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5.1 Quotidiniatà della guerra

C’è una quotidianità della guerra? Certo, ma i media fin troppo spesso la dimenticano travolti dal bisogno di spettacolarizzarne gli effetti o di nasconderne cause, bisogni, fatti, persone (per approfondimenti vedi il focus 5.2 sulla spettacolarizzazione della guerra). L’affermazione vale fino a prova contraria perché, chiaramente, c’è anche chi fa della narrazione del quotidiano il fulcro del proprio lavoro di pensiero, ricerca, narrazione delle notizie di guerra.

Pensare alla quotidianità di una guerra è disarmante perché ha a che fare con la consuetudine del vivere, con le cose che si fanno tutti i giorni, con le abitudini, quelle più piacevoli come frequentare luoghi pubblici per coltivare amicizie o quelle più routinarie che vorremmo, di tanto in tanto, venissero stravolte da delle eccezionalità, come l’andare a scuola. Un caso emblematico di convivenza tra quotidiano e guerra è la Colombia dove è in corso dagli anni ’60 del Novecento un conflitto armato che oltre ai movimenti di guerriglieri antigovernativi, in particolare le FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane), coinvolge in forme diverse tutta la popolazione. Luca Giuman in Ho imparato a uccidere a vent’anni (Città del sole, 2011), ci racconta la storia del quotidiano di un giovane reclutato da un esercito paramilitare colombiano.

In tempo di guerra, paradossalmente questo quotidiano può venire radicalmente trasformato per riprendere poi, chissà, sotto forme e luoghi totalmente diversi. L’interruzione brusca del servizio scolastico perché la scuola è stata bombardata può far presagire una sua chiusura definitiva o una sua ripresa in un campo, sotto una tenda o in qualche altro luogo (per approfondimenti vedi scuole sotto attacco). Ma non é mai più la stessa cosa; è un’altra cosa.

Ogni guerra ha il suo quotidiano o meglio i suoi quotidiani fatti di tante storie legate ai tanti uomini e donne che ne abitano lo straordinario, l’eccezionale dai tempi brevi o lunghi che siano. Talvolta sembra non esistere, schiacciato dalle immagini e dalle voci dello spettacolo.

Eppure c’è chi ogni giorno organizza la sua vita superando posti di blocco, code, muri, divieti come nella striscia di Gaza o in Palestina (guarda alcune immagini della città di Hebron), chi affronta un problema sanitario in un ospedale da campo come a Zaatari in Giordania, chi nasce tra le macerie, chi ama (vedi alcune immagini della serie fotografica “Today’s Life and War” del fotografo iraniano Gohar Dashti) e chi studia al lume di una fiamma a causa del blackout. In questa quotidianità c’è anche chi muore. Niente acqua, niente energia elettrica, niente telefono, niente terra né per essere coltivata, né per essere attraversata: vite sospese, eppure vite in attesa della normalità.

É così in numerose regioni e città del nostro pianeta dal Kivu nella Repubblica Democratica del Congo al Kashmir, territorio conteso tra India, Pakistan e Cina, dall’Afghanistan al Mali, dallo Yemen all’Ucraina, dalla Colombia al Sud Sudan; la lista è lunga (vedi focus 2.1 su conflitti e guerre).

È stato così in ogni epoca storica, con modalità diverse perché anche le guerre sono cambiate nel tempo; è così anche oggi. Per approfondire questi argomenti, è possibile consultare l’Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo (Terra Nuova Edizioni, 2015) nel quale vengono proposte anche storie di vita, quelle che portano dentro le biografie di tutti i giorni (vedi anche il focus 1 sulle storie di guerra e di pace).

Questo quotidiano ha una evoluzione che porta alla creazione di fenomeni endemici difficili da estirpare come la povertà e la fame, l’analfabetismo, in particolare femminile, la mortalità infantile e non solo, l’aumento di malattie infettive, psicologiche e fisiche, l’inquinamento, il bracconaggio, la deforestazione e più in generale il degrado ambientale.

Su quest’ultimo aspetto è interessante notare come spesso la relazione guerra e ambiente venga omessa, quando invece i legami tra i due nodi della problematica sono estremamente complessi. Quando studiati e monitorati, i conflitti ambientali mettono l’accento sull’ambiente e sulle sue risorse in quanto cause delle contese. Meno attenzione riceve invece l’ambiente quando “vittima” della guerra, colpito e messo alla prova durante e dopo il conflitto. Ne è un esempio l’inquinamento di acqua, aria e suolo a seguito dell’uso di armi chimiche, ma anche la distruzione delle infrastrutture come scuole, ponti, ospedali, abitazioni a seguito dei bombardamenti.

Un altro fenomeno particolarmente evidente legato alla guerra è che, quando il quotidiano diventa umanamente e socialmente insopportabile, il desiderio di darsi un futuro spinge le persone colpite dal conflitto a fuggire, ad abbandonare i luoghi di vita. Allontanamento, dispersione, diaspora sono azioni che caratterizzano il quotidiano di milioni di persone, di ogni genere ed età (per approfondimenti si vedano i dati di ottobre 2015 dell’UNHCR riportati da Amnesty International). La loro situazione, altamente vulnerabile, espone queste persone ad ulteriori soprusi come violenze, detenzioni arbitrarie, offese, privazione della dignità. L’abbandono di una guerra le riconduce a combatterne tante altre, talvolta più profonde perché più silenziose, invisibili. Anche questi viaggi sono parte di una quotidianità anomala, eppure quotidiana.