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6.2 Scuole sotto attacco

Quella che affligge l'educazione nei paesi in conflitto è una crisi nascosta. Le istituzioni internazionali e i media utilizzano il termine di "attacco all'educazione" che, convenzionalmente, definisce "ogni minaccia o uso della forza generati da ragioni politiche, militari, ideologiche, settarie, etniche, religiose e criminali contro studenti, insegnanti ed istituzioni educative". In questa definizione rientrano omicidi, sparizioni, rapimenti, esilio forzato, imprigionamenti, torture, mutilazioni, stupri, violenze sessuali, reclutamenti di bambini soldato a scuola (leggi qui) e distruzione di edifici e materiale scolastico.

Il 9 ottobre 2012, Malala Yousafzai, studentessa pakistana diventata il simbolo della lotta per il diritto all'istruzione, è stata gravemente ferita mentre tornava a casa da scuola in pullmino con le sue compagne, da un attacco talebano. Quello contro di lei è un esempio di "attacco all'educazione".

Ha in mano una pistola e tutte iniziano ad urlare. – Zitte! – ordina. E loro si ammutoliscono. – Chi è Malala? – ripete. – Rispondete all'istante, o vi ammazzo tutte! Malala ha insultato i soldati di Dio, i talebani, e per questo sarà punita. [...] È questione di secondi. Gli spari esplodono sordi, senza pietà. Uno, due, poi un altro, e un altro ancora. La testa di Malala ondeggia leggermente all'indietro. Il suo corpo cade di lato e si accascia in grembo a Laila, come al rallentatore. Le esce sangue da un orecchio. Laila urla (Mazza V., Storia di Malala, 2013, p. 16)

Secondo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU n. 1612 del 2005, gli attacchi contro l'educazione e contro le scuole rappresentano una grave violazione contro i minori e contro il diritto dei bambini all'educazione e all'istruzione.

Il rapporto delle Nazioni Unite Children and Armed Conflict del 2013 mostra una fotografia globale del fenomeno che rivela un peggioramento rispetto ad alcuni dati riferiti a qualche anno fa:

                      • 3.646 attacchi contro l'educazione in 17 paesi (contro 1.600 nel 2011);
                      • 75 bambini e 212 insegnanti uccisi o vittime di ingiurie (contro 39 e 184 nel 2011);
                      • 90 casi di uso e occupazione militare di scuole in 11 paesi (contro 148 in 10 paesi nel 2011).

Le istituzioni scolastiche vengono attaccate per i contenuti dei programmi di insegnamento, perché accusate di sostenere nuove o vecchie strutture governative o ideologie politiche, per annientare quelle comunità che non approvano i gruppi armati, per fermare i progressi educativi, sociali ed economici di particolari gruppi di bambini o bambine. Nelle differenze che contraddistinguono ogni conflitto si declinano anche l'intensità, la scala e le intenzioni degli attacchi all'educazione che rappresentano parte di una strategia di indebolimento dell'impatto positivo che l'educazione può avere in un contesto politico, economico e sociale, soprattutto laddove rappresenta una chiave di volta del successo e dei progressi di un gruppo sociale.

Tra i paesi maggiormente colpiti in questi ultimissimi anni, si annoverano la Repubblica Centroafricana, la Repubblica Democratica del Congo, il Mali, i Territori Occupati Palestinesi, il Pakistan, la Siria (leggi l'articolo qui).

Secondo il rapporto dell'UNESCO Education for All Global Monitoring, nel 2011, nei paesi in conflitto, erano 28 milioni e mezzo i bambini in età scolastica a non essere a scuola: cinquecento mila in più rispetto al 2008. Essi rappresentavano la metà dei 57 milioni di bambini aventi l'età legale per essere ammessi alla scuola primaria che non risultavano iscritti a livello globale (vedi paragrafo 2.2 di questo dossier). Dal rapporto emerge come di questi 28,5 milioni, il 55% sia rappresentato da bambine.

Nei paesi in conflitto, anche quando i bambini e le bambine hanno accesso alle scuole, la possibilità di ricevere un'educazione adeguata e di qualità o semplicemente un insegnamento di base è compromessa da contesti ed edifici scolastici precari o insicuri, da ambienti di apprendimento poveri, da una ridotta o assente distribuzione di materiali didattici e per l'apprendimento, dalla disgregazione delle aspirazioni.

Il caso della Siria è significativo di come un conflitto abbia delle ricadute evidenti sull'educazione, in particolare sulle iscrizioni alla scuola primaria. Prima delle sommosse del marzo 2011 (vedi l'approfondimento qui), il tasso di iscrizione alla scuola primaria era del 93%; alla scuola secondaria era del 67% e circa il 95% della popolazione tra i 15 e i 24 anni era in grado di leggere. Nel gennaio 2013, più di 3.900 scuole risultavano distrutte o occupate per scopi diversi da quelli educativi e quindi rese inutilizzabili, ma nell'aprile dello stesso anno questo numero è salito a 4.800 (leggi l'articolo qui, in inglese).

A livello internazionale, esistono delle linee guida, le Draft Lucens Guidelines, che dovrebbero proteggere e preservare le scuole e le università dall'uso militare durante un conflitto armato. I dati relativi alla Siria sopra citati mostrano come queste linee guida non vengano rispettate dai governi.

Globalmente, molti sono i discorsi e le normative volte a difendere il diritto all'istruzione; nonostante ciò, l'educazione rappresenta una minima percentuale del totale degli aiuti umanitari: il 2% nel 2011, l'1,4% nel 2012, mentre la ristrutturazione di un sistema scolastico distrutto da un conflitto dovrebbe essere tra le priorità a breve termine di ogni intervento umanitario urgente e tra gli impegni finanziari a lungo termine di ogni visione politica lungimirante.

Il caso dell'Afghanistan è significativo per dare sostanza a quanto affermato sopra. Innanzitutto, metà della popolazione afghana ha meno di 18 anni; dal punto di vista statistico è uno dei paesi con il più alto numero di bambini in età scolare di tutto il mondo; decenni di conflitto interno e di lotta al terrorismo lo hanno reso uno dei più poveri e meno istruiti. Oggi, "la ricostruzione del sistema educativo afghano è oltre ad una grande sfida anche una missione che coinvolge sia il governo afghano che la comunità internazionale. Se nell'ultimo decennio ci sono stati grandi passi avanti, è anche vero che il lavoro da fare per garantire alle nuove generazioni afghane un'educazione basilare è ancora impegnativo. Il Ministro dell'Educazione Ghulam Farooq Wardak, durante la visita in una scuola di Kabul un mese fa aveva lanciato l'appello ai donatori internazionali: "tre miliardi di dollari in aiuti sarebbero sufficienti per costruire 8 mila scuole e permettere ad altri 3 milioni di bambini di iscriversi nei prossimi due anni" (leggi l'articolo qui).