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2.1. Conflitti e guerre

 

“La guerra è una brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai”

(espressione del pastore Toni Lunardi;
tratta dal film di Ermanno Olmi, Torneranno i prati, 2014)

 

Conflitto e guerra sono parole che vengono utilizzate nel linguaggio corrente come sinonimi, pur avendo origini etimologiche differenti; anche nei focus di questo documento verranno impiegate come sinonimi con la consapevolezza che non in tutti i contesti possono essere effettivamente utilizzate come tali.
Conflitto deriva dal latino conflictus e dal verbo confligere composto da cum e da fligere, cioè urtare, sbattere. Cum è un prefisso che ci istruisce sul fatto che l’urto è sempre contro qualcun altro o altra. Il conflitto viene chiamato in causa da una pluralità di contesti, per cui possiamo avere conflitti sociali, di potere, di interesse, ideologici, economici, di coppia, genitoriali, interpersonali e la lista potrebbe allungarsi. Il conflitto può manifestarsi ed essere risolto attraverso la violenza o senza il ricorso alla forza oppure può restare latente e non risolversi. Poi ci sono i conflitti armati e in questo caso il termine conflitto viene usato come sinonimo di guerra.
A differenza di “conflitto”, “guerra” non ha un’etimologia latina – perché bellum da cui bellico, belligerante, ecc. era troppo simile a bellus, bello e poteva essere fuorviante - bensì germanica; il termine da cui si pensa derivi è werra, cioè mischia, “combattimento disordinato” perché si differenziava dall’ordinato schieramento romano che allineava i soldati sul campo di battaglia.

Se arbitrariamente consideriamo solo gli ultimi cento anni, dal secolo breve (vedi nota 1) ad oggi, facciamo fatica a stabilire il numero delle guerre e delle persone morte alla scala mondiale. Il barometro dei conflitti politici e la banca dati COSIMO del Centro internazionale di ricerca sui conflitti dell’Università di Heidelberg hanno censito oltre cinquecento conflitti dal 1945 ad oggi (per approfondimenti, vedi il Barometro dei conflitti, 2014: in .pdf, in inglese). Alcuni di questi sono molto noti perché mostrati, altri non sono raccontati dai media, non entrano negli schermi televisivi, pertanto sembrano non esistere: sono guerre dimenticate.

L’organizzazione International Crisis Group monitora circa una trentina di conflitti fornendo informazioni che spesso non fanno notizia; tra questi quelli in Darfur (Sudan) e in Sud Sudan, in Nigeria e Repubblica Democratica del Congo, in Mali.

L’enciclopedia dei conflitti elaborata dal Dipartimento pace e conflitti dell’Università di Uppsala consente di visualizzare sul planisfero diverse tipologie di conflitti e violenze dal 1989 al 2014 e di approfondire, attraverso un dizionario (in inglese), i significati di alcune parole che caratterizzano la problematica in questione.

 

Immagine da database

 Ciò che si può affermare è che rispetto al passato, in cui le guerre si combattevano tra stati (ne è un esempio la prima guerra mondiale), oggi – o meglio a partire dalla fine della seconda guerra mondiale – ci si trova all’interno di un contesto in cui le guerre sembrano consumarsi all’interno di uno stato – sono definite “intrastatali” o “interne” o “civili”, dove “i civili”, cioè i cittadini, sono vittime inermi o combattenti, miliziani, “terroristi”. Questo tipo di guerre, così costruite mediaticamente, non sono altro che la punta di un iceberg di relazioni transnazionali dove le linee dei confini non sono così nette e definite, dove la posta in gioco connette una molteplicità di interessi visibili ed invisibili. Le guerre di oggi hanno legami morbidi con i territori, sono complesse perché senza limiti e senza regole, perché i limiti tra “civile” e “militare” non sono definiti. Neppure il “nemico” è più circoscritto, quasi non c’è, è senza volto – si pensi ad esempio alle guerre combattute con i droni (vedi focus 3) – e proprio perché invisibile diventa più difficile compiere quell’operazione di decostruzione che una guerra “sul fronte” permetteva, attraverso l’incontro diretto tra persone (vedi focus 4).

Nelle guerre di oggi muoiono moltissime persone che non vestono alcuna uniforme, donne, bambini, anziani, uomini che non fanno parte di alcun corpo militare.

Le tipologie di guerre cambiano, quindi, con il tempo e nello spazio; si potrebbe dire che esse sono in costante evoluzione. Ciò che le distingue, l’aggettivo, è “un’invenzione” esterna al conflitto, coniata per spiegare, per descrivere, per persuadere.
Oggi, ad esempio, diciamo “guerra umanitaria” o “guerra preventiva” a seconda della posta in gioco; oppure a seconda dei soggetti contendenti o dei mezzi impiegati si parla di “guerre internazionali”, “guerre civili”, “guerre convenzionali”, “guerre non convenzionali”. Sono guerre nuove che inaugurano il loro posto nella storia col giungere del nuovo millennio. Proviamo a fare un po’ di chiarezza sugli aggettivi.

È stata definita guerra “umanitaria” quella che ha visto protagonista la Nato sulla Jugoslavia di Milosevic: era il 1999, l’occidente interveniva in difesa della minoranza albanese della provincia serba del Kosovo. Sono guerre fortemente asimmetriche: il potere di chi “dichiara” guerra è nettamente superiore in termini politici, economici, materiali (tecnologia bellica, capitali da investire, ecc.) rispetto a chi la “subisce”. Il vincitore è già noto in partenza; la rapidità dell’attacco è inversamente proporzionale a quella della ricostruzione della pace che ha tempi biblici e solitamente riesce solo a far cessare il fuoco o porta a dei compromessi dove il forte esce sempre con il bottino più importante. Le asimmetrie sono evidenti anche nei quantitativi di sangue versato: “zero” morti per chi dichiara guerra, un bagno di sangue per l’umanità che la subisce. (Per approfondimenti leggi Se dici guerra umanitaria, curato da Corrado Veneziano e Domenico Gallo, Besa Editrice, 2005).

Le guerre preventive, invece, sono state inaugurate con l’intervento degli Stati Uniti in Iraq nel 2003. Il concetto, tanto caro a Georges Bush, lascia presagire che la società dei diritti umani abbia legittimato e legalizzato una sorta di guerra immaginaria: la guerra “preventiva” che doveva durare pochi mesi secondo le previsioni, si è “conclusa” nel dicembre 2011 quando Barack Obama ha approvato il ritiro ufficiale delle truppe americane.
“Preventiva” significa che la guerra “vera e propria” ancora non c’è: l’attacco è sferrato sulla base di una presunta minaccia per sé come un attacco nucleare, l’utilizzo di una bomba chimica, l’avvelenamento di un acquedotto, incuranti degli effetti che questo potrebbe avere sulle altre persone, sui territori attaccati.

Altri aggettivi legati alla tipologia di attori coinvolti, definiscono le guerre internazionali quando sono due o più stati a contendersi la posta in gioco oppure guerre civili quando ad affrontarsi sono soggetti diversi all’interno dello stesso stato. A seconda dei mezzi impiegati invece, distinguiamo tra guerre convenzionali o guerre non convenzionali quando c’è il rischio che le parti utilizzino armi di distruzioni di massa, come quelle chimiche o nucleari. Nel primo caso, nel 1980 è stata firmata la Convenzione sulla proibizione o la limitazione dell’uso di alcune armi convenzionali che possono essere considerate dannose o aventi effetti indiscriminati, ma sappiamo che le guerre cosiddette convenzionali continuano ad insanguinare molte aree del pianeta.

Lungi dal voler essere una trattazione sul tema, è importante però ricordare come spesso nei diversi paesi, conflitti sociali e politici legati a rivendicazioni di potere, disuguaglianze economiche, ecc. si possano trasformare in conflitti armati. Questi conflitti vengono quasi sempre letti dall’esterno, dai media e dall’opinione pubblica internazionale attraverso lenti ideologiche, religiose o ancora peggio “etniche” (una delle categorie inventate che ha avuto maggior successo dal periodo coloniale ad oggi); operazione fuorviante che sposta spesso le cause dall’esterno all’interno dei paesi. È il desiderio di possedere e di controllare ricchezze che generano guadagni smisurati, in particolare petrolio, gas, minerali, acqua e terra a guidare i fili delle relazioni internazionali alla cui testa si trovano spesso governi dei paesi politicamente ed economicamente più forti, lobby internazionali, gruppi bancari, fondi d’investimento transnazionali, imprese multinazionali, ma anche i governi nazionali dei paesi oggetto di interesse. Quando questi attori iniziano a strumentalizzare le diverse parti in gioco, soprattutto le più deboli, riescono a generare situazioni di crisi e a cavalcare proprio quegli spazi di divisione interna – sul piano politico o religioso – che possono poi diventare l’alibi e la causa del conflitto stesso.
La Repubblica Democratica del Congo è un esempio di paese che vive da decenni un conflitto difficile da definire con un aggettivo perché racchiude a scale diverse una complessità tale da rendere inadeguata ogni definizione. Forse globale o globalizzato rende bene l’idea di un conflitto che prende in causa una moltitudine di attori dalla scala internazionale a quella locale, investe interessi fortemente economici, ha conseguenze gravi sui diritti umani delle persone, mette a nudo le responsabilità e le implicazioni di ognuno di noi.
Oltre che globalizzati, questi conflitti sono anche privatizzati nel senso che le aziende private, multinazionali o transnazionali, sono tra i principali attori del Risiko globale e dove le relazioni sono sempre più asimmetriche su tutti i piani in gioco, militare, strategico, economico, politico, ... e dove chi perde è sempre più l’attore debole: 90% dei morti delle guerre di oggi sono persone, cittadini e cittadine di un angolo di mondo, senza armi né uniformi (per continuare l’approfondimento si veda la Guida Unimondo “Conflitti” di Emanuela Limiti).

 


Nota 1: Il secolo breve comprende il periodo tra la Grande Guerra (1914-1918) e gli anni ’90 del Novecento. La definizione è dello storico Eric Hobsbawm, autore del libro The Age of Extremes: The Short Twentieth Century, 1914-1991 – uscito nel 1994 e tradotto in italiano “Il secolo breve 1914/1991”.