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2 La fame nel primo obiettivo

“[…] Gli obiettivi del millennio hanno marcato una differenza radicale nella vita delle persone. La povertà globale è stata dimezzata cinque anni prima del 2015. […] Gli sforzi concertati tra governi nazionali, comunità internazionale, società civile e settore privato hanno ampliato la speranza e l’opportunità per le persone in tutto il mondo. Ma altri sforzi devono essere fatti per accelerare il progresso. Abbiamo bisogno di azioni mirate ed audaci laddove permangono significative disparità e distanze […].”

(Ban Ki-moon, segretario generale dell’ONU; United Nations, The Millenium Development Goals Report, 2014)

Degli otto obiettivi di sviluppo del millennio, il primo è sicuramente quello che maggiormente richiama l’attenzione internazionale: sradicare la povertà estrema e la fame entro il 2015.

Povertà, il primo dei traguardi del primo obiettivo e fame, il terzo, sono le problematiche da “dimezzare”. Il lavoro, invece, il secondo dei traguardi, è considerato talmente determinante da raggiungere in vista del benessere del pianeta che l’obiettivo non mira a dimezzare il numero di persone disoccupate o alla ricerca di lavoro, bensì a raggiungere la piena occupazione della popolazione attiva (vedi il paragrafo 1.2 sul lavoro).

Le tre questioni sono intimamente legate. Povertà, lavoro e fame sono gli assi sui quali si produce la cosiddetta "trappola della povertà", cioè un meccanismo che blocca l’ascesa sociale e il miglioramento delle condizioni di vita delle persone in condizione di povertà estrema. Nei paesi più vulnerabili, questa trappola sembra nascere dalla mancanza di cibo o deficit alimentare. Ciò significa che una persona sottonutrita non riesce ad impiegare energie aggiuntive per lavorare di più ed accumulare risparmi da investire, non riesce a concentrarsi sull’apprendimento e spesso non riesce a terminare gli studi, è esclusa dal mercato del lavoro. Questo processo innesca un automatismo che trascina le persone sempre più dentro il vortice della marginalità e dell’esclusione.

Per i decisori politici è urgente trovare meccanismi che regolino il sistema economico e sociale nell’ottica di un sempre maggiore livellamento delle disuguaglianze e quindi, dell’esclusione sociale, ritenute la base della povertà e della fame, e non solo aumentare gli aiuti o la produzione per rilanciare i redditi e quindi il potere d’acquisto (vedi paragrafo 1.1 sulla povertà).

Quindi, lo sradicamento della povertà, della fame e della disoccupazione sono sicuramente tappe fondamentali per poter sperare in un miglioramento delle condizioni di vita di milioni di persone. Secondo l’ONU, il primo obiettivo potrà ritenersi raggiunto se la percentuale di persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno verrà dimezzata come pure la percentuale di persone che soffrono la fame; e se tutte le persone attive, in particolare donne e giovani, avranno l’opportunità di un’occupazione piena e produttiva e di un lavoro dignitoso.

Come ci ricordano spesso i media, però, la manifestazione più immediata della povertà estrema e della negazione di opportunità lavorative, è sicuramente la fame. Infatti, oggi nutrizione e sicurezza alimentare sono al centro delle preoccupazioni globali. La FAO, l’Organizzazione per l’Alimentazione e l’Agricoltura, l’IFAD, il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo e il PAM, il Programma alimentare mondiale, sono le agenzie internazionali delle Nazioni Unite che specificamente si occupano della problematica in questione.

Anche se sui numeri ufficiali non c’è corrispondenza(1), possiamo ritenere che siano oltre 800 milioni le persone che oggi soffrono di fame cronica (vedi il paragrafo 1.2 sulla fame), un numero definito dalla FAO “inaccettabilmente alto”, ma sul quale si può ancora migliorare visto l’andamento positivo degli ultimi decenni (vedi il paragrafo 2.2 sullo stato dell’arte dell’obiettivo nel 2014)

Nel 2015, l’esposizione universale che si svolgerà a Milano è intitolata proprio “Nutrire il pianeta. Energia per la vita”. È infatti una coincidenza significativa il fatto che l’anno dell’Expo sia anche il termine per la valutazione del raggiungimento degli obiettivi del millennio e per il lancio dell’Agenda globale per lo sviluppo post-2015. Secondo le informazioni disponibili, quest’ultima dovrebbe prestare un’attenzione particolare alle problematiche della sicurezza alimentare, della nutrizione e dell’agricoltura sostenibile(2).

Le Nazioni Unite hanno talmente a cuore la questione alimentare globale che parteciperanno all’Expo 2015 portando la visione che Ban Ki-moon aveva lanciato nel 2012 “Sfida Fame Zero. Uniti per un mondo sostenibile” (Global Zero Hunger Challenge). L’iniziativa del segretario generale rientra nell’ottica della sostenibilità globale e che consiste di cinque obiettivi: zero bambini con deficit di sviluppo sotto i due anni; 100% accesso a cibo adeguato, sempre; sostenibilità di tutti i sistemi alimentari; 100% aumento della produttività e del reddito dei piccoli agricoltori; zero perdite o sprechi di cibo.

L’obiettivo dell’ONU sulla fame ha come paradigma di riferimento la sicurezza alimentare (vedi il paragrafo 1.5 sulla sicurezza alimentare) che mira al miglioramento e aumento della produzione agricola e alla stabilizzazione dei prezzi e del commercio dei prodotti alimentari. Queste azioni sono finalizzate da un lato ad accrescere la disponibilità di cibo e a facilitare le condizioni per potervi accedere con lo scopo di diminuire il numero delle persone che soffrono la fame; dall’altro, invece, contribuiscono a trasformare il cibo in merce quotata in borsa, cioè fanno diventare le materie prime agricole dei beni da acquistare e da vendere al prezzo più conveniente in un grande mercato, con tutte le conseguenze che questo comporta. In questo secondo caso, significa che il presente e il futuro del cibo e la possibilità o meno di mangiare per milioni di persone vengono fatti dipendere dall’andamento finanziario dell’economia. Il cibo diventa quindi una merce su cui investire, o meglio speculare, per far aumentare i guadagni privati; l’effetto di questo gioco in cui il guadagno è riservato a pochi è che non viene ridistribuito a livello pubblico, alle collettività.

Secondo alcuni economisti questa doppia e contraddittoria dimensione dell’approccio della sicurezza alimentare porta in sé tutte le debolezze e soprattutto le difficoltà nel raggiungimento dell’obiettivo proposto di sradicare la fame, perlomeno nei termini e nei modi previsti in alcune aree del pianeta (vedi il paragrafo 2.2 sullo stato dell’arte dell’obiettivo), altri parlano anche di “fallimento programmato”. In particolare, questo fallimento è più marcato in Africa sub-sahariana in cui da un lato non mancano le attenzioni internazionali dei progetti di sviluppo e dall’altro non mancano neppure gli investimenti economico-finanziari stranieri mirati allo sfruttamento di risorse primarie fondamentali per l’agricoltura come terra e acqua per produrre cibo da esportare altrove (vedi il paragrafo 3.1 su accordi e svendite delle terre).

Questo meccanismo non funziona per risolvere il problema della fame perché anche dall’ultimo rapporto sullo stato di avanzamento degli obiettivi del millennio del 2014, l’Africa sub-sahariana resta la regione con la più alta prevalenza di persone sottonutrite del pianeta (vedi il paragrafo 1.2 sulla fame). Chiaramente in quest’area non si tratta solo di difficili condizioni di accesso al cibo, ma anche di povertà sanitaria, di elevati tassi di analfabetismo, di alta incidenza di patologie come diarrea, malaria, AIDS e tubercolosi, di questioni politiche e di relazioni internazionali, in una parola di potere e di responsabilità. La questione posta dal terzo traguardo del primo obiettivo del millennio rivela tutta la sua complessità.



(1) Il rapporto dell’ONU sugli obiettivi del millennio, presentato il 7 luglio 2014, riporta un totale stimato di 842 milioni di persone che soffrono di fame cronica nel periodo 2011-13; nell’ultimo rapporto FAO, sullo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo, pubblicato il 16 settembre 2014, il numero delle persone affette da fame cronica è 805 milioni nel biennio 2012-14.

(2) Dal processo che dovrebbe portare all’elaborazione dell’agenda post-2015 emerge un ampio consenso sul riconoscimento delle interconnessioni tra cibo, terra e acqua, quindi tra cibo e questione ambientale che include la biodiversità e la sostenibilità. Inoltre, preoccupazione condivisa è il bisogno di aumentare investimenti e produttività agricola e di soddisfare i fabbisogni nutrizionali (cibo sano e sufficiente per tutti), di sostenere l’agricoltura e l’allevamento familiare o alla scala locale, di stabilizzare i prezzi ed eliminare i sussidi agricoli nelle economie avanzate, e contrastare il degrado dei suoli. L’auspicio è che l’agenda contenga un obiettivo specifico su questi temi e che sappia integrare le dimensioni economica, sociale ed ambientale dando massima priorità allo sradicamento della povertà e alla riduzione delle disuguaglianze, tenendo ben salda la necessaria tutela dell’ambiente e la protezione della diversità biologica, dell’acqua e dei suoli. La complessità è tale però che se da un lato c’è unanimità sulla questione dell’accesso al cibo, politicamente diventa meno condiviso l’approccio da seguire perché molteplici sono le posizione e gli interessi ad esempio sulla produzione di agrocarburanti, sugli OGM, sui sussidi che influenzano il commercio e sul land grabbing (vedi il capitolo 3 sulla fame nel mondo).