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4.1 La fame è qui

In Italia, l’istituto statistico che di anno in anno monitora la situazione economica e sociale della popolazione è l’ISTAT. Nel rapporto annuale su “Reddito e condizioni di vita del 2014 (periodo di riferimento dei dati 2013), risulta che:

  • 12,6% delle famiglie è in condizione di povertà relativa (cioè 3 milioni 230 mila famiglie)
  • 7,9% lo è in termini assoluti (cioè 2 milioni 28 mila famiglie)
  • su un totale di 24.611.766 famiglie.

 

  • 16,6% della popolazione vive in povertà relativa (10 milioni 48 mila persone)
  • 9,9% della popolazione vive povertà assoluta (6 milioni 20 mila)
  • su una popolazione residente totale di 59.685.00 abitanti al 1° gennaio 2013 (fonte: ISTAT)

Per approfondire il significato dei termini “povertà assoluta” e “povertà relativa” vedi il paragrafo 1.1 sulla povertà.

Tra il 2012 e il 2013, l'incidenza di povertà relativa tra le famiglie è stabile (dal 12,7 al 12,6%) in tutto il territorio nazionale; la soglia di povertà relativa, pari a 972,52 euro per una famiglia di due componenti, è di circa 18 euro inferiore al valore della soglia del 2012.

In Italia, nel 2013, il 28,4% delle persone è “a rischio povertà o esclusione sociale”. L’indicatore è stato adottato nell’ambito della strategia “Europa 2020” dell’Unione Europea – avente l’obiettivo di ridurre di almeno 20 milioni il numero di persone a rischio di povertà o di esclusione sociale – ed è il risultato della combinazione del rischio di povertà (calcolato sui redditi 2012), della "grave deprivazione materiale" e della "bassa intensità di lavoro" e corrisponde alla quota di popolazione che sperimenta almeno una di quelle condizioni. Alla scala dell’Unione Europea, le persone che versano in una delle condizioni sopra riportate sono oltre 120 milioni. In Italia, la percentuale è leggermente in calo rispetto al 2012 (29,9%), ma sono in aumento le famiglie numerose a rischio povertà.

Le famiglie con tre o più figli minori rappresentano uno dei segmenti della società italiana a maggiore incidenza di povertà assoluta (21,3%), ma l’aumento della povertà è molto rilevante anche tra le famiglie con 1 o 2 figli (vedi la Tab. 1). Ciò pone l’Italia tra i paesi a rischio povertà minorile come già denunciato da Save the Children nell’Atlante dell’infanzia (a rischio) del 2013.

Tabella 1 – Incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con figli minori (valori percentuali)

2007

2013

Famiglie con 1 figlio minore

3,1

10,2

Famiglie con 2 figli minori

3,8

13,4

Famiglie con 3 o più figli minori

10,5

21,3

Famiglie con almeno 1 figlio minore

3,9

12,2

 






(Fonte: ISTAT, 2014)

Guardando all’Italia e provando ad analizzare le tre componenti dell’indicatore “rischio povertà o esclusione sociale”, si possono evincere i seguenti dati:

- le persone che vivono in famiglie a rischio di povertà sono rimaste stazionarie al 19,4%;

- le persone che vivono in famiglie gravemente deprivate materialmente sono passate dal 11,2% nel 2011 a 14,5% nel 2012;

- le persone che vivono in famiglie con bassa intensità lavorativa rappresentano il 10,3% della popolazione.

Per capire il significato di “rischio di povertà”, “grave deprivazione materiale” e “bassa intensità lavorativa” leggi le definizioni qui (fonte: Ministero del lavoro e delle politiche sociali).

Molte di queste persone risiedono nell’Italia meridionale dove, nel 2012, il 48% della popolazione era a rischio di povertà o di esclusione sociale e uno su quattro viveva in grave disagio economico.

Anche Caritas italiana conferma i dati dell’ISTAT attraverso i sui rapporti “False Partenze. Rapporto sulla povertà e l’esclusione sociale" e "Il bilancio della crisi. Le politiche contro la povertà in Italia" pubblicati nel 2014. Nel secondo rapporto emerge come il numero dei poveri assoluti sia aumentato: “Nel 2012 vivevano in povertà assoluta 4,8 milioni di persone residenti in Italia, pari all’8% del totale, mentre nel 2007 erano 2,4 milioni, cioè il 4,1%. In altre parole, i poveri sono raddoppiati in cinque anni”.

Prima ancora che la casa o altri bisogni materiali per condurre una vita dignitosa, il cibo rappresenta la cartina di tornasole della situazione in cui versano milioni di persone. Anche in Italia si lotta contro la fame e per questo problema il governo italiano chiede anche aiuti finanziari all’Unione Europea.

Dal 2014 e fino al 2020, nell’ambito della sopracitata strategia “Europa 2020”, la commissione europea ha creato il FEAD (fondo europeo per l’aiuto agli indigenti) stanziando 3,8 miliardi di euro per il sostegno materiale ai poveri: l’Italia ne riceverà circa 100 milioni l'anno da impiegare per acquistare cibo, vestiti, libri e materiali scolastici, ecc. Gli stati dotati di welfare efficiente, impiegheranno questi fondi in altro modo; gli altri, come l’Italia, li useranno per far fronte ai bisogni primari più urgenti. Secondo molti analisti e secondo alcuni paesi “forti” dell’UE, come la Germania, l’aiuto materiale alle persone indigenti dovrebbe essere innanzitutto un compito dello Stato – attraverso le politiche familiari, sociali, ecc. – degli enti locali, dei cittadini in generale, prima ancora che dell’UE.

La fame in Italia è un’evidenza non sempre visibile, non sempre nota grazie alla grande dignità manifestata dalle famiglie in difficoltà, grazie anche allo straordinario l’impegno di amministrazioni comunali attente e sensibili, parrocchie, associazioni del terzo settore nel far fronte a situazioni di disagio o mancanza alimentare; talvolta è un’evidenza non vista dai decisori politici.

Le analisi della Coldiretti, fatte sui dati dell’ISTAT e sul “Piano di distribuzione degli alimenti agli indigenti 2013” realizzato dall'Agenzia nazionale per le erogazioni in agricoltura (AGEA), rivelano che gli italiani che non riescono a permettersi un pasto proteico adeguato almeno ogni due giorni sono aumentati del 35%, raggiungendo la cifra di circa dieci milioni.

Nel 2012, le persone che hanno chiesto aiuto per il cibo sono oltre quattro milioni; di queste oltre 300 mila hanno beneficiato dei servizi mensa, mentre quasi 3,8 milioni hanno avuto assistenza attraverso i pacchi alimentari (per maggiori dettagli vedi il paragrafo 4.2 E se il pane non bastasse?). Secondo Coldiretti la formula dei pacchi alimentari risponde maggiormente alle attese dei beneficiari (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) i quali prediligono questa forma di aiuto piuttosto che il consumo di pasti gratuiti in mensa.

Se i dati poco promettenti sono riferiti al 2013, anche quelli del 2014 non lasciano intravedere notizie migliori. Nel corso dell’ultimo anno è ulteriormente scesa rispetto all’anno precedente la domanda di alcuni generi alimentare come le uova (-3,8%) e l'ortofrutta i cui consumi sono crollati ad un quantitativo che nel 2014 è sceso a meno di 323 chili per famiglia all'anno. Ciò significa che il consumo di frutta e verdura è sceso molto al di sotto dei 400 grammi per persona raccomandati dall’organizzazione mondiale della sanità (OMS).

Come già ricordato, è spesso la rete delle solidarietà locali e nazionali e la creatività sociale a colmare le lacune di un sistema politico deficitario nel suo compito di trovare soluzioni adeguate affinché tutte le fasce della popolazione possano condurre una vita dignitosa (vedi i paragrafi 4.2 sulle mense della carità e 5.6 su eccedenze e recupero).