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3.1 Libro bianco dell'istruzione

"Verso la società cognitiva. Insegnare e apprendere" (1995). Leggi il documento in .pdf (in italiano).

È questo il titolo del Libro Bianco dell'Istruzione curato dall'allora commissaria delegata per la formazione e la cultura, Édith Cresson, pubblicato dalla Commissione Europea nel 1995 in vista del 1996, l'anno europeo dell'educazione e della formazione permanente (European Year of Lifelong Learning).

Sul piano europeo, le principali iniziative proposte della Commissione ai diversi paesi membri attraverso questo libro mirano ad incoraggiare l'acquisizione di nuove conoscenze, ad avvicinare la scuola all'impresa, a lottare contro l'esclusione e a padroneggiare tre lingue europee.

Il testo mirava a dare una risposta all'esigenza di adeguare i sistemi scolastici alle rapide trasformazioni in corso nei sistemi sociali. Non c'è stata formulazione di titolo più fortunata che "insegnare ad apprendere", cioè insegnare strategie efficaci all'apprendimento nonché sviluppare quel saper fare utile alla risoluzione di problemi. Per gli insegnanti, quindi, l'insegnamento non è più solo trasmissione di conoscenze e nozioni, ma attivazione di competenze.

Il Libro Bianco parte dalla considerazione che il sistema scolastico deve essere in grado di dare risposte alla domanda economica ed ha in mente la formazione del futuro lavoratore, quindi prevede la costruzione di un curricolo funzionale all'utilità del mercato e quindi, all'inserimento nel mondo lavorativo.

In questo caso la scuola dovrebbe essere in grado di produrre quelle competenze che l'economia reputa necessarie; è l'economia a dettare alla scuola come deve essere e cosa deve fare: più aderisce ai dettami, più la scuola registrerà dei successi. Gli obiettivi da raggiungere sono delineati a partire dal profilo finale che la persona deve avere al termine del ciclo di studi secondo quanto previsto dal mercato economico.

Questo approccio valorizza le discipline tecnico-scientifiche e i saperi professionali rispetto a quelli socio-culturali ed umanistici, che pure non esclude.

L'Italia, come molti altri Paesi dell'Unione Europea e dell'America settentrionale, ha avuto un orientamento molto legato alle linee guida del Libro Bianco. Le parole chiave che sollecitano la nostra scuola sono efficacia, efficienza, produttività, risultati, verifiche, comparazioni, vengono scritte nelle circolari, pronunciate dai Dirigenti in un mondo che ricorda l'esperienza aziendale più che quella scolastica.

L'idea chiave è quella della scuola-impresa nella quale viene enfatizzata l'importanza dell'autonomia e dell'intraprendenza per riuscire a competere e a trovare soluzioni ai problemi. L'obiettivo di questo tipo di scuola è il raggiungimento degli obiettivi di efficacia e di efficienza.

Prende, quindi, in considerazione i bisogni di chi vive nella scuola e cerca di soddisfarli attraverso l'erogazione di servizi di qualità in vista del perseguimento dei risultati attesi. La scuola è luogo di istruzione e chi impara è educato al raggiungimento degli obiettivi scolastici al fine di diventare lavoratore professionista. Quest'ultimo è un aspetto rischioso della visione aziendalistica della scuola. Puntare sull'efficientismo e sulla competitività, tipici di una cultura funzionalista, fa perdere di vista il fatto che prima di ogni ruolo sociale di cui sono investiti, l'alunno e l'alunna sono persone con una biografia alle spalle, con delle esperienza e competenze accumulate, con famiglie e culture che ne hanno influenzato i comportamenti e i modi di pensare.

Nel Libro Bianco viene data particolare attenzione alla problematica della disoccupazione giovanile: l'istruzione e la formazione sono considerate vie strategiche per consentire ai giovani di adattarsi alle nuove condizioni di accesso all'impiego e all'evoluzione del lavoro. Mondializzazione degli scambi, globalizzazione tecnologica e avvento della società dell'informazione hanno posto degli interrogativi complessi anche alla scuola. La risposta è data dal tentativo di costruire una società cognitiva basata su nuove conoscenze e competenze (in particolare, matematica, informatica, contabilità, finanza, gestione d'impresa, ecc.), sulla mobilità (pensiamo ai programmi Erasmus, Socrates, Leonardo, ecc.), sugli strumenti multimediali di apprendimento, sulla conoscenza di almeno tre lingue comunitarie, sull'avvicinamento della scuola all'impresa.

L'Italia ha fatto proprie le indicazioni europee avviando, proprio negli anni Novanta, riforme sostanziali che daranno alla scuola l'attuale fisionomia.

In quegli stessi anni, un noto personaggio della scena politica ed economica italiana aveva basato la sua campagna elettorale sulle "Tre I", cioè Inglese, Informatica, Impresa. Anche le più recenti riforme della scuola (per una cronologia normativa a partire dalla legge Legge 53/03, conosciuta come Riforma Moratti, si veda qui) hanno voluto creare sempre più occasioni per diffondere la cultura informatica attraverso l'introduzione di un insegnamento specifico fin dalla scuola primaria e la fornitura di supporti indispensabili come aule computer, LIM, tablet, ecc., nonché promuovere la cultura aziendale, trasformando anche il linguaggio della scuola (il preside è diventato il dirigente, il segretario amministrativo il direttore dei servizi generali e amministrativi, il bidello un collaboratore scolastico appartenente al personale ATA cioè il personale amministrativo, tecnico e ausiliario, il provveditorato un ufficio, ecc.). L'idea della scuola azienda continua anche oggi a caratterizzare il sistema scolastico italiano.


Leggendo alcuni punti fin qui pubblicati del dossier mi colpiscono diversi spunti di riflessione: 1. la differenza tra education e istruzione: il termine inglese implica il coraggio dell'educazione, non aver paura di trasmettere valori, oltre alle nozioni; centralità dell'educazione civica (molto di là da venire); 2. insegnare ad apprendere: le persone devono appropriarsi di un metodo che consenta loro di continuare ad imparare, adattandosi ad un mondo in rapido cambiamento; 3. istruzione come mezzo di affermazione socio-economica. (libro bianco) l'economia detta le priorità. Formare competenze spendibili sul mercato. "In questo caso la scuola dovrebbe essere in grado di produrre quelle competenze che l'economia reputa necessarie; è l'economia a dettare alla scuola come deve essere e cosa deve fare: più aderisce ai dettami, più la scuola registrerà dei successi. Gli obiettivi da raggiungere sono delineati a partire dal profilo finale che la persona deve avere al termine del ciclo di studi secondo quanto previsto dal mercato economico. Questo approccio valorizza le discipline tecnico-scientifiche e i saperi professionali rispetto a quelli socio-culturali ed umanistici, che pure non esclude." Qui mi incaglio. Vogliamo formare la persona e la sua consapevolezza o un elemento efficiente e produttivo di un sistema finalizzato al massimo profitto? Forse la filosofia e la poesia non sono "valori" perché non spendibili sul mercato. In conclusione di questa prima rapida lettura: la parte che ho letto del dossier mi pare completa, approfondita e sfaccettata. Il tema proposto è complesso e le riflessioni proposte su di esso appaiono molteplici e in qualche misura anche contraddittorie. La tematica, centrale per chi fa dell'istruzione il proprio scopo, richiede continua riflessione (V.B., scuola secondaria di secondo grado)