![]() “[...] là dove si erano installate le piattaforme galleggianti scomparve la pesca artigianale, furono gravemente danneggaite le abitudini alimentari della popolazione e, cosa peggiore di tutte, le risorse ittiche si esaurirono in modo drammatico” (Sepulveda L. e Petrini C., Un’idea di felicità, Guanda, 2014, p. 94) Il Cile è un Paese alla fine del mondo, collocato in un Sud che fa intravvedere l’orizzonte del pianeta. Oltre 755.000 chilometri quadrati sui quali vivono circa diciotto milioni di abitanti. Nei mari freddi dell’estremo Sud, tre grandi arcipelaghi – Chiloé, Las Guaitecas e Los Chonos – sono abitati da pescatori e da agricoltori. Tradizionalmente si pescano le cholgas, le cozze, e si coltivano patate, zucche, cipolla, aglio, sedano, coriandolo. Con questi prodotti del mare e della terra, che vengono trasportati in barca da un’isola all’altra, si prepara lo stufato di cholgas. Questo sistema agroalimentare vive però all’ombra dei grandi impianti industriali di allevamento del salmone, piattaforme galleggianti poste nelle vicinanze delle isole dell’arcipelago delle Guaitecas. La tendenza di questi impianti è di “consumare” il mare e di continuare a farlo spostandosi alla ricerca nuovi spazi, in questo caso sempre più verso sud, verso le altre isole. Il Cile è anche il secondo produttore di salmoni industriali con circa il 30% della produzione mondiale, preceduto dalla Norvegia e seguito dal Canada. Alla ricerca di credibilità politica e di slancio economico, il Cile vuole proporsi oggi sul mercato dell’acquacoltura e della trasformazione dei prodotti ittici come attore affidabile e sempre più competitivo. Dal punto di vista geomorfologico, lo sbocco del territorio su migliaia di chilometri di mare lo rende uno spazio ideale per l’allevamento ittico. Il salmone però non è una specie autoctona. La storia di questi allevamenti e l’introduzione del salmone sono iniziate sotto la dittatura di Pinochet, rimasto al potere dal 1973 al 1990. Durante questo periodo una serie di leggi incentivò gli investimenti stranieri. Vennero concessi tratti di litorale senza riserve, consegnando il mare e le coste ai privati, cioè alle grandi multinazionali titolari dei progetti. A queste ultime sono state date licenze per la pesca incondizionata di qualsiasi forma di vita presente in mare da poter trasformare in mangime per nutrire i salmoni degli allevamenti. Le prime aziende a cogliere il potenziale del territorio cileno e delle sue acque provenivano dal Giappone e successivamente dalla Norvegia. Questo tipo di apertura e facilitazioni alle aziende agroalimentari è continuato anche durante i successivi governi semidemocratici protetti dalle reti clientelari e dalla corruzione, legittimati da militari e civili. A sostegno di queste politiche di sviluppo economico, nel 1986 è nata anche SalmonChile, l’associazione di aziende cilene di allevamento del salmone che rappresenta oggi l’80% della produzione nazionale. L’associazione definisce le regole della produzione e del commercio, le attività di marketing e la politica da seguire. Tra gli industriali c’è la convinzione che questo tipo di investimenti abbia delle ricadute positive sulle comunità locali perché sembra creare e consolidare ricchezza e maggior benessere tra i residenti delle aree d’allevamento e di lavorazione del pesce. Per le comunità locali i risultati sono ben diversi e le conseguenze molto gravi sotto il profilo umano, sociale e ambientale. Gli allevamenti industriali non sono sostenibili in quanto non solo mettono a rischio la biodiversità marina e la salute degli abitanti del mare, ma anche il potenziale storico e geografico racchiuso nella cultura gastronomica di questi territori. Per allevare un chilo di salmone servono da cinque a otto chili di mangime ai quali si aggiungono antibiotici per prevenire infezioni, come l’anemia dei pesci, coloranti artificiali per farli assomigliare ai salmoni liberi, non allevati, ed altri prodotti chimici. Le sostanze tossiche vengono rilasciate in mare, si depositano sui fondali unitamente alle feci dei pesci “avvelenati” e uccidono la flora e la fauna marine. Insieme al sistema ambientale viene compromesso anche quello umano e sociale. La pesca industriale la sta facendo da padrona del territorio. Ci sono però anche delle realtà significative di comunità locali di pescatori che si organizzano in sindacati e cooperative per salvaguardare un patrimonio prezioso: cioè le relazioni secolari tra le società e il mare. Coste ed isole sono infatti territorio di pescatori. Qui sono presenti specie autoctone di alghe, uccelli, mammiferi, pesci e crostacei uniche al mondo che necessitano di essere salvaguardate per mantenere in vita i sistemi socio-territoriali che da secoli traggono da queste risorse il loro sostentamento. Le organizzazioni dei pescatori lottano per tutelare l’unicità degli ecosistemi e l’esclusività della pesca artigianale dalla pesante presenza dei gruppi di allevamento e pesca industrialle. |
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