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Secondo i dati Fao, nel 2010 sono stati consumati 286 milioni di tonnellate di carne, cioè 42 chili annui a testa per ogni abitante del pianeta.
I versi del poeta italiano che scriveva in romanesco, Trilussa, alias Carlo Alberto Salustri (1861-1950), ci offrono un punto di vista differente. Secondo la media statistica se qualcuno mangia un pollo, e qualcun altro no, in media hanno mangiato mezzo pollo ciascuno; invece c'è da considerare anche il fatto che per ogni abitante della terra che non vuole o non può mangiare neppure un pollo, ce n’è uno che compensa. Infatti, il problema della relazione tra il consumo di carne e la sostenibilità del sistema che la produce pone l’accento non tanto su chi è che consuma di più o di meno, quando su chi e come ha accesso al bene carne e quale tipo di carne viene consumata. Nella vita vera la parte di chi ha sempre mangiato carne per due (o per tre, quattro...) è stata interpretata dagli americani, almeno fino al 2010. Infatti, nel periodo 1960-2012, il consumo di carne annuo per abitante negli USA è passato da 89 a 120 chili. Dati recenti però mostrano come negli USA, con una popolazione di 316 milioni di abitanti, ma anche in altri paesi europei, il consumo di prodotti di origine animale stia diminuendo: del 6% tra il 2006 e il 2010. Complice la recessione economica, ma anche stili di vita più sani, responsabili e sostenibili – ad esempio è in crescente aumento il numero dei vegetariani o dei vegani (vedi il paragrafo 5.5 sul mondo Veg) – i paesi occidentali stanno leggermente modificando le loro abitudini alimentari o mantenendole pressoché stabili. Ci sono invece altri paesi che vedono il loro consumo di carne aumentare: si tratta di paesi molto estesi e densamente popolati che stanno vivendo un momento di forte crescita economica. Sono i cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa).
Stima del consumo di carne per persona in chilogrammi nel 2010-12 e previsione nel 2022 (Fonte: Heinrich-Böll-Stiftung, Friends of the Earth Itnernational, Meat Atlas, 2014). Il consistente consumo di carne dei paesi ad alto reddito e il progressivo aumento della domanda di carne e di alimenti di origine animale nei paesi ergenti a reddito in crescita ha degli importanti effetti sull’ambiente e sulla salute. La crescita della domanda viene risolta attraverso gli allevamenti intensivi di tipo industriale. Questi allevamenti richiedono ingenti risorse idriche (vedi la tab. 1); sono inquinanti perché i liquami (deiezioni animali e acqua di lavaggio), ricchi di azoto, fosforo e potassio (senza dimenticare le sostanze chimiche e i farmaci che vengono dati agli animali), vengono rilasciati sui terreni raggiungendo le falde e le acque di superficie; perché fanno aumentare le emissioni di anidride carbonica; perchè richiedono enormi quantitativi di foraggio che necessita di vaste superfici agricole per essere coltivato. È la soia ad essere largamente impiegata nell’alimentazione degli animali allevati. L’aumento dei capi di bestiame da nutrire comporta un aumento della domanda di soia tanto che le superfici agricole coltivate a soia stanno superando quelle a grano e mais. Nel 2011, la Cina ha prodotto internamente circa 14 milioni di tonnellate di soia, ma ne ha consumati 70 milioni di tonnellate. Ciò significa che la differenza è stata importata. La soia importata dalla Cina è stata prodotta altrove trasferendo i costi ambientali ad altre economie, spesso in paesi più vulnerabili dove le multinazionali della soia hanno abbattuto foreste o acquistato a bassissimo costo vastissime aree di savana per far posto alla monocoltura della soia. Questo processo rientra nel fenomeno del land grabbing che sta investendo l’intero pianeta (vedi il paragrafo 3.1 sulla svendita delle terre). Tabella 1 - Litri d’acqua necessari per completare l’intero ciclo produttivo di quattro prodotti alimentari
Tra il 1960 e il 2012, il consumo di carne da parte dei cinesi – che sono circa un miliardo e 360 mila (stima 2013) – è passato da 4 a 58 chili all’anno per persona (fonte: FAO). Si consuma prevalentemente pollame e a seguire suini (i cinesi sono i più importanti consumatori di carne di maiale al mondo e anche tra i primi produttori), ovini e bovini. Anche se in Cina si consuma, in termini assoluti, più carne che negli Stati Uniti, circa il doppio, la disparità del consumo procapite resta comunque un’evidenza. Cioè 58 kg/pro capite/annui della Cina contro 120 degli Stati Uniti. L’aumento del consumo di carne in Cina, al momento, è ancora circoscritto alle famiglie benestanti tanto che la carne è diventata un simbolo sociale di benessere ed agiatezza. A livello mediatico si sta giocando molto sull’“effetto Cina” e su cosa potrebbe accadere dal punto di vista ambientale, economico e sociale quando anche le fasce medio basse arriveranno ad aumentare i propri consumi di carne. È evidente però che la responsabilità dell’insostenibilità dell’attuale sistema produttivo della carne non può ricadere interamente sulla Cina. L’attenzione deve invece essere riposta sul sistema globale di cui anche la Cina fa parte, in modo sostanziale vista la sua estensione e la sua consistente popolazione. Sono invece gli allevamenti intensivi industriali ad essere i principali responsabili dell’insostenibilità di questo sistema. Si dice siano “senza terra” a differenza degli allevamenti tradizionali che sono “con la terra”. Questi ultimi, infatti, sono uno dei tasselli dei sistemi agro-ecologici integrati nei quale gli escrementi degli animali non sono un problema inquinante, ma una risorsa per la terra: mescolati con la paglia vanno a formare il letame, utilizzato come fertilizzante. Anche in Cina, come nel resto del mondo, gli allevamenti tradizionali, alla piccola scala e a gestione familiare non riescono a sostenere la concorrenza degli allevamenti industriali sostenuti dal potere delle grandi aziende multinazionali. La sostenibilità della filiera della carne si gioca, quindi, sulla valorizzazione e sul potenziamento dei sistemi agro-ecologici integrati e su un consumo globalmente moderato di carne dove il diritto di accedere ad una parte dell’attuale produzione totale sia una priorità di tutte le persone e non sono di alcune. |
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