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1.2 Fame

carta_denutrizione

Figura 1 - Spreco e denutrizione (Fonte: La Fame e gli sprechi, 10.10.2013, inchieste.repubblica.it su dati FAO, 2013)

Se da un lato è vero che non sempre povertà e fame coincidono, dall’altro lato però è evidente che la fame sia la prima manifestazione della povertà (fig.1). Fame è una parola che ci appartiene, ma è anche un problema degli altri, emblema della povertà, quella estrema, quella che arriva a privare del cibo che nutre. Oltre ottocento milioni di persone al mondo soffrono la fame o hanno un’alimentazione insufficiente.

Jean Ziegler, nel suo libro La fame nel mondo spiegata a mio figlio (Il Saggiatore, 2010), ci ricorda che quando si parla di fame e di carestia dobbiamo fare delle distinzioni.

Uragani, alluvioni o siccità, guerre possono generare situazioni temporanee di difficoltà nell’approvvigionamento di cibo dando vita a quella che viene definita “carestia congiunturale”. Ciò significa che improvvisamente molte persone non hanno più da mangiare e che se non arrivano in tempo gli aiuti alimentari rischiano la morte.

Altra cosa è invece la “carestia strutturale”, cioè una situazione in cui c’è un mancanza permanente di cibo e un’assenza costante di un’alimentazione adeguata. Questa carestia è più complessa. Essa dipende da una serie di cause tra loro legate che riguardano l’arretratezza del settore agricolo, l’assenza di infrastrutture e di industrie, la mancanza di strutture socio-culturali ed educative, ma anche la debolezza dei governi e le relazioni politiche, economiche e finanziarie di questi Paesi con i Paesi ricchi e con le istituzioni internazionali (ONU, Banca Mondiale, Fondo Monetario internazionale, Organizzazione mondiale per il commercio).

Quando congiunture climatiche e politiche sfavorevoli vanno a colpire Paesi che già vivono carestie strutturali particolarmente pesanti questo aggrava ulteriormente il problema della fame.

La tendenza a spiegare la fame attraverso fattori di tipo climatico o ambientale, ad esempio eccesso o carenza di piogge o di tipo demografico, ad esempio smisurati aumenti della popolazione, ha caratterizzato per lungo tempo il nostro pensiero e in parte ancora lo condiziona.

Oggi però sempre più si sta diffondendo la convinzione che la fame abbia anche altre cause più legate a fattori di tipo politico e culturale come la democrazia, la stabilità, la pace. Questa convinzione mette al centro del problema della fame “l’accesso alla risorsa cibo”. Significa che una persona o una famiglia dovrebbe poter produrre, acquistare, consumare un cibo sano per nutrirsi; ciò non vuol dire solo disporre di denaro per procurarsi gli alimenti, che è sicuramente un elemento importante, ma anche poter beneficiare di tutta una serie di strutture e condizioni che ne facilitino l’avvicinamento come la possibilità per i contadini di coltivare la terra in modo sicuro, senza ad esempio la paura che lo Stato o le multinazionali gliela portino via, avere strade e mezzi sicuri per raggiungere il mercato, avere un’istruzione adeguata per poter scegliere in modo consapevole cosa mangiare, ecc. Queste condizioni sono più deboli nelle aree del pianeta dove regnano instabilità, conflitti, dittature o democrazie deboli, corruzione e quindi anche i maggiori problemi di insufficienza alimentare.

La FAO (l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) conferma queste osservazioni sostenendo proprio che a livello mondiale, la mancanza di cibo oggi sia in gran parte un problema di accesso alle risorse o ai servizi necessari alle famiglie per produrre, acquistare, o comunque ottenere cibo sufficientemente nutriente.

La posizione della FAO è rinforzata dal dato secondo il quale la quantità di cibo prodotto oggi potrebbe soddisfare il bisogno di 12 miliardi di persone, quasi il doppio dell’attuale popolazione mondiale. Quindi non si tratterebbe di produrre più cibo per ridurre la fame, bensì di migliorare alcune delle condizioni per accedere al cibo e lavorare per rendere più stabili politicamente i governi di alcuni Paesi potrebbe contribuire a portare qualche buona soluzione al problema della fame.

Ad esempio in Africa, in particolare nell’area sub sahariana, molti Paesi sono ancora toccati da carestie strutturali e dalla denutrizione. Nonostante ciò, il progresso della democrazia e la stabilità di alcuni regimi politici, il lieve miglioramento della qualità delle economie, il lento ma irreversibile cammino verso la consapevolezza e responsabilità politica delle persone stanno dando segnali positivi e fanno intravedere una speranza di liberazione dalla fame. Di questo ne sono un esempio il Marocco, l’Angola, il Benin, il Camerun, il Malawi, le Maldive, il Togo, Djibouti e il Ghana, i quali fanno parte dei trentotto Paesi che hanno raggiunto il primo obiettivo dell’ONU.

Tuttavia, l’ottimismo sul processo di miglioramento deve tener conto che la corruzione e la minaccia di conflitti interni e internazionali sono sempre in agguato; la possibilità di vivere in un mondo senza fame si fonda principalmente sulla volontà dei governi di attuare politiche responsabili e sulla capacità di mantenere la pace.

Infine, ma non da ultimo, la fame è legata anche alla malnutrizione. Quest’ultima presenta due problematiche: la prima legata al cibo in difetto e la seconda al cibo in eccesso.

In difetto è denutrizione che persiste ancora in poche aree del pianeta.

In eccesso è sovranutrizione, quando il cibo consumato è di più di quello necessario per vivere o di scarsa qualità, come quello dei fast food o il cibo spazzatura detto junk food. Questa problematica interessa molte aree del pianeta e porta a patologie come obesità, diabete, malattie cardiovascolari. In particolare, l’obesità è definita dall’OMS (l’organizzazione mondiale della sanità) uno dei principali problemi di salute pubblica nel mondo. Nel mondo, le persone obese o sovrappeso sono un miliardo e mezzo; ciò significa che per ogni persona denutrita ce ne sono due che mangiano troppo e/o male. In alcuni Paesi si supera abbondantemente il 25% della popolazione (tra questi ci sono il Kuwait, gli Stati Uniti, Trinidad e Tobago, l’Argentina, il Messico) e se si guarda ai bambini il fenomeno desta preoccupazione considerato che un bambino sovrappeso su tre resterà tale anche da adulto. Inoltre, l’incidenza della percentuale di sovranutriti è maggiore tra le famiglie povere dei paesi ricchi (per approfondire, leggi ).

La parola fame quindi ci porta sui fili di diverse storie tra loro intrecciate: dell’agricoltura, ma anche dell’allevamento, della pesca, della trasformazione e del consumo delle risorse alimentari. Tutte queste attività rispondono all’esigenza primaria di nutrirsi e per farlo le persone si mettono in relazione con la natura: terra, acqua, aria e condizioni climatiche sono i fattori che ne hanno reso possibile lo sviluppo.

L’esito di questa relazione varia a seconda del modo in cui le persone stabiliscono le regole tra le parti in gioco: più le persone sono vicine e rispettose degli spazi e dei tempi della natura più riescono a produrre un cibo che non distrugge l’ambiente, che non fa male a chi lo produce e a chi lo consuma.

Il filo che lega le persone e la natura, e le persone tra loro, quelle che producono il cibo e quelle che lo consumano, è definito filiera. Più le persone sono lontane dalla natura e quindi anche dalla produzione, più grande è il rischio di un peggioramento della qualità della vita, che include anche la qualità del nostro cibo, dell’ambiente, non solo di quello in cui viviamo, ma del mondo in generale. Si potrebbe dire che il desiderio di avvicinarsi sempre più a quello che mangiamo, una sorta di "filiera corta" della curiosità, lasciandosi appassionare dalla provenienza, dalla conoscenza di chi l’ha prodotto, ecc., dovrebbe stimolare il nostro appetito, far aumentare il nostro piacere di vivere nonché il desiderio di riprendere in mano il lavoro della terra per produrre il nostro cibo.