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2.2 2014: punto della situazione

Il Rapporto sugli obiettivi di sviluppo del millennio pubblicato il 7 luglio 2014 presenta i risultati e i progressi raggiunti per ognuno degli otto obiettivi. La pubblicazione riporta i dati del biennio 2011-13 (Millennium Development Goals Report, 2014). Per quanto riguarda il primo obiettivo, i tre traguardi hanno probabilità diverse di essere raggiunti. Il primo, quello sul dimezzamento del numero di persone che vivono al di sotto della soglia di povertà (1,25 dollari al giorno) è stato già raggiunto cinque anni prima del termine; restano più critici i risultati sulla disoccupazione e sulla fame.

Sul traguardo della povertà…

A questo proposito, i dati del 2010 dimostrano che le persone che vivevano con meno di 1,25 dollari al giorno erano 700 milioni in meno rispetto al 1990. 1 miliardo e 200 milioni sono però quelle che ancora vivono in condizioni di povertà estrema: cioè una persona su cinque. In particolare, le regioni con più persone che vivono in povertà sono l’Africa subsahariana e l’Asia meridionale. Un terzo del miliardo e duecento milioni viveva in India. Al secondo posto c’era la Cina che rappresentava il 13% della povertà estrema globale, seguita dalla Nigeria, 9% e da Bangladesh e Repubblica Democratica del Congo, 5%. In generale, due terzi della povertà estrema si trovavano in questi cinque paesi. Chiaramente, oltre a questi paesi, anche quelli in conflitto hanno situazioni di povertà particolarmente drammatiche. I dati devono sempre essere utilizzati con cautela perché non sono mai “assoluti”; spesso non sono così attendibili considerata l’approssimazione o la non regolarità con la quale vengono condotte le inchieste sui consumi domestici. Il numero di poveri potrebbe quindi essere maggiore o minore di quello pubblicato.

Nello stesso rapporto sugli obiettivi di sviluppo del millennio si mettono in evidenza i legami della povertà con una serie di fattori che richiamano le problematiche affrontate dagli altri obiettivi: spesso i più poveri si trovano in aree dove le condizioni sanitarie sono scadenti (quarto obiettivo, quinto e sesto), dove l’ambiente è degradato (settimo obiettivo), dove non c’è accesso all’istruzione (secondo obiettivo).

Sul traguardo del lavoro…

Il secondo traguardo riguarda la piena occupazione e il lavoro dignitoso. Il rapporto sottolinea le difficoltà causate dalla recente crisi finanziaria, iniziata alla fine degli anni Novanta ed esplosa nel 2008 con il fallimento di alcuni colossi bancari statunitensi, che ha inciso sull’economia reale, quella che produce beni e servizi. Non ricevendo finanziamenti dalle banche, le imprese, impossibilitate ad investire e quindi a produrre, hanno iniziato a tagliare la produzione, gli stipendi e i posti di lavoro generando una serie di reazioni a catena con effetti negativi sull’occupazione, sui consumi, ecc. incidendo soprattutto su donne e giovani.

In molti paesi in via di sviluppo, dove i tassi di disoccupazione sono elevatissimi e la povertà dilagante, l’economia informale, cioè quell’insieme di attività che non rientrano nel mercato formale dei contratti regolari di lavoro ma che sono generatrici di reddito, è la principale fonte di sopravvivenza per le famiglie. Queste attività informali, all’interno del rapporto sugli obiettivi di sviluppo del millennio, sono definite “lavori vulnerabili” in quanto senza tutele previdenziali e sindacali, scarsamente remunerati e talvolta svolti in condizioni pericolose per la salute. Nel 2013, nei paesi in via di sviluppo, il “tasso di occupazione vulnerabile” era del 57% a fronte del 10% dei paesi ad alto reddito. Guardando a questo tasso con gli occhi del mercato formale, le persone in esso considerate, come venditori ambulanti, piccoli commercianti, ecc., risultano disoccupate o in cerca di lavoro. Quindi, si può riflettere sul fatto che proprio nei paesi in via di sviluppo, alti tassi di disoccupazione “formale” nascondono in realtà un enorme settore informale fatto di lavoro sommerso, non degno né tutelato che per l’importanza che riveste meriterebbe la piena regolarizzazione e formalizzazione.

Tra i disoccupati “formali”, le donne rappresentano la percentuale maggiore, oltre il 60%. Anche in questo caso, sono molto forti i legami con gli altri obiettivi; in particolare, per quanto riguarda l’occupazione femminile, il terzo obiettivo che mira alla piena parità di genere nell’accesso all’istruzione, alla politica e al mercato del lavoro.

Sul traguardo della fame…

Secondo il Rapporto sugli obiettivi del millennio, i dati relativi al terzo traguardo, volto a dimezzare le persone che soffrono la fame, restituiscono una situazione che, nonostante gli evidenti miglioramenti degli ultimi anni, interroga sull’urgenza di risolvere una problematica che nel biennio 2011-13, interessava ancora 842 milioni di persone (805 milioni secondo la FAO, cioè una persona su nove). Secondo l’ONU, significa che una persona su otto a livello globale non riesce a soddisfare il suo fabbisogno calorico quotidiano, cioè 1.800 kilocalorie. Di questi 842 milioni, 827 milioni vivono nei paesi in via di sviluppo. Dal 1990 al 2013, i progressi nella riduzione delle persone denutrite sono stati significativi: dal 23,6% della popolazione totale al 14,3%. C’è da ricordare però che nel periodo 1990-2005 i progressi furono rapidi e consistenti, mentre nell’ultimo decennio sono stati più lenti, in particolare a causa della crisi economica e della conseguente diminuzione dell’aiuto pubblico allo sviluppo.

Fatta eccezione per l’Africa subsahariana e l’Asia meridionale, nel resto del pianeta il traguardo del dimezzamento delle persone che soffrono la fame è stato raggiunto o quasi. Secondo il rapporto della FAO "Lo stato dell’insicurezza alimentare nel mondo", pubblicato il 16 settembre 2014, sono 63 i paesi in via di sviluppo che hanno raggiunto il terzo traguardo del primo obiettivo di sviluppo del millennio, tra questi la Cina, il Marocco, il Cile, insieme ad Argentina, Barbados, Repubblica Dominicana, Brunei Darussalam, Egitto, Iran, Kazakhstan, Libano, Malaysia, Messico, Corea del Sud, Arabia Saudita, Sud Africa, Tunisia, Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Altri sei sono sulla buona strada per raggiungerlo entro il 2015.

Aver dimezzato il numero delle persone affamate non significa però avere anche raggiunto una condizione di benessere alimentare. Spesso, anche laddove i tassi di denutrizione sono relativamente bassi, persistono situazioni pesanti di bambini sottopeso o che presentano ritardi nella crescita sui quali incidono anche la qualità del cibo ingerito, ma anche le scarse condizioni igienico-sanitarie del contesto abitativo, l’insorgere di malattie come diarrea, malaria, AIDS e tubercolosi.

I casi del Sud Sudan, della Siria, della Repubblica Centrafricana e dell’Iraq sono degli esempi in cui la presenza di situazioni di guerra aggravano o peggiorano le condizioni di accesso al cibo; in paesi come Liberia, Sierra Leone e Guinea, invece, è l’emergenza sanitaria, acutizzata dalla presenza del virus Ebola, che sta incidendo in modo preoccupante su una già critica situazione alimentare.

Nel 2012, il 15% dei bambini sotto i cinque anni di età a livello globale, cioè 99 milioni – uno su sette - era sottopeso. Nonostante ci sia stato un calo del 38% dal 1990 (allora la stima era di 160 milioni di bambini sottopeso), le percentuali sono ancora preoccupanti, se si considerano inoltre le conseguenze che la denutrizione o sottonutrizione ha sullo sviluppo e sulla possibilità di futuro di questi bambini. Attraverso il quarto obiettivo mirato alla riduzione della mortalità infantile e il quinto finalizzato al miglioramento della salute delle gestanti, si è messo in luce come risultati positivi nella realizzazione di questi traguardi fossero legati ad un miglioramento nella pratica dell’allattamento al seno dei neonati e nell’alimentazione dei bambini sotto i due anni di età e delle madri durante la gravidanza, fattori ritenuti fondamentali per ridurre i problemi legati alla denutrizione.

Nonostante i risultati positivi in alcuni casi modesti come in Africa subsahariana in altri più significativi come in Asia orientale, nel mondo ancora un bambino su quattro presenta ritardi nello sviluppo. Questo dato è emblematico in quanto riflette eventuali problematiche di denutrizione o infezione durante il periodo critico dei “1000 giorni” che va dall’inizio della gestazione ai primi due anni di vita del bambino. Nel 1990, il 40% dei bambini era affetto da ritardi della crescita; nel 2013 questa percentuale è diminuita al 25% che corrisponde ad una stima di 162 milioni di bambini sotto i cinque anni. Questa diminuzione ha caratterizzata tutto il pianeta, ad eccezione dell’Africa subsahariana dove la cifra è aumentata di un terzo, da 44 milioni nel 1990 a 58 milioni nel 2012.

Risolvere i problemi della denutrizione infantile, il sottopeso e i ritardi nello sviluppo psico-fisico, significa intervenire sull’alimentazione delle madri durante la gravidanza e l’allattamento e sul periodo dello svezzamento con azioni educative e preventive puntando non solo sulla quantità, ma anche sulla qualità del cibo consumato.

Infine, ma non da ultimo, la sottonutrizione, che riguarda un insufficiente apporto calorico giornaliero per persona, è solo una faccia del problema più ampio della malnutrizione. L’altra faccia è la sovranutrizione, cioè quel fenomeno che interessa un miliardo e mezzo di persone nel mondo, quasi il doppio di quelle denutrite, che vive mangiando una quantità di cibo in eccesso rispetto al fabbisogno o di scarsa qualità. In alcuni Paesi come Kuwait, Stati Uniti, Trinidad e Tobago, Argentina, Messico, la percentuale di persone sovrappeso supera abbondantemente il 25% della popolazione totale. La sovranutrizione è una delle cause principali di patologie come obesità, diabete, malattie cardiovascolari. Questa problematica riguarda in particolare le fasce di popolazione più povere dei paesi a reddito medio-alto (vedi il paragrafo 1.3 sulla fame)

Per scoprire i risultati raggiunti dai singoli paesi per ogni indicatore è possibile effettuare una ricerca a partire dal database delle Nazioni Unite sugli obiettivi del millennio.