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6.1 Minori che lavorano

"La mappa del lavoro minorile nel mondo coincide con quella della fame e della povertà. Per questo il primo passo da compiere per avanzare nella lotta alle peggiori forme di lavoro minorile è quella di coordinare le politiche sulla redistribuzione della ricchezza. Non è un problema di mancanza di risorse, per raggiungere l'obiettivo serve piuttosto la volontà politica di farlo" (tratto dalla dichiarazione di Ignazio Lula da Silva, ex presidente del Brasile, alla terza Conferenza mondiale contro il lavoro minorile organizzata dall'OIL, Brasilia 8-11 ottobre 2013; vedi anche la riflessione sul Brasile in questo dossier e l'articolo qui)

Sui minori che lavorano, definiti anche bambini lavoratori, come su altri fenomeni che caratterizzano la vita sociale, economica e politica del nostro pianeta, ci sono molte convinzioni contraddittorie e confuse che meritano di essere esplicitate.

In primo luogo è da prendere in considerazione la denominazione: "minori" e "bambini" non sono sinonimi. Minore (o minorenne) si dice di una persona che giuridicamente è in età minore, cioè che non ha raggiunto l'età stabilita dalla legge (ad esempio, in Italia 18 anni per maschi e femmine, in El Salvador 25 anni per i maschi e 17 per le femmine, in Iran 15 per i maschi e 9 per le femmine, ecc.), per il conseguimento della piena capacità giuridica. La parola bambino racchiude una molteplicità di significati non sempre distinguibili a seconda del luogo, del contesto sociale, religioso e politico di appartenenza, ma anche delle differenti situazioni economiche in cui viene utilizzata. Nel caso del fenomeno che qui si analizza, cioè quello del lavoro dei bambini, è importante fare alcune precisazioni. La Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza del 1989 dedica l'articolo 32 al tema del lavoro minorile che dispone il diritto del minore di 18 anni ad essere protetto contro lo sfruttamento e non essere costretto ad alcun lavoro che comporti rischio o sia suscettibile di porre a repentaglio la sua educazione o di nuocere alla sua salute o al suo sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale. Sono gli stati membri che devono stabilire un'età minima oppure le età minime di ammissione all'impiego, prevedendo un'adeguata regolamentazione degli orari di lavoro e delle condizioni d'impiego, nonché pene o altre sanzioni appropriate per garantire l'attuazione del diritto in questione.

La Convenzione 138 dell'OIL, l'organizzazione internazionale del lavoro, del 1973 sull'età minima per l'accesso al lavoro stabilisce che l'età di ammissione ad una attività lavorativa non può essere inferiore all'età in cui si termina la scuola dell'obbliga e in ogni caso non può essere inferiore ai 15 anni. Nell'articolo 2 si legge anche che "ciascun membro la cui economia e le cui istituzioni scolastiche non sono sufficientemente sviluppate potrà, previa consultazione delle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori interessati, se esistono, specificare, in un primo tempo, un'età minima di quattordici anni" (leggi qui la Convenzione).

Quindi, la parola bambino lavoratore fa riferimento, in generale, alla fascia d'età compresa nell'obbligo scolastico, cioè tra i 5 e i 16 anni (con le dovute specifiche e i necessari accorgimenti).

In secondo luogo si tende a pensare che quella dei minori che lavorano sia una problematica che affligge esclusivamente i paesi del sud del mondo, e in particolare quelli economicamente più svantaggiati, dove effettivamente è presente il maggior numero in termini assoluti di bambini lavoratori; le regioni più interessate al fenomeno sono l'Asia meridionale, il sud-est asiatico e l'Africa sub-sahariana (vedi qui il rapporto 2013 dell'OIL)

Complessivamente e globalmente sono 168 milioni i bambini e le bambine che lavorano (fonte: OIL). Questo dato però non deve distogliere l'attenzione da un fenomeno che interessa anche i Paesi a medio reddito e quelli a reddito più elevato.

Nell'Unione Europea, ad esempio, il lavoro minorile è vietato ("l'età minima per l'ammissione al lavoro non può essere inferiore all'età in cui termina la scuola dell'obbligo", articolo 32 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea), ma il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d'Europa ha portato alla luce, con prove documentate e fonti autorevoli, che anche in Europa ci sono molti bambini che lavorano e soprattutto che svolgono lavori estremamente rischiosi nel settore agricolo ed industriale, dell'edilizia o delle infrastrutture in particolare nei paesi dell'area balcanica, ma anche nel Regno Unito, in Italia, Grecia, Portogallo, Cipro (leggi qui).

I dati raccolti dall'indagine sul lavoro minorile in Italia realizzata dall'Associazione Bruno Trentin e da Save the Children, rivelano che i minori sotto i 16 anni che lavorano in Italia sono oltre 260.000: rappresentano il 5,7% del totale dei bambini e ragazzi tra i 7 e i 15 anni (vedi qui il rapporto "Game Over: indagine sul lavoro minorile in Italia"; guarda qui il video "Il lavoro minorile in Italia raccontato dai ragazzi").

In terzo luogo è diffusa la convinzione che i bambini che lavorano non frequentino la scuola per varie ragioni: perché non presente, perché di difficile accesso o per negligenza dei genitori. La questione è molto complessa, ma è importante tener presente che, come tutti i fenomeni, anche questo ha una molteplicità di cause che si intrecciano su una pluralità di scale. Sicuramente c'è tra i fattori la situazione di vulnerabilità economica nella quale versano le famiglie che rappresenta uno dei principali elementi di spinta verso l'attività lavorativa. Ci sono bambini e bambine che iniziano a lavorare senza essersi mai seduti su un banco di scuola. Molti però sono quelli che lavorano, spesso insieme alla famiglia, frequentando contemporaneamente la scuola. Per altri, invece, il lavoro rappresenta un'alternativa – quando riescono ad inserirsi in un contesto lavorativo informale – dopo un'esperienza di insuccesso e/o di abbandono scolastico.

È importante considerare, però, che in moltissimi casi il lavoro non esclude la possibilità di accedere all'istruzione come nel caso di bambini che riescono a conciliare le due cose oppure di bambini che pur avendo abbandonato la scuola ed essendosi inseriti in un'attività lavorativa entrano a far parte di percorsi scolastici alternativi. Ad esempio, la possibilità di conciliare il lavoro e l'istruzione è offerta dall'attività dei movimenti Nat's che muove dalla convinzione che sia il lavoro che l'educazione sono diritti da rispettare e che entrambi possono coesistere come condizioni per poter vivere un'infanzia degna. I movimenti Nat's, infatti, lavorano in rete con i governi e le organizzazioni della società per diffondere la cultura del lavoro degno basata sulla solidarietà e sulla dignità umana, come valori fondanti il rapporto contrattuale.

Le posizioni e gli approcci relativi alla problematica dei minori lavoratori non sono univoci; oltre alle molte divergenze esistono anche dei tentativi di convergenza. In particolare, tre sono le visioni: quella dell'OIL, quella dell'UNICEF e quella dei movimenti Nat's.

L'OIL ha una posizione abolizionista secondo la quale il lavoro minorile, in tutte le sue forme, deve essere eliminato e sradicato. Nella definizione di "lavoro minorile", l'OIL include anche tutte le sue tipologie peggiori come tutte le forme di schiavitù, la tratta di minori, la servitù per debiti e l'asservimento, il lavoro forzato o obbligatorio, compreso il reclutamento forzato o obbligatorio di minori ai fini di un loro impiego nei conflitti armati, l'impiego, l'ingaggio o l'offerta del minore a fini di prostituzione, di produzione di materiale pornografico o di spettacoli pornografici, l'impiego l'ingaggio o l'offerta del minore ai fini di attività illecite, qualsiasi altro tipo di lavoro che, per sua natura o per le circostanze in cui viene svolto, rischi di compromettere la salute, la sicurezza o la moralità del minore (vedi qui la Convenzione sulle forme peggiori di lavoro minorile, 1999). L'organizzazione è impegnata nel contrasto al lavoro minorile e nell'eliminazione delle sue peggiori forme: a questo proposito è stato creato l'IPEC, il programma internazionale contro l'eliminazione del lavoro infantile. Lavoro e scuola sono considerati inconciliabili e la scuola è ritenuta l'unico ambito appropriato per l'infanzia: la scolarizzazione è infatti il principale strumento di lotta contro il lavoro minorile. Nonostante il numero stimato di minori che lavorano sia diminuito passando dai 248 milioni del 2000 agli attuali 168 milioni, l'obiettivo dell'OIL di eliminarne le peggiori forme entro il 2016 non potrà essere raggiunto (leggi l'articolo qui).

L'UNICEF, il fondo delle Nazioni Unite per l'infanzia, ha invece una posizione più pragmatica: non mira alla totale abolizione del lavoro minorile, ma ne ammette l'esistenza quando funzionale a dare risposte immediate a condizioni di vita difficili purché si intervenga per migliorarne le condizioni (protezione, rimozione di situazioni pericolose o rischiose, ecc.) e si punti ad eliminarne comunque le peggiori forme di sfruttamento. L'UNICEF distingue tra child labour e child work. Il primo definisce il lavoro pesante, inadeguato per il bambino e la cui durata ed intensità impediscono l'accesso all'istruzione; secondo l'UNICEF questa forma di lavoro è da abolire totalmente. Il secondo, invece, riguarda un'attività più leggera che non ostacola la crescita del bambino e la sua frequenza scolastica. Secondo l'UNICEF queste forme di lavoro non sono da demonizzare, ma da valutare attentamente per potere incidere in modo adeguato sui contesti e sulle esperienze.

Il movimento Nat's considera il lavoro un'opportunità formativa per i minori e si impegna per costruire contesti lavorativi degni nei quali i bambini possono esercitare tutti i loro diritti. Inoltre, il movimento non considera "lavoro minorile" la prostituzione, l'arruolamento forzato nei conflitti armati, il lavoro forzato. Questi non sono lavori, ma reati da eliminare in quanto cause di disturbi o danni a livello fisico, psicologico, morale. L'educazione e l'istruzione fanno parte dei diritti inviolabili di ogni persona e quindi, anche dei minori che lavorano. I gruppi che aderiscono al movimento Nat's si occupano anche di realizzare progetti di scuola per le bambine e i bambini lavoratori.


[...] Vado alla scuola primaria del progetto; per noi è difficile accedere alla scuola pubblica, costa molto e ci maltrattano, non ci riconoscono come bambini lavoratori, non considerano la nostra esperienza. La scuola è frequentata da ragazzi di età diverse che lavorano e imparano anche dal proprio lavoro, perché la scuola e lavoro sono legati. Abbiamo anche creato delle microimprese solidali in cui si fa falegnameria e cartoline [...].
Dibattito con gli studenti italiani.
[...]
STUDENTE: Vi piace andare a scuola?
ANYELA e JAVIER: Sì, molto. La cosa più bella è avere un buon rapporto con i professori, che non ti maltrattano, che ti ascoltano, che ti fanno riflettere ... e impegnarsi, non fare il fannullone.
STUDENTE: La vostra scuola com'è? Che materie studiate?
ANYELA: La scuola in Colombia è diversa dalla vostra, ci sono circa quaranta-cinquanta ragazzi in una classe con un solo professore, e spesso è una pura trasmissione di dati e non permette all'insegnante di istruire una relazione per costruire conoscenze con i bambini e fare un'analisi con loro. Nella scuola per Nats partiamo dalla nostra vita, si studia per leggere la nostra realtà.
JAVIER: Studiamo matematica, scienze sociali e politiche, storia, spagnolo e letteratura indigena, chimica, informatica, dattilografia, contabilità...
(Monica Ruffato, Il lavoro dei bambini. Storie di vita e di movimenti oltre il lavoro minorile, Nuova Dimensione, 2006, pp. 26 e 28)