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1.5 Sovranità alimentare

La parola nasce nel 1996 anche se la sua genesi è da far risalire a qualche decennio prima quando sono iniziate le contestazioni contro la rivoluzione verde e i suoi effetti negativi sulle società e sull’ambiente (vedi il paragrafo 1.3 sull’autosufficienza alimentare). Potremmo definirla una teoria, ma anche un impegno politico e pratico alternativo alle proposte istituzionali della FAO e delle altre agenzie internazionali sulla sicurezza alimentare (vedi il paragrafo 1.4 sulla sicurezza alimentare). Questo impegno è nato dal basso ed è diventato un movimento che coinvolge le organizzazioni contadine di tutto il mondo e che si riconosce a livello globale nella coalizione di Via Campesina che ha teorizzato e diffuso la sovranità alimentare, quale buona pratica per assicurare il diritto al cibo a tutte le latitudini.

Esso viene enunciato per la prima volta nell’aprile del 1996 alla conferenza internazionale della coalizione svoltasi a Tlaxcala (Messico), per poi essere proposto in modo ufficiale durante il Forum parallelo al World Food Summit della FAO a Roma, nel novembre dello stesso anno.

Per sovranità alimentare si intende 

“il diritto dei popoli, delle comunità e dei Paesi di definire le proprie politiche agricole, del lavoro, della pesca, del cibo e della terra che siano appropriate sul piano ecologico, sociale, economico e culturale alla loro realtà unica. Esso comprende il vero diritto al cibo e a produrre cibo, il che significa che tutti hanno il diritto a un cibo sano, nutriente e culturalmente appropriato, alle risorse per produrlo e alla capacità di mantenere se stessi e le loro società”.

Questa definizione viene ripresa nel 2007 dalla dichiarazione di Nyéléni (villaggio nel comune di Sélingué, Mali) a conclusione del forum sulla sovranità alimentare: 

“la sovranità alimentare è il diritto dei popoli ad alimenti nutritivi e culturalmente adeguati, accessibili, prodotti in forma sostenibile ed ecologica, ed anche il diritto di poter decidere il proprio sistema alimentare e produttivo”.

Questa formula sintetizza le rivendicazioni dei movimenti che, fin dagli anni Sessanta del secolo scorso, manifestano e agiscono contro le politiche e le pratiche dello sviluppo perseguite dalle agenzie internazionali che nei decenni hanno fatto del cibo un bene economico di scambio; contro l’aiuto alimentare, considerato una forma alternativa di sovvenzione alle esportazioni dei paesi industrializzati donatori; contro il monopolio commerciale delle multinazionali dell’agribusiness; contro il potere degli Stati forti che sovvenzionano le loro agricolture.

Al centro della sovranità alimentare ci sono le persone e non le politiche, i mercati o le imprese: contadini, pescatori, popoli indigeni, popoli senza terra, lavoratori rurali, migranti, allevatori nomadi, comunità che vivono nelle foreste, donne, uomini, giovani, consumatori, movimenti ecologisti, organizzazioni sociali.

Per far in modo che tutte le persone possano avere diritto ad un cibo “sano, nutriente e culturalmente appropriato” sono necessarie alcune condizioni di partenza per le quali Via Campesina sta lavorando insieme ad altre organizzazioni di tutto il mondo:

    1. la gestione diretta dei sistemi e delle attività agricole da parte di contadini, pastori e pescatori locali, cioè la possibilità di dare in mano a coloro che producono gli alimenti l’accesso e la gestione delle terre, dei territori, dell’acqua, delle sementi, del bestiame e della biodiversità;
    2. il ruolo centrale dell’economia e dei mercati locali e nazionali;
    3. il potere ai contadini, all’agricoltura familiare, alla pesca e l’allevamento tradizionali;
    4. una maggiore attenzione alla produzione, distribuzione e consumo di alimenti nel rispetto dell’ambiente, delle società e delle economie locali;
    5. un commercio leale e trasparente in grado di garantire a tutti un reddito dignitoso;
    6. la possibilità per i consumatori di controllare la propria alimentazione e nutrizione.

La sovranità alimentare quindi punta sull’agricoltura familiare e sostenibile, ma altrettanto sulla crescita della consapevolezza, della capacità di scegliere, di poter esercitare un controllo sul proprio cibo e sulla propria alimentazione sia a livello individuale che di comunità sociale.

A questo proposito, l'anno 2014 è stato dedicato dall’ONU all’agricoltura familiare con lo scopo di valorizzarne l’enorme potenziale nella lotta alla fame e alla preservazione delle risorse naturali; in molti Paesi le piccole aziende agricole e a gestione familiare rappresentano l’80% del totale delle aziende agricole. Valorizzare però non è una condizione sufficiente per facilitare il superamento delle difficoltà di entrare in un mercato competitivo che non sempre tiene conto delle specifiche esigenze delle piccole realtà produttive. Il riconoscimento dell’importanza dell’agricoltura familiare necessita anche di politiche agricole e accordi giuridici e commerciali in grado di creare le condizioni adeguate perché i piccoli contadini possano sopravvivere e creare opportunità di crescita sociale ed economica nelle loro comunità di appartenenza.

Via Campesina e le organizzazioni che la compongono lottano per ottenere una modifica degli accordi commerciali di libero scambio in cui chi controlla è un’oligarchia commerciale e finanziaria composta dall’Organizzazione mondiale del commercio, dalla Banca mondiale, dal Fondo monetario internazionale e dalle multinazionali che influenza i governi dei Paesi, in particolare di quelli meno potenti che per rispettare le regole internazionali pregiudicano il benessere delle proprie popolazioni. A questo si unisce la lotta contro la dominazione dei sistemi alimentari ed agricoli da parte delle multinazionali e contro l’uso incontrollato di tecnologie e pratiche distruttive dell’ambiente e dei gruppi umani (prodotti transgenici, acquacoltura industriale, pesca distruttiva, agricoltura industriale e meccanizzata, monoculture industriali per gli agrocarburanti ed altre piantagioni, sequestro di terre, ecc.).

Alla sovranità alimentare sono legate alcune delle esperienze raccontate in "Dentro il diritto al cibo" (vedi il capitolo 5 su alcune esperienze di diritto al cibo) e anche tutte quelle che non rientrano nell’area di influenza di un ente o di un progetto specifico, ma che restano nelle mani e nel cuore di tante persone che per loro sensibilità e cultura fanno l’orto, scelgono la piazza del mercato locale, scelgono alimenti di stagione, cercano la vicinanza e il contatto con il produttore, ecc.: in un modo o nell’altro fanno parte della grande rete del cibo perché lo considerano un diritto fondamentale e non una merce.  

Secondo il principio della sovranità alimentare, il diritto al cibo quindi è di tutti: degli 842 milioni di persone che soffrono la fame cronica (dati ONU, 2014) ai quali è negato e di cui la maggior parte vive nelle regioni più vulnerabili del pianeta, e di tutto il resto della popolazione mondiale.

Paradossalmente, anche i Paesi ricchi convivono, in modo non sempre consapevole, con un cibo che di “sano, nutriente e culturalmente appropriato” in molti casi ha ben poco. Infatti, le politiche agricole nazionali o internazionali incentivano l’agricoltura industriale a scapito di quella familiare; il cibo industriale viene venduto come sano, ma nel senso di igienicamente pulito, sterilizzato, quasi asettico, convincendoci, abituandoci al cibo “sicuro”; anche il packaging e le etichette rispondono più a logiche estetiche e di marketing (cioè comunicazione finalizzata alla vendita) che informative o conoscitive, senza contare i problemi ambientali di smaltimento degli imballaggi; il cibo di bassa qualità, come quello dei fast food, detto anche junk food è una delle cause dell’incremento di problematiche come obesità, diabete e malattie cardiovascolari (vedi il paragrafo 1.2 sulla fame); infine, ma non da ultimo, lo spreco di cibo – uno dei più eclatanti paradossi del problema della fame – è tale da diventare una campanello d’allarme su qualcosa che non può certo continuare a funzionare così (vedi il paragrafo 5.6 su eccedenze e recupero degli alimenti).

La conclusione della dichiarazione di Nyéléni invita ognuno e ognuna di noi a prendere in mano la propria relazione con il cibo, interrogandosi su cosa si mangia, cioè da dove viene, cosa contiene, come è preparato ciò che entra dentro di noi: “É l’ora della sovranità alimentare!”.

Chi si occupa di sovranità alimentare a livello globale?

Via Campesina
Comitato internazionale per la sovranità alimentare
ROPPA (Rete delle organizzazioni contadine e dei produttori dell’Africa occidentale)
FSNSA (Rete per la sovranità alimentare dell’Asia meridionale)

E in Italia? Molte sono le organizzazioni di agricoltori, solidarietà internazionale, socio-culturali o altre esperienza agricole che promuovono la sovranità alimentare. Tra i principali organismi ricordiamo

Associazione Rurale Italiana (membro del Coordinamento europeo di Via Campesina)
Crocevia
CISA (Comitato italiano per la sovranità alimentare)
CIA (Confederazione italiana agricoltori)
Coldiretti (Organizzazione degli imprenditori agricoli)