo delle potenze occidentali o arabe in quanto molti dei progetti che ha potuto realizzare nella sua breve permanenza alla guida del Paese (1983-1987) portavano la firma di finanziatori stranieri.

La storia dell’autosufficienza alimentare del Paese non è finita con la fine del sogno di Sankara, ma è continuata impregnandosi degli avvenimenti storici dei decenni successivi e delle nuove decisioni prese dal suo successore, Blaise Compaoré (al potere dal 1987 ad oggi) alla luce delle indicazioni internazionali.

Gli anni Novanta, infatti, sono anche per il Burkina Faso gli anni in cui sono stati imposti i piani di aggiustamento strutturale voluti dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, con tutte le problematiche viste nel testo soprastante (fine del sostegno statale, autonomia dei contadini, libero mercato, monocoltura, perdita di diversità colturale, ecc.). Nel caso specifico della produzione di riso, è importante ricordare alcune delle conseguenze dell’aggiustamento su questa filiera per comprendere anche come mai ancora oggi il Burkina Faso non sia autosufficiente dal punto di vista della produzione di riso.

La principale di queste conseguenze è che il riso non beneficia più di sostegni da parte dello Stato, mentre altri risicoltori in particolare europei e statunitensi, possono contare sulle sovvenzioni statali. Il Burkina Faso, infatti, come altri stati africani, deve rispettare le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio ed evitare di indebitarsi ulteriormente: quindi, nessun sostegno economico alle produzioni locali e libero accesso alle produzioni estere che, oltre ad essere scarsamente tassate, sono sovvenzionate e arrivano sui mercati burkinabé a prezzi più bassi dei medesimi prodotti locali.

Mentre il risicoltore degli Stati Uniti può contare sull’aiuto statale che copre in parte il costo finale del suo riso, quello del Burkina Faso invece non ha questa copertura. Il riso degli Stati Uniti che raggiunge senza alcuna tassazione un mercato di Ouagadougou, capitale del Paese, ha una buona probabilità di costare meno del riso locale, il cui costo è sostenuto interamente dal risicoltore. La donna che va a comprare il riso al mercato, soprattutto se non dispone di una grande somma di denaro, opterà per acquistare il riso che costa meno, senza preoccuparsi troppo della sua provenienza; anche perché la sua possibilità di scelta al mercato locale spesso è ridotta e condizionata dalle scelte del mercato globale che hanno fatto sì che non si trovino più altri prodotti da acquistare in alternativa al riso importato o altre varietà di riso, ecc.

Un altro problema sono i costi che il risicoltore locale deve sostenere per produrre. Circa la metà della produzione di riso burkinabé (48%) proviene da un’agricoltura “moderna” e le risaie sono irrigate con impianti tecnologici molto costosi sia dal punto di vista del funzionamento, perché utilizzano carburante come benzina e diesel ed energia elettrica, che del mantenimento. I campi irrigati con questi impianti producono circa 4/5 tonnellate all’ettaro, mentre quelli a irrigazione tradizionale, che producono il restante 42% della produzione locale, rendono 1/2 tonnellate all’ettaro. La risicoltura tradizionale viene praticata su campi che vengono irrigati, sfruttando la pendenza del terreno, con l’acqua delle piogge o l’acqua proveniente da piccoli canali posti in prossimità di un fiume.

Una delle soluzioni ipotizzate per risolvere i problemi del riso del Burkina Faso e di altri Paesi, nonché per l’autosufficienza alimentare, è venuta dall’ingegneria genetica che ha creato una varietà di riso ibrida chiamata NERICA (new rice for Africa). Questo riso dovrebbe essere più resistente alle calde temperature africane, più produttivo e irrigabile con ridotte quantità d’acqua. Lo scopo è di migliorare la situazione alimentare, aumentando la produzione e accrescendo il valore nutrizionale degli alimenti.

Oltre a ciò che viene deciso dalle agenzie internazionali, dal governo del Burkina Faso e dagli ingegneri genetici, è interessante notare che i risicoltori (e anche i consumatori) del Burkina non sono stati a guardare con le mani in mano accettando le difficili regole del mercato internazionale, subendo le importazioni di riso asiatico e sprofondando nella crisi. Molte persone si sono mobilitate per difendere le produzioni locali di riso; ad esempio sono state organizzate giornate di promozione del riso locale per incentivare – anche attraverso la pubblicità sui media – il consumo di questo riso. In queste persone c’è una duplice consapevolezza: che da un lato il riso non sia un cereale particolarmente adatto al clima arido del Sahel (il riso è una coltura che necessita di molta acqua per crescere) e dall’altro che le risaie siano elementi ingombranti del territorio (canali, impianti di irrigazione, ecc.), non facili da rimuovere e con i quali dover fare i conti per poter sopravvivere.

A questo punto c’è da chiedersi quanto la scelta di introdurre negli anni Sessanta un riso altamente produttivo, scelta confermata nei decenni successivi, creando le condizioni perché questo potesse essere prodotto per sfamare la popolazione, sia stata una scelta lungimirante e sostenibile…