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La terra è oggi tutt’altro che un bene comune. I privati se la stanno accaparrando perché dallo sfruttamento della terra si possono trarre enormi guadagni in campo agricolo, minerario, forestale, turistico. Maggiori sono le disponibilità economiche degli acquirenti, maggiori sono i margini di trattativa: talvolta questi ricchi compratori riescono anche a strapparla per pochi denari a chi la utilizza da secoli. È il caso dell’accaparramento di terre ad opera delle multinazionali che stanno comprando milioni di ettari in Africa, America Latina e Asia per coltivare cereali da utilizzare nella produzione degli agrocarburanti o per altri scopi. Di questi affari sono responsabili gli Stati Uniti, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita ed altri, ma anche molti paesi europei, tra cui l’Italia e i governi degli stessi stati africani, asiatici e latinoamericani (vedi il paragrafo 3.1 sulla svendita delle terre). Oltre ad essere un paese che acquista terre lontane, l’Italia è anche un territorio che vende le sue terre. In questi ultimi anni, in particolare dal 2012, è iniziato un fenomeno di svendita delle terre demaniali, quindi di terre pubbliche, cioè collettive. Si tratta di terre di proprietà dello Stato che sono state però nel tempo gestite, usate dalle popolazioni locali, che in modo partecipato, collettivo beneficiano dei frutti. Gli usi di queste terre sono diversi, da quello agricolo a quello silvo-pastorale (principalmente caccia, legnatico, pascolo): sono definite “proprietà collettive”; in esse vivono delle comunità locali che esercitano degli usi civici. Il processo di compravendita è stato legittimato dall'art. 66 del d.l. 24 gennaio 2012, n. 1 emanato dal Governo Monti che prevede la vendita di terreni agricoli e a vocazione agricola del demanio, non utilizzabili per altre finalità istituzionali al fine di favorire lo sviluppo dell'imprenditorialità agricola, in particolare quella giovanile. Quello che emerge dalle politiche ministeriali è una modalità di concepire la terra solo in termini di possesso, cioè come bene escludente, oggetto di diritti di proprietà privata: l’interesse individuale viene messo al di sopra del bene comune. I proventi delle vendite dovrebbero servire a coprire una piccola parte del debito pubblico (comma 9 dell’art. 66 del d.l. 24 gennaio 2012, n. 1) Le comunità locali che da secoli hanno l’uso civico su queste terre e da questi territori traggono il loro sostentamento rivendicano il loro diritto ad una gestione responsabile ed efficace da parte delle collettività. Un paese che mette in vendita le terre agricole pubbliche è un paese che rinuncia definitivamente alla propria sovranità alimentare (vedi il paragrafo 1.5 sulla sovranità alimentare). La campagna nazionale di Genuino Clandestino, denominata appunto “Terra bene comune”, è stata lanciata da una rete di organizzazioni aderenti al Movimento per l’accesso alla terra, in difesa dei i beni comuni e contro la vendita dei terreni del demanio pubblico. Questo movimento avanza alcune richieste, qui di seguito sintetizzate: * le terre non devono essere vendute, ma su di esse devono essere pensati nuovi piani di assegnazione; * le terre dovrebbero essere soggette a canoni di affitto di lunga durata e alla portata degli agricoltori; * le terre non devono essere oggetto di attività speculative; * l’agricoltura praticata dovrebbe essere quella familiare basata sul rispetto della biodiversità ambientale e del saper fare delle società rurali, moderatamente meccanizzata, progettata e gestita dalle comunità locali come richiesto dalla campagna per l’agricoltura contadina; * il territorio rurale dovrebbe essere caratterizzato da progetti di cohousing, in cui le risorse e i beni per realizzare un’abitazione siano messi in condivisione; queste abitazioni dovrebbero utilizzare prevalentemente materiali naturali e a bassissimo impatto ambientale come legno e paglia ed essere funzionali all’attività agricola in modo che chi coltiva la terra possa anche abitarla.
Gli esempi di lotta in difesa della terra comune sono molti. Mondeggi, in provincia di Firenze è uno si questi. 200 ettari di terra di proprietà della provincia che ospitano vigneti, pascoli, oliveti, boschi, giardini, fabbricati rurali e una villa rinascimentale sono stati messi in vendita dall’amministrazione a seguito, nel 2012, dell’iniziativa del governo italiano di dismettere le terre demaniali (fonte: http://tbcfirenzemondeggi.noblogs.org/perche-questo-blog/) Un’esperienza eticamente rilevante che rilancia l’idea della terra come bene comune è quella voluta dalla legge n. 109 del 7 marzo 1996 (conosciuta come legge “Rognoni-La Torre”) che ha consentito l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie, tra cui rientrano anche le terre. I terreni sequestrati vengono devoluti allo Stato e possono diventare un fattore di crescita socio economica di un territorio favorendone non solo lo sviluppo, ma anche la lotta contro la criminalità organizzata. Questi terreni, infatti, possono essere assegnati dallo Stato a delle cooperative sociali costituite almeno in parte da persone deboli, invalide, disoccupate, con problemi di dipendenze o con altre problematiche alle quali viene data la possibilità di creare le premesse per un reddito stabile e duraturo. È quanto ha tentato di fare la rete dell'associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, fondata da Don Luigi Ciotti e Giancarlo Caselli nel 1995, attraverso Libera Terra, un marchio nel quale si riconosce una serie di cooperative assegnatarie di terreni confiscati alle mafie. Libera coordina e accompagna questo gruppo di cooperative sociali che condividono la gestione delle attività agricole e la trasformazione delle materie prime (grano, olive, legumi, uva, ecc.), nonché la ripartizione dei rischi del mercato, attraverso un costante lavoro di valorizzazione, tutela e ricerca della stabilità proprio su quelle terre convertite in risorse collettive. Infine, ma non da ultimi, anche gli orti urbani e sociali rappresentano un altro tassello di una politica che crede nel valore della terra come bene comune. In Italia ci sono circa diciotto milioni di orti urbani per una superficie totale di 3.3 milioni di metri quadrati (fonte: Coldiretti su dati ISTAT del 2013). Oltre l’80% di questi orti si trova nelle città del Nord (vedi l’esperienza della città di Padova e di Cadoneghe, in provincia); sono invece poco presenti al Centro e scarsi al Sud. Si tratta di terreni pubblici concessi in comodato dalle amministrazioni comunali a dei “contadini di città”, cioè dei cittadini che ne fanno richiesta, per trasformarli in luoghi di produzione di ortaggi e di frutta per uso familiare o di giardinaggio. Gli obiettivi sono plurali: recupero di aree abbandonate o degradate, creazione di occasioni di aggregazione e di vita sociale, realizzazione di spazi verdi, in alcuni casi rappresentano anche opportunità didattiche, educative e rieducative. Si tratta, quindi, di esperienze attraverso le quali mettere in gioco una rinnovata relazione con la terra e con i prodotti agricoli all’interno di un quadro istituzionale che legittima il bene comune invece di negarlo in favore del bene privato. In Italia, come in altri paesi del mondo, la terra comune, insieme all’acqua e all’aria – restano delle risorse strategiche per la sopravvivenza dei diversi sistemi socio-territoriali. |
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