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5.2 Straordinarietà della guerra

 

È plausibile affermare che l’informazione sia oggi più che mai un’arma strategica come sostiene Claudio Fracassi nel suo libro Bugie di guerra (Mursia, 2003)?

L’informazione costruisce identità, documenta eventi, raccoglie dati e li rielabora, interpreta, ricostruisce la storia e le storie, decreta l’esistenza di un conflitto. O lo nega, dimenticandolo, non raccontandolo. L’informazione, attraverso i media (mass media, al singolare mass medium), cioè i mezzi di comunicazione di massa, svela o nasconde le storie di guerra e quindi, con esse i suoi attori, a tutte le scale, quelle più vicine e quelle più lontane al teatro bellico.

Il legame tra informazione e guerra non è recente, ce lo racconta Enrico De Angelis nel suo libro Guerra e mass media (Carocci, 2007). Esso nasce con i primi strumenti d’informazione e si connota ben presto come relazione di reciproca dipendenza: le conquiste innovatrici dei media sono a servizio della guerra e la guerra si configura come terreno di sviluppo e avanzamento delle potenzialità dei media.

Partiamo da quest’ultima intuizione: la guerra contribuisce al progresso, anche tecnologico, dei media. La rete postale, ma soprattutto il telegrafo (leggi un approfondimento sull’uso del telegrafo dalla rivoluzione francese alla guerra di Crimea), oltre due secoli fa, e successivamente la stampa, il cinema e la radio hanno contribuito ad un aumento della velocità di scambio delle informazioni tra i giornalisti e non solo. Questa velocità ha portato ad un annullamento delle distanze tra ciò che accadeva “sul fronte”, quindi la conoscenza di ciò e la sua narrazione.

Le figure del fotogiornalista e del corrispondente, noto anche come inviato di guerra, nascono in occasione della guerra di Crimea nel 1853. Con esse si creano anche i presupposti per la costruzione della narrazione storica di guerra: un intrigante connubio di realtà, invenzione, finzione, menzogna.

In questo connubio anche il controllo dell’informazione, la manipolazione delle notizie, la censura militare, la diffusione di notizie false sono state (e sono) operazioni strategiche per costruire il “fronte”, il nemico, il consenso, i successi in campo bellico. Prima ancora che dai giornalisti, queste operazioni venivano condotte da chi deteneva il potere, come generali degli eserciti, capi di stato, alti funzionari.

 

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In particolare, la radio durante la prima metà del Novecento ebbe un ruolo di fondamentale importanza per la propaganda dei regimi totalitari; il mezzo consentiva di raggiungere un’ampia base sociale, entrava nelle case e penetrava nella cultura, orientava ed influenzava le scelte. Nella seconda metà del secolo scorso, la “missione civilizzatrice” sarà portata a termine dalla televisione. Dalla guerra in Vietnam (1955-1975) alle guerre di oggi, la storia è stata raccontata in modo spettacolare dalla televisione che potremmo definire un’arma ideologica potentissima, fin troppo spesso megafono del potere. Infatti, la storia, lo abbiamo argomentato nel focus 1 sulle storie di guerra e di pace, è una narrazione. Quella a noi più nota è quella dell’Occidente vincitore o grande minacciato dal resto dell’umanità nei confronti del quale deve costruire adeguati apparati di difesa.

Dall’altro lato però, la televisione e con essa anche altri media, hanno anche il merito di essere riusciti a costruire una cultura critica capace di svincolarsi dalla subalternità propagandistica per contribuire alla formazione di un’opinione pubblica consapevole.

Il potere dei media e la consapevolezza di questo potere, hanno fatto aumentare la strategicità del ruolo dell’informazione nella costruzione narrativa dei conflitti, cioè nel loro racconto. Proprio in funzione di questo potere dei media e del loro legame con i poteri politici, ci sono stati e ci sono conflitti che non sono stati così ampiamente documentati. Nel 1982, la guerra delle Falkland/Malvinas tra il Regno Unito e l’Argentina non ha ricevuto copertura informativa in ragione di una censura praticata dal governo britannico che temeva l’effetto Vietnam, cioè la diffusione globale dell’informazione. Negli anni ’90, la prima guerra del golfo è stata raccontata in modo tale da giustificare e legittimare pienamente l’aggressione degli Stati Uniti: la guerra chirurgica, puntuale non doveva mietere vittime. Infatti, durante la fase di attacco, non sono state presentate dai media immagini di morte e di sangue; dovevano essere allontanate il più possibile reazioni dell’opinione pubblica contrarie. Inoltre, le informazioni false erano all’ordine del giorno: l’obiettivo era quello di riuscire a costruire un nemico ad hoc, l’Iraq.

Negli stessi anni, anche sui territori dell’ex Jugoslavia, i mezzi di informazione sono stati utilizzati dai poteri locali per costruire all’interno dell’area balcanica muri di odio eretti sull’appartenenza “etnica”: la cultura dell’odio si è alimentata attraverso l’uso di lingue connotanti, distintive. La copertura mediatica internazione di questo conflitto si è dissolta nel corso del tempo, considerata la sua lunghezza temporale, ma soprattutto la sua complessità che rendeva difficile la narrazione, creando l’illusione nell’opinione pubblica esterna al conflitto, che quasi non esistesse più. Le rare apparizioni sullo schermo e sui giornali non hanno mai reso giustizia di questa complessità, al contrario hanno contribuito alla sua banalizzazione e semplificazione.

L’avvento del nuovo millennio e delle sue guerre ha inaugurato anche una nuova era informativa legata alla comunicazione nello spazio virtuale di internet. Posta elettronica, blog e social network hanno accorciato i tempi della diffusione dell’informazione ed anche gli spazi. In molte situazioni hanno rappresentato anche un veicolo importante di relazioni per la costruzione di reti, come nel caso dei movimenti sociali che a partire dal 2010-11 hanno portato alla dissoluzione di molti regimi nei paesi arabi (per approfondimenti si veda il caso del movimento 6 aprile in Egitto) o di ponti tra comunità divise da antichi conflitti come nel caso di Azerbaijan e Armenia. Allo stesso tempo hanno però fornito a censura e manipolazione delle notizie strumenti performanti per continuare ad impedire all’opinione pubblica la conoscenza non solo degli andamenti di alcuni conflitti, ma soprattutto dell’esistenza di altri.

Dal 2001, il ruolo dei media è diventato imperante nella costruzione del fronte unico filoamericano contro il terrorismo islamico. Dalle immagini delle macerie del World Trade Center alle attuali conquiste dei droni in Pakistan, Afganistan, Somalia passando per i ritratti tumefatti di leader storici come Saddam Hussein, Bin Laden e Muhammar Gheddafi, i media hanno raccontato il trionfo della politica estera statunitense ed occidentale, in generale, nella lotta contro il terrorismo islamico. Questa azione ha un influente potere nella costruzione di un’idea condivisa di nemico dove viene lasciato poco margine per una costruzione critica degli eventi e delle relazioni internazionali.

Per approfondire questi argomenti, è consultabile on line La comunicazione, il dizionario di scienze e tecniche a cura di Franco Lever, Pier Cesare Rivoltella e Adriano Zanacchi; una sezione è dedicata alla relazione tra guerra e mass media.