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3.1 Terre: accordi e svendite

La terra è il dono più prezioso per l’umanità: nutre il pianeta. La terra è anche un bene sempre più ricercato e conteso, oggetto di un processo d'investimento economico e finanziario senza precedenti. Solo il colonialismo può competere con questa nuova ondata di controllo dei territori e delle loro risorse naturali e umane che prende il nome di Land Grabbing in inglese, “accaparramento di terre” (o “rapina di terre”) in italiano. Si tratta di un processo di negoziazione che ha per oggetto la terra fertile, rigogliosa, ricca, che può concludersi in un accordo tra due parti: da un lato gruppi bancari o finanziari, multinazionali dell’agro-business o dell’energia, solitamente americani, arabi ed europei, potenziali acquirenti e dall’altro, i governi dei Paesi che possono vantare di grandi estensioni di terra fertile in Africa, America latina ed Asia. Questi accordi prevedono concessioni o contratti d’affitto pluridecennali sulla terra a prezzi bassissimi (pochi dollari all’ettaro per anno).
Le grandi compagnie o aziende sono alla ricerca di spazi per produrre a basso costo materie prime come cereali per l’alimentazione e per gli agrocarburanti, piante da foraggio per gli allevamenti di animali, ma anche per effettuare l’estrazione mineraria, per costruire infrastrutture, dighe o centri turistici, per espandere aree urbane o per occupare militarmente un territorio.
Questi spazi acquistati o affittati dalle multinazionali sono terre del demanio pubblico che lo Stato mette in vendita: alcune apparentemente “libere” perché zone alberate o di savana, altre abitate e coltivate dalle popolazioni locali che non possiedono però titoli di proprietà riconosciuti, se non quelli consuetudinari. In entrambi i casi si tratta di spazi che offrono risorse fondamentali per la sopravvivenza: le prime sono terre su cui si praticano attività di silvicoltura (legname, raccolta di piante medicinali e alimentari) e di pascolamento del bestiame, le seconde invece sono aree abitative dove si pratica l’agricoltura e l’allevamento.
Gli accordi finiscono spesso per generare conflitti causati dalla poca trasparenza con la quale vengono conclusi gli affari, dall’esclusione delle popolazioni locali dal processo negoziale, dai trasferimenti forzati – talvolta con l’intervento delle forze dell’ordine o degli eserciti – delle popolazioni (detti displacement) per fare posto ai progetti degli investitori. In alcuni rari casi queste popolazioni vengono indennizzate con una nuova abitazione precaria, ma non viene mai restituita loro nuova terra da coltivare. Le terre strappate alle popolazioni sono innanzitutto luoghi di vita, oltre che luoghi di attività. Ciò significa che i “progetti di sviluppo” vengono imposti su territori complessi che non sono superfici vuote da riempire: può accadere che per fare un canale, una strada o una piantagione venga violata una zona sacra o lacerata un’area di sepoltura.
Nell’ottobre 2014, Land Matrix, un database pubblico costantemente aggiornato che consente di monitorare le acquisizioni di terra, dai negoziati alla chiusura delle trattative, ha rivelato che dal 2000 al 2014 sono stati conclusi 998 “affari”, per un totale di 37,5 milioni di ettari, 120 sono ancora in trattativa e 80 sono falliti.
Tra i più importanti “grabbatori” a livello globale ci sono, in ordine di ettari acquisiti, gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Regno Unito e l’India. Tra i paesi europei, l’Italia è al secondo posto e tutti gli investimenti sono concentrati sul continente africano: Mozambico, Senegal, Etiopia, Liberia, Repubblica del Congo, Ghana, Madagascar, Nigeria, Guinea, Tanzania per un totale di 19 affari conclusi tra il 2005 e il 2013 e 530 mila ettari ottenuti.
Le aziende italiane oltre ad investire in terre straniere hanno iniziato ad interessarsi anche dei terreni agricoli e a vocazione agricola del demanio pubblico messi in vendita grazie all’art. 66 della Legge di stabilità del 2012 (D.L. del 24 gennaio 2012, n. 1) che ne prevede l’alienazione al fine di favorire lo sviluppo dell'imprenditorialità agricola, in particolare giovanile. Questa svendita ha ricadute anche molto gravi sulle popolazioni locali che in alcune zone, in particolare dell’Italia meridionale, hanno iniziato a mobilitarsi in difesa dei loro territori di appartenenza (vedi il paragrafo 4.3 sulla terra come bene comune).

landmatrix

Gli investimenti italiani all’estero sono 19, concentrati nel continente africano (Fonte: Landmatrix, ultima consultazione 16 ottobre2014)

A livello globale, l’Africa è sicuramente la terra sulla quale si investe di più e, di conseguenza, quella più rapinata: degli oltre 200 milioni di ettari stimati sottoposti a trattative, circa la metà è africana.
Dal 2005 in poi, la corsa alla terra si è intensificata a seguito della congiuntura di alcuni fattori di trasformazione: l’emanazione di una serie di direttive internazionali sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili che ha inaugurato la politica americana ed europea di sostegno alla produzione e al consumo di agrocarburanti, l’aumento del prezzo del petrolio e dei generi alimentari, la crisi finanziaria, le rivolte sociali (vedi il paragrafo 3.2 sulle rivolte del pane).
La pianta simbolo di questa corsa alla terra è la jatropha curcas. Poco esigente dal punto di vista idrico e adatta ai climi aridi, endemica di alcune aree dell’America latina e dell’Africa saheliano-sudanese dove cresce spontaneamente, la jatropha è una piata longeva che produce frutti non edibili, ma ricchi di olio vegetale per uso non alimentare.
Negli ultima anni è diventata una delle speculazioni agricole più ambite per la produzione di agrocarburanti: è una fonte energetica rinnovabile che, attraverso la fotosintesi, produce biomassa vegetale con potere altamente energetico. Interessante se non fosse per il fatto che i progetti di sviluppo, guidati dai grandi nomi dell’energia e delle rinnovabili, prevedono la coltivazione della jatropha su superfici già utilizzate dall’agricoltura pluviale, da dove le popolazioni traggono il loro sostentamento alimentare o su terreni adibiti a pascolo. Inoltre, la sua irrigazione, necessaria almeno nelle fasi di avvio della coltivazione, sottrae acqua alle colture alimentari.
Oltre alla jatropha, l’accaparramento delle terre serve per impiantare coltivazioni di cereali (mais, grano, riso), girasoli, barbabietole e canne da zucchero, piante da foraggio. La maggior parte delle produzioni non sono destinate ai territori dove vengono coltivate, bensì riprendono la strada per tornare laddove sono partiti i finanziamenti: si produce quindi per esportare. Per le popolazioni locali “grabbate” lo strappo è doppio: prima la terra, poi i suoi frutti. Non a caso, tra i più importanti “grabbatori” ci sono i Paesi ricchi del Golfo: la scarsità di risorse idriche da impiegare in agricoltura è il principale fattore di spinta della loro corsa alla terra. Per nutrire le proprie popolazioni questi Paesi acquistano le terre altrove, dove suolo e acqua sono abbondanti.
In questa corsa le poste in gioco più strategiche sono sicuramente la terra e l’acqua: risorse strategiche per il successo degli investimenti, risorse essenziali per la sopravvivenza dell’umanità. Per approfondire la questione leggi la guida Unimondo sul Land Grabbing (ottobre 2014).